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Il Predicatore Grazioso. VITA E OPERE A Caleruega, villaggio montano della Vecchia Castiglia, Domenico nasce da Felice de Guzmàn e da Giovanna de Aza.

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Presentazione sul tema: "Il Predicatore Grazioso. VITA E OPERE A Caleruega, villaggio montano della Vecchia Castiglia, Domenico nasce da Felice de Guzmàn e da Giovanna de Aza."— Transcript della presentazione:

1 Il Predicatore Grazioso

2 VITA E OPERE A Caleruega, villaggio montano della Vecchia Castiglia, Domenico nasce da Felice de Guzmàn e da Giovanna de Aza intorno al Fanciullo, è affidato allo zio arciprete perché venga iniziato alle verità della fede e ai primi elementi del sapere. A quindici anni passa a Palencia per frequentare i corsi regolari (arti liberali e teologia) nelle celebri scuole di quella città. Ma, terminati gli studi ( ), il generoso castigliano decide di assecondare la chiamata di Dio al sacerdozio: entra nel capitolo canonicale di El Burgo de Osma dietro invito dello stesso priore Diego de Acebes. Quando Diego, da poco eletto vescovo (1201), deve partire per una delicata missione diplomatica in Danimarca, si sceglie Domenico come compagno di viaggio, dal quale non si separerà più. Il contatto vivo con le popolazioni della Francia meridionale in balìa degli eretici càtari, l'entusiasmo delle cristianità nordiche per le grandi imprese missionarie verso l'Est, costituiscono per Diego e per Domenico una rivelazione: anch'essi saranno missionari. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca, scendono a Roma (1206) e chiedono di potersi dedicare all'evangelizzazione dei pagani. Innocenzo III orienta il loro zelo missionario verso quella predicazione nell'Albigese da lui ardentemente e autorevolmente promossa fin dal Domenico accetta la nuova consegna e rimarrà eroicamente sulla breccia anche quando si dissolverà la legazione pontificia, e l'improvvisa morte di Diego (30 dicembre 1207) lo lascerà di fronte a un avversario implacabile e schiacciante. Pubblici dibattiti, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza: così fino al 1215 quando Folco, vescovo di Tolosa, lo nomina predicatore della sua diocesi.

3 Intanto alcuni amici si stringono intorno a Domenico che viene maturando un ardito piano: dare alla predicazione forma stabile e organizzata. Insieme a Folco si reca quindi a Roma (1215) e sottopone a Innocenzo III il progetto, che lo conferma. L'anno successivo, il 22 dicembre, Onorio III darà l'approvazione ufficiale alla «sacra predicazione» di Tolosa. Nell'estate del 1217 il santo fondatore dissemina i suoi figli in Europa, inviandoli soprattutto a Parigi e Bologna, i primi centri universitari del tempo. Poi con un'attività meravigliosa prodiga tutte le energie alla diffusione della sua opera. Nel 1220 e nel 1221 presiede in Bologna ai due capitoli generali destinati a redigere la magna charta e precisare gli elementi architettonici dell'Ordine: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, legislazione, distribuzione geografica, spedizioni missionarie. Sfinito dal lavoro apostolico, il 6 agosto 1221 Domenico muore, circondato dai suoi frati, nell'amatissimo convento di Bologna. Gregorio XI, a lui tanto cordialmente legato, lo canonizzerà il 3 luglio 1234.

4 Era di statura media, di corporatura delicata, la faccia bella e un poco rossa, i capelli e la barba leggermente rossi, belli gli occhi. Dalla sua fronte, e fra le ciglia, irraggiava un certo splendore, che attirava tutti a venerarlo e ad amarlo. Sempre giocondo, se non mosso a compassione per qualche afflizione del prossimo. Aveva le mani lunghe e belle. Aveva una grande voce bella e risonante. Non fu affatto calvo, ma aveva la corona della rasura del tutto integra, cosparsa di pochi capelli bianchi.

5 Vi era in lui qualcosa di più splendente e meraviglioso degli stessi miracoli. Era tale la perfezione morale dei suoi costumi, tale lo slancio di fervore divino che lo trasportava, da non potersi minimamente dubitare ch’egli fosse un vaso di onore e di grazia, un vaso ornato d’ogni specie di pietre preziose. Aveva una volontà ferma e sempre lineare, eccetto quando si lasciava prendere dalla compassione e dalla misericordia. E poiché un cuor lieto rende ilare il viso, l’equilibrio sereno del suo interno si manifestava al di fuori nella bontà e nella gaiezza del volto. Era, però, talmente irremovibile nelle cose ch’egli aveva giudicato secondo Dio ragionevole farsi, che mai o quasi mai consentiva di mutare una decisione, una volta presa dopo maturo consiglio. E poiché la testimonianza della sua buona coscienza, come s’è detto, rischiarava continuamente d’una grande gioia il suo volto, lo splendore del suo viso non veniva offuscato dalle cose terrene.

