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Il Seme dell’Universo Donato a Gaia dall’amoreUniversale.

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Presentazione sul tema: "Il Seme dell’Universo Donato a Gaia dall’amoreUniversale."— Transcript della presentazione:

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4 Il Seme dell’Universo

5 Donato a Gaia dall’amoreUniversale

6 Avanza con un clic

7 Cosa ci nasconde ancora la nostra Terra? Resti di antichi templi di antiche civiltà, bisogna ancora cercare e soprattutto esaminare ogni tipo di testimonianza, ogni tipo di documento per comprendere la nostra natura. Molti uomini del passato hanno raccontato di terre fantastiche, di civiltà oggettivamente e culturalmente avanzate, ma poco rimane a noi di questo.. Bisogna far chiarezza e soprattutto far luce ad antichi misteri che avvolgono l’umanità da tantissimo tempo. Di seguito, una testimonianza di quando abitatori evoluti di altri mondi, si manifestavano liberamente ai popoli primitivi terrestri.

8 L'atto di proprietà di Juan Moricz Nelle grotte sotto l'Ecuador, strutture simili a bunker di protezione antiaerea a 240 m sotto terra, la bussola è inservibile. Il più pazzesco dei giardini zoologici. La biblioteca di metallo. Il primo documento scritto dall'uomo? Amuleti del Mesolitico Lastre di pietra su cui sono incisi dinosauri. Il prototipo di tutte le costruzioni a cupola. Il tesoro del Padre Crespi. Le statue d'oro hanno qualcosa da raccontare. I serpenti come simbolo del volo spaziale? Errori di interpretazione nella scienza ufficiale. Le piramidi sono costruite nello stesso modo e con gli stessi lini in tutto il mondo? L'atto di proprietà di Juan Moricz Nelle grotte sotto l'Ecuador, strutture simili a bunker di protezione antiaerea a 240 m sotto terra, la bussola è inservibile. Il più pazzesco dei giardini zoologici. La biblioteca di metallo. Il primo documento scritto dall'uomo? Amuleti del Mesolitico Lastre di pietra su cui sono incisi dinosauri. Il prototipo di tutte le costruzioni a cupola. Il tesoro del Padre Crespi. Le statue d'oro hanno qualcosa da raccontare. I serpenti come simbolo del volo spaziale? Errori di interpretazione nella scienza ufficiale. Le piramidi sono costruite nello stesso modo e con gli stessi lini in tutto il mondo?

9 La scienza affronta il rischio di un'autocritica: forse gli Incas conoscevano la scrittura. Tre modelli di aerei d'oro massiccio. La sfera d'oro di Cuenca e la sua matrice di Istanbul. Un astruso sistema di conteggio. Un bassorilievo d'oro che rappresenta una bomba L'opinione di uno scienziato sul tesoro di Cuenca: la più importante scoperta archeologica dopo quella di Troia! Una sconvolgente scoperta fatta in Perù nel 1971: grotte chiuse da porte a paratia del peso di varie tonnellate. Ciò che Pizarro non riuscì a scovare. Le gallerie sono i rifugi dei progenitori dell'umanità? Quante domande! Questa è, secondo me, la più incredibile, la più in­verosimile storia del secolo.Sarebbe facile pensare a un racconto di fantascienza se tutte le incredibili cose che sto per descrivere non fossero state da me viste e rego­larmente fotografate. La scienza affronta il rischio di un'autocritica: forse gli Incas conoscevano la scrittura. Tre modelli di aerei d'oro massiccio. La sfera d'oro di Cuenca e la sua matrice di Istanbul. Un astruso sistema di conteggio. Un bassorilievo d'oro che rappresenta una bomba L'opinione di uno scienziato sul tesoro di Cuenca: la più importante scoperta archeologica dopo quella di Troia! Una sconvolgente scoperta fatta in Perù nel 1971: grotte chiuse da porte a paratia del peso di varie tonnellate. Ciò che Pizarro non riuscì a scovare. Le gallerie sono i rifugi dei progenitori dell'umanità? Quante domande! Questa è, secondo me, la più incredibile, la più in­verosimile storia del secolo. Sarebbe facile pensare a un racconto di fantascienza se tutte le incredibili cose che sto per descrivere non fossero state da me viste e rego­larmente fotografate.

