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L'Opera Storica Deuteronomistica I (Gs, Gdc) GIOSUE.

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Presentazione sul tema: "L'Opera Storica Deuteronomistica I (Gs, Gdc) GIOSUE."— Transcript della presentazione:

1 L'Opera Storica Deuteronomistica I (Gs, Gdc) GIOSUE

2 Viene chiamato così quel blocco di libri storici dell'AT che descrivono sotto l'impressione della caduta di Gerusalemme (587 a.C.) la storia d'Israele come storia d'infedeltà, di disobbedienza del popolo all'alleanza con il Signore che si concluderà con la catastrofe dell'esilio, com'era previsto in Dt 28, Il libro di Giosuè narra la conquista e la spartizione della terra. Vi si trova la storia delle vicende della sola tribù di Beniamino. Tutti i luoghi descritti: Gerico, Galgala, Ai, Gabaon appartengono al territorio di Beniamino.

3 La conquista viene presentata come una "guerra santa": Dio stesso guida l'esercito d'Israele alla battaglia. Dio dà il comando di entrare nella terra (1,1-11). I primi capitoli narrano la conquista violenta con l'aiuto di Rahab, una prostituta (2,1-24), il passaggio del Giordano (3,1-17), la caduta di Gerico (6,1-21), la conquista di Gabaon con il "fermati o sole" di Giosuè (10,1-15).

4 Dal c.12 in poi cè la descrizione della spartizione della terra per le varie tribù, un libretto di geografia palestinese all'epoca della conquista. Il libro si conclude con la grande assemblea a Sichem (24) per l'Alleanza e per l'istituzione della Confederazione delle Tribù che precede l'epoca monarchica.

5 GIUDICI Il libro dei Giudici ci offre un prospetto della vita delle tribù in uno dei periodi più oscuri della storia d'Israele dalla conquista della terra di Canaan all'istituzione della monarchia. I personaggi presentati in questo libro sono chiamati globalmente Giudici, la maggior parte sono capi militari più che giudici nel senso moderno della parola. Tra i più noti cè una donna, Debora (4-5), Gedeone (6,1-7,22) e Sansone (13,1-24; 16,1-31).

6 Ma al di là di questi fatti, il quadro teologico che il libro offre merita particolare attenzione, perchè presenta una logica religiosa che è di sempre. Essa si articola in quattro momenti: il peccato porta il castigo, ma il pentimento produce l'invio di un salvatore. Si tratta di una teologia della storia aggiunta in seguito ai racconti e applicata a tutto Israele. Questa prospettiva teologica si trova in modo particolare nel prologo: 2,6-3,6.

7 Una prima puntualizzazione su chi sono i Giudici e sulla loro presenza nella storia della salvezza Il popolo dell'antica alleanza dal punto di vista socio-politico si presenta come una realtà molto complessa nel corso della storia. Tre sono le strutture che sembrano emergere da esso: la teocrazia, la monarchia, la democrazia. Per quanto riguarda la prima, essa consiste nella convinzione da parte del popolo, e quindi in un modo di vivere, che vede Dio come unica guida e unico signore del popolo.

8 È una struttura non esclusiva del popolo ebraico perché tutti i popoli mediorientali antichi avevano la convinzione che fosse Dio il loro re e che si servisse di uomini considerati come divinità, per esempio in Mesopotamia e in Egitto. È una struttura particolarmente utilizzata nell'epoca nomade di Israele, quando l'organizzazione si fondava sulla parentela del sangue e sull'unione delle singole tribù che sentivano Yhwh come il loro Dio.

9 La democrazia poi è un'altra caratteristica strutturale di Israele che lo accompagna lungo tutta la sua storia. Sarà sempre il popolo a determinare ogni presa di posizione da parte dell'autorità. Il popolo ha diritto a parlare, a essere presente nelle decisioni che lo riguardano e ad essere ascoltato. Prima della monarchia le grandi decisioni erano prese sempre attraverso consultazioni popolari.

10 Gli uomini carismatici prima e i profeti poi, oltre ad essere «uomini di Dio» sono stati anche «uomini del popolo», capaci di rappresentare la volontà popolare, portatori delle istanze del popolo e contribuirono così ad impedire ogni assolutismo dispotico da parte del re. Il principio democratico è sempre rispettato anche nella concezione biblica del ministero.

11 Infatti quelli che avevano un compito particolare erano sempre presi dal popolo. Sono considerati un dono di Dio per il popolo. Lo stesso servizio di Dio a cui queste persone sono preposte avviene sempre per la salvezza del popolo.

12 Più particolarmente il periodo che precede la monarchia è conosciuto nella Bibbia con il nome un po' generico di «periodo dei giudici». È uno dei periodi più oscuri della storia di Israele situato tra l'epoca della conquista della Terra di Canaan e l'epoca della monarchia di Davide.

13 I personaggi presentati nel libro che parla di questo periodo sono chiamati in modo globale «giudici». Ma che cosa significa questo termine? Ci sono diversi verbi che qualificano l'azione di coloro che noi chiamiamo «i giudici»: il verbo «giudicare», il verbo «salvare» e il verbo «liberare».

14 Il libro dei Giudici consta nella sua formazione di due strati: il primo strato è dovuto al materiale letterario e storico preesistente, ossia tradizioni e cicli di racconti che hanno avuto una esistenza anteriore e autonoma; tradizioni antiche, che sono state poi ampliate, completate e fuse assieme, sono state riunite in una raccolta che potremmo chiamare: «il libro dei salvatori».

15 Questi fatti sono stati poi riletti da una scuola di pensiero teologico, chiamata «scuola deuteronomistica» che riprende la storia dei personaggi che hanno agito all'interno del popolo d'Israele suscitati da Dio per «giudicare-governare shaphat» (come DEBORA-BARAK); «salvare yasha » (come GEDEONE); «salvare e giudicare» (come SANSONE), ed è il secondo strato.

16 Ogni quadro presentato dalla redazione finale del libro è riletto alla luce di uno schema teologico-interpretativo, indicato nell'introduzione teologica del libro, in Gdc 2,11-19, come chiave di lettura.

