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UGUAGLIANZA E LOTTA DI CLASSE Aprile 2014. Indice Il ritorno delle teorie moderniste Un analisi sbagliata delle tendenze in atto nel mondo Nel mondo la.

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1 UGUAGLIANZA E LOTTA DI CLASSE Aprile 2014

2 Indice Il ritorno delle teorie moderniste Un analisi sbagliata delle tendenze in atto nel mondo Nel mondo la forbice tra uguaglianza e disuguaglianza è sempre più netta Alcuni dati a conferma Disuguaglianza e attuale crisi economica La definitiva cancellazione del modello sociale europeo Le categorie di innovazione e conservazione La lotta di classe oggi Una spropositata differenza di reddito tra le classi La contraddizione capitale – lavoro non è un cane morto

3 Il ritorno di teorie moderniste Quante volte ci siamo sentiti dire in questi anni: – Le categorie uguaglianze – disuguaglianza non sono più in grado di rappresentare la società fluida di oggi; – La lotta di classe non c’è più, anzi non ci sono più nemmeno le classi sociali. – Ciò comporta la fine della contraddizione capitale e lavoro. – A queste categorie si devono sostituire quelle di innovazione – conservazione, movimento – stagnazione. Queste teorie non sono una novità né sono particolarmente originali. Sono ideologia, falsa coscienza della società. Sviluppatesi con il nuovo corso laburista di Blair alla fine si sono però dimostrate errate e hanno portato ad una analisi sbagliata dei processi di globalizzazione, secondo cui quest’ultima avrebbe portato benessere per tutti e la fine di ogni conflitto a partire da quello di classe.

4 Esprimono un’analisi sbagliata delle tendenze in atto nel mondo Le cose sono andate in modo ben diverso: – le guerre combattute sono aumentate – l’occidente vive la più grave crisi economica dal 29 in poi – non vi è stata alcuna estensione generalizzata del benessere – l’innovazione tecnologica non viene usata per ridurre il lavoro dell’uomo, liberandolo dalla fatica, ma per ridurre i costi a chi detiene i mezzi di produzione; – il capitale attraverso mega fusioni ed investimenti sulla finanza può spostarsi da una parte all’altra del mondo, dove la forza lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno là dove i lavoratori avevano conquistato diritti e salario maggiori; – la disoccupazione ha raggiunto livelli impressionanti – è tornata a crescere la povertà. Fuori dall’Occidente, nel resto del mondo, permangono condizioni di supersfruttamento, di negazione di elementari diritti di cittadinanza e della dignità umana.

5 Nel mondo la forbice tra uguaglianza e disuguaglianza è sempre più netta. E’ difficile negare la natura ingiusta ed autodistruttiva di questo modello di società che chiamiamo capitalismo. Si è allargato in quantità e qualità il conflitto di interessi tra il capitale e il lavoro. I capitali competono nel ridurre i costi, mentre i nuovi e vecchi lavoratori, non organizzati, si fanno la guerra tra loro per conquistare un posto al ribasso. Mai come oggi sono state marcate le differenze tra chi ha tantissimo ed è ricchissimo e chi non ha nulla ed è povero. “l’accumulazione di ricchezza ad uno dei due poli è al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza e degrado al polo opposto” (K. Marx). Non è ideologia, ci sono studi e ricerche che danno la prova empirica di una realtà in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Le classi e la lotta di classe dunque ci sono ancora.

6 Alcuni dati a conferma Nel 2013 in Italia si sono persi 478mila posti di lavoro. La disoccupazione giovanile è al 42,4%. Il tasso nazionale di disoccupazione è al 12,9%. Dal 2008 un milione di occupati in meno. L’Istat ci dice che questo è il peggiore dato dal L’Italia è un paese ad alta disuguaglianza sociale anche perché più bassi sono i salari percepiti dai lavoratori e dalle lavoratrici dipendenti(IRES CGIL 2010) e maggiore è la disuguaglianza nella distribuzione primaria. Dal 1977, anno in cui più alta è stata la quota del reddito destinata al lavoro, al 2006, i lavoratori e le lavoratrici hanno perso 15,1 punti percentuali rispetto al reddito prodotto. La crisi scoppiata nel 2008 ha ulteriormente aggravato la situazione.

7 Continua Negli USA nel 2011 il reddito medio di un lavoratore maschio a tempo indeterminato era di $, meno che nel Tra il 1983 e il 2010 il 74% dell’aumento di ricchezza è finito nelle mani del 5% più ricco della popolazione. I redditi della fascia più bassa che comprende il 60% della popolazione sono diminuiti (Economic Policy Institute). In Cina il divario tra ricchi e poveri è sempre molto alto. Sebbene i salari nelle città cinesi stanno salendo i diritti dei lavoratori sono minimi e calpestati. Ecc.

