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Amore e morte nei classici latini.

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Presentazione sul tema: "Amore e morte nei classici latini."— Transcript della presentazione:

1 Amore e morte nei classici latini.
Percorso interdisciplinare sui miti di Orfeo ed Euridice, Piramo e Tisbe, Narciso ed Eco, A cura della prof. ssa Nella Di Carli

2 Introduzione al percorso
La morale tradizionale romana guardava con sospetto all’amore come passione totalizzante ed esclusiva che legava l’uomo ad una donna. Il latino non ha neppure un termine per indicare l’amore come passione (il più vicino, da Lucrezio a Catullo a Cicerone fino a Virgilio è il termine : “furor”). La passione è un elemento destabilizzante dell’ordine sociale perché privilegia l’individuo rispetto alla collettività, rovesciando la gerarchia dei valori tradizionali. Così era stato per Catullo, allorchè ,abbandonata la sua nativa Verona, si era immerso con tutto l’ardore nei circoli frequentati dalla jeunesse doreè dove aveva incontrato Lesbia, l’amore della sua vita, l’unica vera ragione di vita. Un amore anticonvenzionale il suo, dove il sentimento amoroso, nella sua richiesta di corresponsione, di una possibilità stabilità, tende a trasformarsi in pietas, assumendo i connotati di un sacro foedus. Ben diversamente l’amore viene visto da Virgilio( a.C.) Esso sia nelle Bucoliche che nelle Georgiche fino all’Eneide, si presenta contrassegnato dall’infelicità, in grado di travolgere uomini e bestie. Nel tranquillo paesaggio dell’Arcadia, l’amore sconvolge la serena pace dei mandriani fino a condurre all’exitium , come avviene nell’Egloga VIII, dove in una climax negativa, il pastore giunge al suicidio. Amore che nelle Bucoliche si contrappone all’ “otium” , all’atarassia epicurea. L’amore come passione insanabile e irrinunciabile , che sfocia nell’annientamento di sé , si ripropone , attraverso il personaggio di Didone , nel IV libro dell’Eneide in cui si contrappone alla “pietas” di Enea , ossia alla capacità di sacrificare il piacere al dovere , il bene personale al bene collettivo, al “fatum”. L’amore di Didone, con le sue pretese totalizzanti ed esclusive, volto al possesso dell’amato, costituisce un ostacolo alla realizzazione del fato , e costituisce l’antitesi della “pietas”. In Ovidio, quel sentimento in grado di suscitare turbamenti emotivi, fonte di sofferenza e di dolore, ragione di vita in poti come Catullo, diviene nelle Metamorfosi oggetto di narrazione, proposto in un’infinita modulazione di temi: dalla passione, alla malattia, dall’incantamento alla dedizione generosa e alla fedeltà coniugale. Ma Ovidio sa anche raggiungere la profondità del sentimento amoroso quando ne ripercorre la scaturigine ultima con, sensibilità inquieta e tormentata. L’espediente delle metamorfosi drammaticamente testimonia l’esito tormentato di una passione che solo nel mutamento finale, nella trasformazione in altro da sé, trova la sua possibile conciliazione. Abbiamo scelto di presentare, con testi, commenti, riferimenti iconografici, alcuni tra i miti più celebri della letteratura latina, fonti di ispirazione per pittori, scultori, musicisti, scrittori di epoche diverse, nella convinzione che i classici latini sono ancora in grado di parlare alle menti e ai cuori delle giovani generazioni, suggerendo pensieri alti ed elevati, in grado di salvarle dalla mediocrità nella quale spesso sono immerse.

3 Il mito di Orfeo ed Euridice nelle Georgiche di Virgilio. Commento.
La sezione finale del IV libro delle Georgiche, l’epillio di Orfeo e di Euridice, oltre a costituire il congedo definitivo del poeta mantovano dall’elegia amorosa di stampo ellenistico, fa intravedere in filigrana la particolare visione dell’amore mutuata dalla sua formazione epicurea e l’adesione alla politica augustea. Il tema, apparentemente disimpegnato dell’amore infelice, nato da una trasgressione agli ordini divini, serve, nella sua negatività esemplare, a confermare l’ordine politico- morale instaurato da Augusto, fondato sul rispetto della legge. Abbiamo scelto di esaminare l’ultima parte dell’epillio dove viene evidenziato il tema dell’amore trasgressivo e infelice che si contrappone al tema della lex. L’amore come “furor” si contrappone infatti tematicamente al motivo della “lex” (v . 487). La “lex” richiama il successivo “foedera” del v. 493 , il patto stipulato tra Orfeo e le divinità degli Inferi che prevedeva , come condizione per far ritornare Euridice alle soglie della luce, che il cantore non si voltasse indietro per rivedere l’amata .