17 È una logica religiosa in quattro tempi: il peccato porta la punizione, ma il pentimento e la supplica del popolo produce l'invio di un salvatore. 1. Peccato: 2,11: «Gli Israeliti andarono contro la volontà del Signore. 2. Punizione: 2,14: «Il Signore non li sopportò più: li abban­donò nelle mani dei briganti che li derubavano e li lasciò come preda ai loro nemici. Gli Israeliti non riuscivano più a difendersi».

18 3. Supplica: 2,18: «Quando il Signore dava un giudice a Israele, continuava ad aiutarlo per tutta la sua vita; così salvava il popolo dai nemici. Il Signore, infatti, aveva compassione degli Israeli ti che gemevano sotto la tirannia degli oppressori». 4. Salvatore: 2,16: «Allora il Signore diede agli Israeliti nuovi capi, detti giudici. Questi li salvarono dai briganti».

19 È possibile leggere ogni quadro di «giudice» con questa griglia interpretativa che appartiene al deuteronomista. La ritroviamo abbastanza regolare in Gdc 4-5 (DEBORA­BARAK), e in Gdc 6-8 (GEDEONE); un po' incompleta in Gdc (SANSONE).

20 Sono quattro momenti che offrono una teologia della storia in cui Dio e l'uomo sono protagonisti. Essa è stata aggiunta in seguito ai racconti e viene successivamente applicata a tutto Israele. Pur essendo il libro dei Giudici una vera miniera di notizie storiche, è molto frammentario e ci dà una serie di informazioni e di comportamenti di tribù e di membri di tribù inviati da Dio ad una missione particolare all'interno delle tribù e all'interno del popolo stesso.

21 L'insieme delle tradizioni qui riferite è possibile situarlo tra il 1200 e il 1020 a.C., cioè fino alla istituzione della monarchia.

22 Alla base di questo libro di fede del popolo di Israele c'è la convinzione che Yhwh è colui che sostiene il popolo nelle ore difficili della sua storia: perciò il libro insiste di più sulla debolezza di Israele e sulla pazienza di Dio che manda senza mai stancarsi uomini pieni del suo spirito per liberare le tribù dall'oppressione dei nemici.Vorremmo quindi conoscere qualcuno di questi eroi, vissuti in un periodo in cui i costumi erano molto primitivi e la concezione morale della vita certamente non era la nostra.

23 Alcuni di questi racconti possono impressionarci, ma attraverso essi, a volte molto crudi e certamente realistici, è possibile conoscere l'azione di Dio che guida il popolo dandogli dei capi animati dal suo spirito. Sono uomini del popolo con tutti i difetti e le debolezze che un uomo del popolo può avere, scelti da Dio per una missione speciale a favore del popolo, e che non è possibile classificare in una categoria particolare di persone, diremmo noi in una istituzione. Sono suscitati dallo Spirito di Dio.

24 E una seconda precisazione sul senso della funzione di questi eroi carismatici nel popolo di Israele in un discorso più ampio sul laicato oggi. Questi personaggi sono figure non istituzionali, ma carismatiche, come ho detto, ed è possibile paragonarli ai profeti. Sono «suscitati» direttamente da Dio e godono di una sovrana autorità su ogni singolo israelita, ma sono al servizio del popolo. Appena il loro compito finisce, ritornano nei ranghi della normalità.

25 Il popolo d'Israele ha piena coscienza di essere un popolo eletto, scelto dall'amore di Dio a cui ha aderito per mezzo della fede. La sua elezione si traduce in vocazione di popolo di Dio. L'elezione deve considerarsi nel contesto di un incontro personale, bilaterale, di impegno. Chiamare qualcuno al proprio servizio, affidargli un compito ed esigere la sua collaborazione, è quello che fa Dio con questi uomini. Per definire la funzione religiosa d'Israele nel mondo bisogna rifarsi a questi tre concetti di elezione – vocazione - missione.

26 Ma nella Bibbia l'elezione si riferisce alla comunità, mentre la vocazione, come momento posteriore e più concreto, si attribuisce agli individui. Israele acquista la sua coscienza di elezione-vocazione non da una pura rivelazione, ma al ritmo della propria storia: «È chiamato miracolosamente all'esistenza con lo stesso gesto che lo elegge e lo consacra a una missione: la nascita e la chiamata sono inseparabili».

27 Questa esperienza storica è una esperienza organizzata in cui appare sempre la figura di uomini che fanno prendere al popolo coscienza di questa esperienza. La comparsa sulla scena della storia di queste figure è indispensabile. La vocazione personale di questi uomini sorge nel contesto più ampio della vocazione-missione del popolo.

28 «Les vocations particuliers ne se justifient que par la vocation d'lsrael. Toute vocation d'un individu a pour objectif d'assurer l'accomplissement de la vocation du peuple...Ainsi, s'il est vraie que la vocation du peuple implique les vocations plus particuliers, on doit dire aussi que les vocations particuliers sont portreuses de la vocation de tout Israel».

29 Questi uomini appaiono come la concentrazione, nella evoluzione storica, del senso religioso d'Israele, come il luogo di rifugio della coscienza religiosa fondazionale. Rinnovano il momento di amore e di grazia della elezione, presentando la loro missione come un incarico diretto di Yhwh.

30 La loro missione non equivale alla semplice esperienza di fede, come nel caso del «resto d'Israele», benché parta da essa. Possiamo dire al massimo che come forza religiosa questo genera infallibilmente la figura carismatica che li salva nella sua evoluzione storica.

31 Il popolo d'Israele resterà sempre, in virtù della sua fede, come popolo eletto, con la presenza in mezzo ad esso dell'azione diretta e costante di Yhwh. Questa presenza è quella che salva autenticamente Israele ed è impossibile a realizzarsi al solo livello del popolo. Si. tratta di una visione teologica che rimarrà viva nella comunità di Qumran e nel cristianesimo, come possiamo constatare ancora oggi.

32 I «Giudici Maggiori» Vengono chiamati così quei Giudici di cui il libro ci racconta ampiamente le imprese compiute a favore del popolo d'Israele, a differenza dei Giudici «minori» di cui ci vien dato soltanto il nome, il luogo d'origine e il tempo durante il quale «giudicarono Israele».