10 Non si tratta di sogni o di fantasie, ma di realtà. Sotto il continente sudamericano esiste, costruito non si sa quando, da qualche popolo di cui non esiste notizia, un gigantesco sistema di gallerie, che si estende per molte migliaia di chilometri, anche a notevole profondità. In Perù e in Ecuador sono stati percorsi e misurati centinaia di chilometri di questo immenso labirinto: si tratta chiaramente di una minima parte della struttura complessiva. Il mondo non ne sa praticamente ancora nulla. Il 21 luglio 1969, lo studioso argentino Juan Moricz depositò presso il notaio Gustavo Falconi, a Guayaquil, in Ecuador, un documento che contiene varie testimo­nianze atte a dimostrare, alle autorità governative ecua­doriane e a tutto il mondo, come lo stesso Moricz sia lo scopritore effettivo del sistema di gallerie.

11 Mi sono fatto tradurre il documento dallo spagnolo: le parti più importanti di esso devono essere riportate all'inizio della mia trattazione su argomenti che sfuggono alla comune logica del credibile. Juan Moricz, cittadino argentino per residenza, nato in Ungheria, passaporto n l’ho scoperto, nella regione orientale della provincia di Morona-Santiago, entro i confini della Repub- blica dell'Ecua­dor, preziosi oggetti che ritengo essere di grande valore culturale per tutta l'umanità. Questi oggetti sono in gran parte piatti metallici; essi co­stituiscono probabilmente un rias- sunto della storia di una civiltà perduta, della cui esistenza l'um- anità non ha avuto, fino a oggi, né prova né sospetti. Gli oggetti si trovano in varie grotte e sono tutti dello stesso tipo; ho potuto com­piere questa scoperta soltanto grazie ad alcune fortunate cir- costanze... Nella mia qualità di etnologo, mi sono dedicato da tempo a ricerche sugli aspetti folkloristici, etnici e linguistici delle culture indigene ecuadoriane...

12 Gli oggetti da me rinvenuti possono, in base alle caratteri­stiche specifiche, essere così suddivisi: I) oggetti in pietra e metallo di varie dimensioni e colore; 2) fogli di metallo recanti incisi disegni e tracce di scrittu­ra: si tratta certamente di una vera e propria biblioteca di elementi metallici, che potrebbero contenere un compendio della storia dell'umanità o un racconto delle origini del­l'uomo o ancora una raccolta di notizie su una civiltà annientata. La scoperta mi ha reso legalmente proprietario delle lastre di metallo incise e degli altri oggetti in base all'articolo 665 del Codice Civile. Poiché, però, secondo la mia personale convinzione, si tratta di oggetti di inestimabile valore scientifico, che io ho rin­venuti va- lendomi dei miei fondi personali, ho deciso di at­tenermi all‘arti- colo 666, secondo il quale quanto da me scoperto rimane mia prprietà personale, ma è sottoposto al controllo dell'autorità governativa.

13 Io la prego quindi, stimatissimo Signor Presidente della Repub- blica, di nominare una commissione scientifica che esamini la mia dichiarazione e indaghi sul valore della sco­perta... A tale commissione indicherò con esattezza le coordinate geografiche del luogo, darò istruzioni su come si possa rag­giungere l'ingresso delle grotte e mostrerò gli oggetti da me a tutt'oggi rinvenuti... Durante i suoi lavori di ricerca nel settore dell'etno­logia, Moricz si era largamente appoggiato alle popola­zioni indios del Perù che rappresentavano un valido aiu­to per l'interpretazione dei costu- mi dei loro "parenti" ecuadoriani, più diffidenti e insidiosi. Nel giugno 1965, egli si era così imbattuto nel si­stema di gallerie sotterranee. Cautamente, come è pro­prio della sua natura, e con un certo scetticismo, come si conviene a uno scienziato, Moricz tacque per tre anni.