4 Introduzione al percorso (il lessico amoroso di Virgilio)
L’amore nel quarto libro delle Georgiche, si presenta dunque come “furor” (v. 495) , follia rovinosa, letale, passione totalizzante, che acceca Orfeo, come precedentemente aveva ottenebrato la mente del pastore Aristeo, che in preda alla libidine aveva inseguito Euridice , provocandone la morte a causa del morso di un serpente e come successivamente avverrà allo stesso Orfeo, vittima della follia omicida delle donne della Tracia , che ne smembrano il corpo a causa del suo insistente rifiuto. Il termine “furor” è da accostare ad altri lessemi negativi afferenti al tema dell’amore , ricorrenti nel corpus delle opere virgiliane: “error”, “exitium“ , “insania”. Il “furor” amoroso che colpisce indifferentemente bestie ed uomini è del resto il protagonista incontrastato del III libro delle Georgiche , v. 242: “Omne adeo genus in terris hominumque ferarumque Et genus aequoreum, pecudes pictaeque volucres, In furias ignemque ruunt : amor omnibus idem”. ( “A tal punto ogni specie terrestre di uomini e fiere /e la razza acquatica e gli armenti e i colorati uccelli/ precipitano nella follia e nel fuoco :amore è uguale per tutti” ) . Precedentemente il “furor” di Orfeo era stato connotato come “dementia” dall’autore (v. 488). Il termine “dementia” nelle Bucoliche era stato utilizzato nella VI Bucolica a proposita dell’amore innaturale di Pasifae per il giovane torello (VI , 47) e nella II Bucolica riferito all’amore di Coridone (II , 69) . Nell’Eneide di Virgilio , poi la ricorsività della famiglia di furor ha 7 richiami, per connotare l’amore della regina , tipico esempio di femminilità scatenata ed incontrollata. Ma anche gli aggettivi usati per connotare l’amore di Orfeo per Euridice contengono sfumature negative . Nell’epillio Orfeo è “incautus” (v.488) , “ immemor” ( v. 490) . In Ovidio l’eros,quel sentimento in grado di suscitare turbamenti emotivi , fonte di sofferenza e di dolore, ragione di vita in poeti come Catullo, diviene nelle Metamorfosi oggetto di una narrazione leggera, nella sua molteplicità di modulazioni: dalla passione malattia, all’incantamento, alla dedizione generosa, alla fedeltà coniugale, il vasto repertorio dell’amore si snoda in un ritmo cangiante e mutevole. Si tratta soprattutto in prevalenza di amori fatti soprattutto di sensazioni, di attrazioni per le forme , più che di turbamenti dell’anima. Ma il mito ovidiano non è solo legato a forme e superfici. Ovidio raggiunge la profondità del sentimento, laddove sa cogliere , con sensibilità inquieta e tormentata, l’impossibiltà di vivere l’amore in condizioni normali. L’espediente della metamorfosi drammaticamente testimonia l’esito tormentato di una passione che solo nel mutamento, nella trasformazione in altro da sé, trova la sua possibile conciliazione, il suo riscatto finale.

5 Orfeo ed Euridice in Ovidio. Differenze rispetto a Virgilio
In Ovidio ( Met. X , vv ), la vicenda di Euridice, fin da subito acquista carattere drammatico, perché già la cerimonia del matrimonio si colloca sotto cattivi auspici : la fiaccola dell’imeneo non riuscì a prendere fuoco ma stridette. La morte di Euridice avviene , dunque , subito dopo il matrimonio. In Ovidio, rispetto a Virgilio, viene esplicitato il contenuto della “lex” , della condizione che avrebbe potuto riportare in vita Euridice , quella cioè di non volgere indietro lo sguardo , finchè non fosse uscito dalla vallata dell’Averno (v. 50). In Ovidio , poi, rispetto a Virgilio, la trasgressione d’amore di cui è protagonista Orfeo, non suscita i rimproveri di Euridice, ben consapevole (come del resto Ovidio) della forza dell’amore per cui “Amor vicit” (v. 25). Ma la differenza principale è che Ovidio mette in bocca ad Orfeo un lungo discorso , per convincere le divinità dell’Ade a concedere il ritorno alla vita di Euridice . Nel suo lungo discorso, ricco di figure retoriche, soprattutto anafore e antitesi , Orfeo disegna la tragicità della vita umana , in totale potere delle divinità degli inferi . Egli chiede solo un attimo di felicità , chiede l’ “usum” che si contrappone tematicamente ai “longissima regna” del mondo dei morti . Ad Orfeo (ed anche ad Ovidio) il mondo degli Inferi popolato di pallide ombre, il mondo dell’eternità con le sue leggi immutabili e ordinate non interessa . Si tratta infatti di un mondo incorporeo, privo di concretezza , di storicità . Ad esso si contrappone il mondo della vita della passione che qui non è rinnegata ma , anzi , riaffermata, rispetto a Virgilio . .

6 Ovidio ed il mito di Piramo e Tisbe. Commento
Al tema dell’amore e morte appartiene la storia di Piramo e Tisbe ( Met . IV , ) narrata nel IV libro delle Metamorfosi . La storia è propriamente un αίτιον , un racconto che serve a spiegare il diverso colore dei frutti del gelso che, dapprima bianchi, una volta giunti a piena maturazione assumono un colore talmente cupo da sembrare neri. La vicenda presenta gli elementi caratteristici degli “ερωτκά παθήματα” ( “le sofferenze amorose” o “storie d’amore”) , genere introdotto a Roma dal poeta Partenio di Nicea , giunto a Roma dopo le guerre mitridatiche e divenuto amico di Virgilio e Gallo. Nella storia infelice di Piramo e Tisbe , Ovidio mantiene molti elementi tipici di questo particolare genere letterario : il tema dell’amore contrastato , l’accanirsi della sorte contro i due sfortunati giovani , la simbolica unione delle loro ceneri dopo la morte. Nella vicenda di Piramo e Tisbe si intrecciano , dunque , diversi motivi e generi : il motivo dell’elegia, quello della tragedia e del πάθος tragico, quello finale dell’αίτιον , il tutto inserito in una struttura a cornice , dal tono fiabesco, dove il narratore di primo grado (Ovidio) , cede la parola ad un narratore di secondo grado, costituto da alcune sorelle di Orcomèno, di professione filatrici , le quali per alleviare le fatiche del lavoro , in un momento di pausa, decidono di narrare un mito poco conosciuto , che consente ad Ovidio di esibire la propria erudizione.