33 I «Giudici Maggiori» sono dei combattenti carismatici, cioè eroi capaci di prodezze epiche in forza di un particolare aiuto divino. Alcuni di loro sono presentati come semplici guerrieri, chiamati a combattere per la liberazione o la difesa di gruppi israelitici; altri come uomini dediti a pratiche di consacrazione in vista di un aiuto divino nella guerra, come ad esempio Sansone.

34 Contro i Cananei fu combattuta la famosa battaglia con Sisara, per opera di Barak, ispirato dalla profetessa Debora. Gedeone sbaragliò alcune bande di predoni nomadi dotati di cammelli e comprendenti Arabi del deserto, Madianiti e Amaleciti. Il famoso Sansone fu il campione di continue scaramucce di paese con i Filistei.

35 È interessante conoscere questi personaggi per quel che essi significano nella storia di Israele, con le loro caratteristiche peculiari, con i loro difetti, con le loro miserie umane, per accorgersi di come Dio opera nella storia degli uomini, di come sa servirsi di strumenti anche umili per realizzare cose grandi, in ogni epoca della storia; e non occorre che queste persone abbiano una dignità che proviene loro da un ufficio ad essi affidato, per dire così, dall'istituzione ufficiale.

36 È bene che ci siano e ci sono anche delle donne, per accorgersi di come Dio non è condizionato, nel dare dei compiti, dal sesso o da altro. Leggeremo rapidamente assieme alcuni capitoli del libro dei Giudici che ci presentano nell'attuale redazione del libro i tre personaggi nominati: Debora, Gedeone, Sansone.

37 Debora, «una madre» per Israele La vicenda di cui è ispiratrice questa donna coraggiosa «giudice e profetessa», donna di fede e in diretta comunicazione con Dio, è narrata nei cc. 4-5 del libro dei Giudici in due forme: in prosa (il capitolo 4) e in poesia (il capitolo 5). Certamente il racconto in poesia è più bello, oltre ad essere più antico, forse contemporaneo ai fatti stessi.

38 Il contenuto del c. 4, in prosa, è il seguente. Dopo il rilievo deuteronomistico sulla colpa d'Israele e sul suo castigo da parte dei Cananei, più forti per il possesso dei carri da guerra, e che dura venti anni, si dice che Israele ricorre a Yhwh. Viene presentata Debora:

39 «In quel tempo, la profetessa Debora, moglie di Lappidot, era giudice, capo d'Israele. Il popolo andava da lei per avere giustizia. Essa accoglieva gli Israeliti in una località tra Rama e Betel, nel territorio collinare di Efraim, seduta sotto una palma, che fu poi chiamata pianta di Debora» (vv. 4-5).

40 Il nome Debora significa «ape», si dice che è profetessa e che è maritata. Il nome del marito è «Lappidot» che significa «lucignolo» ma non è di origine semitica; ma di per sé 'esheth lappidoth si potrebbe tradurre anche «donna focosa» o, come dice la nota della New English Bible, spirited woman, una descrizione che le si addice mirabilmente.

41 Con autorità profetica Debora incarica Barak della tribù di Neftali perché con soldati della sua tribù e con quelli della vicina tribù di Zabulon, affronti i Cananei e gli promette la vittoria su Sisara al torrente Kishon. Barak accetta ad una condizione che a noi fa sorridere: «Se vieni anche tu, ci vado anch'io; altrimenti no» (v. 8). Una proposta che potrebbe far pensare a una mancanza di fede, come sembra insinuare la traduzione greca dei LXX.

42 Ma forse la proposta è suggerita da un senso di prudenza: la presenza della profetessa avrebbe resa più facile l'opera di persuasione. Trattandosi poi di una donna, e di una donna di Dio, avrebbe tenuto su il morale dei soldati. Debora risponde con una ironia che potremmo considerare oggi come un bocconcino prelibato per le femministe: «Sì, verrò con te. Ma questo non ti farà onore, perché il Signore darà Sisara in mano a una donna!» (v. 9).

43 La risposta di Debora è enigmatica perché la gloria maggiore per la vittoria sarà attribuita infatti a una donna, ma non a Debora come questo versetto e tutto il c. 5 potrebbe far supporre, ma a Giaele. Sisara sarà infatti sconfitto mentre si rifugia nella tenda di Giaele, una donna kenita, e mentre dorme viene ucciso da questa con un piuolo della tenda che gli fracassa il capo.

44 Arrivato Barak, la donna gli mostra soddisfatta il cadavere steso sot­to la tenda. Suggestivo il contrasto: Barak esige la compagnia di una donna; a una donna andrà la massima gloria del successo.

45 Il c. 4 mostra due donne in primo piano, solo due donne: Debora e Giaele. Sulla scena giganteggia però il Signore, unico protagonista della vittoria sui Cananei. Ritornerò più avanti su questo elemento dopo aver letto il c. 5 che, a sua volta, ci presenterà un'altra donna, la madre di Sisara.

46 Il c. 5 in un Cantico molto bello, ci offre una versione calda, altamente poetica dell'avvenimento raccontato nel c. 4. Viene di solito indicato come «canto di Debora», ma non è lei l'autrice. Anzi si rivolge a lei il poeta ignoto (verso il 1100 a.C.) con un titolo maestoso e affettuoso: «madre in Israele».

47 Ma al di là dell'autore materiale del cantico esso «riproduce l'entusiasmo, la gioia e la delusione di quella giornata, che vide la fine di Sisara e l'affermazione degli Israeliti nella pianura di Esdrelon, una lotta epica, cui parteciparono tanti volontari, ma anche il significativo indifferentismo di altri Israeliti. Con profondo senso di fede l'ode celebra tale avvenimento, aggiungendovi il ricordo della miseria e lo sgomento regnante nella casa del potente Sisara».

48 Passiamo un momento in rassegna questo «Cantico» fermando in particolare l'attenzione su quanto si riferisce a Debora. Nel v. 1 con una nota dell'autore o del redattore, come nel caso di Es 15,1 (il canto di Miriam), si indicano le circostanze e il momento di nascita del cantico: esso celebra la vittoria descritta nel racconto in prosa (c. 4): «Quel giorno Debora e Barak, figlio di Abinoam, si misero a cantare:» (v. 1).

49 Segue il ricordo che la lotta è decisa da un intervento diretto di Dio, descritto con la forza di una teofania: Quando muovevi dai monti di Seir...,Signore,la terra tremò;il cielo si scosse,e le nubi si sciolsero in acqua... (vv. 4-5).

