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Modulo di Antropologia culturale (M-DEA/01 ) Università di Pisa Facoltà di Medicina Corso di Laurea Specialistica in Scienze delle Professioni Sanitarie.

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1 Modulo di Antropologia culturale (M-DEA/01 ) Università di Pisa Facoltà di Medicina Corso di Laurea Specialistica in Scienze delle Professioni Sanitarie a.a

2 Le discipline M-DEA/01 D = Demo E = Etno A = Antropologiche Studio dell’uomo e delle culture umane, nelle loro articolazioni etniche e nelle loro espressioni popolari. Il concetto di CULTURA è cruciale nella definizione dell’oggetto di queste discipline: complesso degli elementi non biologici attraverso cui i gruppi umani si adattano all’ambiente.

3 Aspetti biologici e culturali dell’antropologia Le caratteristiche e l’evoluzione biologica della specie umana sono studiati dalla Antropologia fisica (settore scientifico- disciplinare L-BIO/08) Antropologia fisica Scienze naturali Antropologia culturale Scienze umane

4 Le tre componenti del settore DEA Etnologia: studi settoriali su specifici popoli e culture in diverse aree del mondo Demologia: studio della cultura popolare e tradizionale nella nostra stessa società Antropologia culturale: approcci generali, di tipo teorico e comparativo.

5 Altre denominazioni internazionali - Ethnologie: in Francia indica di solito l’intero settore disciplinare - Social Anthropology: denominazione prevalente negli studi britannici - Cultural Anthropology: denominazione prevalente negli USA - Folklore (demologia è usato solo in Italia)

6 Le origini dell’antropologia culturale 1871 – Edward B. Tylor, Primitive Culture Precursori: La filosofia della diversità (Erodoto, Montaigne, Herder) L’illuminismo e la Societé des observateurs de l’homme Le scienze naturali e la filologia comparativa dell’Ottocento

7 Montaigne e Kant : i costumi e la ragione –1. Montaigne : dagli essais “Sui cannibali” e “Sulla consuetudine” – Ora mi sembra [...] che in quel popolo non vi sia nulla di barbaro e selvaggio, a quanto me ne hanno riferito, se non che ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l’uso perfetto e compiuto di ogni cosa. Essi sono selvaggi allo stesso modo che noi chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto da sé nel suo naturale sviluppo : laddove, in verità, sono quelli che col nostro artificio abbiamo alterati e distorti dall’ordine generale che dovremmo piuttosto chiamare selvatici.

8 Montaigne: la consuetudine Le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono dalla consuetudine; ciascuno, infatti, venerando intimamente le opinioni e gli usi approvati e accolti intorno a lui, non può disfarsene senza rimorso né conformarvisi senza soddisfazione". [...] Il principale effetto della sua [della consuetudine] potenza è che essa ci afferra e ci stringe in modo che a malapena possiamo riaverci dalla sua stretta e rientrare in noi stessi per discorrere e ragionare dei suoi comandi. In verità, poiché li succhiamo col latte fin dalla nascita e il volto del mondo si presenta siffatto al nostro primo sguardo, sembra che noi siamo nati a condizione di seguire quel cammino. E le idee comuni che vediamo aver credito intorno a noi e che ci sono infuse nell'anima dal seme dei nostri padri, sembra siano quelle generali e naturali. Per cui accade che quello che è fuori dei cardini della consuetudine lo si giudica fuori dei cardini della ragione; Dio sa quanto irragionevolmente, per lo più

9 Kant e il “giro breve” Kant : da Antropologia pragmatica e Scritti politici Una grande città, centro di uno Stato, dove si trovano i consigli locali di governo, che possiede un'università (per la cultura scientifica) ed è anche sede di commercio marittimo, che per mezzo di fiumi favorisce il traffico dall'interno e coi paesi finitimi e lontani di diverse lingue e costumi, una tal città, come è per esempio Konigsberg sul Pregel, può essere presa come sede adatta per l'ampliamento della conoscenza dell'uomo e per la conoscenza del mondo, la quale vi può essere acquistata anche senza viaggiare. Se i felici abitanti di Tahiti, mai visitati da nazioni più civili, nella loro tranquilla indolenza fossero destinati a vivere anche per migliaia di secoli, si potrebbe dare una risposta soddisfacente a questa domanda: perché essi esistono? Non sarebbe stato altrettanto bene che quest'isola fosse stata occupata con pecore e buoi felici anziché con uomini felici nel semplice godimento? (citato in F.Remotti, Noi primitivi, Bollati Boringhieri, 1990)