8 Disuguaglianza e attuale crisi economica. Il regime di austerità imposto dalla Troyca dal 2010 in poi ha provocato un disastro sociale e disuguaglianze crescenti. La retorica della ripresa dietro l’angolo è stata smentita dalla stessa BCE. L’economia del continente è a un passo dalla deflazione, mentre il rapporto debito/PIL e il tasso di disoccupazione continuano a salire drammaticamente soprattutto nei paesi periferici. Cosa prevedibilissima perché le recessioni non si combattono tagliando la spesa, ma incrementandola con misure che invertono il ciclo (anticicliche). L’esatto opposto di quello che si è fatto in Europa.

9 Continua Non c’è nulla di naturale né di imprevedibile nell’attuale stato di cose. Se a sei anni dalla crisi finanziaria del 2008 l’Europa continua ad essere ancora gravemente malata è unicamente per la cura letale inflitta dall’establishment europeo ai popoli del continente. Nonostante l’austerità si sia rivelata un fallimento e sia chiaro che senza un radicale cambio di rotta l’eurozona è destinata ad implodere, le elite europee continuano ad insistere sulla stessa strada. Perché allora la classe politica e i tecnocrati europei perseverano nell’errore? E’ per ignoranza o per subalternità all’ideologia neoliberista?

10 La definitiva cancellazione del modello sociale europeo Le istituzioni europee sono dominate dall’ideologia neoliberista che vede nell’eccessivo indebitamento pubblico degli stati e nella mancanza di fiducia dei mercato la causa principale della crisi e nelle terapie a base di austerità, deregolamentazione, privatizzazione l’unica soluzione possibile. Le stesse classi politiche di centro destra e di centro sinistra sono subalterne a questa ideologia. Ma l’obiettivo vero non è il consolidamento fiscale ma la ristrutturazione delle economie e delle società europee in una chiave ancora più neoliberista di quella attuale. Il neoliberismo è una ideologia così influente soprattutto perché promuove interessi consolidati molto potenti.

11 continua Le vittime delle politiche di austerità sono tante: i lavoratori, i giovani, i precari, i pensionati, le piccole e medie imprese, ecc. Ma queste politiche producono anche dei vincitori: in primo luogo i detentori di titoli pubblici dei paesi dell’eurozona, perlopiù grandi banche e fondi di investimento. La scelta di costringere gli Stati membri ad accumulare enormi avanzi primari per assicurare che questi siano in grado di garantire il servizio degli interessi sul debito pregresso (in Italia 80 miliardi di euro l’anno – il 5% del PIL) è molto più di una semplice sudditanza ideologica. E’ il più grande trasferimento di risorse dalle classi medio basse a quelle alte nella storia

12 Continua Tra il 2010 e il 2013 il numero dei milionari europei è passato da 7,8 a 9,2 milioni. Lo stesso vale per le misure di privatizzazione e di compressione dei salari che vanno tutte a beneficio dei grandi gruppi industriali europei e non, che hanno visto il loro margine di profitto tornare a livelli precrisi. L’austerità non produce solo trasferimento di risorse da una classe sociale ad un’altra: produce anche trasferimento di ricchezza da un paese all’altro. La scelta di ridurre gli squilibri commerciali inter-europei costringe i paesi in deficit a tagliare i salari e a ridurre la domanda, senza però chiedere ai paesi in surplus di fare la loro parte stimolando la domanda interna.

13 Continua Ciò ha determinato enormi benefici per la Germania a scapito di altri paesi europei, spianando la strada a quella che è stata definita la “mezzogiornificazione” delle periferie europee. Quello a cui stiamo assistendo non è il semplice prodotto di politiche sbagliate, ma il risultato di un disegno preciso: di una vera e propria guerra di classe, che come tale va combattuta.

14 Le categorie di innovazione e conservazione Il loro uso ideologico per affermare la volontà della forze dominanti Non ha senso dire che l’innovazione è di sinistra mentre la conservazione è di destra se non preciso che cosa voglio innovare e/o conservare Innovare è di sinistra quando: – si vogliono cambiare i rapporti di forza che caratterizzano l’attuale società tra chi detiene la ricchezza e chi la produce; – quando si vogliono costruire modi di produzione che siano compatibili con i diritti e la dignità di chi lavora e con il pianeta su cui viviamo; – quando uomini e donne sono uguali per possibilità e per diritti, indipendentemente dal loro credo religioso e orientamento sessuale,

15 Continua – quando si vuole costruire una società che rimuova”gli ostacoli di ordine economico, sociale e culturale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. – Ma è anche di sinistra voler conservare i diritti che la Costituzione sancisce o quel che di buono ha prodotto il movimento dei lavoratori nel secolo scorso.