50 È Dio che provoca un terribile uragano con la piena e l'inondazione del fiume Kishon sulla pianura circostante (v. 21), così i numerosi carri che i cananei possedevano sono rimasti inutilizzabili. È quanto bastava per far perdere ai cananei la loro superiorità. Le stelle hanno fermato l'esercito di Yhwh; il Kishon ha replicato il fatto del Mare dei Giunchi (Es 14-15). I soldati sono gli eroi di Dio (v. 8) e il tutto fu un'opera di Yhwh, un suo «beneficio» inestimabile (v. 11).

51 Conclusione, il canto ha un andamento liturgico ed è una professione di speranza: Così finiscano i tuoi nemici, o Signore.Ma i tuoi amici risplenderanno come il sole che sorge (v. 31).L'intervento presente di Yhwh è caparra di altri interventi futuri a favore del popoIo.

52 Nel Cantico è lodata Debora: Campagne abbandonate,non più contadini in Israele (o meglio, come altre traduzioni, mancavano capi in Israele e poi sei comparsa tu,o Debora, per far da madre ad Israele (v. 7). Ritornerò di nuovo su questo titolo.

53 Il poema benedice poi Giaele che uccise Sisara: Ma sia benedetta fra le donne Giaele, la moglie di Eber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda (v. 24). Un'altra donna interviene nella scena, la madre di Sisara: La madre di Sisara alla finestra e dietro l'inferriata gridava: Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché i suoi cavalli sono così lenti a tornare?

54 La più saggia delle sue donne risponde e anche lei ripete: Sì, certo, hanno fatto bottino e stan facendo le parti: una ragazza per ciascuno; a Sisara, toccano stoffe colorate, ricamate e pregiate, tante pezze ricamate, e anche tanti animali... (vv ).

55 «La madre di Sisara si oppone a Debora, madre di Israele; la donna di corte crea, nelle sue parole, una magnifica scena inesistente; che ironico il suo titolo di saggia!».

56 Una studiosa americana molto acuta, nel contesto di una riflessione sull'interpretazione femminile della Bibbia fatta assieme ad alcuni suoi colleghi, ha voluto riconsiderare come figura familiare della Bibbia la donna, «la madre d'Israele», che molto spesso è trascurata perché l'attenzione è rivolta esclusivamente ai figli che hanno una missione grande nel popolo di Dio. Se si eccettua Debora, che pure è chiamata così, queste donne hanno un significato, che spesso sfugge, per aver dato i natali a uomini famosi.

57 Dopo aver considerato Eva, la madre di tutti gli uomini, l'autore si ferma al periodo patriarcale ed esodale. Per merito di queste madri, Israele diventa un popolo numeroso e benedetto. Sara garantisce l'eredità di Isacco, così Rebecca quella di Giacobbe. Rachele e Lia nella gara per dare a Giacobbe dei figli, costruiscono la casa di Israele.

58 Nello stesso tempo rivedendo queste storie ci vien fatto di pensare alle limitazioni imposte alle matriarche in un sistema patriarcale. Dare però alla luce un figlio era di estrema importanza. Il compito più importante delle madri era l'amore verso i figli, benché in seguito Israele sarà personificato nei figli piuttosto che nelle madri. Anche al tempo dell'esodo la liberazione dalla schiavitù egiziana comincia con l'azione coraggiosa e la disobbedienza di alcune donne.

59 Comincia quando alcune donne si rifiutano di collaborare all'oppressione, uccidendo i primogeniti, senza parlare poi dell'azione della madre di Mosé, della figlia del faraone. Ma il paradosso è questo: senza Mosè non ci sarebbe stato esodo; ma senza queste donne, non ci sarebbe stato Mosè.

60 L'unica eccezione nella storia dell'esodo è la sorella di Mosè, più tardi identificata con Miriam, perché non è madre. Ma alla sua leadership nell'esodo ricordata in Nm 12 e in Mi 6,4, sullo stesso piano di Mosè e di Aronne, possiamo notare che ella condivide con Debora, di cui stiamo parlando, il titolo di «profetessa» e l'attribuzione di un famoso canto di vittoria (Es 15).

61 Bellissimi i due esempi di «madri» del periodo dei Giudici, della madre di Sansone, di cui parleremo, e di Debora. L'autore ricorda che ella assomma in sé il compito di giudice (amministra la giustizia), di comandante militare carismatica e di profetessa.

62 Se guardiamo al libro dei Giudici in generale troviamo in lei una delle personalità più forti e più riuscite, essendo poi seguita da una serie di giudici maschi, ricchi di una inattesa debolezza e di seri errori. Il rapporto di Debora con Barak può essere paragonato a quello di Samuele che consacra re Saul e lo invia a nome del Signore.

63 Anche se Debora non è, come dicevo, l'autrice del cantico di Gdc 5, ne è certamente l'ispiratrice tanto che esso viene chiamato «Canto di Debora». Ma perché Debora è chiamata «madre d'Israele»? Si può dedurre da tutto quello che abbiamo detto sui cc. 4-5: il suo compito comprende consiglio, ispirazione, guida.

64 Una madre in Israele è una donna che offre liberazione dall'oppressione, assicura protezione e garantisce benessere e sicurezza per il suo popolo. L'autore di quest'ultima riflessione conclude sottolineando il paradosso presente nella Bibbia che ci può far riflettere.

65 Le donne hanno spesso un ruolo cruciale nella storia biblica che non sempre viene opportunamente messo in rilievo. Da una parte siamo spinti ad apprezzare il contributo di donne che la Bibbia ricorda, dall'altra, e nello stesso tempo, dobbiamo essere critici sulla prospettiva antropocentrica della Bibbia stessa.

66 Sarebbe interessante a questo punto, per concludere la presentazione di questo affascinante personaggio dell'epoca dei Giudici, dire qualcosa su come l'esegesi giudaica e poi quella cristiana l'hanno successivamente interpretata.

67 Già la traduzione greca dei LXX presenta delle amplificazioni targumiche in cui si vede che i traduttori non solo avevano una Vorlage non masoretica, ma intendono inserire delle loro interpretazioni teologiche nel testo, come appare dalle differenze notevoli anche dei due manoscritti A e B (più recente), con ogni probabilità recensioni posteriori di un'unica traduzione ed entrambi riportati dal Rahlfs nella sua edizione critica.