14 Soltanto dopo aver percorso molti chilometri di cu­nicoli sotterra- nei e dopo aver trovato oggetti degni di considerazione, egli chi- ese, nella primavera del 1968, un'udienza al presidente Velasco Ibarra. Ma il presi­dente, i cui predecessori erano stati rimossi dalla loro pol­trona prima della fine del mandato per qualche mo- to rivoluzionario, non aveva tempo da dedicare a quell'in­dividuo un poco anacronistico, per quanto sorprendenti fossero le notizie sui ritrovamenti da lui effettuati. Tutta la "corte" che vive e forse lavora nel palazzo presidenziale aveva trovato molto "interess- ante" quell'ar­cheologo ostinato: gli si era anche fatto credere che cer­tamente, in capo a qualche mese, il presidente avrebbe potuto riceverlo. Ciò accadeva nel 1965: Moricz ha rice­vuto una convocazione ufficiale soltanto dopo averla sol­lecitata nel Amareggiato e seccato, egli si è sempli­cemente e dignitosamente nascosto nel suo labirinto sot­terraneo come Achille nella sua tenda. Ho potuto incontrare Juan Moricz il 4 marzo 1972.

15 Per due giorni il suo avvocato Matheus Peña, che vive a Guayaquil, cercò di rintracci- arlo telefonando e telegrafan- do dappertutto. Mi ero stabilito con un buon numero di libri nella cancelle- ria, ma devo ammetterlo, sta- vo diventando un po' nervoso: secondo tutte le descrizioni Moricz doveva essere infatti un tipo difficilmente accessi- bile e molto riottoso verso tutti coloro che hanno qual- cosa a che ve­dere con lo scri- vere. Erich von Däniken con Juan Moricz davanti a uno degli ingressi del misterioso mondo sotterraneo.

16 Finalmente un telegramma lo rag­giunse ed egli rispose al telefo- no. Conosceva i miei libri! "Con lei parlerò volentieri!" mi disse, ed eccolo giun­gere all'appuntamento, nella notte tra il 3 e il 4 marzo. Abbronzatissimo, l'aria pensosa, i capelli brizzolati, forse sui quarantacinque, Moricz è certamente una di quelle persone cui bisogna strappare di bocca le parole con le pinze; se non ci fosse costretto non parlerebbe affatto. Le mie pressanti, continue domande forse lo diver­tivano, a poco a poco, egli iniziò a descrivere in modo assai realistico le "sue" grotte. "Incredibile!"; non potei trattenere quest’esclamazione evidentemente banale. "Sì! - disse il dott. Peña, - ma è proprio così: ho visto io stesso tutto quanto vi sta dicendo!". Moricz mi invitò a visitare le gallerie. Ovviamente accettai. Juan Moricz, il dott. Peña, Franz Seiner, che mi accompagnava, e io salimmo dunque a bordo di una Jeep Toyota. Durante il viaggio, che durò 24 ore, ci al­ternammo al volante.

17 Prima di entrare nelle grotte, ci concedemmo qualche ora di sonno profondo e finalmen­te, mentre nel cielo del mattino si annunciava un giorno rovente, ebbe inizio la nostra avventu- ra, certamente la più grande della mia vita. L'ingresso si trova nella prov- incia di Morona-Santiago. L'apertura, sca­vata nella roc- cia è larga quanto la porta di un granaio, si spalanca sul buio ed è come lambita dai raggi di luce che impediscono di guardare oltre. Nella provincia di Morona-Santiago, all'interno del triangolo for­mato dalle città Gualaquiza, S. Antonio e Yaupi, si trova l'accesso al sistema di gallerie sotterranee; l'ingresso è custodito da una tribù di indios in genere non troppo ben disposti nei confronti degli stranieri.