6 Per questo egli s’attirava facilmente l’amore di tutti; senza difficoltà appena lo conoscevano, tutti cominciavano a volergli bene. Dovunque si trovasse, sia in viaggio coi compagni, sia in casa con l’ospite e la sua famiglia, oppure tra i grandi, i principi e i prelati, con tutti usava parole di edificazione, dava a tutti abbondanza di esempi capaci di piegare l’anima degli uditori all’amore di Cristo e al disprezzo del mondo. Ovunque si manifestava come un uomo evangelico, nelle parole come nelle opere. Durante il giorno, nessuno più di lui si mostrava socievole coi frati o con i compagni di viaggio, nessuno era con loro più gioviale di lui. Viceversa, di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera. Alla sera prorompeva in pianto, ma al mattino raggiava di gioia. Il giorno lo dedicava al prossimo, La notte a Dio, ben sapendo che Dio concede la sua misericordia al giorno e il suo canto alla notte. Piangeva spesso e abbondantemente; le lacrime erano il suo pane giorno e notte: di giorno, soprattutto quando celebrava, spesso e anche ogni giorno, la Messa; di notte, invece, quando più di ogni altro prolungava le sue veglie estenuanti.

7 Aveva l’abitudine di passare assai spesso la notte in chiesa, a tal punto che si pensava che mai o raramente egli usasse un letto per dormire. Di notte, dunque, pregava e prolungava le sue veglie fino a quando glielo permetteva la fragilità del suo corpo. Quando poi alfine sopravveniva la stanchezza e la mente s’intorpidiva, vinto dal bisogno del sonno appoggiava la testa all’altare o in qualunque altro luogo, ma in ogni caso su una pietra come il Patriarca Giacobbe, e riposava un momento. Poi si risvegliava e riprendeva la sua fervorosa preghiera. Accoglieva tutti gli uomini nell’ampio seno della sua carità e perché tutti amava, da tutti era amato. Faceva sue le parole di san Paolo: « Gioire con chi gioisce, piangere con chi piange ». Traboccante com’era di pietà, si dedicava tutto per aiutare il prossimo e sollevare le miserie. Questo inoltre lo rendeva a tutti carissimo: la semplicità del suo agire. Mai nessun segno di doppiezza o di finzione fu riscontrato nelle sue parole o nelle sue azioni.

8 Vero amante della povertà, usava vestiti di poco valore. Nel mangiare e nel bere la sua temperanza era rigorosa: evitava cibi delicati, e s’accontentava volentieri di un semplice unico piatto. Aveva un dominio assoluto sulla sua carne. Beveva vino ma talmente annacquato che, mentre soddisfaceva alle necessità del corpo, non correva certo rischio di annebbiare la sua intelligenza sveglia ed acuta. Chi sarà mai capace d’imitare la virtù di quest’uomo? Possiamo ammirarlo e misurare dal suo esempio la pigrizia del nostro tempo. Ma poter ciò ch’egli potè, supera le umane capacità, è frutto di una grazia unica, a meno che la bontà misericordiosa di Dio non si degni di innalzare qualcuno a un simile fastigio di santità.

9 Imitiamo perciò, o fratelli, come possiamo, le orme del padre e nello stesso tempo ringraziamo il Redentore per aver dato a noi suoi servi, sulla via che percorriamo, un tale condottiero, per mezzo del quale egli ci ha rigenerati alla luce di questa nostra forma di vita religiosa. E preghiamo il Padre delle misericordie affinché, governati da quello Spirito che fa agire i figli di Dio, percorrendo la strada che percorsero i nostri padri, senza deflettere possiamo giungere anche noi a quella stessa meta di perpetua felicità ed eterna beatitudine, nella quale felicemente e per sempre egli è entrato.