68 Nell'esegesi giudaica è possibile incontrare due correnti di interpretazione: l'haggadah ne ha un po' sminuita la figura: prima perché era donna, poi per la sua arroganza e vanità; qualche altro scritto rabbinico invece, come il Tanna debe Eliahu, la loda per le sue opere, il cui valore non è qualificato dal sesso.

69 Il merito della vittoria fu tutto di Debora: di lei - dice il Tanna -, di donne come lei, di quelle che agiscono come lei, la Scrittura dice: «La donna saggia costruisce la casa» (Pr 14,1). Secondo la Pesikta Rabbati la battaglia in cui Sisara fu sbaragliato non fu vinta dalla forza delle armi ma dalla preghiera di Debora e Baraq insieme

70 «Dal Tanna debe Eliahu Debora appare dunque come una donna dal carattere forte, profondamente religiosa e capace di imprimere una svolta decisiva alla storia del suo popolo.

71 Suggestiva è l'interpretazione omiletica che il Targum di Jonathan dà al Cantico di Debora Gdc 5: vede nell'oppressione di Israele un castigo per essersi allontanato dalla meditazione e dalla pratica della Torah, la profezia di Debora come un invito a ritornare ad essa e la vittoria sui nemici come una conseguenza della conversione e del ritorno alla pratica della Torah stessa.

72 Per quanto riguarda l'esegesi cristiana, Debora non è ricordata nel NT. Nei Padri della Chiesa i riferimenti non sono molti. Origene, per esempio, dice che il primo insegnamento che si ricava dal racconto di Debora è che le donne non devono pensare che la loro debolezza le renda incapaci della profezia, perché a meritare il dono è la purezza della mente e non la diversità del sesso. Importante è poi il senso mistico dell'episodio:

73 Debora raffigura la pienezza della profezia, cioè la lettura cristiana della Bibbia; Barak, che significa «bagliore», è il popolo ebraico, la cui luce fu momentanea; Giaele, la Chiesa, che con il palo della croce uccide Sisara, cioè l'uomo peccatore inutilmente inseguito da Barak. Possono bastare questi cenni.

74 Ho voluto ricordare brevemente il contributo dell'esegesi posteriore del testo per una ragione metodologica. Essa ci insegna come questo personaggio è stato interpretato in un momento della storia. Per noi è importante saperlo. L'approccio nostro alla Bibbia deve sempre tener conto dei due elementi: la variabile e la costante della storia biblica. È la costante che a noi interessa e che noi dobbiamo attualizzare tenendo conto della nostra situazione storica come già è stato fatto nel passato.

75 Gedeone, «un liberatore» per Israele Quella che ora leggeremo è certamente la storia più bella del libro dei Giudici ed anche la più interessante per farci conoscere tante cose della vita del popolo in questo momento particolare della sua storia. Gedeone appare come «liberatore» di Israele da due nemici: uno esterno, i Madianiti, e uno interno, i Baal.

76 Perciò la portata religiosa di questo racconto, unico nel suo genere, nel libro dei Giudici è considerevole. È una storia particolarmente rappresentativa di quell'azione di Dio, chiamata «spirito». Importante anche perché è una prima critica alla linea monarchica attraverso il rifiuto di Gedeone di diventare re e alle conseguenze disastrose dell'accettazione di suo figlio Abimelech.

77 La storia di Gedeone comprende una dozzina di tappe, su cui naturalmente non mi fermerò allo stesso modo, che possiamo enumerare così:

78 nel c. 6: - la situazione materiale e morale degli Israeliti all'inizio di questa storia (6,1-10); - la vocazione di Gedeone testimone di un'apparizione divina (6,11-24); - la vocazione di Gedeone (un secondo racconto) che rovescia l'altare di Baal per ordine di YHWH (6,25-32);

79 - il richiamo alle armi fatto da Gedeone ad alcune tribù d'Israele (6,33-35); - il fenomeno anormale della rugiada, segno divino dato a Gedeone (6,36-40);

80 nel c. 7: - la vittoria di Gedeone e dei suoi trecento uomini contro i Madianiti (7, 1-22); - l'intervento degli Efraimiti nell'inseguimento dei Madianiti al guado del Giordano (7,23-25; 8,1-3);

81 nel c. 8: - il raid di Gedeone in Transgiordania (8,4-21); - la promozione di Gedeone al potere e l'idolatria (8,22-27); - una breve riflessione generale sui «giorni di Gedeone» (8,28); - la discendenza e la morte di Gedeone (8,29- 32); - l'infedeltà di Israele dopo la morte di Gedeone (8,32-35).

82 I primi dieci versetti del c. 6 ci informano con il solito schema deuteronomistico che per sette anni gli Ebrei furono oppressi specie dai Madianiti, che operavano razzie nei loro campi (ormai i figli di Israele erano diventati sedentari!) finché non si rivolsero al Signore per essere liberati. Un profeta anonimo, comparendo, dice loro a nome del Signore che questa oppressione è il castigo per il loro sincretismo e per la loro idolatria. Segue poi il duplice racconto della vocazione di Gedeone.

83 Qualche riflessione sulla duplice manifestazione di Dio a Gedeone. Un bel dialogo il primo, improntato alla semplicità:Gdc 6, Il dialogo tra l'angelo del Signore e Gedeone non è privo di drammaticità: «Tu sei un uomo forte e valoroso: il Si­gnore è con te!... Il Signore è davvero dalla nostra parte? Come è possibile allora che ci sia capitato tutto questo? Dove sono andate a finire tutte le sue meravigliose imprese?

84 Ora, invece, il Signore ci ha abbandonati e ci ha messi sotto il dominio dei Madianiti... Il Signore gli ordinò: - Va'! Mostra la tua forza. lo ti mando a liberare Israele dal potere dei Madianiti. Gedeone rispose: - Ma, Signore, come potrò io salvare Israele? La mia famiglia è la meno importante della tribù di Manasse, e nella mia famiglia io sono l'ultimo... - lo sarò con te e tu abbatterai i Madianiti, come se fossero un solo uomo».