18 Mosso qualche pas­so, ci si abitua all'oscurità; strani uccelli svolaz- zano in­torno alle nostre teste, molti precipitandosi verso l'inter- no; un soffio d'aria fredda, come un profondo respiro, ci colpisce in viso. Avanziamo verso la vora- gine; le torce elettriche e le lam- pade sui caschi fanno luce. Ci si regge a una fune che passa in una carrucola e si scende a circa 80 m di profondità. Qui si raggiunge la prima piatta- forma, dalla quale si scende an- cora per altri 80 m. La marcia nel mondo sotterraneo ha inizio. All'interno del sistema di gallerie. Lo spessore del fango e dei detriti, misurato in due punti, è risultato essere 82 e 90 cm. Il soffitto è stato lavorato in modo da apparire perfettamente liscio; le pareti lo incontrano ad angolo retto e spesso sembrano trattate con una sorta di smalto.

19 Le gallerie sono ingombre sul pavimento di detriti, ma la sezione è chiaramente rettangolare o quadrata: il soffitto e le pareti si incontrano sempre ad angolo retto. Le pareti stesse sono polite e sembrano quasi rivestite di smal- to; anche il soffitto ha spesso un aspetto traslucido. Non si tratta di condotti di origine naturale. Non è possibile; queste gallerie ricordano i bunker di prote­zione antiatomica o antiaerea. Tocco con mano trepidante le pareti, il suolo, pren­do misure, non mi stanco di guardare; poi, quasi per liberarmi da un nodo nervo- so alla gola, scoppio in una sonora risata, la cui eco rimbomba per le gallerie. "Che ti prende? Sei pazzo?", mi chiede Moricz, pian­tandomi il fascio della torcia in viso. "No, ma vorrei vedere qui l'archeologo che mi spie­ghi come questo lavoro ha potuto esser fatto con raschia­toi di pietra!".

20 Al nervosismo subentra un senso vago di benessere, di liberazio- ne, che assomiglia molto alla felicità che provavamo, da bambini, quando si scopriva che qualcosa di molto atteso era lì proprio davanti a noi, che pote­vamo toccarlo. Moricz e Peña mi dicono che condotti come quello che stiamo percorrendo si stendono per migliaia di chi­lometri nel sottosuolo del Perù e dell'Ecuador. "Ora giriamo a destra", dice Moricz. Siamo all'ingresso di una sa- la grande come l'hangar di un Jumbo-jet. Questa sala poteva es- sere un magazzino, un deposito di materiali vari o un centro di distri­buzione: molti altri cunicoli, oltre a quello da cui provenia- mo, confluiscono qui. Voglio interrogare la bussola per orientarmi e, con stupore, constato che essa è in panne.

21 "Niente da fare: non serve quaggiù! - mi dice Moricz. - Io non so- no un fisico, ma credo che se si studiassero i fenomeni che acca- dono quaggiù, si potrebbe scrivere qualcosa di molto interes- sante. Non so, forse si tratta di radiazioni scono­sciute...". È probabile che le pareti contengano grandi quantità di materiali ferromagnetici che formano una sor­ta di schermatura metallica: l'ago della bussola non può più essere influenzato dal campo magnetico ter­restre e gira, senza fermarsi in una direzione fissa. Sulla soglia di un condotto laterale, vedo uno sche­letro in terra. Esso è disposto con tale accuratezza da sembrare preparato da un professore di anatomia per istruire i suoi studenti; tutte le ossa sono però cosparse di polvere dorata che pare essere stata spruzzata con un nebulizzatore. Lo scheletro brilla come se fosse d'oro, quando il raggio luminoso lo investe.