7 Ovidio ed il mito di Narciso ed Eco.
Una storia di amore , struggimento e morte è pure quella narrata da Ovidio nel III libro delle Metamorfosi , che ha come protagonisti Narciso ed Eco : anche qui ci troviamo di fronte a due mondi tra loro impenetrabili e per molti tratti contrapposti : la presa di coscienza di sé , ribaltando il precetto delfico del “conosci te stesso” , rappresenta per Narciso l’origine della sua rovina . Di lui rimarrà una labile traccia nel fiore del narciso che etimologicamente rinvia al ναρκός , al sonno , all’oblio . Narciso è identità pura che , scissa , tenta inutilmente di possedersi, ma con esiti fallimentari che producono frustrazione, la presa di coscienza della propria povertà,l’ assenza della pienezza. Paradossalmente , migliore sarebbe la condizione di distanza dall’oggetto del desiderio , meglio non averlo in sé , meglio fuggire dal proprio corpo ( vv ) . Narciso , dunque , è condannato a struggersi fino alla morte per il mancato possesso di quel sé medesimo che gli sfugge e che al contempo gli è compenetrato , tanto da rappresentare l’essere amato e al contempo il soggetto amante . La dimensione visiva , l’ “imago visus” , di cui Narciso è emblema e di cui si bea , non si sostanzia del l possesso e dell’appagamento amoroso ma è essa stessa motivo di sofferenza profonda , generatrice di consunzione e di morte . Diversamente , Eco incarna la pura alterità che insegue vanamente la mera identità che le sfugge . Soffre e si consuma per amore sino a divenire “flatus vocis” . Non c’è possibilità di compenetrazione o incontro tra due entità così diverse , eppure così parimenti insoddisfatte . L’unico elemento comune è il progressivo disfacimento e la frustrazione profonda che le caratterizza . Ne deriva , attraverso la vena poetica ovidiana , un corrispondersi di effetti fonici e visivi , una serie di rimandi verbali , mentre tutto si dissolve e si risolve nel gioco incessante delle trasformazioni .

8 IL MITO DI ORFEO E DI EURIDICE. Riassunto e commento.
Il poeta latino Ovidio nelle sue Metamorfosi, monumentale opera nella quale narra in versi molti miti greco-romani, ci parla della vicenda di Orfeo ed Euridice. Orfeo era, secondo la mitologia, poeta e musico di eccezionale talento, figlio del dio Apollo (secondo altri di Eagro) e della musa Calliope. Quando suonava la lira incantava non solo gli uomini, ma anche gli animali e la natura in genere. Euridice era la sua giovane e bellissima sposa, che un giorno, correndo per sfuggire ad un tentativo di violenza da parte del pastore Aristeo, inavvertitamente mise il piede sopra un serpente velenoso. Questo le diede un morso che per lei fu fatale. Euridice. infatti, morì e scese nell’Averno, ch’era per gli antichi il regno dei morti. Orfeo provò un dolore immenso per questo tragico evento e, non riuscendo a trovare consolazione, ebbe l’ardire di recarsi nell’Oltretomba per tentare di riportare in vita la sua dolcissima sposa. All’ingresso dell’Averno c’era il custode Cerbero, un cane con tre facce; esso, latrando fortemente, scoraggiava i morti che volessero uscire da quel regno e i vivi che volessero entrarvi. Non riuscì, comunque, ad impedire l’ingresso ad Orfeo perché questi, cantando accompagnandosi con la lira, seppe ammansirlo. Lo stesso fece Orfeo con altre creature sotterranee finché non giunse alla presenza di Plutone, re dell’Oltretomba, e della sua sposa Persefone (ovvero Proserpina, della quale abbiamo già parlato).

9 IL MITO DI ORFEO E DI EURIDICE(continua)
Quando vide che anch’essi erano incantati dalla dolcezza della sua voce e della sua musica, Orfeo chiese la restituzione di Euridice. Plutone acconsentì, a condizione che egli, precedendo la sposa nella via del ritorno, sapesse resistere alla tentazione di voltarsi indietro per guardarla. Orfeo accettò, convinto che fosse facile rispettare quella condizione. Tuttavia quando fu vicino alla luce del sole, un po’ per il timore che la sposa non lo seguisse più e un po’ per il forte desiderio di guardarla in viso, si voltò e in quel preciso istante una forza misteriosa risucchiò Euridice, che scomparve per sempre. A questo punto Ovidio fa questa riflessione: “Quella morì per la seconda volta, ma non ebbe ragione di lagnarsi del marito (e di che cosa poteva lagnarsi se non di essere stata amata molto?)”. Orfeo, dunque, continuò da solo il viaggio di ritorno senza essere riuscito a strappare all’Averno la sua diletta Euridice. Noi sappiamo che i miti, oltre ad essere avvincenti per se stessi, servono anche a spiegare certe verità. Qual é, dunque, il significato del mito di Orfeo ed Euridice? Esso intende convincere gli uomini, con immagini poetiche suggestive ed emozionanti, che quando si entra nel regno dei morti è impossibile ritornare nel mondo dei vivi. Il mito di Orfeo fu molto caro agli antichi, ne sono prova i numerosi reperti archeologici con la raffigurazione dei due protagonisti. Esso ha ispirato anche alcuni musicisti moderni, fra i quali il Monteverdi nel secolo XVII.