85 Il pensiero va a un altro incontro di un uomo con Dio: Mosè all'Oreb. La missione è analoga: «Va'! lo ti mando a salvare Israele». La stessa risposta di incapacità. La stessa replica di Dio: «lo sarò con te... », espressione biblica riservata, ma magnifica per indicare l'assistenza di Dio che non viene meno, il dono della forza invincibile garantita a chi mette le proprie forze a disposizione per compiere l'opera di Dio.

86 Anche a lui è dato un segno. Questo dialogo somiglia anche alla vocazione di Geremia. Le prime parole di Gedeone (v. 13) fanno inoltre pensare alle richieste rivolte a Dio da un contemporaneo di Geremia, Abacuc: «Perché tutte queste cose, perché tutte queste disgrazie si abbattono sul popolo di Dio?».

87 È la domanda angosciosa e scoraggiata di tutti coloro che sono provati e di tutti coloro che sono scandalizzati dall'apparente negligenza di Dio nel «salvare» il suo popolo, nel vegliare sul destino e sulla prosperità degli uomini. «L'uomo giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4).

88 La fede di Gedeone, quella di Israele, ha come riferimento essenziale la liberazione dalla schiavitù egiziana. Un ultimo accostamento è possibile farlo forse con Sofonia, un altro profeta dell'epoca di Geremia (e del Deuteronomio) che incoraggia il «resto di Israele», «popolo umile e povero», con espressioni che fanno pensare a Gdc 6,12-14 e che l'evangelista Luca riprenderà nel racconto dell'annunciazione a Maria.

89 Il secondo racconto di vocazione vuole dare un esempio della lotta degli Israeliti contro il culto di Baal e di mostra­re fino a che punto questo culto, questa religione naturista, era penetrata profondamente tra gli Israeliti.Il Signore prepara Gedeone alla lotta di liberazione «co­prendolo con il suo spirito» come un mantello ricopre il cor­po di un uomo.

90 L'azione di Dio chiamata ruah/spirito è stata compresa dalla tradizione come l'intervento di Dio nella storia di Gedeone per farlo agire; la fede ha riconosciuto nella liberazione compiuta da questo eroe un dono di Dio.

91 Gedeone obbedisce al comando del Signore e percorrendo tutte le tribù di Israele ne raduna quanti più può. Un buon numero: 32 mila! Veramente il Signore era con lui: «Gedeone...e i suoi uomini si alzarono di buon mattino e andarono ad accamparsi...di fronte ai Madianiti» (v. 1).

92 «Il Signore disse a Gedeone: 'Siete in troppi, non posso farvi vincere contro i Madianiti. C'è pericolo che poi gli Israeliti si attribuiscano il merito della vittoria e non riconoscano il mio intervento. Potrebbero pensare: siamo stati noi a vincere con la nostra forza!» (v. 2). Queste parole esprimono in modo semplice, alla portata di tutti, uno dei più grandi insegnamenti della rivelazione biblica:

93 lo troviamo nel caso di Davide prima della sua chiamata (1 Sam 16,1.6.11), poi nel combattimento con Golia, quando il ragazzo grida all'avversario: «Tu, gli rispose Davide, vieni contro di me con spada, lancia e giavellotto, ma io vengo contro di te nel nome del Signore degli eserciti, il Dio delle schiere di Israele che tu hai insultato!» (1 Sam 17,45).

94 Gli esempi sono tanti: basti pensare nel vangelo al racconto della vocazione degli apostoli al tempo della pesca miracolosa: «Maestro abbiamo lavorato tutta la notte senza prendere nulla; però, se lo dici tu, getterò le reti» (Lc 5,5), dice Pietro;

95 oppure in Paolo alla 1 Cor 1,27: «Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignoranti, per coprire di vergogna i sapienti; ha scelto quelli che gli uomini considerano deboli, per distruggere quelli che si credono forti»; o nella 2 Cor 12,9: «Ma egli mi ha risposto: 'Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole'...».

96 Ecco allora la progressiva riduzione del numero dei soldati: «Perciò parla chiaro ai tuoi uomini: Chi è indeciso o ha paura, lasci subito la montagna di Galaad e se ne torni a casa sua. Ventiduemila se ne andarono, e Gedeone rimase con diecimila uomini!...Ma il Signore disse a Gedeone:

97 'Siete ancora troppi'...» (7,3-4). Di riduzione in riduzione il nu­mero scende a 300. «Il Signore disse a Gedeone: 'lo salverò Israele e ti farò vincere contro i Madianiti soltanto con i trecento uomini'...» (7,7). Gedeone arrivò alla vittoria dando prova non solo di abilità tattica come vero condottiero, ma mostrando doti notevoli di diplomazia (8,1-3) e dando prova durante la sua lunga «giudicatura» di essere stato un vero liberatore, tanto da acquistarsi il diritto di governare.

98 Arrivano a chiedergli di fare loro da re: «In seguito gli Israeliti dissero a Gedeone: - Tu ci hai salvati dai Madianiti. Continua a essere il nostro capo, e dopo di te i tuoi discendenti. Gedeone rispose: - Non sarò il vostro capo! Né io né i miei figli. Il vostro capo è il Signore!» (8,22-23).

99 Certo Gedeone si comportò da vero sovrano pur rifiutando il titolo per motivi religiosi. Saranno questi motivi che, in seguito, faranno rifiutare al partito antimonarchico la regalità umana come incompatibile con la concezione religiosa ebraica. Poi, nonostante le proteste, trionferà la tesi della compatibilità fra la fede in un'assoluta sovranità di Dio e l'esistenza di un autentico re terreno. È certo che in Israele ci sarà sempre una demitizzazione del re terreno, semplice «unto, messia, delegato» di Dio sulla terra o, se vogliamo, figlio adottivo, a differenza degli altrì popoli pagani dove il re era una vera divinità.

100 Ma forse in Gedeone, oltre che questi motivi religiosi, per giustificare il rifiuto è possibile intravvedere anche motivi di prudenza e saggezza umana; egli, a differenza di suo figlio Abimelech, forse intuì che l'istituzione di una monarchia in Israele era ancora prematura. E forse proprio la condotta prudente di Gedeone e il fallimento di suo figlio Abimelech, contribuirono a rafforzare il partito antimonarchico e a ritardare l'istituzione della monarchia. Il Signore continuò ancora per molti anni a suscitare nuovi liberatori e giudici del tipo di Gedeone.