22 Moricz ci invita a questo punto a spegnere le torce e i proiettori degli elmetti e a seguirlo lentamente. Il silenzio è opprimente: sento i nostri passi, i nostri respi­ri e, ogni tanto, lo stridio di uno degli uccelli che or­mai non mi fa più trasalire, ma che conserva sempre qualcosa di sinistro. L'oscurità è più nera della notte. "Luce, ora!", dice Moricz. Affascinati e sgomenti ci scopriamo al centro di una sala gigantesca. Fiero della sua scoperta, Moricz ha preparato una regia eccellen- te e l'"effetto" scenico è simile a quello inventato dai cittadini di Bruxelles quando stupiscono gli ospiti della loro città illuminando di colpo la Grand' Pla­ce, forse la piazza più bella del mondo. Questa sala senza nome alla quale si accede dal set­timo cunicolo, è così grande da far mancare il fiato e di una bellezza che si imp- one per le proporzioni armo­niose. La pianta è di 110 x 130 m, secondo quanto ci dice Moricz. Quasi le misure della piramide del Sole a Teotihuacan.

23 Nel mezzo della sala, un tavolo. Ma è veramente un tavolo il rilie- vo rettangolare che stiamo esaminando? Sembra proprio di sì: lungo il lato più lungo del rettan­golo si trovano sette "sedie" o almeno sette oggetti a forma di cubo che si può pensare siano stati usati come sedili. Tutti questi "mobili" sembrano di pietra, ma, guar­dando meglio, mi accorgo che il materiale non ha l'asp- et­to freddo della pietra. Non si tratta comunque di legno; il legno non si sarebbe conservato incorrotto attraverso millenni. Sono dunque di metallo questi strani oggetti? No; al tatto trovo una certa somiglianza con le materie plastiche termoindurenti, ma il peso (provo a sollevare una sedia, con grande fatica) e la durezza sono quelle dell'acciaio! Dietro le sedie ci sono rappresentazioni di animali; come inseriti in nicchie della forma più adatta, ecco tutte le possibili specie animali: elefanti, leoni, coccodrilli, giaguari, cammelli, orsi, scim- mie, bisonti, serpenti, lupi, lucertoloni, lumache, granchi.

24 Tutti uno vicino all’altro, con l'aria di essere grandi amici. Non, come se stessero per imbarcarsi sull'arca di Noè, a coppie; non, come piacerebbe allo zoologo, suddivisi, almeno approssimativa- mente, in ordini e famiglie; non, come vorrebbe il biologo, nell‘- ordine naturale dell'evoluzione. In questo folle, disordinato giardino zoologico, gli animali sono radunati nella più assurda confusione. Certamente si tratta com- unque dello zoo più prezioso del mondo: gli animali sono tutti d'oro puro! Accanto a questo tesoro, nella stessa enorme aula, se ne trova un altro, la cui importanza storica potrebbe rivelarsi an- cora più grande. Si tratta della "biblioteca" di fogli metallici cui accenna il docu- mento notarile. Devo ammettere che quel pezzo di carta non mi aveva dato la più lontana idea di quanto in realtà ci fosse nelle "grotte" di Moricz!

25 A lato del gruppo di animali d'oro, dietro il "tavolo delle confe- renze", ecco dunque la biblioteca. Si tratta di piastre e di fogli metallicidello spessore di circa 1 mm e, per la maggior parte, delle dimensioni di 96 x 48 cm. Non riesco tuttora a comprendere, dopo un esame accurato e critico, quale materiale abbia la consistenza necessaria a permettere a fogli tanto sottili e così grandi di stare insieme senza lacerarsi. Posti uno sull'altro, i fogli sembrano formare un insieme di giganteschi libri in folio. Ogni tavola è incisa; le impressioni sono profonde e disposte regolarmente, come se il lavoro fosse stato fatto a macchina. Moricz non ha finora contato i fogli della biblio- teca di metallo: approssimativamente penso si tratti di alcune migliaia di "pagine". I caratteri incisi sulle piastre, che sembrano essere quelli di una scrittura, sono sconosciuti, ma sono convinto che una decifrazi- one sia senz'altro possibile, se non altro per l'abbondanza del materiale di cui si può di­sporre per il confronto.