10 Radici ottocentesche dell’antropologia Positivismo Modernizzazione Colonialismo L’oggetto dell’antropologia è ciò che l’Europa si è “lasciata alle spalle”

11 E.B.Tylor, da Primitive Culture (1871) Cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume o qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società

12 A.Leroi-Gourhan, da Il gesto e la parola Tutta l’evoluzione umana contribuisce a porre al di fuori dell’uomo ciò che, nel resto del mondo animale, corrisponde all’adattamento specifico. Il fatto materiale che colpisce di più è certo la “liberazione” dell’utensile, ma in realtà il fatto fondamentale è la liberazione della parola e quella proprietà unica posseduta dall’uomo di collocare la propria memoria al di fuori di se stesso, nell’organismo sociale ).

13 …segue Leroi-Gouhran [...] L’azione manipolatrice dei Primati, in cui gesto e utensile si fondono, è seguita presso i primi Antropiani da quella della mano in motilità diretta in cui l’utensile manuale è divenuto separabile dal gesto motore. Nella tappa successiva, superata forse prima del Neolitico, le macchine manuali si annettono il gesto e la mano in motilità indiretta apporta solo il proprio impulso motore. In epoca storica la forza motrice abbandona a sua volta il braccio umano, la mano dà l’avvio al processo motore nelle macchine animali o in macchine semoventi come i mulini. Infine, durante l’ultimo stadio, la mano dà l’avvio a un processo programmato con le macchine automatiche che non solo esteriorizzano l’utensile, il gesto e la motilità, ma fanno presa anche sulla memoria e sul comportamento meccanico (Ibid.: 284; corsivo nell’originale).

14 I primitivi Tensione fra Assimilazione antietnocentrica dei primitivi, di cui si mostra la comune umanità Assunzione di disuguaglianza, violenza epistemologica

15 Vocazione per la diversità Lo sguardo da lontano (Lévi-Strauss) Giro lungo (Kluckhohn) Il problema della definizione della razionalità umana e il radicamento nella filosofia scettica (in contraddizione con le premesse positivistiche)

16 Razza, cultura, etnia Superamento del razzismo di radice ottocentesca attraverso il concetto di cultura Pluralizzazione del concetto di cultura – relativismo culturale Essenzializzazione della cultura e forme di fondamentalismo culturale L’identità e le differenze culturali nel mondo globale

17 La comparazione Il metodo comparativo degli evoluzionisti Il sogno di comparazione universale degli Human Relations Area Files Comparazione e descrizione etnografica Il carattere intrinsecamente comparativo del sapere antropologico

18 Vocazione critica dell’antropologia Il confronto con l’altro costringe a un costante ripensamento delle nostre categorie culturali, di ciò che nel senso comune si dà di solito per scontato e ovvio. E. de Martino, lo “scandalo dell’incontro etnografico” e l’ ampliamento della coscienza storiografica. Etnocentrismo, relativismo, etnocentrismo critico. Affinità essenziale con il sapere storico.

19 La ricerca sul campo Il fieldwork nello sviluppo delle scuole antropologiche: Boas e Malinowski contro l’ “antropologia da tavolino” 1922: Argonauts of Western Pacific Il metodo dell’osservazione partecipante. L’antropologia tra partecipazione diretta (vissuta, empatica) e l’oggettivazione dell’esperienza in dati.

