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L’INFERNO di DANTE.

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Presentazione sul tema: "L’INFERNO di DANTE."— Transcript della presentazione:

1 L’INFERNO di DANTE

2 La struttura dell’Inferno
Suddiviso in 9 cerchi, in cui sono puniti i dannati Si va in ordine di gravità, fino ad arrivare al peccato più terribile, il tradimento nei confronti di Dio

3

4 L’inizio del viaggio… (canto I)
3 6 9 Nel mezzo del cammin di nostra vita  mi ritrovai per una selva oscura  ché la diritta via era smarrita.  Ahi quanto a dir qual era è cosa dura  esta selva selvaggia e aspra e forte  che nel pensier rinova la paura!  Tant’è amara che poco è più morte;  ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,  dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 

5 L’inizio del viaggio… 12 15 18 Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto  che la verace via abbandonai.  Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,  là dove terminava quella valle  che m’avea di paura il cor compunto,  guardai in alto, e vidi le sue spalle  vestite già de’ raggi del pianeta  che mena dritto altrui per ogne calle. 

6 L’inizio del viaggio… 21 24 27 Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m’era durata  la notte ch’i’ passai con tanta pieta.  E come quei che con lena affannata  uscito fuor del pelago a la riva  si volge a l’acqua perigliosa e guata,  così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,  si volse a retro a rimirar lo passo  che non lasciò già mai persona viva. S I M L T U D N E

7 Gli ostacoli 3 fiere (una lonza, un leone e una lupa) impediscono a Dante di raggiungere la luce...

8 La guida di Dante È Virgilio, il più grande poeta latino, scrittore del poema epico Eneide Accompagnerà Dante per volere divino attraverso Inferno e Purgatorio In Paradiso questo ruolo verrà svolto da Beatrice, donna che Dante ha amato e che è morta prematuramente

9 La porta dell’Inferno

10 L’iscrizione sulla porta (canto III)
3 6 9 "Per me si va ne la città dolente,  per me si va ne l’etterno dolore,  per me si va tra la perduta gente.  Giustizia mosse il mio alto fattore:  fecemi la divina podestate,  la somma sapienza e ’l primo amore.  Dinanzi a me non fuor cose create  se non etterne, e io etterno duro.  Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".  ANAFORA

11 Caronte

12 Caronte (canto III) 84 87 90 Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,  gridando: «Guai a voi, anime prave!  Non isperate mai veder lo cielo:  i’ vegno per menarvi a l’altra riva  ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.  E tu che se’ costì, anima viva,  pàrtiti da cotesti che son morti».  Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 

13 Caronte (canto III) 93 96 99 disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:  più lieve legno convien che ti porti».  E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:  vuolsi così colà dove si puote  ciò che si vuole, e più non dimandare».  Quinci fuor quete le lanose gote  al nocchier de la livida palude,  che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.  DIO

14 Caronte (canto III) 102 105 108 Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,  ratto che ’nteser le parole crude.  Bestemmiavano Dio e lor parenti,  l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme  di lor semenza e di lor nascimenti.  Poi si ritrasser tutte quante insieme,  forte piangendo, a la riva malvagia  ch’attende ciascun uom che Dio non teme.   

15 Caronte (canto III) 111 114 117 Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;  batte col remo qualunque s’adagia.  Come d’autunno si levan le foglie  l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo  vede a la terra tutte le sue spoglie,  similemente il mal seme d’Adamo  gittansi di quel lito ad una ad una,  per cenni come augel per suo richiamo.  S I M L T U D N E

16 Caronte (canto III) 120 Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,  anche di qua nuova schiera s’auna.

17 Caronte… (canto III) VECCHIO vecchio bianco per antico pelo
lanose gote DEMONIO dimonio gridando di fiamme rote occhi di bragia

18 Cerbero…

19 … e i golosi

20 Cerbero (canto VI) 9 12 15 Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;  regola e qualità mai non l’è nova.  Grandine grossa, acqua tinta e neve  per l’aere tenebroso si riversa;  pute la terra che questo riceve.  Cerbero, fiera crudele e diversa,  con tre gole caninamente latra  sovra la gente che quivi è sommersa.   

