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1 PROGETTO SCUOLA SICURA REFERENTE: prof. GIOVANNI DIMATTEO a.s. 2004/2005.

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1 1 PROGETTO SCUOLA SICURA REFERENTE: prof. GIOVANNI DIMATTEO a.s. 2004/2005

2 2 INDICE PREMESSA MOMENTO DI PREVENZIONE PIANO DI EVACUAZIONE EVENTI ATTESI E POSSIBILI RISCHI ISTRUZIONE DI SICUREZZA CARTOGRAFIA PREDISPOSIZIONI ED INCARICHI PERCORSI DI EVACUAZIONE CHIAMATA DI SOCCORSO PRIMI ELEMENTI DI SOCCORSO PRIMO CONTROLLO DELL’INFORTUNATO L’ASFISSIA ALTRE CAUSE RIMOZIONE CORPI ESTRANEI MANOVRA DI HEIMLICH LA FOLGORAZIONE L’ARRESTO CARDIACO LE LIPOTIMIE LO SHOCK LE PUNTURE DI INSETTI IL COLPO DI CALORE LE USTIONI LE FERITE DISTORSIONI E LUSSAZIONI IL COMPORTAMENTO DELL'UOMO IN CONDIZIONI DI EMERGENZA ALLEGATI

3 3 L'Istituto Professionale di Stato "F.S. Cabrini " di Taranto, esaminati:  la legge 225 del 1992 con la quale viene istituito il Servizio Nazionale di Protezione Civile, le cui finalità sono la conversazione dei beni sul territorio e l'incolumità delle popolazioni.  Il Decreto del Ministero Dell'Interno del 26/08/1992 che prevede che ciascun Istituto predisponga un piano di emergenza, ha elaborato il Progetto SCUOLA SICURA Il Progetto si inserisce nel quadro più ampio dei piani di Protezione Civile elaborato dalla Regione,Provincia e Comune ed è finalizzato ad educare la comunità scolastica alla cultura dell’autoprotezione e della protezione civile, attraverso il conseguimento di seguenti obiettivi:  essere preparati a situazioni di pericolo;  ridurre i rischi indotti da situazioni di emergenze;  stimolare la fiducia in sé;  educare all’autocontrollo ed a comportamenti razionali e corretti;  sviluppare sentimenti di collaborazione, partecipazione e solidarietà. Il programma si articola in attività di aula e didattica viva che possono essere così schematizzati: 1. momento di prevenzione; 2. momento di evacuazione o verifica. PREMESSA

4 4 Il momento della prevenzione prevede interventi didattici educativi che puntino all’acquisizione di conoscenze ed abilità, tali da garantire al discente autonomia ed incolumità in caso di pericolo. I contenuti verteranno su:  conoscenza e competenze degli organi preposti alla protezione civile, che studiano le cause, prevengano le calamità, predispongono e coordinano i soccorsi ed i piani d’interventi;  conoscenze del territorio: raccolta dati sulle caratteristiche e sui diversi livelli di degrado ambientale;  ricerca dei possibili rischi: fenomenologia delle calamità naturali (terremoto e frane) o incidentali (incendi);  conoscenza delle risorse per fronteggiare l’emergenza sia umana (Prefettura, Comando VV.FF, Ministero, Comune) sia tecnologico (Ditte che dispongono di mezzi, strumento, beni utili all’emergenza) sia economica (disponibilità finanziaria);  conoscenza delle fondamentali norme di sicurezza e dei comportamenti sociali da adottare nelle emergenze;  conoscenza dell’organizzazione del Piano Comunale di protezione civile;  elaborazione di un piano di emergenza in modo chiaro, completo nel rispetto dei ruoli;  conoscenza delle attrezzature, mezzi e personale necessari per fronteggiare un’emergenza. MOMENTO DI PREVENZIONE

5 5 PIANO DI EVACUAZIONE Il piano di evacuazione costituisce il documento operativo, attraverso il quale vengono studiate e pianificate le operazioni da compiere in caso di emergenza. Evidenzia le predisposizioni organizzative da realizzare che indica le azioni ed i comportamenti per consentire un'evacuazione ordinata e tempestiva della popolazione presente nell'edificio. Pertanto, deve tenere conto delle pecularietà dell'edificio scolastico, della popolazione scolastica, delle pertinenze circostante l'edificio.

6 6 EVENTI ATTESI E POSSIBILI RISCHI La possibilità che si verifichi una situazione di pericolo, che renda necessario l'evacuazione dell'intera popolazione o di una parte di essa dell'edificio scolastico, può manifestarsi per le cause più disparate. La tipologia degli incidenti ipotizzabili potrebbe essere la seguente: incidenti che si sviluppano all'interno della scuola; incidenti che si sviluppano nelle vicinanze della scuola; terremoto; frana; inquinamento dovuto a cause interne od esterne alla scuola; ogni altra causa che venga ritenuta pericolosa dal Dirigente Scolastico.

7 7 ISTRUZIONE DI SICUREZZA In caso di eventi calamitosi od occidentali (incendi, terremoto o frane) è necessario seguire le seguenti norme di comportamento, al fine della sicurezza individuale e collettiva. IN CASO DI TERREMOTO Mantenere la calma; non precipitarsi fuori dall'aula; restare in classe e ripararsi sotto il banco e sotto architravi; allontanarsi dalle finestre, dalle porte con vetri o dagli armadi; dopo il terremoto, al segnale di evacuazione, abbandonare l'edificio seguendo le norme previste nei successivi paragrafi. IN CASO DI INCENDIO Se l'incendio è fuori dalla classe ed il fumo rende impraticabile le scale ed i corridoi, chiudere bene la porta e sigillare le fessure con panni possibilmente bagnati. Se il fumo rende difficoltosa la respirazione, occorre filtrare l'aria attraverso un fazzoletto e sdraiarsi sul pavimento.

8 8 Le planimetrie (allegati 6, 7, 8, 9) rappresentano le piante dei diversi piani dell'edificio scolastico ed in esse vengono indicati gli itinerari di deflusso per raggiungere le uscite di sicurezza e le classi confluenti. Le planimetrie dell'allegato 10 riportano la collocazione topologica degli edifici, con indicata la zona di raccolta. In ogni classe e nei corridoi verrà affissa la planimetria del piano, con indicato il percorso per raggiungere l'uscita di sicurezza. CARTOGRAFIA Planimetria generale con indicate le zone di raccolta

9 9 PREDISPOSIZIONI ED INCARICHI Affinché un piano funzioni è indispensabile strutturarlo in maniera tale che, durante l'emergenza siano chiari i ruoli ed i compiti assegnati. Per questi motivi nell'ambito del piano vengono individuati i soggetti che cureranno l'attuazione degli automatismi di evacuazione, nonché un corretto e sicuro funzionamento di tutti i dispositivi atti a prevenire un sinistro. Nell'ambito di ciascuna classe verranno individuati i nominativi dei ragazzi a cui attribuire le seguenti mansioni: 2 ragazzi APRI-FILA (titolare e supplente) con il compito di aprire le porte e guidare i compagni verso la zona di raccolta; 2 ragazzi SERRA-FILA con il compito di assistere eventuali compagni in difficoltà e chiudere la porta dell'aula dopo aver controllato che nessuno sia rimasto indietro; 2 ragazzi con il compito di aiutare i disabili ad abbandonare l'aula ed a raggiungere la zona di raccolta. Tali incarichi saranno assegnati sotto le direttive di un docente della classe ed i nominativi verranno affissi nelle aule.

10 10 PERCORSI DI EVACUAZIONE I singoli percorsi di evacuazione, accuratamente predisposti, saranno ben visualizzati sui muri dei corridoi e delle scale che immettono direttamente dall'esterno del plesso o verso le scale di emergenza con segnaletica di sicurezza a norma del D.P.R. n°520 dell'8/06/1982 (frecce e cartelli indicatori). DIRAMAZIONE DELL'ALLARME Al fine di segnalare il verificarsi di una situazione di pericolo, il Dirigente Scolastico o il suo sostituto, una volta avvertito, valuterà l'opportunità di diramare l'ordine di evacuazione. In caso di situazione di grave pericolo, che richieda l'abbandono immediato dei locali, sarà diramato dal personale che prima viene a conoscenza dell'evento. Il segnale di evacuazione sarà diffuso attraverso il campanello, il cui suono dovrà essere ripetuto ad intermittenza. Allo scopo, comunque, di contenere " l'effetto panico" verrà utilizzato un megafono per la diffusione dell'ordine di evacuazione. In caso di inefficienza dell'impianto elettrico, l'ordine di evacuazione verrà emanato da una campana azionata manualmente. La scuola dovrà disporre di torce a pila, qualora si rendesse necessario l'evacuazione in orario serale.