20 Il fieldwork nell’antropologia di oggi Superamento del modello “romantico” malinowskiano Antropologo come eroe solitario nel cuore di tenebra Cultura intatta nella sua autenticità Non è più possibile pensare al campo come a una località circoscritta in cui coesistono in modo esclusivo un popolo (un’etnia), un linguaggio, una cultura, e in cui non siano già presenti saperi specialistici e auto-interpretazioni (un’antropologia nativa)

21 Specialismi antropologici 1 Aree geografico-culturali Specializzazione esclusiva in una, al massimo due, aree culturali per - continenti (Africanisti, Americanisti, Oceanisti etc.) - Più ristrette aree culturali (Mediterraneo, Medio Oriente, India o sue aree particolari) - Etnie, aree linguistiche, popoli particolari

22 Folklore o demologia Studio della cultura delle classi “arretrate” all’interno degli stesi paesi occidentali. Atteggiamento romantico: il folklore come espressione dell’autentica anima del popolo-nazione Atteggiamento positivista: la cultura contadina come sopravvivenza di fasi precedenti dell’evoluzione Concetto di tradizione, trasmissione orale, creazione collettiva dei beni culturali Problema del rapporto tra cultura tradizionale e cultura di massa

23 Specialismi per aspetti della cultura Partizioni tradizionali del campo culturale_ 1. Parentela, matrimonio e vita familiare 2. Economia, lavoro, cultura materiale 3. Stratificazione sociale, forme della politica e del potere 4. Linguaggio 5. Religione a magia (rituali, miti, pratiche simboliche) 6. L’ambito estetico ed espressivo

24 Specialismi per problemi specifici Esempi: -Antropologia medica -Etnoscienza -Antropologia psicologica -Etnografia della conversazione

25 Nuovi campi disciplinari Antropologia urbana del turismo dello sport dell’educazione dei mass-media della violenza

26 Specialismi per fonti o forme di rappresentazione -Antropologia visuale -Antropologia museale -Antropologia letteraria -Antropologia storica -Antropolgoia filosofica - Cosa si intende per Antropologia applicata

27 A cosa serve l’antropologia Sbocchi professionali: Mediazione culturale (nella scuola, nella sanità, nei servizi sociali) Cooperazione internazionale, gestione dei conflitti Conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale etnografico

28 Storia degli indirizzi teorici 1.La scuola evoluzionista britannica E.B.Tylor, J.G. Frazer Unità intellettuale del genere umano Concezione al singolare della “cultura” Metodo comparativo Ricerca dell’origine dei fenomeni culturali Concetto di survival (sopravvivenza) Stadi dello sviluppo culturale Poligenesi dei fatti culturali simili Intellettualismo e individualismo metodologico

29 Storia degli indirizzi teorici 2. Diffusionismi: interesse per i percorsi di diffusione dei fatti culturali da un’unica area d’origine. Approccio filologico. Diffusionismo britannico (G. Elliot Smith, W. PPerry, W.H.R. Rivers): diffusione dall’Egitto Scuola culturale austro-tedesca: Fritz Graebner, Padre Schmidt – tesi dei Kulturkreise (circoli culturali)

30 Storia degli indirizzi teorici 3. Scuola sociologica francese (E. Durkheim, M. Mauss) Radicamento sociale dei fatti culturali Rappresentazioni collettive Approccio di sociologia della conoscenza Apertura di una prospettiva funzionalista

31 Storia degli indirizzi teorici 4. Particolarismo storico Franz Boas e la scuola statunitense Antievoluzionismo Scetticismo verso la comparazione culturale a vasto raggio Ricerca sul campo Centralità degli aspetti linguistici Determinismo culturale vs. determinismo bio- psicologico Scuola di cultura e personalità

32 Storia degli indirizzi teorici 5. Funzionalismo inglese La “rivoluzione in antropologia” di Malinowski Approccio sincronico ed olistico: centralità del contesto Lo struttural-funzionalismo di A.R. Radcliffe- Brown: cultura come insieme organico. La cultura preserva e sostiene il sistema sociale. Gli studi di E.E. Evans-Pritchard sulla stregoneria degli Azande e sul sistema segmentario dei Nuer.