21 Cerbero (canto VI) 18 21 24  Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,  e ’l ventre largo, e unghiate le mani;  graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.  Urlar li fa la pioggia come cani;  de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;  volgonsi spesso i miseri profani.  Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,  le bocche aperse e mostrocci le sanne;  non avea membro che tenesse fermo.     

22 Cerbero (canto VI) 9 12 15 E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna  la gittò dentro a le bramose canne.  Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,  e si racqueta poi che ’l pasto morde,  ché solo a divorarlo intende e pugna,  cotai si fecer quelle facce lorde  de lo demonio Cerbero, che ’ntrona l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.      S I M L T U D N E

23 Cerbero (canto VI) UMANO/DEMONIACO gole barba unta e atra bocche facce
demonio FERINO/ANIMALE fiera caninamente latra gran vermo sanne

24 Il contrappasso La pena dei dannati è sempre collegata al peccato commesso in vita: può ricordarlo per somiglianza (analogia) o opposizione (contrasto) Così come in vita i golosi hanno ceduto a bassi istinti animali, ora sono rivolti a terra, nel fango (analogia); in vita hanno cercato prelibatezze, ora sono nel fango (contrasto)

25 I suicidi

26 I suicidi (canto XIII) 3 6 9 Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco  che da neun sentiero era segnato.  Non fronda verde, ma di color fosco;  non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;  non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco:  non han sì aspri sterpi né sì folti  quelle fiere selvagge che ’n odio hanno  tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.    ANAFORA

27 I suicidi (canto XIII) 12 15 18 21 Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,  che cacciar de le Strofade i Troiani  con tristo annunzio di futuro danno.  Ali hanno late, e colli e visi umani,  piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;  fanno lamenti in su li alberi strani.  E ’l buon maestro «Prima che più entre,  sappi che se’ nel secondo girone»,  mi cominciò a dire, «e sarai mentre  che tu verrai ne l’orribil sabbione.  Però riguarda ben; sì vederai  cose che torrien fede al mio sermone». 

28 I suicidi (canto XIII) 24 27 30 Io sentia d’ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che ’l facesse;  per ch’io tutto smarrito m’arrestai.  Cred’io ch’ei credette ch’io credesse  che tante voci uscisser, tra quei bronchi  da gente che per noi si nascondesse.  Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi  qualche fraschetta d’una d’este piante,  li pensier c’hai si faran tutti monchi».   

29 I suicidi (canto XIII) 33 36 39 Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;  e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».  Da che fatto fu poi di sangue bruno,  ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?  non hai tu spirto di pietade alcuno?  Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:  ben dovrebb’esser la tua man più pia,  se state fossimo anime di serpi». 

30 I suicidi (canto XIII) 42 45 Come d’un stizzo verde ch’arso sia
L T U D N E 42 45 Come d’un stizzo verde ch’arso sia  da l’un de’capi, che da l’altro geme  e cigola per vento che va via,  sì de la scheggia rotta usciva insieme  parole e sangue; ond’io lasciai la cima  cadere, e stetti come l’uom che teme.   

31 I suicidi

32 Il contrappasso I suicidi hanno rinunciato al loro corpo, che viene loro negato anche nella morte (analogia) Come in vita hanno infierito su se stessi, ora a infierire su di loro sono le Arpie (analogia e contrasto)

33 Ulisse e il “folle volo” (canto XXVI)

34 Il contrappasso Ulisse viene inserito tra i consiglieri di frode (inganno), insieme all’inseparabile amico Diomede La lingua di fuoco da cui sono avvolti ricorda la biforcuta lingua del serpente, l’ingannatore per eccellenza (analogia)

35 Ulisse (canto XXVI) 87 90 93 Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando  pur come quella cui vento affatica;  indi la cima qua e là menando,  come fosse la lingua che parlasse,  gittò voce di fuori, e disse: «Quando  mi diparti’ da Circe, che sottrasse  me più d’un anno là presso a Gaeta,  prima che sì Enea la nomasse, 

36 Ulisse (canto XXVI) 96 99 102 né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore  lo qual dovea Penelopé far lieta,  vincer potero dentro a me l’ardore  ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,  e de li vizi umani e del valore;  ma misi me per l’alto mare aperto  sol con un legno e con quella compagna  picciola da la qual non fui diserto.   