16 La lotta di classe oggi Mentre a sinistra si civetta con la tesi della fine della lotta di classe c’è chi questa lotta la sta continuando a fare e la sta vincendo. La protagonista è una nuova classe globale (HNWI: High Net Worth Individuals), con grandissimi patrimoni finanziari (almeno 30 milioni di €). – un club in crescita che ad oggi comprende persone. E’ un mondo paradossale dove si ruba ai poveri per dare ai ricchi e per fare questo c’è bisogno di eliminare diritti e di ridimensionare la democrazia, entrambi visti come ostacoli alla possibilità di accumulare sempre più profitti. L’establishment economico e finanziario non ha nessun senso di colpa per ciò che ha provocato negli ultimi 10 anni, gettando fasce di popolazione sempre più ampie nella povertà e nella disperazione.

17 continua Le classi dominanti hanno studiato ed applicato con ottimi risultati il concetto di egemonia di Gramsci – la loro ideologia si è diffusa in tutto il mondo supportata da un apparato intellettuale senza precedenti finalizzato a far sembrare naturale le più grosse ingiustizie e disuguaglianze. L’esempio di quello che è accaduti in Europa: – hanno convinto le masse sull’ineluttabilità delle scelte economiche per cui nessuna alternativa era possibile alle politiche di austerity; – Hanno convinto la gente di una sciocchezza come quella che il bilancio dello Stato è come quello delle famiglie, utile a far passare l’idea che si spende solo in base alle entrate, quando invece il debito pubblico finanzia la crescita.

18 Una spropositata differenza di reddito tra le classi Se 25 anni fa la differenza tra il reddito di un lavoratore e/o di una cassiera del supermercato e quello del suo direttore generale era di 30 volte, oggi questa differenza è di 300 volte. Cioè ai primi occorreranno 300 anni di lavoro per guadagnare quello che il loro direttore guadagna in un anno. La ricchezza si è concentrata in pochissime mani se è vero come è vero che miliardi di euro sono posseduti da 200 mila persone. Cosa moralmente inaccettabile presentata tuttavia dall’ideologia dominante come del tutto naturale.

19 Continua Qualcuno addirittura teorizza che alleggerire i ricchi del carico fiscale consentirebbe di rilanciare gli investimenti, dimenticando che un dollaro detassato alla grande impresa non finisce negli investimenti produttivi ma nella rendita o nei paradisi fiscali. La realtà fuori dall’ideologia ci presenta un mondo tutt’altro che bello, giusto e pieno di occasioni per tutti, ma fatto di barbarie e disperazione.

20 La contraddizione capitale lavoro non è un cane morto Le classi e la lotta di classe dunque ci sono ancora. Ma all’attacco è il capitale e il lavoro è sotto botta. Mentre il lavoro è frammentato e diviso e spesso privo di una reale rappresentanza politica la pressione del padrone cresce (contro il CCNL, contro l’art. 18, contro l’art. 81 della Costituzione, contro le tutele del lavoro per una crescente precarizzazione, per un rapporto privato tra datore di lavoro e singolo lavoratore). L’ideale per il padrone è che il lavoro possa essere assunto e dimesso solo per il tempo che serve all’impresa e alle condizioni più modeste e meno costose possibile. Attraverso la flessibilità e la precarietà esso mira a mantenere a tempo indeterminato quella parte di manodopera che gli garantisce il know how, facendo ruotare tutto il resto nel minor tempo e con le minori garanzie possibili.

21 Continua Così viene meno per il lavoratore la possibilità di programmare la sua esistenza, e la sua vita diventa un oggetto del processo di valorizzazione del capitale. Il lavoratore paga per la crisi prezzi altissimi in termini di salario, di diritti e di occupazione. Ma la crisi è stata prodotta da altri, da quegli stessi che hanno il coraggio di incolpare il lavoro di avere troppi privilegi e diritti. Occorre rimettere i concetti con i piedi per terra: ridare al conflitto capitale lavoro, nelle forme e nei suoi protagonisti attuali (che non sono più quelli del passato), quel ruolo e quella funzione sociale indispensabile per una società più giusta ed uguale. Ribellarsi è quindi giusto e necessario. Ma non serve lo spontaneismo e l’anarchismo (es. i contenuti del movimento Occupy erano condivisibili ma è mancata una direzione politica). Le esplosioni di rabbia collettiva non incidono sulle strutture di potere e di classe.

22 Continua Occorre la politica. Saper tenere insieme una visione globale dello scontro con la definizione di obiettivi intermedi. Dobbiamo evitare errori di analisi, e capire quale è esattamente il rapporto reale di forza. Opporre il precario al garantito e moltiplicare negli anni seguenti le categorie interpretative della crisi del movimento operaio non ci ha permesso di guardare a quella crisi per quello che realmente era. Anche oggi ripetiamo simili errori. Nel convulso bisogno di liberarci dai parametri della lotta di classe sottraiamo il tema importante ma insufficiente dei beni comuni dalla dialettica delle classi. Oppure rimandiamo il tema della sussistenza della forza lavoro a un reddito di cittadinanza messo sulle spalle della finanza pubblica. Tutto utile ma tutto esterno alle vicende del modo di produzione e di quella lotta di classe della quale quotidianamente vediamo lo spessore e la violenza.


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