10 Testi:IL MITO DI ORFEO E DI EURIDICE IN VIRGILIO, IV GEORG. ,vv
Testi:IL MITO DI ORFEO E DI EURIDICE IN VIRGILIO, IV GEORG.,vv Euridice scompare per sempre. Iamque pedem referens casus evaserat omnes;               485 redditaque Eurydice superas veniebat ad auras, pone sequens, namque hanc dederat Proserpina legem, cum subita incautum dementia cepit amantem, ignoscenda quidem, scirent si ignoscere manes. Restitit Eurydicenque suam iam luce sub ipsa               490 immemor heu! victusque animi respexit. Ibi omnis effusus labor atque immitis rupta tyranni foedera, terque fragor stagnis auditus Avernis. Illa, Quis et me, inquit, miseram et te perdidit, Orpheu, quis tantus furor? En iterum crudelia retro               495 Fata vocant, conditque natantia lumina somnus. Iamque vale: feror ingenti circumdata nocte invalidasque tibi tendens, heu non tua, palmas! dixit et ex oculis subito, ceu fumus in auras commixtus tenues, fugit diversa, neque illum,               500 prensantem nequiquam umbras et multa volentem dicere, praeterea vidit, nec portitor Orci amplius obiectam passus transire paludem.

11 Traduzione,Georg.vv E già aveva oltrepassato tutte le difficoltà indietreggiando il passo, ed Euridice, ritornata procedeva verso il cielo superiore sequendolo dietro (e infatti Proserpina aveva dato questo comando, quando una improvvisa pazzia prese l'incauto amante, certamente da perdonare, se i Mani sapessero perdonare.Si fermò, e già sotto ai primi raggi immemore ahi! E vinto nell'animo, la sua Euridicesi volse a guardare. Qui tutta la fatica fu sciupata e i patti dell'aspro tiranno furono rotti, tre volte un rumore fu udito dal lago Averno. Ella disse: "Chi rovinò me misera e te, oh Orfeo, quale pazzia così grande? Ecco che di nuovo i crudeli fati mi chiamano indietro, e il sonno fa cessare le luci naviganti. E ormai addio: sono portata, circondata, dalla grande notte che mi ravvolge, ed impotenti a te stendendo, ahi! Non più tua le palme”. Disse e, giratasi, immeditamente si allontanò dagli occhi, come il tenue fumo misto nell'aria, e non vide lui che afferrava inutilmente le ombre e che voleva dire molte cose; nè il nocchiero dell'Orco accettò di fargli passare di nuovo l’opposta palude.

12 Georg. IV l. vv. 504-527. Traduzione
Che cosa potrebbe fare? dove si trascinerà, rapita la coniuge due volte (dopo che la coniuge fu rapita per due volte)? con quale lamento potrebbe commuovere i Mani, quali numi con la voce? Ella già navigava nella fredda barchetta stigia. Narrano che egli si lamentò di se stesso per sette interi mesi secondo l'ordine sotto una rupe di aria presso l'onda dello Strimone, e che ricordò queste sotto gli gelidi antri mentre placava le tigri e parlava alle querce con una poesia: come il dolente usignolo si lamenta sotto l'ombra del pioppo dei figli persi, che il duro aratoresottrasse quardando nel nido implume; ma ella piange la notte, sedendo sul ramo ricomincia il canto meraviglioso, e riempe largamente di mesti lameti i luoghi. Nessuna Venere, nessun canto nuziale piegò l'animo: da solo rischiara i ghiacci iperborei e il nevoso Tanai e le regioni mai prive dell'inverno rifeo, lamentandosi della rapita Euridice e dei doni strappati da Dite. Le madri disprezzate dei Ciconi cosparsero con quel regalo il giovane, fatto a pezzi attraverso gli spazi larghi, tra le cose sacre degli dei e nell'orgia notturna di Bacco. Allora,anche mentre Eagro Ebro volgeva il capo divelto dalla marmorea cervice, mentre lo portava nel mezzo dei gorghi, la stessa voce e la fredda lingua chiamavano Euridice, ah! misera Euridice: su tutto il fiume le rive riferivano "Euridice".

13 IL MITO DI ORFEO ED EURIDICE IN OVIDIO. Traduzione italiana
Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo per l’etere infinito, dirigendosi verso la terra dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano. Invano, sì, perché il dio venne, ma senza le parole di rito, senza letizia in volto, senza presagi propizi. Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo, provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme. Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa, mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente. A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti, non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro: tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse alla presenza di Persefone e del signore che regge lo squallido regno dei morti. Intonando al canto le corde della lira, così disse: «O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi, dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire, se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole, irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa. Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato, in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso. Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato: ha vinto Amore! Lassù, sulla terra, è un dio ben noto questo; se lo sia anche qui, non so, ma almeno io lo spero: se non è inventata la novella di quell’antico rapimento, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno, vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice! Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra, presto o tardi tutti precipitiamo in quest’unico luogo. Qui tutti noi siamo diretti; questa è l’ultima dimora, e qui sugli esseri umani il vostro dominio non avrà mai fine. Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono. Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo: io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete!».

14 Il mito di Orfeo e di Euridice. Traduzione italiana (continua).
Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira, le anime esangui piangevano; Tantalo tralasciò d’afferrare l’acqua che gli sfuggiva, la ruota d’Issìone s’arrestò stupita, gli avvoltoi più non rosero il fegato a Tizio, deposero l’urna le nipoti di Belo e tu, Sisifo, sedesti sul tuo macigno. Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta si bagnassero allora di lacrime le guance. Né ebbero cuore, regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera, e chiamarono Euridice. Tra le ombre appena giunte si trovava, e venne avanti con passo reso lento dalla ferita. Orfeo del Ròdope, prendendola per mano, ricevette l’ordine di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito dalle valli dell’Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono. In un silenzio di tomba s’inerpicano su per un sentiero scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile. E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno; cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata, ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente. Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?); per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva. Rimase impietrito Orfeo per la doppia morte della moglie, così come colui che fu terrorizzato nel vedere Cerbero con la testa di mezzo incatenata, e il cui terrore non cessò finché dall’avita natura il suo corpo non fu mutato in pietra; o come Oleno che si addossò la colpa e volle passare per reo; o te, sventurata Letea, troppo innamorata della tua bellezza: cuori indivisi un tempo nell’amore, ora soltanto rocce che si ergono tra i ruscelli dell’Ida. Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un’altra volta: il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni rimase lì accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere: dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo. Poi, dopo aver maledetto la crudeltà dei numi dell’Averno, si ritirò sull’alto Ròdope e sull’Emo battuto dai venti.