11 11 CHIAMATA DI SOCCORSO In concomitanza con la diramazione dell'ordine di evacuazione il personale di segreteria inoltrerà, a mezzo telefono la richiesta di intervento a: VIGILI DEL FUOCO TEL. 115 CARABINIERI TEL. 112 POLIZIA DI STATO TEL. 113 SOCCORSO TEL. MEDICO/AMBULANTE TEL. PROTEZIONE CIVILE TEL. La chiamata di soccorso verrà effettuata secondo lo schema allegato.

12 12 PROCEDURE OPERATIVE a)All'ordine di evacuazione i locali dovranno essere abbandonati con immediatezza mantenendo, per quanto possibile, la calma. Per garantire libertà di movimento è necessario lasciare sul posto l'equipaggiamento individuale. b)L'insegnante prenderà il registro di classe e coordinerà le operazioni di evacuazione; c)gli studenti usciranno dall'aula, al seguito dei compagni APRI-FILA, in fila indiana e tenendosi per mano o poggiando la mano sulla spalla del compagno che lo precede. Un tale comportamento oltre ad impedire che eventuali alunni spaventati possano prendere la direzione sbagliata o mettersi a correre, contribuisce ad infondere coraggio. d)Gli insegnanti di sostegno cureranno le operazioni di sfollamento unicamente degli allievi disabili. I discenti aventi difficoltà motoria, saranno assistiti direttamente dall'insegnante, oltre che dai due compagni di classe, precedentemente designati. e)Le uscite sulla pubblica via saranno presidiate dal personale ATA dei piani designati, su direttive preventivamente emanate dal Dirigente Scolastico. L'insegnante responsabile della classe, una volta raggiunta la zona di raccolta, farà pervenire alla direzione delle operazioni, tramite i ragazzi SERRA-FILA, il modulo di evacuazione con i dati riguardanti: la classe, gli allievi presenti, gli allievi evacuati, i dispersi, i feriti e le zone di raccolta. Tale modulo dovrà essere firmato dall'alunno serra-fila e dal docente, esso dovrà essere sempre custodito all'interno del registro. Il momento di evacuazione è la verifica dell'apprendimento di informazioni sulle problematiche riguardanti l'emergenza e come fronteggiare situazioni di pericolo, ma soprattutto un'analisi critica dei comportamenti: fiducia in sé, autocontrollo, solidarietà. Il piano verrà illustrato e provato periodicamente, conferendo importanza e serietà sia all'aspetto teorico che alle esercitazioni pratiche. Al termine dell'evacuazione le singole classi dovranno effettuare sotto la guida degli insegnanti un'analisi dei comportamenti tenuti, al fine di individuare e rettificare atteggiamenti non idonei emersi durante le prove.

13 13 PRIMI ELEMENTI DI SOCCORSO

14 14 Ogni persona può essere di fondamentale aiuto ai suoi colleghi in occasione di eventi traumatici o all'insorgere di patologie improvvise. Alcune semplici manovre possono favorire il mantenimento delle funzioni vitali in attesa dell'intervento dei soccorritori professionali. IL PRIMO SOCCORSO E’ EFFICACE SE SI RICONOSCONO TEMPESTIVAMENTE: LE CAUSE DELLE LESIONI IL LUOGO DELLE LESIONI LA LESIONE CHE PONE IN IMMEDIATO PERICOLO LA VITA DELL’INFORTUNATO LA CATENA DEL SOCCORSO Ogni azione di soccorso nella sua totalità può essere vista come una catena formata da cinque anelli. Ogni anello corrisponde a una ben precisa fase di intervento. 1° ANELLO: prime misure 2° ANELLO. Chiamata 3° ANELLO: soccorso secondario 4° ANELLO: trasporto 5° ANELLO: ospedale

15 15 PRIMO ANELLO Prime misure: prevenzione ulteriori incidenti controllo dell’infortunato/i soccorsi urgenti Prevenzione ulteriori incidenti: Il principio fondamentale, da seguire sempre, è: SALVARE LA VITA SENZA PERDERE LA PROPRIA Controllo dell’infortunato e soccorsi urgenti In caso di più infortunati fare una rapida diagnosi delle lesioni riportate allo scopo di accertare le più pericolose. In generale si dovrà: a) Intervenire IMMEDIATAMENTE e senza indugi in caso di grave emorragia arteriosa. b) Valutare lo stato di coscienza. Se l’infortunato è incosciente valutare polso e respiro. c) In caso di arresto cardiorespiratorio procedere al M.C.E. e R.A. d) Far allontanare la folla E’ utile ricordare che l’infortunato che urla o si lamenta non è sempre il più grave. Alle volte chi resta in silenzio può aver riportato delle lesioni ben più pericolose

16 16 SECONDO ANELLO Chiamata: quando si telefona ricordare di specificare sempre: il proprio nome e cognome; cos’è accaduto; quando è accaduto quanti feriti ci sono e la loro gravità altre notizie utili. Non attaccare immediatamente ma attendere sempre la risposta del telefonista. TERZO ANELLO Soccorso secondario In attesa dell’arrivo dei soccorritori qualificati si potrà procedere all’eventuale esecuzione di misure secondarie quali, ad esempio.:  fasciature di ferite. Immobilizzazione di fratture. Controllo dello stato di shock. Soccorso psicologico: assistere psicologicamente l’infortunato distogliendolo per quanto possibile dall’accaduto e rivolgendogli parole di conforto.

17 17 QUARTO ANELLO Trasporto All’arrivo dei soccorsi qualificati si dovrà collaborare alla rimozione degli infortunati, aiutando nelle operazioni di sollevamento e caricamento sulla barella. Si forniranno altresì tutte le informazioni richieste ed eventualmente si accompagnerà l’infortunato durante il trasporto fino all’ospedale. QUINTO ANELLO Ospedale pronto soccorso; medici; terapia intensiva, ecc. Questo anello o fase conclude la catena e non è di stretta del primo soccorritore. E’ una fase ovviamente molto importante, ma può diventare scarsamente importante o addirittura inutile se le precedenti fasi non sono state seguite correttamente e completamente.

18 18 PRIMO CONTROLLO DELL’INFORTUNATO Il soccorritore che si accinga ad intervenire deve, come prima azione, esaminare la dinamica dell’incidente. Una rapida analisi della situazione chiarirà se si tratta di un incidente che si potrà definire “traumatico” (incidente stradale, caduta, ecc.) o “medico” (infarto, come, ecc.) Il soccorritore dovrà quindi in ordine di importanza: 1. Accertare se vi siano delle gravi emorragie. In tal caso dovrà provvedere immediatamente al loro tamponamento. 2.Accertare lo stato di coscienza. Se l’infortunato: PARLA SPONTANEAMENTE RISPONDE ALLE DOMANDE REAGISCE AGLI STIMOLI E’ COSCIENTE Se l’infortunato : NON PARLA SPONTANEAMENTE NON RISPONDE ALLE DOMANDE NON RISPONDE AI NOSTRI COMANDI NON REAGISCE AGLI STIMOLI E’ INCOSCIENTE 1.Se l’infortunato è cosciente si dovrà accertare la presenza di shock, fratture, ecc. E intervenire di conseguenza. 2.Se l’infortunato è incosciente si dovranno valutare il POLSO e il RESPIRO e agire quindi di conseguenza.