37 Ulisse (canto XXVI) 105 108 111 L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,  fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,  e l’altre che quel mare intorno bagna.  Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi  quando venimmo a quella foce stretta  dov’Ercule segnò li suoi riguardi,  acciò che l’uom più oltre non si metta:  da la man destra mi lasciai Sibilia,  da l’altra già m’avea lasciata Setta.   

38 Ulisse (canto XXVI) 114 117 120 "O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,  a questa tanto picciola vigilia  d’i nostri sensi ch’è del rimanente,  non vogliate negar l’esperienza,  di retro al sol, del mondo sanza gente.  Considerate la vostra semenza:  fatti non foste a viver come bruti,  ma per seguir virtute e canoscenza".   

39 Ulisse (canto XXVI) 123 126 129 Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,  che a pena poscia li avrei ritenuti;  e volta nostra poppa nel mattino,  de’ remi facemmo ali al folle volo,  sempre acquistando dal lato mancino.  Tutte le stelle già de l’altro polo  vedea la notte e ’l nostro tanto basso,  che non surgea fuor del marin suolo. 

40 Ulisse (canto XXVI) 132 135 138 Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,  poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,  quando n’apparve una montagna, bruna  per la distanza, e parvemi alta tanto  quanto veduta non avea alcuna.  Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,  ché de la nova terra un turbo nacque,  e percosse del legno il primo canto.   

41 Ulisse (canto XXVI) 141 Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso  e la prora ire in giù, com’altrui piacque,  infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».  

42 Ulisse e il “folle volo” (canto XXVI)

43 Lucifero (canto XXXIV)

44 Lucifero (canto XXXIV)
30 33 36 Lo ’mperador del doloroso regno  da mezzo ’l petto uscìa fuor de la ghiaccia;  e più con un gigante io mi convegno,  che i giganti non fan con le sue braccia:  vedi oggimai quant’esser dee quel tutto  ch’a così fatta parte si confaccia.  S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,  e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,  ben dee da lui proceder ogne lutto. 

45 Lucifero (canto XXXIV)
39 42 45 Oh quanto parve a me gran maraviglia  quand’io vidi tre facce a la sua testa!  L’una dinanzi, e quella era vermiglia;  l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa  sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,  e sé giugnieno al loco de la cresta:  e la destra parea tra bianca e gialla;  la sinistra a vedere era tal, quali  vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. 

46 Lucifero (canto XXXIV)
48 51 54 Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,  quanto si convenia a tanto uccello:  vele di mar non vid’io mai cotali.  Non avean penne, ma di vispistrello  era lor modo; e quelle svolazzava,  sì che tre venti si movean da ello:  quindi Cocito tutto s’aggelava.  Con sei occhi piangea, e per tre menti  gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.  

47 Lucifero (canto XXXIV)
57 60 Da ogne bocca dirompea co’ denti  un peccatore, a guisa di maciulla,  sì che tre ne facea così dolenti.  A quel dinanzi il mordere era nulla  verso ’l graffiar, che talvolta la schiena  rimanea de la pelle tutta brulla.   

48 Il contrappasso Lucifero, un tempo l’angelo più vicino a Dio e l’essere più bello del Creato, ora è orribile e si trova nel luogo più lontano dal Cielo di tutto l’Universo dantesco (contrasto) A sua volta è punizione per i sommi traditori: Bruto e Cassio, traditori della massima autorità politica (Giulio Cesare, primo imperatore di Roma), e Giuda, traditore di Gesù

49 Lucifero


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