15 IL LESSICO AMOROSO IN VIRGILIO
Le scelte lessicali di Virgilio, come abbiamo detto, tanto nelle determinazioni sostantivali che negli aggettivi, manifestano una concezione negativa, pessimistica dell’amore. L’amore si presenta infatti come “furor” (v. 495), follia rovinosa, letale, passione totalizzante, che acceca Orfeo, come precedentemente aveva ottenebrato la mente del pastore Aristeo, che in preda alla libidine aveva inseguito Proserpina, provocandone la morte a causa del morso di un serpente e come successivamente avverrà allo stesso Orfeo, vittima della follia omicida delle donne della Tracia, che ne smembrano il corpo a causa del suo insistente rifiuto .i termini: furor error,exitium, si dispongono nell’opera secondo un climax ascendente dove l’exitium è la conseguenza dell’amore come furor (follia)

16 UN’INTERPRETAZIONE DEL MITO DI ORFEO ED EURIDICE
L’amore come furor si contrappone tematicamente al motivo della lex (vv.487). La lex richiama il successivo foedera del vv. 493 , il patto stipulato tra Orfeo e le divinità degli Inferi che prevedeva come condizione per far ritornare Euridice alle soglie della luce, che il cantore non si voltasse indietro per rivedere l’amata. Come è stato notato,ر* il patto stabilito tra Orfeo e le divinità infernali conteneva però una clausola che non poteva non essere violata, era un patto non equo tutto a sfavore di Orfeo, che serviva alle divinità infernali per confermare la legge che vige nel mondo dell’Ade: la morte non si può trasformare nel suo contrario, nella vita,gli opposti sono senza conciliazione. Nella sua passione totalizzante, accecante per un singolo individuo, Orfeo rischiava di mettere in crisi il ferreo ordine del mondo degli Inferi, come le guerre civili, le spinte individualistiche sorte nell’età cesariana, rischiavano di mettere in crisi il buon ordine stabilito da Augusto. Ma del resto la passione di Orfeo nella sua irrazionalità aveva una ragione: non si può amare chi non si conosce, chi non si vede,di qui il desiderio di Orfeo di voler respicere (dove il verbo significa :”guardare con intensità, prendendosi cura dell’altro”) l’amata, un desiderio da perdonare, se le divinità degli Inferi, conquistate all’apatheia stoicheggiante di Augusto, avessero saputo perdonare”. *Curi,

17 ETIMOLOGIA LEX Dalla radice i. e. legh,da cui l’ant. nord ted. lög = ant. sass. lag. (inglese law), “porre, giacere” che darebbe al termine il senso di legge positiva, stabilita. Secondo altri si ricollega al verbo lat. legere (greco legein) IMPERIUM I lessici etimologici, tra i quali l’Ernout Meillet , accettano la comune etimologia che imperium derivi da in e paro; paro significa: “ preparo, procuro, apparecchio” e impero significherebbe: “faccio preparativi perché si compia qualcosa”. In imperare sarebbe implicito il senso di comandare. PRAECEPTUM Dal latino, prae e capere, “prendere”, norma relativa al comportamento di un’autorità riconosciuta. JUS E’ la voce sincopata derivata da jussum = comando, ordine, regola prescritta, ordine imperioso, da cui anche il termine justitia.

18 IL MITO DI PIRAMO E TISBE.Riassunto..
Piramo e Tisbe, due fanciulli babilonesi, abitano in due case contigue; grazie alla vicinanza si conoscono e col tempo nasce l’amore. Si sarebbero uniti in legittime nozze, se non l’avessero impedito i genitori, ma il loro amore cresceva sempre più. Non si confidano con nessuno e si parlano con cenni e gesti. Il muro comune alle due case è solcato da una sottile fessura, la quale si era formata al tempo in cui era stato costruito. La crepa viene così usata dagli innamorati per parlarsi e sussurrarsi dolci parole. Restando divisi, una sera si salutano e ciascuno dà alla sua parte del muro dei baci che non arrivano di là. L’indomani tornano tutti e due al solito posto. Allora, dopo essersi a lungo lamentati, stabiliscono di eludere la vigilanza e di tentar di uscire di casa nel silenzio della notte, e una volta fuori, di lasciare anche l’abitato e incontrarsi al sepolcro del re Nino e nascondersi al buio sotto l’albero. C’è lì infatti un albero tutto carico di bacche bianche come neve, e un alto gelso sull’orlo di una freschissima fonte. Rimangono d’accordo così. Di soppiatto, aperta con cautela la porta, Tisbe esce nelle tenebre senza farsi sentire dai suoi, e col volto velato arriva al sepolcro e si siede sotto l’albero prestabilito. Quand’ecco che una leonessa, che aveva appena fatto strage di buoi, giunge con la schiuma alla bocca e il muso intriso di sangue a dissetarsi alla fonte lì accanto. Tisbe di Babilonia la vede al chiarore della luna, e con piede trepidante corre a rifugiarsi in una grotta oscura, ma mentre fuggiva il velo le scivola dalle spalle. La leonessa, sedata la sete, stava tornando nel bosco, quando per caso trova il delicato velo abbandonato, e lo straccia con le fauci insanguinate. Piramo, uscito più tardi, scorge nell’alta polvere le orme inconfondibili di una belva e impallidisce dalla paura. Quando poi trova anche la veste macchiata di sangue piange la morte della sua amata e invoca anche per se stesso la morte, essendo causa della tragedia dell’amata. Raccolti i brandelli del velo di Tisbe, li porta ai piedi dell’albero convenuto e si conficca il pugnale nel ventre. Morente, lo ritrae dalla gorgogliante ferita e cade a terra supino. Il sangue schizza in alto e i frutti della pianta, spruzzati di sangue, divengono scuri; la radice inzuppata continua a tingere di rosso cupo i grappoli di bacche. Nel frattempo Tisbe ritorna al luogo stabilito e cerca il giovane innamorato. Ritrova e riconosce la forma della pianta, ma il colore dei frutti la fa restare incerta. Mentre è in dubbio, vede un corpo agonizzante a terra, in una pozza di sangue, e rabbrividisce. Riconosciuto il suo amore, si batte le braccia, si straccia i capelli, abbraccia il corpo amato e bacia il suo gelido volto. Piramo alza per un attimo gli occhi e li richiude. Tisbe riconobbe il suo velo e, preso il pugnale di Piramo, si uccide. Prima di morire però rivolge ai genitori di entrambi una preghiera: di restare uniti nella morte in un unico sepolcro, mentre all’albero di serbare il ricordo di questa tragedia e in segno di lutto di conservare dei suoi frutti il colore scuro. Puntandosi il pugnale sotto il petto, si curva sulla lama che ancora era calda di sangue. Per questo il colore delle bacche, quando sono mature, è nero, e ciò che è avanzato dal rogo riposa in un’unica urna.