19 19 L’ASFISSIA Dicesi ASFISSIA un arresto o una insufficienza della respirazione. Essa insorge per un insufficiente apporto di ossigeno dall’esterno ai tessuti o per una totale mancanza di esso. L’asfissia può essere provocata dalle più svariate cause e situazioni che possono schematicamente essere raggruppate nel seguente modo: Cause meccaniche o fisiche L’entrata dell’aria nei polmoni è ostacolata da: acqua, in caso di annegamento; terra o neve, in caso di frana o valanga; corda, in caso di impiccagione; edema della glottide, in caso di punture di insetti; lingua capovolta, in caso di persona incosciente; corpi estranei come alimenti, vomito, dentiere, ecc. La meccanica respiratoria è alterata in seguito a: trauma cranici, traumi toracici (fratture di costole, inserzione di corpi estranei: coltello, chiodo, ecc.) I muscoli respiratori del torace sono paralizzati da: Veleni; tetano; poliomielite; folgorazione. Modificazione dell’aria inspirata L’aria inspirata non contiene ossigeno sufficiente a causa di: ambiente limitato e povero di ossigeno elevate altitudini presenza di gas tossici, come ossido di carbonio (stufe) o idrogeno solforato (fogne o pozzi neri)

20 20 ALTRE CAUSE L’ossigeno non arriva più ai tessuti a causa di:  arresto cardiaco: il sangue non è più spinto dal cuore e quindi l’ossigeno non è trasportato ai tessuto (Sincope bianca); insufficienza cardiaca: il cuore non pompa abbastanza sangue verso i tessuti che restano privi di ossigeno. DIAGNOSI Una persona con asfissia è riconoscibile dai seguenti Segni o sintomi caratteristici da verificare sempre: 1. Coscienza L’asfittico può facilmente essere in uno stato di incoscienza non rispondendo quindi agli stimoli esterni. Per verificare ciò, porre delle domande all’infortunato oppure afferrare la sua mano: se è cosciente la stringerà istintivamente. 2. I movimenti del torace e dell’addome Sono assenti E’ possibile accertarsi di questa assenza slacciando i vestiti, lasciando torace e addome scoperti e appoggiando una mano alla fine della cassa toracica e una sull’addome: non si noterà alcun movimento delle mani. Altri metodi per accertarsi che la persona respira o no, sono quelli di avvicinare il proprio orecchio alla bocca dell’infortunato avvertendo in tal modo l’eventuale fuoriuscita dell’aria, o di accostare uno specchietto o un vetro alla bocca dell’infortunato notando un appannamento dello stesso se la respirazione è presente. 3. Colorazione della pelle Il colorito della pelle, e in particolare del volto e delle mani, può essere: Bianco livido dovuto ad arresto cardiaco ( Sincope ) Rosso ciliegia dovuto ad intossicazione da ossido di carbonio Violaceo dovuto a ostruzione delle vie aeree superiori per cause meccaniche o fisiche. 4. Attività cardiaca Il cuore può essersi fermato, nel qualcaso avremo: Assenza di polso radiale o carotideo Dilatazione della pupilla (Midriasi)

21 21 PRIMO SOCCORSO Nei casi di asfissia è prima di tutto importante ricordare che una persona può vivere solo poche minuti senza ossigeno per cui, eccetto alcuni casi (stanza satura di gas, situazioni di pericolo per la vita del soccorritore), si dovrà intervenire immediatamente e sul posto. Le fasi da seguire sono: ADAGIARE IL SOGGETTO SULLA SCHIENA mettendo sotto le spalle un indumento arrotolato in modo che la testa sia piegata all’indietro e la lingua non ostruisca così le vie aeree superiori (Ipertensione della testa).

22 22 RIMOZIONE CORPI ESTRANEI La penetrazione di un corpo estraneo (biglia, cibo, tappi) nelle vie respiratorie è una situazione piuttosto frequente e molto spesso drammatica: la vittima è improvvisamente incapace di parlare, tossire, e respirare. Il tempo per un efficace soccorso è di pochi minuti trascorsi i quali il Sistema Nervoso Centrale viene danneggiato irreversibilmente a causa della mancanza di ossigeno. Se si è presenti al momento in cui si verifica l’aspirazione di un corpo estraneo e il soggetto è cosciente, bisognerà incoraggiarlo a tossire per espellere l’oggetto ed eventualmente cercare di afferrare l’oggetto introducendo un dito in bocca. Il soccorritore deve prestare molta cura nell’effettuare questa manovra perchè il corpo estraneo potrebbe essere spinto ancora più profondamente nelle vie aeree. La percussione della parete posteriore toracica può essere una valida manovra per la rimozione dei corpi estranei. Il soccorritore deve mettere la vittima in posizione china, tenendogli una mano a sostegno dell’addome. Può essere utile e meno faticoso aiutarsi con una sedia facendo appoggiare l’addome dell’infortunato sullo schienale e inclinando verso il basso il suo tronco. Con la mano destra posta di taglio rispetto alla schiena e con le dita bene aperte, il soccorritore batterà dei colpi in modo continuo lungo la colonna vertebrale dalla parte inferiore fin verso il collo. Nel caso di bambini molto piccoli si può ripetere la stessa manovra afferrando saldamente il bambino per i piedi e ponendolo a testa in giù

23 23 MANOVRA DI HEIMLICH Il soccorritore si pone alle spalle dell’infortunato e circondandolo con le braccia pone il pugno di una mano sulla parte superiore dell’addome subito sotto lo sterno e poco sopra l’ombelico. Poi afferra il pugno con l’altra mano e con forza imprime ripetute pressioni verso l’alto. Nel caso la vittima si trovi seduta su una sedia si userà la stessa tecnica. Lo schienale della sedia in questo caso farà da supporto rigido ed aumenterà l’efficacia della manovra. Se l’infortunato si trova disteso a terra, il soccorritore si inginocchierà a cavalcioni delle gambe dell’infortunato e porrà le mani una sopra l’altra sull’addome della vittima poco sopra l’ombelico. Preme poi le mani in direzione della testa dell’infortunato con un colpo rapido, forte e ripetuto. La stessa tecnica viene usata nel caso si tratti di un bambino piccolo, in questo caso si dovranno usare solo la punta delle dita affinché la pressione non sia troppo violenta

24 24 LA FOLGORAZIONE Fino a qualche anno fa la folgorazione era una delle cause più frequenti di infortuni, soprattutto in certi ambienti di lavoro. Attualmente, invece, la diffusione di apparecchi domestici alimentati da corrente elettrica ha portato a un notevole aumento di incidenti nelle abitazioni, spesse volte molto gravi. L’ignoranza del rischio elettrico è alla base, molte volte, di tragedie. E’ diffusa infatti la convinzione che la corrente a 125 volt sia meno pericolosa di quella a 220 o 380 volt. Nulla di più sbagliato. Il danno dell’organismo dipende essenzialmente dall’intensità della corrente, dal tempo di contatto, dal percorso che la corrente fa dentro il nostro corpo, dalla massa corporea e anche dal sesso (le donne generalmente sono più sensibili degli uomini). Il voltaggio da questo punto di vista non ha nessuna importanza. Gli effetti principali che la corrente elettrica produce sul corpo sono: Tetanizzazione (contrattura muscolare): è il caso di una persona che rimane letteralmente “attaccata” ad un filo, cioè non riesce a togliere la mano o l’arto interessati. In questo caso anche correnti di debole intensità possono diventare pericolose. Arresto del respiro: correnti di intensità maggiore alla precedente provocano la contrazione dei muscoli respiratori o la paralisi dei centri nervosi che comandano la respirazione. In questi casi si va incontro ad asfissia e quindi a morte. Fibrillazione cardiaca: la corrente elettrica agisce anche sul funzionamento cardiaco. In questo caso al normale battito cardiaco di 60/70 battiti al minuto, si sostituisce un tremolio intensissimo del muscolo cardiaco che non permette al cuore stesso di mandare in circolo il sangue. La persona va incontro a morte. Ustione: correnti di elevata intensità, provocano la necrosi dei tessuti. Queste ustioni, in genere, sono molto profonde e difficili da guarire.