33 Storia degli indirizzi teorici 6. Lo strutturalismo di Claude Lévi-Strauss Influenza della linguistica strutturale. Gli studi delle strutture elementari della parentela e dei miti amerindi Strutture dello “spirito umano”: matrici cognitive governate da una logica binaria

34 Storia degli indirizzi teorici 7. L’antropologia interpretativa Clifford Geertz e l’uomo come “animale che produce significati”; etnografia come processo ermeneutico di interpretazione di significati. Il ruolo della retorica e della politica nella costruzione del sapere etnografico.

35 Etnocentrismo e relativismo culturale da M. Herskowitz, Man and His Works, 1960 L’etnocentrismo è il punto di vista secondo il quale la propria maniera di vivere è preferibile a tutte le altre. Derivando logicamente dal processo di inculturazione della prima infanzia, molti individui provano questo sentimento in rapporto alla loro propria cultura, sia che essi lo formulino verbalmente o no. Al di fuori della sfera di cultura euro-americana, soprattutto fra i popoli illetterati, questo atteggiamento è dato per scontato, più che enunciato in precisi termini verbali. In qualche forma l’etnocentrismo si deve considerare come un fattore che contribuisce all’adattamento dell’individuo e all’integrazione sociale. Per il rafforzamento dell’io in termini di identificazione con il proprio gruppo i cui modi di vita sono implicitamente accettati come i migliori, esso è della massima importanza. Ma quando, come accade nella cultura euro-americana, esso viene razionalizzato e posto alla base di programmi d’azione a danno del benessere degli altri popoli esso dà vita a problemi molto seri [...] (M. Herskowitz)

36 Ancora Herskowitz sul relativismo Le valutazioni sono relative allo sfondo culturale dal quale esse emergono. Il principio del relativismo culturale deriva da un’ampia raccolta di dati di fatto, raccolti mediante l’applicazione delle tecniche di ricerca sul campo che ci hanno permesso di giungere ai sottostanti sistemi di valore di società che hanno costumi diversi. Questo principio, formulato in sintesi, è il seguente. I giudizi sono basati sull’esperienza, e l’esperienza è interpretata da ogni individuo nei termini della sua propria inculturazione. [...] Quando noi riflettiamo che certi principi intangibili come il giusto e l’ingiusto, il normale e l’anormale, il bello e il convenzionale vengono assorbiti dalla più tenera infanzia, quando una persona apprende i modi di vita del gruppo in cui egli è nato, noi ci rendiamo conto che abbiamo qui a che fare con un processo d’importanza primaria. Persino i fatti del mondo fisico sono visti attraverso lo schermo della cultura, così che la percezione del tempo, dello spazio, del peso, della misura e di altre “realtà” è mediata dalle convenzioni di ogni dato gruppo. [...] In una cultura in cui sono sottolineati i valori assoluti, il relativismo di un mondo che comprende molti modi di vita sarà difficile da comprendere. Anzi, questa varietà offrirà un vero e proprio campo di battaglia per giudizi di valore fondati sulla misura in cui un corpo di costumi dato rassomiglia o differisce da quello della cultura euro- americana.

37 Relativismo, universalismo e diritti umani M. Herskowitz, Dichiarazione presentata alla Commissione dei diritti umani dell’ONU (1947) 1. L’individuo realizza la propria personalità attraverso la propria cultura : di conseguenza il rispetto per le differenze individuali implica quello per le differenze culturali Il rispetto per le differenze fra culture trova convalida nella scienza che non ha scoperto alcuna tecnica di valutazione qualitativa delle culture 3. Costumi e valori sono relativi alla cultura da cui derivano

38 Lévi-Strauss : “Razza e storia” da “Razza e storia” (1952), in Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino, Einaudi, 1975 [Una volta abbandonate le teorie sull’inuguaglianza biologica delle razze, ci troviamo ancora di fronte in tutta la sua complessità il problema della molteplicità e diversità delle culture. Limitarsi ad affermare l’uguaglianza naturale di tutti gli uomini non basta] ; le grandi dichiarazioni dei diritti dell’uomo hanno la forza e la debolezza di enunciare un ideale troppo spesso dimentico del fatto che l’uomo non realizza la propria natura in un’umanità astratta, ma in culture tradizionali. [Questa comune umanità si realizza attraverso e non malgrado le differenze culturali. Il contributo delle culture alla civiltà consiste non tanto nella somma delle acquisizioni di ciascuna, quanto negli scarti differenziali che presentano fra loro. Il progresso è sempre frutto della reciproca fecondazione di tradizioni culturali diverse]