26 Se gli studiosi competenti accederanno a questi documenti ecce- zionali, si potrà probabilmente, in un tempo ragionevole, venire a capo del mi­stero, almeno per quanto riguarda i testi. Chi può aver ideato e realizzato questa formidabile biblioteca? Chiunque sia il misterioso collezionista cer­tamente nelle sue in- tenzioni l'opera doveva durare inal­terata nel tempo. La biblioteca di metallo è stata costruita per rimanere intatta al passare dei millenni e poter es­sere letta anche dai più lontani discendenti dei misteriosi compilatori. Ma il nostro presente, la nostra epoca in- quieta, è davvero interessata a chiarire misteri di questa porta- ta? È davvero una fortuna scoprire qualcosa che può scuotere l'ordinamento del mondo e del suo passato così come noi ce lo siamo imposto? Non è forse pericoloso un tale documento per tutti i capi religiosi i quali devono certamente temere rivelazioni che possono trasf- or­mare la fede nella creazione, in conoscenza della stessa?

27 Chiunque sia il lon­tano incisore (l'amuleto si può datare al Mesolitico), egli sapeva che la Terra è sferica. Sull'altra faccia della piastrina sono incisi una mezzaluna e un sole raggiante. Vorrà l'uomo prendere coscienza del suo più remoto pas­sato, scoprendo che esso è completamente diverso da quello che gli è stato instillato come una bella favola più o meno zuccherosa? E gli studiosi di preistoria vorranno liberarsi dai para­occhi che ormai portano da troppo, troppo tempo per vedere queste realtà che sfuggono a qualsiasi classificazione di comodo? Moricz mi mostrò ad esempio un amuleto di pietra delle dimensi- oni cm 12 x 6. Su una delle due facce si vede una figura dal corpo esagonale e con la testa sfe­rica che potrebbe essere stata dise- gnata da un bambino; ma alcuni particolari sono sconcertanti: la figura trac­ciata con tanta rozzezza, porta nella mano destra la Luna e nella sinistra il Sole e si appoggia ben saldamente sulla Terra, raffigurata come sfera. Chiunque sia il lon­tano incisore (l'amuleto si può datare al Mesolitico), egli sapeva che la Terra è sferica. Sull'altra faccia della piastrina sono incisi una mezzaluna e un sole raggiante.

28 Il fatto che questo oggetto sia stato rinvenuto nelle grotte dimostra, con abbastanza attendibilità, che esse sono più antiche, ma quanto più antiche? Da chi hanno appreso gli uomini preistorici che la Terra è una grande sfera?

29 Inciso su di una piastra di pietra c'è un animale che ha tutta l'apparenza di uno stegosauro. La testa minuta, l'imponente sistema di placche di difesa, la coda con le placche aculeate e le zampe con tre dita tozze...; il dinosauro è insomma rappresentato con tanto realismo da lasciare perplessi. E, se si tratta di un ani­male fantastico, come si spiega la coincidenza? Il prototipo di tutte le costru- zioni a cupola. Di quest’opera non si parla nei libri di storia! Nel mondo sotterraneo si ha la sensazione che molte delle te- orie che abbiamo imparato a ritenere sicure ora vacillano.

30 E come mai quest'aspetto di goffaggine e di scarsa agilità propria di quell'animale, ma certamente poco confacenti a un drago da leggenda? Ma diamo un'occhiata a un qualsiasi manuale di pale- ontologia: questi dinosauri si estinguono tra il Giurassico e il Cre- taceo. Chi può aver mai visto uno stegosauro? Ecco un altro esempio dell'abilità di questi ignoti scultori: uno scheletro umano in pietra; l'anatomia è estremamente precisa. Conto le costole, guardo la forma del cranio: sembra che la figura sia stata studiata su uno scheletro preparato per lo studio anatomico. Nel centro di una sala quadrata, Moricz mi indica una strana cos- truzione a cupola. Come sentinelle, attorno alla circonferenza che la delimita, stanno in piedi figure dai volti tetri; hanno tutte cappelli appuntiti e armi si­mili a lance in mano.