25 25 PRIMO SOCCORSO Il principio “salvare una vita senza perdere se stessi” ha in questo caso il massimo valore. Bisognerà quindi togliere la corrente se l’interruttore è a portata di mano, altrimenti staccare la vittima dalla corrente con un legno asciutto o con una corda o un panno asciutto oppure staccare il filo con un lungo bastone. Isolarsi possibilmente da terra poggiando i piedi su un oggetto asciutto (asse di legno, gomma, tappeto, giornali). Attenzione soprattutto alle cose umide o bagnate. Una volta interrotta la corrente, bisognerà accertarsi delle condizioni dell’infortunato. Verificare la presenza del battito cardiaco e della respirazione che molto probabilmente saranno assenti, intervenire quindi con la respirazione bocca a bocca ed eventualmente con il massaggio cardiaco, preceduti da alcuni colpi precordiali. Nel caso la bocca sia chiusa (Trisma) è inutile tentare di aprirla con la forza; generalmente si dà un colpo secco alla parte superiore del ramo della mandibola (con le dita serrate). Se anche in questo modo non si riesce ad aprire la bocca si procede con la respirazione bocca-naso e si trasporta al più presto l’infortunato all’ospedale più vicino.

26 26 L’ARRESTO CARDIACO L’arresto cardiaco è l’improvvisa cessazione dell’attività del muscolo cardiaco e può essere provocato da svariate cause tra le quali: folgorazione; infarto; shock; asfissia; cause accidentali.

27 27 DIAGNOSI L’arresto cardiaco di una persona è riconoscibile dai seguenti SEGNI o SINTOMI CARATTERISTICI da verificare sempre : Coscienza La persona in arresto cardiaco è incosciente. Attività cardiaca L’attività cardiaca è assente. Inattendibile è il polso radiale. I polsi carotideo e femorale sono assenti. Per individuare il polso carotideo si posizionano le tre dita lunghe sotto l’angolo della mandibola facendole scivolare sul collo tra il muscolo e la trachea Ricordarsi di palpare l’arteria con la parte piatta del polpastrello e non con la punta delle dita, Attenzione anche a non chiudere completamente l’arteria. Respirazione La respirazione è assente. Le due attività (cardiaca e respiratoria) non possono continuare indipendentemente l’una dall’altra. Colorazione della pelle Generalmente pallida ad eccezione delle labbra e delle unghie che possono essere cianotiche. Pupille Le pupille sono generalmente Dilatate, Fisse e Non reagenti alla luce. Tuttavia non bisogna aspettare, per una diagnosi sicura che le pupille si dilatino, perchè questo avviene almeno 1 minuto dopo l’arresto della circolazione. In alcuni pazienti inoltre, le pupille non si dilatano mai o possono essere già dilatate prima dell’arresto.

28 28 PRIMO SOCCORSO L’utilità della manovra rianimatoria è quella di preservare principalmente il cervello dai danni che possono derivare dalla mancanza di ossigeno e dall’eccesso di anidride carbonica nel sangue. La rianimazione deve essere perciò cominciata entro 3-4 minuti dall’arresto cardiaco. Oltre tale termine i danni al cervello sono irreversibili. La rianimazione consiste essenzialmente nel MASSAGGIO CARDIACO ESTERNO ( MCE ) che provvede a ripristinare una minima circolazione sanguigna ( % del normale ): il soccorritore cioè si sostituisce all’attività cardiaca e comprimendo alternativamente il cuore fra sterno e colonna vertebrale, fa circolare indirettamente il sangue. Nello stesso tempo, dal momento che il M.C.E. non produce ventilazione dei polmoni, sarà assolutamente necessario mantenere il sangue ossigenato con la respirazione bocca a bocca. Le fasi da seguire sono: 1.Colpo precordiale: è un colpo secco e forte dato col pugno chiuso da circa 30 centimetri di altezza sulla metà dello sterno. Può essere ripetuto alcune volte. Spesso il colpo è sufficiente a ripristinare il battito cardiaco (controllare il polso carotide dopo ogni colpo). E’ particolarmente indicato negli arresti cardiaci dovuti a folgorazione, mancanza di ossigeno e nei bambini). Se il colpo precordiale non sortisce alcun effetto (rilevabile dall’eventuale comparsa del polso carotide) si procede con il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale. 2.Massaggio cardiaco esterno e respirazione artificiale. Il cuore occupa uno spazio compreso tra lo sterno e la spina dorsale. Con il MCE lo si comprime tra queste due parti ossee producendo una circolazione artificiale. In questo modo quando il cuore è compresso il sangue è spinto fuori dal ventricolo sinistro in tutto il corpo (fino al cervello) e dal ventricolo destro nei polmoni dove si ossigena. Quando si sospende la compressione sullo sterno la gabbia toracica grazie alla sua elasticità si espande riprendendo la sua normale posizione e il cuore può riempirsi nuovamente di sangue.

29 29 MASSAGGIO CARDIACO ESTERNO E RESPIRAZIONE ARTIFICIALE Dove farlo E’ importantissimo stabilire esattamente il punto del torace su cui effettuare il M.C.E.. Esso va effettuato sulla metà inferiore dello sterno. Per stabilire esattamente la posizione si può agire così:  si misuri la lunghezza dello sterno (dal suo inizio fino alla cartilagine finale)  lo si divida a metà e si ponga la base del palmo di una mano subito sotto tale metà. Ricordarsi che il punto così trovato è quello che permette la migliore esecuzione con i minori rischi. Una compressione troppo alta infatti potrebbe provocare la frattura dello sterno. Una troppo bassa la frattura del processo xifoideo con possibile trauma al fegato, una laterale, la frattura delle coste con possibile perforazione del fegato, dei polmoni, dello stomaco e della milza. Come farlo da soli E’ assolutamente necessario distendere l’infortunato su un piano rigido possibilmente in posizione Antishock. Iperstendere la testa, chiudere il naso dell’infortunato ed effettuare 2-3 insufflazioni (per ossigenare il sangue). Mettersi da un lato, in ginocchio, all’altezza dello sterno dell’infortunato. Porre la base del palmo di una mano sul punto di compressione e la base dell’altra mano sopra la prima tenendo le dita ben alzate e discoste dal torace. Mantenendo le braccia ben tese, portarsi con le spalle perpendicolarmente al di sopra del punto di compressione e con il peso del proprio corpo (per non stancarsi) comprimere lo sterno di 4-5 centimetri. Quindi rilasciare. Dopo aver effettuato 15 compressioni spostarsi velocemente alla testa dell’infortunato ed effettuare 2 insufflazioni. Continuare così alternando massaggi ed insufflazioni. Le insufflazioni vanno effettuate una volta al secondo per gli adulti, più rapidamente ( al minuto) e con la pressione delle sole dita per i bambini. Per quanto riguarda un soccorritore, il ritmo sarà quindi

30 30 Come farlo in due Un soccorritore si occuperà solo del M.C.E. e l’altro della respirazione artificiale. Il primo si porrà quindi all’altezza dello sterno dell’infortunato e il secondo all’altezza della testa. Eseguire tutte le manovre viste nel caso precedente. Non eseguire mai contemporaneamente M.C.E e R.A. ma sempre alternativamente. Il ritmo in questo caso è minore del precedente: 1 insufflazione ogni 5 massaggi. Mentre un soccorritore effettua il M.C.E. l’altro può verificarne la validità tastando, contemporaneamente al massaggio, il polso carotideo: sr il M.C.E. è effettuato correttamente e con la giusta pressione, si dovrà avvertire chiaramente il battito. In entrambi i casi (1 o 2 soccorritori) si dovranno interrompere le manovre per pochi secondi ogni 2-3 minuti per controllare se il polso carotideo è ricomparso; in caso contrario continuare la rianimazione fino a quando ricompare il polso e proseguire poi eventualmente la respirazione artificiale senza M.C.E. finchè ritorni il respiro spontaneo. Quando entrambe le funzioni sono riprese, controllare continuamente respiro e polso in quanto non è improbabile un nuovo arresto. Ulteriori segni da verificare per stabilire la ripresa spontanea del circolo possono essere la ricomparsa dei riflessi pupillari e il colorito dell’infortunato che ridiventa normale. Le manovre rianimatorie vanno continuate a lungo, anche per ore, perlomeno fino a che l’infortunato venga ricoverato o sopraggiungano soccorsi qualificati. Nel caso di recupero è indispensabile controllare continuamente l’attività cardiorespiratoria dell’infortunato per reintervenire tempestivamente in caso di nuovo arresto che in queste situazioni può essere molto probabile.