39 Lévi-Strauss sull’etnocentrismo [Il peggior nemico di un simile modello di dialogo aperto, attivo e generalizzato fra le culture è l’etnocentrismo. L’etnocentrismo è un atteggiamento radicato nella maggior parte degli uomini, che semplicemente rifiuta di ammettere il fatto stesso della diversità culturale, identificando la cultura e l’umanità con le proprie norme e le proprie consuetudini locali. E’ l’atteggiamento che nell’antichità portava a definire “barbaro” chi non faceva parte della cultura greca o romana, e che ha condotto l’Occidente moderno all’uso di termini come “selvaggio”.] Questo atteggiamento di pensiero nel cui nome si respingono i “selvaggi” fuori dell’umanità, è proprio l’atteggiamento più caratteristico che contraddistingue quei selvaggi medesimi. Il barbaro è innanzitutto l’uomo che crede nella barbarie

40 “Sordità agli altri valori” Da “Razza e cultura” (1971) e Lo sguardo da lontano (1983, trad.it. Torino, Einaudi, 1985) Gli atteggiamenti etnocentrici sono normali, anzi legittimi, e in ogni caso inevitabili [...] Non è affatto riprovevole porre un modo di vivere e di pensare al di sopra di tutti gli altri, e provare scarsa attrazione per determinati individui il cui modo di vivere, di per sé rispettabile, si allontana troppo da quello cui si è tradizionalmente legati [...] E’ presente in ogni cultura il desiderio di opporsi alle altre culture che la circondano, di distinguersene, insomma di essere se stessa. [Occorre dunque dubitare dell’avvento di un mondo in cui le culture, colte da passione reciproca, non aspirassero più che a celebrarsi a vicenda, in una confusione in cui ciascuna perderebbe il fascino che poteva avere per le altre, e le sue proprie ragioni di esistenza. Se pure fosse possibile, un regno dell’uguaglianza e della fraternità segnerebbe la condanna di ogni differenza e di ogni originalità creativa. Infatti] ogni creazione vera implica una certa sordità al richiamo di altri valori, che può giungere fino al loro rifiuto o alla loro negazione.

41 Omologazione e protezione della diversità [La stessa lotta contro la discriminazione e a favore di un’unica civiltà mondiale rappresenta per l’umanità una forza entropica], distruttrice dei vecchi particolarismi cui spetta l’onore di aver creato quei valori estetici e spirituali che danno alla vita il suo senso, e che noi raccogliamo preziosamente in musei e biblioteche perché ci sentiamo sempre meno capaci di produrli. Cfr. Tristi Tropici

42 I paradossi del relativismo culturale Il razzismo culturalista e differenzialista Gli usi equivoci del concetto di identità culturale La cultura come “finzione” L’invenzione della tradizione

43 Ernesto de Martino e l’etnocentrismo critico 5. De Martino e l’etnocentrismo critico da La fine del mondo (postumo, Torino, Einaudi, 1977) Si profila così il caratteristico paradosso dell’incontro etnografico : o l’etnografo tenta di prescindere totalmente dalla propria storia culturale nella pretesa di farsi “nudo come un verme” di fronte ai fenomeni culturali da osservare, e allora diventa cieco e muto davanti ai fatti etnografici e perde, con i fatti da osservare, la propria vocazione specialistica ; ovvero si affida ad alcune “ovvie” categorie antropologiche, assunte magari in un loro preteso significato “medio” o “Minimo” o “di buon senso”, e allora si espone senza possibilità di controllo al rischio di immediate valutazioni etnocentriche a partire dallo stesso livello della più elementare osservazione [...].