19 Il mito di Piramo e Tisbe in Ovidio, MET.IV,135-165
Percutit indignos claro plangore lacertos, et laniata comas amplexaque corpus amatum 140vulnera supplevit lacrimis fletumque cruori miscuit+ et gelidis in vultibus oscula figens ‘Pyrame’ clamavit ‘quis te mihi casus ademit? Pyrame, responde: tua te carissima Thisbe nominat: exaudi vultusque attolle iacentes!’ 145Ad nomen Thisbes oculos iam morte gravatos Pyramus erexit, visaque recondidit illa. Quae postquam vestemque suam cognovit et ense vidit ebur vacuum, ‘tua te manus’ inquit ‘amorque perdidit, infelix. Est et mihi fortis in unum hoc manus, est et amor: dabit hic in vulnera vires. Persequar exstinctum letique miserrima dicar causa comesque tui; quique a me morte revelli heu sola poteras, poteris nec morte revelli.

20 Traduzione di Met. IV, Si colpì con acute grida le braccia innocenti E, strappatasi i capelli, abbracciando il corpo amato Riempì le sue ferite di lacrime e mescolò il pianto Al sangue ; e imprimendo baci sul volto ormai freddo, gridò:”Piramo, quale sventura ti ha tolto a me? Piramo rispondimi ! La tua carissima Tisbe Ti chiama; ascoltami e solleva il capo giacente! Al nome di Tisbe , Piramo sollevò gli occhi Appesantiti dalla morte e li richiuse, dopo averla vista. Dopo che ella ebbe riconosciuta la propria veste e Scorto Il fodero d’avorio vuoto della spada, disse : “La tua mano e il tuo amore Ti hanno ucciso, infelice! Ma anch’io ho una mano forte Per questa sola impresa e ho anche l’amore: esso mi Darà la forza per colpirmi. Ti seguirò nella morte e sarò detta infelicissima causa e compagna della tua fine; ahimè, tu che potevi essermi strappato solo dalla morte, neppure dalla morte potrai essermi strappato.”

21 LE FIGURE RETORICHE :LE ALLITTERAZIONI E I POLIPTOTI
Tua te manus , inquit, amorque perdidit, infelix”.(alliterazione) Quique a me morte revelli Heu sola poteras, poteris nec morte revelli( poliptoto presente nel verbo : possum unitamente all’antitesi tra cola simmetrici)

22 PIRAMO E TISBE Il mito di Piramo e Tisbe nell’Arte

23 Il mito di Piramo e Tisbe nell’arte
IMMAGINI

24 La fortuna del mito di Piramo e Tisbe. Fonti CLASSICHE
Bibliografia Tisfc01 Senofonte, Anabasi, I, 4 Tisfc02 Strabone, Geografia, V Tisfc03 Ovidio, Metamorfosi, IV, vv Tisfc04 Igino, Fabulae, 142, 143 Tisfc05 Pseudo-Clemente, Recognitiones, X, 26 Tisfc06 Himerio di Bitinia, Orationes, IX Tisfc07 Temistio di Bitinia, Discorsi, XI Tisfc08 Anthologia Latina sive Poesis Latinae Supplementum, I, 73 Tisfc09 Anthologia Latina, I, 2, 117 Tisfc10 Agostino Aurelio, De Ordine, 3, 8; 8, 21; 63 Tisfc11 Servio, Servi Grammatici qui feruntur in Vergilii Bucolica et Georgica commentari, VI, 22 Tisfc12 Nikolaos di Myra, Progymnasmata Tisfc13 Nonno di Panopoli, Le Dionisiache, VI, vv ; XII, vv Tisfc14 Lattanzio Placido, Lactantii Placidi qui dicitur narrationes fabularum ovidianarum, liber IV, fab. III