31 31 LE PERDITE DI COSCIENZA La perdita di coscienza è la scomparsa della della nozione della propria esistenza e degli oggetti esterni: l’infortunato non parla e non risponde alle domande, può tuttavia ancora rispondere a certi stimoli più semplici come il pizzicamento (tentando di retrarre l’arto da cui proviene il dolore) e presentare motilità volontaria; il polso e la respirazione possono essere presenti o assenti. Distinguiamo quindi 3 differenti aspetti della perdita di coscienza: le lipotimie, le sincopi e gli stati comatosi. LE LIPOTIMIE Costituiscono il 1° grado della perdita di coscienza: la perdita di coscienza non è completa, il respiro è conservato, il polso è debole e lento, è presente anche una sudorazione con senso di freddo. Sintomi premonitori sono la sensazione di malessere, nausea,capogiro, l’aspetto è pallido.

32 32 PRIMO SOCCORSO 1)Porre la persona in posizione antishock: disteso con le gambe sollevate. 2)Se la persona è seduta e non è possibile farla sdraiare farle piegare il busto verso il pavimento ponendogli la testa tra le ginocchia. 3)Liberarla da indumenti costrittivi, slacciare ciò che stringe (cravatta, cintura, colletti) 4)Farla respirare bene; allontanare la gente che preme intorno. Arieggiare l’ambiente. Controllare il battito cardiaco e respirazione costantemente. Di soliti lo svenimento è un fenomeno passeggero, ma se la persona non si riprende occorre chiamare un medico.

33 33 COSA NON SI DEVE FARE Non dare alcolici da bere (dilatano i vasi e abbassano la pressione arteriosa con il risultato che affluisce ancora meno sangue al cervello). Mai dare da bere se è incosciente. Mai spruzzare acqua fredda sul viso. Mai dare schiaffi. Quando si riprende non farlo muovere ma lasciarlo disteso. 1) Mettere il paziente seduto sul letto o su una poltrona con il capo sollevato 2) Mettergli una borsa di ghiaccio in testa 3) Scaldargli i piedi 4) Chiamare il medico

34 34 LO SHOCK Lo shock è una sindrome caratterizzata da una sofferenza generale dell’organismo dovuta a una diminuzione dell’arrivo del sangue alle cellule dei tessuti. Tale diminuzione è conseguente a una CADUTA della PRESSIONE ARTERIOSA. Lo shock può essere suddiviso in 3 tipi: Shock ipovolemico: dovuto a una diminuzione del volume di sangue e liquidi contenuti nell’organismo. Shock neurogeno: dovuto a una dilatazione dei vasi ( tale tipo di shock diventa pericoloso solo se associato a uno degli altri due tipi ) Shock cardiogeno: dovuto a lesioni cardiache. SINTOMI Polso debole e frequente; sudorazione su cute fredda; pallore della cute; cianosi alle estremità (dita) e alle labbra; respirazione superficiale e frequente; alterazione della coscienza: prima agitazione poi depressione con sonnolenza; diminuzione o blocco dell’attività urinaria (oliguria o anuria) Si ha conseguentemente un’evoluzione irreversibile verso il COMA e quindi l’ARRESTO CARDIACO.

35 35 PRIMO SOCCORSO Una volta instauratosi, lo shock è difficile da curare perchè evolve irreversibilmente verso il coma e quindi la morte. Sarà importante quindi cercare di prevenirlo con delle manovre specifiche in tutti quei casi in cui si suppone si possa instaurare. Bisognerà quindi: Eliminare, se possibile, la causa che ha provocato lo shock (bloccare l’emorragia, immobilizzare una frattura, ecc..) Slacciare tutti gli indumenti stretti Evitare la dispersione del calore: coprire la vittima isolandola dal terreno; evitare di riscaldarla eccessivamente perchè il calore provoca vasodilatazione e aggrava lo shock Porre l’infortunato in POSIZIONE ANTISHOCK alzando le gambe in modo da far affluire il sangue al cervello. Controllare costantemente respiro e polso. Tranquillizzare l’infortunato e allontanare la folla Evitare movimenti inutili che aggravano lo shock. Non dar da bere alcolici che provocano vasodilatazione e aggravano pericolosamente lo shock. Ospedalizzare rapidamente ma con cautela La posizione antishock si dovrà assolutamente evitare in caso di traumi cranici. In caso di traumi vertebrali, fratture del bacino e degli arti inferiori, si può porre l’infortunato su un piano rigido che sarà quindi sollevato. Se ciò non fosse possibile si posssono sollevare gli arti superiori.

36 36 LE PUNTURE DI INSETTI In Italia non esistono insetti pericolosi al punto da provocare la morte del soggetto. Si tratta per lo più di insetti come le vespe, le api, i calabroni, le zanzare, le formiche, le pulci, ecc... La puntura di un insetto può diventare pericolosa quando: il soggetto punto è allergico alle sostanze contenute nel veleno iniettato; la sede della puntura è il viso, la gola, la lingua o la congiuntiva; il numero delle punture è elevato. SINTOMI Dolore pungente; prurito; arrossamento nella zona della puntura; gonfiore.

37 37 PRIMO SOCCORSO Estrarre l’eventuale pungiglione con un ago sterilizzato o con una pinzetta senza premere troppo. Generalmente è inutile cercare di togliere il pungiglione delle api in quanto sono muniti di particolari uncini. Lavare con acqua e sapone. Disinfettare. Toccare il luogo della puntura con un batuffolo di cotone imbevuto di ammoniaca. (Diluire un cucchiaio di ammoniaca pura in un bicchiere di acqua) Applicare eventualmente una pomata antistaminica (Fargan). Bendare per proteggere da infezioni. Nel caso di puntura in bocca con conseguente gonfiore del cavo orale e della lingua, appoggiare sulla base della lingua il manico di un cucchiaio o un bastoncino di legno per favorire la respirazione e trasportare velocemente in ospedale.

38 38 IL COLPO DI CALORE Si verifica in ambienti caldi e scarsamente ventilati. Normalmente la secrezione del sudore serve a raffreddare il corpo, esso infatti evaporando abbassa la temperatura corporea; può capitare in ambienti umidi e caldi che esso non possa evaporare: ristagnando provoca un arresto della sudorazione con conseguente pericoloso innalzamento della temperatura.

39 39 SINTOMI Sete intensa; cute calda (temperatura gradi); volto arrossato; respiro frequente e affannoso; torpore; shock (possibile) PRIMO SOCCORSO Portare l’infortunato in ambiente fresco. Ventilare l’infortunato. Raffreddare con impacchi e srpuzzi di acqua fresca non gelata. Far bere acqua e sale per evitare lo shock. Controllare il polso e la respirazione. Importante: la temperatura deve essere abbassata gradualmente per evitare di arrivare al collasso che risulterebbe fatale.

40 40 LE USTIONI Le ustioni sono lesioni della cute provocate dall’azione del calore. Molte e svariate sono le cause che portano a una lesione di questo tipo. Normalmente le ustioni sono causate da: liquidi bollenti; raggi solari; sostanze chimiche; metalli roventi; fuoco; folgorazione. Le ustioni si possono dividere semplicemente in ustioni di 1°, 2°, 3° grado. 1° grado: la zona lesa è calda, arrossata e umida. La persona avverte dolore intenso che si riacutizza ad ogni contatto. E’ paragonabile ad un colpo di sole prolungato. 2° grado: si hanno gli stessi effetti del 1° grado ma in misura più accentuata e grave. Dopo qualche tempo vi è la comparsa di bolle ( flittene ) contenenti un liquido chiaro ( trasudato ). 3° grado: la lesione è dovuta in genere al contatto diretto con la sorgente di calore. La lesione è molto profonda e tutti gli strati della cute sono distrutti.

41 41 FATTORI DI GRAVITÀ DELLE USTIONI 1.Localizzazione dell’ustione- Le ustioni più gravi sono quelle all’addome, ai genitali, al volto, alla schiena 2.Età e condizioni fisiche dell’ustionato- Una persona giovane ha molte più possibilità di un anziano di recuperare le parti ustionate. 3.Indumenti indossati- Gli indumenti di nailon o di fibre sintetiche bruciando si incollano alla pelle rendendo le lesioni più profonde. 4.Estensione e profondità della superficie ustionata-Generalmente un’ustione è tanto più grave quanto più è profonda ed estesa. E’ bene ricordare che una lesione superficiale ma molto estesa è, a volte, più grave di una lesione profonda che però interessa una superficie minore. Se la superficie interessata supera il 50%, l’infortunato avrà limitata possibilità di sopravvivenza, se è del 30-40% è in condizioni gravissime ma non disperate, se è del 20% è grave ma sicuramente sopravviverà.

