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LA TRAGEDIA GRECA p. 292 Etimologia e origini Forse la parola “tragedia” deriva dal greco tragodìa (da tragos, capro, e oidè, canto: letteralmente "canto.

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1 LA TRAGEDIA GRECA p. 292 Etimologia e origini Forse la parola “tragedia” deriva dal greco tragodìa (da tragos, capro, e oidè, canto: letteralmente "canto dei capri"). Infatti la nascita della tragedia si collegherebbe al culto di Dioniso, dio del vino e della fertilità: durante i rituali in suo onore venivano intonati canti (detti ditirambi) cantati da un coro e da un suo capo-coro (il corifèo) che intanto eseguivano danze scatenate intorno all'altare del dio. Il coro era formato dai satiri, camuffati con pelle di capra ed erano detti quindi tràgoi.

2 Quale fu lo sviluppo successivo? In seguito il coro si sarebbe diviso in due schiere che dialogavano tra di loro, sempre cantando Più tardi dal coro si sarebbe staccato l'attore, che parlava con il corifèo: qui avrebbe avuto origine la tragedia vera e propria, forse grazie a Tespi, poeta del VI sec. a. C. Infine gli attori divennero due, infine tre (protagonista, deuteragonista, tritagonista)

3 Il carattere religioso e agonistico della tragedia Le rappresentazioni avvenivano durante le feste dedicate a Dioniso: le Grandi Dionisie ad Atene a fine marzo Si svolgevano gare tra gli autori: l’arconte eponimo sceglieva tre tragediografi che dovevano mettere in scena ciascuno tre tragedia con in comune un personaggio e una storia (trilogia) e un dramma satiresco. Affidava anche a un cittadino ricco il pagamento delle spese per la messa in scena: considerato un onore. a giudicare era una giuria di cittadini estratti a sorte

4 Caratteristiche della tragedia Rappresentava episodi di carattere storico o mitologico destinati a concludersi tragicamente Era una tragedia raccontata: i fatti veri e propri avvenivano fuori dalla scena e venivano raccontati da un personaggio. Sulla scena si discuteva, dialogava e decideva sui fatti stessi. Si basava sul mito o sulla storia, quindi l'argomento era già noto al pubblico: lo scopo non era stupire, ma far riflettere. (funzione EDUCATIVA)

5 Il pathos è il sentimento che la contraddistingue: la commozione, la sofferenza, la passione. Per questo è considerata la forma letteraria più elevata che "mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto il sollevare e purificare l'animo dello spettatore liberandolo dalle angosce". CATARSI: come se vivendo il dolore sulla scena fosse più facile affrontarlo nella vita

6 La struttura COMPRENDEVA 3 PARTI DIALOGATE e DUE PARTI LIRICHE Le dialogate erano: prologo: dà informazioni sugli antefatti, che servono per capire lo svolgimento dell'azione; può essere di diverse lunghezze, recitato da uno o più personaggi episodi: da 3 a 7, sviluppano l'azione scenica attraverso il dialogo tra i personaggi o tra personaggi e coro o corifeo esodo: uscita di tutti i personaggi e del coro

7 Le parti liriche erano: parodo: cantata dal coro al suo ingresso a ritmo di danza stasimi: canti eseguiti dal coro tra un episodio e l'altro; in essi il coro riflette e commenta quanto sta accadendo Lo stile è sempre solenne, elevato e poetico, data l’importanza della rappresentazione teatrale. È scritta in versi

8 La struttura della storia Aristotele, nella Poetica, definisce le regole compositive della tragedia; essa deve rispettare per essere verosimile: l'unità di spazio, cioè l'azione deve svolgersi in un unico luogo tempo, cioè si deve svolgere senza salti temporali, il tempo sulla scena corrisponde a quello reale e la vicenda, di solito, si conclude in una giornata azione, deve riguardare un unico avvenimento

9 Inizia con una situazione apparentemente normale e positiva Si ha una rottura dell'equilibrio (Peripezia: è la trasgressione di un divieto divino, etico o civile). L’eroe pagherà poi la sua colpa altro elemento fondamentale è l'agnizione, o riconoscimento, cioè il passaggio dalla non conoscenza alla conoscenza di un fatto che cambia i rapporti tra i personaggi. Si conclude con la catastrofe, la morte violenta e tragica del protagonista

10 I tre massimi tragediografi greci Eschilo (525 a.C. – 456 a.C.). Alla base delle sue opere sta il rapporto tra l'ineluttabilità del destino e la responsabilità dell'uomo; l'operato degli dei è retto dalla giustizia che punisce chi ha trasgredito le leggi. La colpa si riversa anche sui successori del colpevole. Solo l'accettazione del proprio destino, portando l'uomo alla conoscenza, lo libera dal castigo. Sofocle (496 a.C. – 406 a.C.). Per lui la vita è caratterizzata dal dolore. Euripide (485 a. C a. C). Nelle sue opere il tragico nasce dal conflitto tra gli uomini, non tra l'uomo e la divinità

11 L’attore Nelle tragedia l'attore indossa un costume (chitone: una lunga tunica dalle spalle imbottite e dalle maniche allungate e ampie, drappeggiata, colorata di porpora, bianco ed ocra, e ricamata, con una cintura per farlo sembrare più imponente, un alto cappello e i coturni, scarpe con diverse suole, altissime, che lo fanno sembrare più alto) e la maschera, dalla fronte prominente, dall'espressione fissa e la bocca aperta, che ha il compito di amplificare la voce, ma elimina la mimica facciale. Poteva avere anche parrucca e barba

12 Sulla scena non erano presenti più di due o tre attori, che spesso interpretavano più parti: modificando la maschera anche il timbro della voce cambiava Anche i ruoli femminili venivano interpretati da uomini

13 Il coro Inizialmente formato da 12 coreuti; Sofocle ne portò il numero a 15. Guidati dal corifeo, il capo-coro, che dialogava con l’attore


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