44 …segue De Martino L’unico modo di risolvere questo paradosso è racchiuso nello stesso concetto dell’incontro etnografico come duplice tematizzazione, del “proprio” e dell’ ”alieno”. L’etnografo è chiamato cioè ad esercitare una epoché etnografica che consiste nell’inaugurare, sotto lo stimolo dell’incontro con determinati comportamenti culturali alieni, un confronto sistematico ed esplicito fra la storia di cui questi comportamenti sono documento e la storia culturale occidentale che è sedimentata nelle categorie dell’etnografo impiegate per osservarli, descriverli e interpretarli : questa duplice tematizzazione della storia propria e della storia aliena è condotta nel proposito di raggiungere quel fondo universalmente umano in cui il “proprio” e l’ “alieno” sono sorpresi come due possibilità storiche di essere uomo, quel fondo, dunque, a partire dal quale anche “noi” avremmo potuto imboccare la strada che conduce alla umanità aliena che ci sta davanti nello scandalo iniziale dell’incontro etnografico. In questo senso l’incontro etnografico costituisce l’occasione per il più radicale esame di coscienza che sia possibile all’uomo occidentale ; un esame il cui esito media una riforma del sapere antropologico e delle sue categorie valutative, una verifica delle dimensioni umane oltre la consapevolezza che dell’esser uomo ha avuto l’occidente.

45 Le culture nella contemporaneità Lévi-Strauss, da Lo sguardo da lontano (trad.it. Torino, Einaudi, 1985, ed.orig. 1983) Le culture sono simili a treni che circolano più o meno in fretta, ognuna sul suo binario e tutti in direzioni diverse [...] Ogni membro di una cultura le è solidale, tanto quanto quel viaggiatore ideale è solidale col suo treno [...] Noi ci spostiamo trascinandoci dietro, letteralmente, questo sistema di riferimento, e gli insiemi culturali che si sono costituiti al di fuori di esso non ci sono percettibili che attraverso le deformazioni che questo imprime loro. Può perfino renderci incapaci di vederli

46 Contro l’essenzialismo culturale C.Geertz, da “The uses of diversity” (in The Tanner’s Lectures about Human Values,Cambridge 1986) Viviamo in mezzo a un enorme collage, in un mondo che comincia ad assomigliare più ad un bazaar kuwaitiano che ad un club di gentiluomini inglesi. [Compito dell’antropologia è quello di costruire] narrative e scenari per rimettere a fuoco la nostra attenzione, rappresentando noi stessi e tutti gli altri in mezzo a un mondo pieno di irriducibili stranezze, di cui non possiamo disfarci.

47 Un mondo post-culturale J.Clifford, da I frutti puri impazziscono, (trad.it. Torino, Bollati Boringhieri, 1993, ed. orig. 1989) Il privilegio accordato [nei primi due terzi del nostro secolo] ai linguaggi naturali e, per così dire, alle culture naturali, si sta dissolvendo. Questi oggetti e queste basi epistemologiche si rivelano come delle riuscite costruzioni immaginative, volte a contenere e ad addomesticare l’eteroglossia. In un mondo in cui troppe voci parlano tutte insieme, un mondo dive il sincretismo e l’invenzione parodistica stanno divenendo la regola e non l’eccezione, un mondo urbano e multinazionale, che ha istituzionalizzato la transitorietà - in cui vestiti americani fabbricati in Corea sono indossati dai giovani in Russia, in cui le radici di ognuno sono in qualche misura tagliate - in un simile mondo, diventa sempre più difficile fissare l’identità umana e il significato in riferimento a una “cultura” o a un “linguaggio” coerenti

48 Homeless minds? [I processi di formazione dell’identità] riguardano oggi una homeless mind, che ha ormai abbandonato l’aspirazione a risolversi in una stabile communitas [...] L’identità di ciascun individuo o gruppo si produce simultaneamente in molti ambiti di attività, ad opera di molti diversi agenti e per diversi scopi.

49 Scrivere contro la cultura? I rischi del considerare cultura e identità come pure costruzioni ideologiche, dispettendo il problema della differena come costitutiva della soggettività (agency) umana.


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