101 Sansone, «un forte» per Israele La storia di Sansone bisogna gustarsela così com'è. Si tratta di un racconto che appartiene alla narrativa universale. È possibile definirlo come letteratura popolare, un modo di scrivere e di esprimersi che è molto sensibile al pittoresco, enfatizza le situazioni, non sottopone a critica le informazioni che riceve. Una forma di comunicazione come tante altre, non assente neppure oggi nelle nostre letterature. Ha però il suo tipo di verità, il suo valore e i suoi limiti. La storia di Sansone è proprio così.

102 A Sansone piacevano le donne e ne ebbe molte. Per loro perdeva la testa. Per un motivo qualunque scatenava terribili liti. Uccideva senza scrupoli. Dava noia a tutti, sia ai nemici che agli amici. Aveva tanta forza che era capace di uccidere un leone come se fosse un capretto. La causa di tutti i suoi conflitti era sempre una storia d'amore.

103 Sansone faceva tutto quello che voleva. Era un capellone e agiva con piena libertà, senza dar conto a nessuno del suo operato. Cadde vittima non degli altri ma della sua stessa passione per Dalila, l'ultima delle sue donne, che riuscì a strappargli il segreto della sua enorme forza e a provocare così la sua sconfitta. Lui stesso causò la sua morte gridando: «Muoia Sansone con tutti i Filistei».

104 Scosse le colonne del tempio e fece crollare il tetto sul popolo ivi riunito. E la Bibbia commenta: «Così, Sansone uccise più persone con la sua morte che in tutta la sua vita» (Gdc 16,30). Perché la Bibbia ci riporta questa storia insieme a moltissime altre? Di questa storia di Sansone e Dalila una volta è stato fatto perfino un film vietato ai minori di diciotto anni. A che serve oggi questo racconto? Perché parlare di questo racconto al di là del suo significato di novella scabrosa?

105 Ritengo che almeno per due motivi valga la pena ricordare questa storia. Primo per il suo valore dottrinale: il libro dei Giudici fa capire che Dio concede un grande dono ad Israele dandogli Sansone che con i suoi difetti e le sue aberrazioni mostra di avere un grande desiderio di libertà e di sincerità contro ogni forma di legalismo e fariseismo. La storia di Sansone prova la sincerità di quel popolo nel raccontare il suo passato. Senza approvare i suoi sbagli, ri­. conosce ciò che di positivo o di buono c'è in lui e nel suo modo di fare.

106 Dimostra che qualsiasi modo di agire è ambivalente, una mescolanza di bene e di male. Sansone fu un uomo che alla superficie aveva molta cattiveria, ma alla radice c'era qualcosa di buono. La sua sincerità, la sua lealtà, il suo amore per la libertà. Vale la pena ricordare il valore dato alla sua concezione e alla sua nascita nel c. 13, cosa che non capita in nessun'altra parte del libro dei Giudici.

107 Il significato carismatico di questo Giudice è indicato dal fatto della sua elezione fin dal seno materno, dal suo essere consacrato «nazireo», cioè persona particolarmente dedicata a Dio, per la missione speciale che Dio sta per affidargli, di respingere i Filistei.

108 E, secondo, perché questo racconto ci insegna che Dio può servirsi anche di uomini come Sansone, per realizzare il suo piano di salvezza per gli uomini, per far sì che gli Israeliti conservino la loro individualità nei confronti dei Filistei, perché non si lascino inquinare nella loro fede verso YHWH da una religione idolatra e primitiva.

109 Insoddisfatti della salvezza operata da Sansone, la vedano solo come una tappa per arrivare a Gesù, vivano nell'attesa di una salvezza più completa e definitiva. Il redattore deuteronomista lo fa sentire particolarmente quando dice che l'angelo del Signore, preannunciando la nascita di Sansone alla moglie di Manoa, dice: «Egli comincerà a liberare Israele dai Filistei» (13,5).

110 Un'opera appena iniziata e solo simbolica che porterà a desiderare il salvatore definitivo: «...lo vi porto una bella notizia che procurerà una grande gioia a tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato il vostro Salvatore, il Cristo, il Signore» (Lc 2,10-11). Come tappa per arrivare a Gesù Cristo la storia di Sansone continua ad essere valida per scoprire oggi, lungo la strada della nostra vita, le indicazioni giuste per il regno di Dio che Cristo vuole costruire tra noi e per noi.

111 Forse questo racconto è stato tramandato dal popolo come espressione del suo impellente desiderio di essere libero un giorno. Sta qui l'interesse, il valore, l'obiettivo e la verità più profonda che ha spinto il popolo a tramandare ad altri i fatti riguardanti Sansone. Guardare al futuro con speranza, non lasciarsi schiacciare dall'oppressione nemica.

112 Poter continuare a vivere, a sperare, a farsi coraggio, a resistere, perché c'era con loro una forza più grande, la forza dello Spirito di Dio. Questo racconto è prezioso perché esprime la fede e la speranza che avevano bisogno di essere alimentate; per questo si insiste tanto sull'influenza dello Spirito nelle gesta di Sansone.

113 «...il bambino diventò grande, e il Signore lo benedisse. Mentre era nel campo di Dan, tra le città di Zorea ed Estaol, lo spirito del Signore cominciò ad impadronirsi di lui» (13,24b-25). «Poi, mosso dallo spirito del Signore, scese ad Ascalon e uccise trenta persone. Tolse ad essi i vestiti, e li diede ai Filistei che avevano risolto l'indovinello. Poi tornò a casa di suo padre, pieno di rabbia» (14,19).

114 «Quando Sansone arrivò a Lechi, i Filistei gli vennero incontro con grida di trionfo. Ma all'improvviso lo spirito del Signore agì con potenza in Sansone: le corde attorno alle sue braccia si ruppero, come dei fili bruciati...» (15,14).

115 «Spinto dallo spirito del Signore, senza prendere niente in mano, squartò il leone come se fosse un capretto...» (14,6). Non tocca a noi distribuire il dono dello Spirito, ma è nelle nostre mani il terribile potere di spegnere in noi lo Spirito Santo (1 Ts 5,19), di smorzare la luce di Dio nel cuore degli altri uccidendo così la speranza.