31 Sopra la cupola sembrano volteg­giare altre figure. Illuminando l'interno della strana co­struzione, vedo una strana figura ingi- nocchiata. Non mi stupisco: si tratta di una sorta di abitazione o forse di un tempio: ciò che è davvero sconvolgente è il fatto che probabilmente questa struttura è la più antica costruzione a cu- pola esistente sulla Terra. Per quanto mi ricordo, finora il "rec- ord" di antichità in questo campo era dete­nuto dalle costruzioni cupoliformi di Micene portate alla luce da Schliemann durante i suoi scavi del Le costruzioni di Micene sono state data- te al XIV secolo a.C. Poi si salta direttamente al Pantheon di Ro- ma la cui for­ma risale ai tempi di Adriano (tra il 120/125 d.C.). Evidentemente ho davanti agli occhi un prototipo di tutte le costruzioni del genere...

32 Ecco una figura che potrebbe essere benissimo un clown o una divinità ma anche, con altret- tanta attendi­bilità, un astronauta. L'elmo in- dossato da questo strano essere con il naso a patata, ha due vistose appendici ro­tonde che sembrano gli auricolari delle nostre cuffie di ascolto. Sulla parte frontale dell'elmo spicca una specie di disco con 15 piccoli fori, pra- ticamente identico ai pie­dini dei tubi elettro- nici; dalla collana pende una deco­razione che sembra essere l'elemento corrispondente alla presa dell'elmo, la spina da introdurre in quell‘- attacco. L'abito è curioso: è tutto pieno di deco- razioni che hanno forti analogie con pinze, moschettoni, cavi; notevoli so­no infine i guanti. Ecco una figura che potrebbe essere benissimo un clown o una divinità ma anche, con altret- tanta attendi­bilità, un astronauta. L'elmo in- dossato da questo strano essere con il naso a patata, ha due vistose appendici ro­tonde che sembrano gli auricolari delle nostre cuffie di ascolto. Sulla parte frontale dell'elmo spicca una specie di disco con 15 piccoli fori, pra- ticamente identico ai pie­dini dei tubi elettro- nici; dalla collana pende una deco­razione che sembra essere l'elemento corrispondente alla presa dell'elmo, la spina da introdurre in quell‘- attacco. L'abito è curioso: è tutto pieno di deco- razioni che hanno forti analogie con pinze, moschettoni, cavi; notevoli so­no infine i guanti.

33 A una figura femminile, tra le cui braccia si in- ginoc­chia un bambino dagli occhi a mandorla, non avrei forse prestato attenzione, se non mi avesse colpito la somi­glianza con una statua di dea-madre vista al Museo di Americanistica di Madrid. La dea ecuadoriana è di pie­tra, quella madrilena è di ceramica. A una figura femminile, tra le cui braccia si in- ginoc­chia un bambino dagli occhi a mandorla, non avrei forse prestato attenzione, se non mi avesse colpito la somi­glianza con una statua di dea-madre vista al Museo di Americanistica di Madrid. La dea ecuadoriana è di pie­tra, quella madrilena è di ceramica.

34 Si potrebbero scrivere libri interi su questo incredi­bile mondo sotterraneo. E prima o poi qualcuno li scri­verà! Vi si parlerà delle figure scolpite nella pietra, alte più di due metri, con tre teste; delle tavole con segni tutti uguali, quasi si trattasse di abecedari o di "prove" di scrittura degli scribi-scalpellini; dei grandi dadi di pie­tra che portano figure geometriche sulle facce, sempre ripetu- te con lo stesso ordine; dello strano oggetto di steatite lungo più di un metro e largo una buona spanna, fatto a forma di boome- rang e tutto inciso con disegni di stelle... Nessuno sa chi abbia costruito il sistema di gallerie e nessuno sa chi abbia fabbricato questi oggetti, per tanti versi vicini al nostro presente e al tempo stesso legati a un passato più antico forse dell'uomo. Ma un fatto è, a mio avviso, evidente: i costruttori dei labirinti non sono gli scultori. La struttura stessa delle "grotte' così essenziale, nuda, non sembra ammettere decorazioni di sorta.

35 In fraterna amicizia a cura di:

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