42 42 PRIMO SOCCORSO USTIONI DI 1° GRADO 1.Arrestare al più presto l’azione lesiva del calore cioè spegnere l’ustione nel vero senso della parola, con abbondanti getti di acqua fredda anche sulle parti adiacenti che non appaiono lese. 2.Eliminare gli abiti che ricoprono l’ustione, ma non quelli a diretto contatto con l’ustione stessa. 3.Non toccare con le mani le zone ustionate (pericolo di infezione). 4.Non applicare olio, albume d’uovo, pomate o disinfettanti. 5.Coprire possibilmente con panni o garze sterili. 6.Non somministrare bevande alcoliche. Se l’infortunato deve attendere molto tempo prima di essere ospedalizzato somministrargli una piccola quantità di acqua leggermente salata. 7.Posizione anti-shock evitando che le zone lese vengano compresse, coprire l’infortunato. 8.Ospedalizzazione.

43 43 USTIONI DI 2° GRADO Lavare abbondantemente con acqua fredda o applicare ghiaccio. Se si agisce tempestivamente si può evitare la comparsa di bolle. Queste bolle non devono essere assolutamente rotte o bucate poichè potrebbero verificarsi pericolose infezioni. Se si dovessero rompere tagliare la pelle residua con forbici sterilizzate, spennellare la pelle intorno all’ustione con qualche disinfettante non colorato e applicare una compressa sterile.

44 44 LE FERITE La ferita è un’interruzione di continuità della cute o delle mucose, con eventuale danneggiamento dei tessuti sottostanti. Una ferita è detta Superficiale se interessa solo i primi strati della cute; è chiamata Profonda se interessa anche i tessuti sottostanti; si dice Penetrante se l’azione traumatica raggiunge una cavità anatomica (cavo toracico o addominale). Le ferite possono essere classificate in base al meccanismo traumatico e all’agente penetrante. Si possono così avere: Abrasioni: l’agente è un corpo tagliente che asporta tangenzialmente i primi strati della cute. Escoriazioni:dovute a un corpo contundente dalla forma irregolare. La ferita ha un aspetto simile a uno strisciamento di corpo ruvido. Ferite da punta: dovute ad un oggetto perforante acuminato che penetra perpendicolarmente nella cute. Ferite da taglio: l’agente è un corpo tagliente che penetra perpendicolarmente alla superficie cutanea. Ferite lacere: sono l’effetto di un meccanismo di strappo sia della cute sia dei tessuti sottostanti. Ferite lacero-contuse: l’agente provoca una lacerazione della pelle e una compressione che determina un ematoma e un’ecchimosi.

45 45 PRIMO SOCCORSO Nel caso di piccole ferite, in cui il sanguinamento è limitato e generalmente si arresta dopo breve tempo per la coagulazione, la tecnica da seguire è la seguente 1.Lavarsi accuratamente le mani con acqua e sapone. 2.Lavare abbondantemente la ferita con acqua e sapone, procedendo dal centro della ferita verso l’esterno usando garze o panni puliti, evitando di usare cotone che lascerebbe dei filamenti. 3.Togliere dalla ferita eventuali corpi estranei e rasare peli o capelli intorno alla zona lesa. Nel caso di ferite piccole e penetranti è consigliabile far uscire del sangue premendo dolcemente la parte interessata. 4.Versare sulla ferita l’acqua ossigenata che è particolarmente indicata per la sua duplice azione meccanica e battericida Meccanica: attraverso la produzione di bollicine d’ossigeno vengono rimosse le piccole impurità i microrganismi dall’interno della ferita. Battericida: l’ossigeno è tossico per i batteri del tetano che si sviluppano solo in ambiente povero di ossigeno. Evitare assolutamente l’uso della tintura di iodio direttamente sulla ferita essendo lesiva per i tessuti. 5.Ricoprire la ferita ponendo a diretto contatto con essa una o più garze sterili. Al di sopra di esse si pone del cotone idrofilo che avrà la funzione di assorbire gli eventuali versamenti della ferita senza attaccarsi ad essa. La medicazione va poi fissata con una fascia di tela o di cotone oppure con dei cerotti. Una buona medicazione deve avere un’estensione superficiale maggiore della ferita. I materiali usati devono essere STERILI e devono essere posti in modo da non provocare dolore o fastidio. Nel caso di ferite gravi è consigliabile: spostare o tagliare gli abiti che la ricoprono; evitare una successiva contaminazione collocando delle compresse sterili o dei panni ben puliti al di sopra della parte lesa; non sollevare polvere e non respirare sulla ferita; porre l’infortunato in posizione antishock e trasportarlo all’ospedale.

46 46 DISTORSIONI E LUSSAZIONI Sono traumi delle articolazioni causati nella maggior parte dei casi, da un falso movimento. LA DISTORSIONE Si verifica quando un capo articolare di un osso esce dalla sua sede articolare, ma vi rientra subito. A volte, nelle distorsioni gravi, possiamo avere lacerazione dei legamenti. La più comune distorsione è quella della caviglia. I sintomi sono: gonfiore localizzato, dolore nei movimenti che però risultano possibili. PRIMO SOCCORSO Fare una fasciatura stretta applicando impacchi freddi e tenere possibilmente l’arto a riposo per qualche giorno. Nel caso la distorsione si presenti particolarmente dolorosa e ci fosse il sospetto di una frattura, sarà bene trasportare l’infortunato in ospedale

47 47 LA LUSSAZIONE Si verifica quando il capo articolare esce dalla sua articolazione ma successivamente non ritorna a posto. Anche in questo caso i sintomi sono: dolore acutissimo, impotenza funzionale, intorpidimento e gonfiore ma soprattutto deformità visibile dell’articolazione stessa. Il soccorritore dovrà astenersi nel modo più assoluto da ogni tentativo di rimettere a posto l’articolazione. Tra le più frequenti ricordiamo la lussazione della spalla, del dito e del gomito. PRIMO SOCCORSO Immobilizzare la parte nella posizione in cui si trova e portare subito in ospedale, infatti la riduzione risulta più facile nelle prime 12 ore. Importante sottolineare che nel dubbio, il soccorritore dovrà trattare l’infortunato come se fosse fratturato.

48 48 IL COMPORTAMENTO DELL'UOMO IN CONDIZIONI DI EMERGENZA Il panico In tutti gli edifici con alta concentrazione di persone si possono avere situazioni di emergenza che modificano le condizioni di agibilità degli spazi ed alterano comportamenti e rapporti interpersonali degli utenti. Ciò causa una reazione che, specialmente in ambito collettivo, può risultare pericolosa poiché non consente il controllo della situazione creatasi, coinvolgendo un gran numero di persone e rendendo difficili eventuali operazioni di soccorso. Questi comportamenti sono da tutti conosciuti con il termine "panico" che identifica il comportamento di persone quando vengono a trovarsi in condizioni di pericolo imminente. Il panico si manifesta con diversi tipi di reazioni emotive: timore e paura, oppressione, ansia fino ad emozioni convulse e manifestazioni isteriche, nonché particolari reazioni dell'organismo quali accelerazioni del battito cardiaco, tremore alle gambe, difficoltà di respirazione, aumento o caduta della pressione arteriosa, giramenti di testa e vertigini. Tutte queste condizioni possono portare le persone a reagire in modo non controllato e razionale. In una situazione di pericolo, sia essa presunta o reale, e in presenza di molte persone, il panico può manifestarsi principalmente in due modi: il coinvolgimento delle persone nell'ansia generale, con invocazioni di aiuto, grida, atti di disperazione; l'istinto all'autodifesa con tentativi di fuga che comportano l'esclusione degli altri, anche in forme violente, con spinte, corse, affermazione dei posti conquistati verso la salvezza. Allo stesso tempo possono venire compromesse alcune funzioni comportamentali quali l'attenzione, il controllo dei movimenti, la facoltà di ragionamento. Tutte queste reazioni costituiscono elementi di grave turbativa e pericolo

49 49 Il comportamento per superarlo I comportamenti di cui abbiamo parlato possono essere modificati e ricondotti alla normalità se il sistema in cui si evolvono è preparato e organizzato per far fronte ai pericoli che lo insidiano. Il piano di evacuazione, con il percorso conoscitivo necessario per la sua realizzazione, può dare un contributo fondamentale in questa direzione consentendo di: essere preparati a situazioni di pericolo; stimolare la fiducia in se stessi; indurre un sufficiente autocontrollo per attuare comportamenti razionali e corretti; controllare la propria emozionalità e saper reagire all'eccitazione collettiva. In altre parole tende a ridurre i rischi indotti da una condizione di emergenza e facilita le operazioni di allontanamento da luoghi pericolosi.