25 La fortuna di Piramo e Tisbe nelle fonti medioevali
Tisfm01Arnolfo d’Orleans, Allegoriae super Ovidii Metamorphosen, IV, 4Tisfm02Giovanni di Garlandia, Integumenta Ovidii, vv Tisfm03Matteo di Vendôme, Piramus et TisbeTisfm04Gervasio di Melkley, Piramus et TisbéTisfm05Gesta Romanorum, 231, 35 Tisfm06Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, XXVII, vv ; Purgatorio, XXXIII, v. 69 Tisfm07Giovanni del Virgilio, Allegoriae Librorum Ovidii Metamorphoseos, IV Tisfm08Piramus et Tisbé, Ms R (Rouen, Bibliothèque municipale 1044, folios 91r-96v, vv Tisfm09Giovanni Boccaccio, Filocolo, II, 9.4 Tisfm10Petrus Berchorius, Ovidius Moralizatus, IV, fo. xxxvi Tisfm11Francesco Petrarca, Africa, VI, vv Tisfm12Giovanni Boccaccio, Amorosa Visione, XXI, vv Tisfm13Giovanni Boccaccio, Elegia di Madonna Fiammetta, VIIITisfm14Francesco Petrarca, Rime disperse, sonetto XVII Tisfm15Francesco Petrarca, Trionfo dell’Amore, III, vv Tisfm16Giovanni Boccaccio, De mulieribus claris, XIII Tisfm17Giovanni dei Bonsignori, Ovidio Metamorphoseos Vulgare, IV, cap. III, IV, V, VI, VII Tisfm18Geoffrey Chaucer, The Legend of Thisbe of Babylon in The Legend of Good Women, vv Tisfm19John Gower, Confessio Amantis, III, vv Tisfm20Christine de Pisan, Epistre d’Othéa, 38 Tisfm21Christine de Pisan, La Città delle Dame, libro II, fol. lvijTisfm22Ovide Moralisé en prose, texte du quinzième siècle, IVTisfm23Bible des Poètes, ed. A. Verard, 1493

26 LA FORTUNA DEL MITO DI PIRAMO E TISBE NELLE FONTI RINASCIMENTALI
sigla di riferimentoriferimento bibliograficoTisfr01Raffaello Regio, Metamorphoseon Pub. Ovidii Nasonis libri XV, IV, 3Tisfr02Niccolò degli Agostini, Tutti li libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral in verso vulgar con le sue allegorie in prosa, IV, fol. 34, 35, 36Tisfr03Lodovico Dolce, Le Trasformazioni, canto VIIITisfr04Vincenzo Cartari, Imagini degli dei degli antichi, cap. XIVTisfr05La Métamorphose d’Ovide figuréeTisfr06Gabriele Simeoni, Metamorfoseo d’Ovidio figurato & abbreviato in forma d’Epigrammi, IV, f. 62, 63Tisfr07Giovanni Andrea dell’Anguillara, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell’Anguillara in ottava rima, IVTisfr08Giuseppe Orologgi, Annotazioni a Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell’Anguillara in ottava rima, IVTisfr09Johannes Spreng, Metamorphoses Ovidii, Argumentis quidem soluta oratione, Enarrationibus autem & Allegorijis Elegiaco Versu accuratissime expositae, IV, 47Tisfr10Johan. Posthii Gemershemii, Tetrasticha in Ovidii Metam.lib.XV Quibus accesserunt Vergilij Solis figurae elegantiss. Et iam primum in lucem editaeTisfr11William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, atto V, scena 1Tisfr12Luis Gòngora y Argote, La Fabula de Piramo y TisbeTisfr13Isaac de Benserade, Metamorphoses en Rondeaux, G.2

27 IL MITO DI ECO E DI NARCISO,OVIDIO, MET.III

28 Il DRAMMA DINARCISO IN QUATTRO ATTI
1) La fonte che genera inganno:”C’era una fonte limpida, argentata per le acque trasparenti che né i pastori, né le caprette pascolate sul monte o altro bestiame avevano toccato , che nessun uccello né bestia selvatica aveva turbato, né ramo caduto dall’albero. C’era intorno dell’erba che un vicino corso d’acqua alimentava e una selva che non avrebbe permesso che il luogo si intiepidisse per alcun sole. Qui il fanciullo stanco e per il desiderio di cacciare e per il caldo, cadde a terra attratto dalla bellezza del luogo e della fonte”.(vv ) 2) Il rovesciamento del mito di Edipo, quando la conoscenza di sé genera la non conoscenza: “ Da solo si estasia di sé e non sa più staccarsi, immobile con la stessa espressione come una statua tratta dal marmo pario. Quante volte ha dato baci inutili alla fonte! Quante volte ha immerso nelle acque le braccia per afferrare il collo visto e non si cattura! Non sa che cosa vede ; ma viene infiammato da ciò che vede e l’errore stesso che trae in inganno ed eccita gli occhi.Nè la preoccupazione del cibo, né la preoccupazione del riposo lo possono sottrarre da lì, ma sdraiato sull’erba folta guarda con occhio mai sazio la bellezza ingannevole e lui stesso si rovina attraverso i suoi occhi, e dopo essersi un po’ sollevato, tendendo le sue braccia alle selve circostanti disse:”Chiunque tu sia , esci di qui. Perché mi inganni fanciullo senza pari? Dove te ne vai ogni volta che sei ricercato? Certo né la bellezza, né la mia età sono tali da doversi evitare, mi amarono anche le ninfe. Non so quale speranza mi prometti con volto amico e perciò quando ho teso verso te le braccia, tu me le hai porte di nuovo, quando ho riso, tu hai riso. Spesso anche ho notato le lacrime e al cenno tu rimandi dei cenni e da quanto arguisco dal tuo bel viso, tu riporti le parole che non giungono al nostro orecchio” (vv )