116 Conclusione di GIUDICI «Noi cristiani siamo convinti che l'Antico Testamento è una promessa, una purificazione, una preparazione a Cristo... La storia idealizzata del popolo di Dio... con tutte le sue vicende ora tristi ora liete, questo popolo sacerdotale, santo, può aiutarci a capire le origini del popolo del quale noi facciamo parte, la Chiesa».

117 Presente in mezzo al suo popolo, YHWH ne è il re, perché ne è il protettore, la guida e anche il padre. Il suo potere sorpassa di molto i limiti del suo popolo. È in rapporto a Dio sempre presente in mezzo al suo popolo che si definiscono le funzioni, le dignità, le prerogative e i doveri dei differenti membri del popolo di Dio, la cui gerarchia è basata sui carismi, l'impegno, lo zelo e le virtù più che sulla nascita, la forza e le qualità umane.

118 Abbiamo studiato un periodo un po' oscuro della storia del popolo di Israele, quello delle origini, che precede immediatamente l'epoca monarchica quando il Signore fa sentire la sua presenza, costante e benevola in mezzo al popolo per mezzo del suo Spirito che anima alcune persone del popolo e le pone al servizio di esso per liberarlo, orientarlo, giudicarlo, guidarlo, difenderlo. Sono persone semplici del popolo.

119 «Senza che se l'aspettino e senza che nulla ve li predisponga, senza poter opporre resistenza, semplici figli di contadini, Sansone, Gedeone, Saul sono bruscamente e totalmente mutati, non soltanto resi capaci di atti eccezionali di audacia o di forza, ma dotati di una personalità nuova, capaci di svolgere una funzione e di compiere una missione, quella di liberare il loro popolo...

120 La sua azione è già interiore, quantunque ancora designata con immagini che sottolineano l'influsso improvviso e strano: lo Spirito «fu» su Otniel o Jefte (Gdc 3,10; 11,29), «piomba» come un rapace sulla preda (14,6); «riveste» come con un'armatura» (6,34). Sono scelti quindi all'improvviso dallo spirito di Yhwh, assistiti da lui fino alla liberazione del popolo dai nemici e, terminato questo loro compito, ritornano all'esistenza comune.

121 Non sono perciò dei capi costituzionali,del popolo con incarico e investitura a vita o per un periodo giuridicamente previsto, ma sono capi carismatici, strumenti della potenza di Dio in momenti particolari. Senza voler fare applicazioni forzate, mi pare abbiano da dire qualcosa anche a noi, membri del nuovo popolo di Dio che è la Chiesa.

122 In Gdc 4-5 abbiamo visto sulla scena almeno sei tipi di donne: la profetessa (Debora), la madre d'Israele (Debora), la sposa seduttrice crudele (Giaele), la regina (la madre di Sisara), la dama di palazzo (la più saggia donna di corte), le damigelle (che circondano la regina). È interessante un accostamento, frequente nel filone sapienziale della Bibbia, tra la donna simbolo della sapienza (la profetessa, la madre in Israele) e la donna simbolo della follia (le altre donne).

123 Mentre la donna-sapienza debole, confida in Dio, possiede la sua parola, anzi ne è la «profetessa», la donna-follia usa l'arma del sesso che conduce alla morte e ad una illusione di vittoria.

124 Forse per questo il canone ebraico pone il racconto di RUT tra il libro dei Proverbi che, come vedremo, si concluderà con il bel poema della donna forte e il Cantico dei Cantici.

125 Emerge in questi racconti, come spesso nella Bibbia, e lo abbiamo visto in modo particolare nel caso di Gedeone, il tema della potenza di Dio che si manifesta in modo speciale nei deboli.

126 Tra eserciti e generali, tra armi e carri, la storia umana è decisa da Dio attraverso la debolezza di due donne, senza uso di armi. «In un ambiente, dove la violenza era quotidiana, Debora non rinuncia alla violenza, ma non pone la sua speranza soltanto nei mezzi e nelle strategie umane. La 'debolezza' della donna è cifra e simbolo della condizione umana universale».

127 Ricordando Gedeone, possiamo dire che egli ha tre meri ti particolari. Aver difeso il popolo dagli attacchi dei nemici e aver suscitato in loro uno spirito di resistenza contro questi razziatori che disturbavano la tranquillità dei figli diIsraele.

128 Aver rifiutato di diventare re, almeno come la tradizione l'ha compreso, in seguito conservando in Israele un regime di ispirazione libera di Dio che dava al suo popolo i capi che voleva e quando lo credeva opportuno. Gedeone, infine, ed è forse questo il suo maggiore merito, è stato il primo uomo di Dio dopo

129 Giosuè ad intraprendere una lotta contro Baal e contro ogni tentazione idolatrica; prima che Amos o Osea alzino la loro voce, alla maniera concreta e categorica di Elia, questo «giudice» e questo «profeta» la cui protesta è stato un grido di allarme e di sollevamento, un grido di coerenza e di lealtà di tutti i fedeli del Dio di verità: se qualcuno è «per Gedeone» lo è anche «per Yhwh» (7,18). Un esempio di coerenza e di lealtà verso l'unico, vero Dio.

130 Concludendo con Sansone, il popolo di Israele, guardandosi indietro, seppe riconoscere nella storia di Sansone la mano di Dio. Poiché viveva in un momento in cui la fede era più illuminata, seppe relativizzare le sue idee e riconoscere in persone, la cui condotta esso però condannava, i più alti valori da esso stesso continuamente ricercati fino allora. Fu capace di riconoscere l'opera dello Spirito Santo e si convinse che Dio riesce a scrivere diritto anche su righe storte.

131 «La Bibbia è un mezzo datoci da Dio per aiutarci con l'esperienza vissuta e sofferta dal popolo ebreo, a scoprire la dimensione divina nel fatto umano della nostra vita. Ci fa capire che nella vita ci sono valori non sufficientemente valutati da un'analisi puramente ideologica, sociologica, politica o umanistica della realtà. Esiste una dimensione che sfugge all'osservazione della scienza e, in conclusione, proprio in questa dimensione più profonda l'àncora dell'esistenza tocca il fondo, dove incontra stabilità e sicurezza».


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