50 50 I Laboratori frequentemente presenti nelle scuole sono quelli informatici e chimici. In ogni laboratorio occorrerà per prima cosa vigilare sull'effettiva rispondenza dei locali ai requisiti stabiliti dalla vigente normativa Infatti, anche se gli istituti scolastici non possono essere considerati "aziende industriali", molte delle attività svolte nei laboratori rientrano tra quelle indicate nell'art. 33 del D.P.R. 303/56. L'art. 33 del decreto legislativo 626 stabilisce le caratteristiche degli ambienti. Esso dice che i limiti minimi per altezza, cubatura e superficie dei locali chiusi o da destinarsi al lavoro nelle aziende industriali che occupano più di 5 lavoratori, e in ogni caso in quelle che eseguono le lavorazioni indicate nell'art. 33, sono i seguenti: altezza netta non inferiore a m.3; cubatura non inferiore a mc. 10 per lavoratore; ogni lavoratore occupato in ciascun ambiente deve disporre di una superficie di almeno 2 mq. Vengono inoltre stabilite norme per quanto riguarda: temperature dei locali; illuminazione; pavimenti, muri, soffitti, finestre e lucernari. LA SICUREZZA NEI LABORATORI

51 51 LABORATORI DI INFORMATICA Tali laboratori presentano fattori di rischio meno immediatamente individuabili. RISCHI elettrico (cfr. DPR 547); da uso di videoterminali (disturbi oculo visivi, disturbbi muscolo scheletrici, stress); da radiazioni ionizzanti. BONIFICHE Impianti elettrici a regola d'arte; Postazioni di lavoro a norma di legge.

52 52 PRINCIPALI FATTORI DI RISCHIO n. 1 a)Posture incongrue e movimenti ripetitivi Il lavoro si svolge in posizione seduta, spesso prolungata in posti di lavoro per lo più arredati casualmente e pertanto non ergonomici. Le operazioni di digitazione su tastiera avvengono con movimenti ripetitivi e rapidi delle dita e con le braccia sovente non appoggiate. Disturbi cronici alla colonna vertebrale, infiammazioni di muscoli e tendini sono le conseguenze dannose di lavori ripetitivi e con pause ridotte. La posizione seduta fissa, mantenuta a lungo facilita la congestione venosa a livello del bacino e quindi infiammazioni e infezioni vaginali. b)Fattori da stress Sono presenti e variano ampiamente in funzione delle caratteristiche del lavoro. Il lavoro a tempo pieno di "data entry o di videoscrittura" risultano stressanti perché monotoni e ripetitivi; la centralinista o l'addetta allo sportello trovano occasione di stress nel contatto col pubblico. In genere, è nelle costrittività organizzative derivanti da compiti sempre più standardizzati, prescrittivi e poco flessibili che possono rilevarsi situazioni riconducibili a rischio di fatica mentale. c)Qualità dell'aria La qualità dell'aria negli ambienti di ufficio è influenzata da diversi fattori, quali: l'aria esterna prelevata deve essere della miglior qualità possibile: spesso si verifica che gli impianti di condizionamento prelevano l'aria esterna da zone fortemente inquinate (livello strada o garage) o l'impianto non sia dimensiona per la presenza di più persone (es.pubblico) o di fumatori (anche se si spera che sia finalmente proibito di fumare nei luoghi di lavoro); presenza di microrganismi: funghi, batteri virus trovano facile terreno di sviluppo negli impianti di condizionamento non sottoposti ad adeguata manutenzione o da superfici tessili (tendaggi, moquettes,pareti rivestite non sottoposte a pulizie radicali). Ne possono derivare affezioni respiratorie (asma, alveoliti,polmoniti, ecc...) inquinanti derivanti dalla presenza di persone, dall'attività lavorativa, dai materiali di costruzione e di arredo (fumo di tabacco, ozono prodotto dalle fotocopiatrici, fibre di vetro a volte presenti sulle condutture e nelle controsoffittature). L'apporto di aria fresca e pulita nell'ambiente deve essere bilanciato al tipo di attività, alle dimensioni dei locali e al numero di persone ospitate.

53 53 PRINCIPALI FATTORI DI RISCHIO n. 2 d)Microclima I principali problemi possono derivare dalla mancata osservanza di un regime di comfort termico (disagio da caldo o da freddo), dall'eccessiva secchezza dell'aria (congiuntiviti spesso attribuite all'uso del VDT), dagli spifferi, dalla disomogeneità termica tra le diverse aree operative e dalla cattiva distribuzione dell'aria condizionata(correnti d'aria condizionata). e)Illuminazione L'illuminazione può essere inadeguata per quantità e qualità. Riguardo alla quantità sia la scarsa che l'eccessiva illuminazione possono provocare disturbi e affaticamento delle funzioni visive. Su questo problema fare riferimento alla scheda su FATICA VISIVA. Per quanto riguarda la qualità, a parte la preferenza per l'illuminazione naturale, è importante evitare la presenza di riflessi ed abbigliamenti, curando al contempo la buona qualità della luce artificiale, il posizionamento dei posti di lavoro rispetto alle fonti, la manutenzione delle stesse, il tipo e qualità degli arredi (superfici opache, non riflettenti...). f)RUMORE Negli uffici le maggiori fonti di rumore sono costituite dalle macchine da scrivere, dalle stampanti e da altri strumenti di lavoro (fotocopiatrici, stampanti, centri CED non insonorizzati, telefoni, ecc...) anche per mancati interventi ambientali: pareti non trattate, mancanza di supporti antivibranti... I livelli di rumore si mantengono per lo più al di sotto dei valori considerati rischiosi per la funzione uditiva, tuttavia superano sovente i livelli di dBA consigliati per garantire le attività mentali tipiche del lavoro d'ufficio. Negli uffici open-space (aperti) il problema rumore-distrazione dovute alla presenza di molti soggetti può essere notevole.

54 54 LABORATORI DI CHIMICA n. 1 I fattori di rischio sono molteplici e variabili. Essi risultano connessi: alle caratteristiche delle sostanze usate; a problemi ambientali in relazione alla presenza delle sostanze. La loro diffusione, in stato solido, liquido o gassoso può procurare danni diretti o indiretti per la salute delle persone presenti. Rispetto al primo problema è necessario ribadire che è indispensabile la conoscenza delle caratteristiche chimiche, fisiche, tossiche delle sostanze trattate o comunque utilizzate. Il D.M. 28 gennaio 1992 prevede una etichettatura e una scheda di sicurezza di accompagnamento per ogni preparato pericoloso. L'etichetta in italiano deve essere posta sull'imballaggio, visibile indelebile, di formato proporzionato al contenitore.

55 55 LABORATORI DI CHIMICA n. 2 Le schede di sicurezza dovrebbero contenere: elementi indicatori delle sostanze o preparato (vedi etichetta fissata sull'imballaggio con nome commerciale e/o chimico); della società responsabile dell'immissione del prodotto; composizione, informazione sugli ingredienti; indicazione dei pericoli per la salute e l'ambiente (R=rischi, S=prudenza); misure di primo soccorso; misure antincendio; misure per la fuoriuscita accidentale; controllo esposizioni protezione individuale; proprietà fisiche e chimiche; stabilità reattiva (possibilità che si verifichino reazioni pericolose esotermiche o degradazione dei prodotti industriali; informazioni tossicologiche; informazioni ecologiche; considerazioni sullo smaltimento; informazioni sul trasporto; informazioni sulle regolamentazioni; altre informazioni.