29 IL DRAMMA DI NARCISO IN QUATTRO ATTI (CONTINUA)
3) La consapevolezza dell’inganno : “Sono io codesto! L’ho capito e non mi inganna l’immagine. Sono infiammato dal’amore per me , muovo e produco le fiamme della passione! Che cosa dovrei fare? Dovrei essere richiesto o devo essere io a richiedere? Che cosa chiederò? Ciò che desidero è con me . L’abbondanza mi fece povero . Oh potessi separarmi dal mio corpo!....(vv ) Disse e fuori di sé ritornò alla stessa visione e con le lacrime turbò le acque e dopo che fu mosso lo specchio d’acqua, fu restituita la forma torbida. Avendo visto quella sparire disse: Dove fuggi? Rimani e non abbandonarmi o crudele amante! Mi sia lecito di vedere ciò che non si può toccare e offrire esca all’infelice furor (vv ).La morte di Narciso e la sua metamorfosi. E né ormai il rosso mescolato al bianco ha colore, né il vigore e le forze che un tempo piacevano ad Eco, né il corpo rimane che un tempo Eco aveva amato. Quella tuttavia quando lo vide adirata e memore, si addolorò e quante volte l’infelice fanciullo aveva detto:” Ahimè “, questa ripeteva con voci risonanti, “Ahimè”. E quando quello aveva percosso con le sue mani le braccia, questa anche gli rimandava il medesimo suono del colpo rumoroso.L’ultima voce che guardava verso la solita acqua fu questa:”Addio , o caro fanciullo!”E altrettanti voci rimandò il luogo edetto:”Addio”,, “Addio”, rispose Eco. Quello nascose lo stanco capo nell’erba verde e la notte chiuse gli occhi che fissavano la bellezza del signore. Ed anche allora, dopo che fu accolto nelle sedi degli inferi guardava la sua immagine nella palude Stigia . Piansero le sorelle Naiadi, tagliarono i loro capelli e li deposero davanti al fratello in segno di lutto, piansero le Driadi, Eco risponde al suono dei colpi e già preparavano il rogo, il feretro e scuotevano quelle fiaccole: in nessuna parte c’era il corpo. Al posto del corpo trovano un fiore di colore giallo ,con foglie bianche che lo cingono tutt’intorno

30 .Testo.Metamorfosi, III, 375-401
o quotiens voluit blandis accedere dictis et mollis adhibere preces! natura repugnat nec sinit, incipiat, sed, quod sinit, illa parata est exspectare sonos, ad quos sua verba remittat. forte puer comitum seductus ab agmine fido 380 dixerat: 'ecquis adest?' et 'adest' responderat Echo. hic stupet atque aciem partes dimittit in omnis, voce 'veni!' magna clamat: vocat illa vocantem. respicit et rursus nullo veniente 'quid' inquit 'me fugis?' et totidem, quot dixit, verba recepit. 385 perstat et alternae deceptus imagine vocis 'huc coeamus' ait, nullique libentius umquam responsura sono 'coeamus' rettulit Echo et verbis favet ipsa suis egressaque silva ibat, ut iniceret sperato bracchia collo; 390 ille fugit fugiensque 'manus conplexibus aufer! ante' ait 'emoriar, quam sit tibi copia nostri'; rettulit illa nihil nisi 'sit tibi copia nostri!' spreta latet silvis pudibundaque frondibus ora protegit et solis ex illo vivit in antris; 395 sed tamen haeret amor crescitque dolore repulsae; extenuant vigiles corpus miserabile curae, adducitque cutem macies et in aera sucus corporis omnis abit; vox tantum atque ossa supersunt: vox manet, ossa ferunt lapidis traxisse figuram. 400 inde latet silvis nulloque in monte videtur, omnibus auditur: sonus est, qui vivit in illa.

31 Traduzione, III, Oh quante volte avrebbe voluto abbordarlo con dolci parole e rivolgergli tenere preghiere !La Natura si oppone, non le permette di cominciare però- questo le è permesso- sta pronta ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole. Per caso il fanciullo si sperde dai suoi compagni e dice:”C’è qualcuno?”ed Eco risponde “Qualcuno”. Lui si meraviglia, e cercando con gli occhi da tutte le parti grida a gran voce “Vieni” .E lei chiama lui che la chiama. Egli si guarda dietro le spalle, e poiché neanche questa volta qualcuno viene fuori,2Perchè mi fuggi?”, e quante parole pronuncia , altre ne riceve. Insiste, e smarrito dal rimbalzare della voce dice:” qui riuniamoci”, ed Eco, che a nessun suono risponderebbe più volentieri, “Uniamoci”! Ripete. E decisa a far come dice usciva dal bosco e fa per gettargli bramosamente le braccia al collo. Lui fugge e nel fuggire;”Giù le mani, non mi abbracciare !-esclama- Preferisco morire piuttosto che darmi a te!” Eco non risponde altro che “Darmi a te”. Disprezzata essa si nasconde nei boschi, occultando dietro le frasche il volto per la vergogna e da allora vive in antri solitari. Ma l’amore resta confitto in lei e cresce per il dolore del rifiuto. I pensieri la tengono desta e la fanno deperire in modo pietoso, la pelle si raggrinza per la magrezza e tutti gli umori del corpo si disperdono nell’aria. Non rimangono che la voce e le ossa. La voce esiste ancora, le ossa dicono presero l’aspetto dei sassi. E così sta celata nei boschi e non si vede su nessun monte, ma dappertutto si sente: è il suono che vive in lei.

32 Confronto tra Eco e Narciso
Narciso è imago visus Eco è imago vocis Narciso è la pura identità scissa che cerca vanamente di possedersi Eco è la pura alterità che insegue vanamente la pura identità Narciso muore per consunzione, divenendo un’impalpabile traccia (il fiore narciso reca in sé l’etimo di narkòs,che significa sonno, oblio mortale9 Eco si consuma divenendo flatus vocis

33 Bibliografia dei siti latini
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