56 56 LABORATORI DI CHIMICA n. 3 Nei laboratori chimici è di fondamentale importanza la corretta realizzazione dell'impianto elettrico che prevede, prioritariamente, il totale rispetto delle norme. Essi devono essere realizzati secondo quanto previsto dalle Norme CEI 64-2/A-Appendice F fascicolo 1432 e 64-8 al fine di prevenire i rischi di esplosione e di incendio dovuti alla presenza contemporanea di concentrazioni pericolose (gas o vapori infiammabili miscelati con l'aria in determinate condizioni stechiometriche) e di una sorgente di innesco (avente energia sufficiente). Gli impianti per il trasporto e l'utilizzazione del gas devono essere realizzate in conformità alle Norme UNI-CIG.

57 57 LABORATORI DI CHIMICA n. 4 Nei laboratori chimici assume particolare importanza l'arredamento sia per motivi di sicurezza legati alla pericolosità delle sostanze impiegate e interagenti nelle fasi di sperimentazione che per la presenza di ragazzi non sempre predisposti a eseguire le ricerche assegnate con le necessarie cautele. In particolare gli armadi per il contenimento di reagenti dovranno essere di legno e laminato plastico a circolazione d'aria e dotati di bocchetti di ripresa e tubazioni di aspirazione. Per il contenimento dei solventi è consigliabile un armadio metallico di sicurezza in lamiera d'acciaio verniciata con resine epossidiche resistenti ai solventi, dotato di ante a battente con chiusura magnetica apribile in modo spontaneo in caso di sovrimpressioni interne per effetto di incendio di vapori e dei solventi. La parte inferiore dell'armadio dovrà essere in grado di assicurare un contenimento dei solventi in caso di rottura dei contenitori. Occorrerà quindi verificare che il posto di lavoro sia stato progettato con requisiti di sicurezza e che le operazioni vengano svolte con un approccio ergonomico e che siano presenti i necessari dispositivi di sicurezza e di allarme. Essi dovranno constare almeno di: un rivelatore di fughe di gas collegato ad una valvola di intercettazione automatica del flusso del gas; un rivelatore di fumi; una doccia di emergenza; una doccia lavaocchi; un pulsante di emergenza per il disinserimento istantaneo della linea di alimentazione elettrica del laboratorio.

58 58 ALLEGATI N.1Specchio numerico della popolazione esistente (antimeridiane 8.00 – 14.00) N.2Legenda segnaletica di sicurezza N.3Assegnazioni incarichi N.4 Modulo messaggio tipo per segnalazione incidente N.5Modulo di evacuazione N.6,7,8,9Piante dei piani con indicati i percorsi per raggiungere le uscite di sicurezza N.10 Planimetria dell’area in cui è ubicata la scuola con indicate le zone di raccolta

59 59 ALLEGATO n. 1 SPECCHIO NUMERICO DELLA POPOLAZIONE ESISTENTE ANNO SCOLASTICO ____________________ POPOLAZIONE PRESENTE______________ (*) DOCENTIALLIEVIOPERATORITOTALE PIANO TERRAMAX ____________ MIN MAX ____________ MIN MAX _____________ MIN MAX _____________ MIN PRIMO PIANOMAX ____________ MIN MAX _____________ MIN MAX _____________ MIN MAX _____________ MIN __________(**)_MAX ____________ MIN MAX ______________ MIN MAX _____________ MIN MAX _____________ MIN _________(**)__MAX ____________ MIN MAX ______________ MIN MAX _____________ MIN MAX _____________ MIN TOTALEMAX ___________ MIN MAX ______________ MIN MAX _____________ MIN MAX _____________ MIN (*) Specificare la fascia oraria di massima presenza. Se l'attività si svolge anche il pomeriggio va compilato lo stesso prospetto per le ore pomeridiane. (**) Specificare anche la presenza in luoghi particolari (Aula Magna, Palestra, ecc...)

60 60 ALLEGATO n. 2 LEGENDA SEGNALETICA DI SICUREZZA

61 61 ALLEGATO n. 3 ASSEGNAZIONI INCARICHI INCARICONOMINATIVI (*)NOTE 1.Emanazione ordine di evacuazione 1.Diffusione ordine di evacuazione 1.Controllo operazioni di evacuazione:  piano terra  primo piano  secondo piano 1.Chiamate soccorso 1.Interruzione erogazione:  Gas  Gasolio  Energia elettrica  Acqua 1.Attivazione e controllo periodico di estintori e/o idranti:  Piano terra  Primo piano  Secondo piano 1.Controllo quotidiano della praticabilità delle vie d'uscita (*) Per ogni incarico va designato un titolare ed almeno un sostituto

62 62 Allegato n. 4 MESSAGGIO TIPO PER SEGNALAZIONE INCIDENTE I.P.S.S.E.A.T.P. "F.S.CABRINI"TARANTO VIGILI DEL FUOCO SOCCORSO MEDICO/AMBULANZE CARABINIERI POLIZIA URBANA UFFICIO PROTEZIONE CIVILE ORE___________________________DEL___________________________________________________________ NOMINATIVO DI CHI TRASMETTE IL MESSAGGIO_______________________________________________ _____________________________________________________________________________________________ TIPO INCIDENTE______________________________________________________________________________ ______________________________________________________________________________________________ DANNI A PERSONE____________________________________________________________________________ ______________________________________________________________________________________________ PROVVEDIMENTI ADOTTATI___________________________________________________________________ ______________________________________________________________________________________________ ENTI GIA' INFORMATI DELL'EVENTO___________________________________________________________ ________________________________________________________________________ _____________________

63 63 ALLEGATO n. 5 MODULO DI EVACUAZIONE SCUOLA______________________________________________________________________ CLASSE______________________________________________________________________ ALLIEVI PRESENTI____________________________________________________________ ALLIEVI EVACUATI___________________________________________________________ FERITI (*)_____________________________________________________________________ DISPERSI (*)___________________________________________________________________ ZONA DI RACCOLTA___________________________________________________________ (*) Segnalazione nominativa. FIRMA ALUNNO SERRA-FILA FIRMA DOCENTE _________________________ _____________

64 64 DOCUMENTAZIONE CARTOGRAFICA PALESTRA USCITA DI EMERGENZA ESTINTORE VOI SIETE QUI ALLEGATO n. 6

65 65 Allegato n. 7 PIANO TERRA

66 66 Allegato n. 8 Presidenza PRIMO PIANO

67 67 ALLEGATO n. 9 SECONDO PIANO

68 68 ALLEGATO n. 10 PLANIMETRIA GENERALE DELL’AREA CON INDICATE LE ZONE DI RACCOLTA

69 69 HANNO COLLABORATO AL PROGETTO I DOCENTI: Prof. GIOVANNI DIMATTEO Prof.ssa ANGELA DI TURO Prof. FELICE IEZZA Prof. ADALBERTO NAPOLITANO Prof.ssa VINCENZA RUSSO Prof.ssa IRENE VOLPI

70 70 HANNO PARTECIPATO GLI ALLIEVI : CLASSE 1^B O.C.B PRISCILLA BASILE VALENTINA CASSANO MARIANNA NICOLINI LIDIA GIANNINI ROSA FUGGETTI JACQUELINE PUCCETTI ANGELO QUERO CLASSE 2^ E.A.T. DANIELA GALANTE VALENTINA GALANTE CLASSE 2^ C E.A.T. VALENTINA FOSCO ANTONIETTA SIMONETTI ADDOLORATA DONATELLI DANIELA MONACO KATIA VILLAPACE CLASSE 1^ B E.A.T. ANTONIO PALAGIANO CLASSE 1^ A O.C.B. SARAH DE TOMMASO MANUELA LOSAVIO GRAZIA AMATULLI ERICA DOSI MARIA GRAZIA DE MAGLIE GIADA BLASI LUANA CALORE CLASSE 1^ B O.G.P. MARIO LABARILE CLASSE 2^B O.G.P. STEFANIA MONACO MINDY DE MARCO DORA GRECO

71 71 REALIZZAZIONE MULTIDIMEDIALE REALIZZAZIONE MULTIDIMEDIALE Prof.ssa Severina TRISOLINI Con la collaborazione del prof. Giovanni DIMATTEO e NICOLA DE MAGLIE MUSICA : BEETHOVEN SINFONIA n. 9


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