10 Una preghiera incessante. - Quando si rileggono le fonti primitive della storia di San Domenico, l'immagine che si impone principalmente è quella di un uomo di preghiera intensa e incessante. Egli prega dappertutto. Fa silenzio quando cammina. Mentre cammina se è in prossimità di qualche monastero e se sente suonare la campana che raduna i monaci per l’ufficio; egli si unisce a loro per pregare. Evidentemente egli prega prima di tutto in convento, durante la messa dove il clero lo vede commuoversi e piangere; durante l’ufficio divino, nelle veglie mattutine, anche in refettorio mentre prende i suoi pasti. Ma è soprattutto nella solitudine notturna della cappella dove lui si abbandona pienamente alla sua vocazione di uomo orante. Qui, Domenico vi passa notti intere, al punto che a Bologna, non si conosce la sua cella o il suo letto personale. La lampada che nel santuario vacilla permette al giovane frate che la scorge di edificarsi, di seguire tutte le fasi della sua preghiera. Uomo del meridione, Domenico accompagna la sua preghiera con i gesti del suo corpo, come dei suoi gemiti profondi. Vinto dal sonno, egli pone il suo capo sulla predella dell’altare. Poi comincia la sua preghiera.

11 P RIMO MODO In piedi profondamente inchinato, si umiliava dinanzi all’altare, come se Cristo... fosse lì realmente e personalmente... Dopo aver pregato in tal modo riassumeva la posizione eretta, poi inclinava il capo e fissando con umiltà il Cristo, suo vero capo, confrontava la di lui eccellenza con la propria bassezza.... Questa maniera di inclinare profondamente il capo era il punto di partenza delle sue devozioni. Analogo segno di umiltà egli lo esigeva dai frati in onore di tutta la Trinità quando recitavano solennemente il «Gloria...».

12 S ECONDO MODO Spesso pregava completamente disteso con la faccia contro la terra (venia). Eccitava allora nel suo cuore sentimenti di compunzione, richiamando alla memoria e dicendo a voce alta «O Dio, abbi pietà di me che sono un peccatore»... e piangeva emettendo gemiti.... Talvolta, volendo insegnare ai frati con quanta riverenza dovessero pregare diceva loro: «...Abbiamo trovato l’Uomo-Dio con Maria sua ancella. Perciò venite adoriamolo e prostriamoci piangendo davanti al Signore Dio che ci ha creati». E invitava anche i più giovani a piangere per i peccatori.

13 T ERZO MODO Per questo motivo si rialzava da terra e con una catena di ferro si dava la disciplina. Da questo esempio del Padre venne nell’Ordine la disposizione che tutti i frati nei giorni feriali la sera, dopo Compieta, ricevessero a dorso nudo la disciplina con verghe di legno, recitando devotamente il Miserere o il De profundis per le colpe proprie e per quelle dei benefattori.

14 Q UARTO MODO In seguito davanti all’altare o nel Capitolo egli (in piedi e a mani aperte) fissava lo sguardo nel Crocifisso, contemplandolo con incomparabile penetrazione e davanti a lui si genufletteva più volte. Succedeva così che, qualche volta, da dopo Compieta fino a mezzanotte, ora si alzava, ora si metteva in ginocchio... Mettendosi in ginocchio gridava per i peccatori: «Signore non imputar loro i peccati». Sorgeva allora in lui un sentimento di grande fiducia nella misericordia di Dio nei suoi riguardi e in quelli di tutti i peccatori e per la conservazione dei suoi frati...

15 Q UINTO MODO Talvolta si metteva davanti all’altare in posizione ben eretta, senza appoggiarsi né sostenersi, con le mani aperte sul petto come (a sostenere) un libro. E restava in piedi così con grande riverenza e devozione, come leggendo alla presenza di Dio. Sembrava meditasse le parole di Dio, ripetendole dolcemente a se stesso. Talvolta giungeva le mani, tenendole fortemente unite davanti agli occhi e tutto chiudendosi in se stesso. Tal’altra le alzava all’altezza delle spalle (come fa il sacerdote nella Messa), quasi volesse tendere l’orecchio per udire meglio qualcosa....Avresti creduto vedere un profeta intrattenersi con un angelo o con Dio...

16 S ESTO MODO Il santo padre Domenico alle volte fu visto pregare anche con le mani e le braccia completamente aperte e stese a forma di croce, mentre col corpo stava il più possibile eretto. Questa forma di preghiera non era frequente, ma egli vi aveva fatto ricorso quando, per divina ispirazione, sapeva che in virtù della sua preghiera sarebbe avvenuto qualcosa di grande e di meraviglioso. Così a Roma quando risuscitò il giovane che era morto cadendo da cavallo; così a Tolosa quando salvò circa quaranta pellegrini inglesi che stavano annegando nel fiume; così durante la celebrazione di una Messa.

17 S ETTIMO MODO Spesso lo si vedeva, mentre pregava, protendersi tutto verso il cielo, come una freccia scoccata dritta in alto: elevava le mani tenendole tese sopra il capo, ora congiunte ora un po’ aperte come a ricevere qualcosa. Era rapito fuori di sé. Quando tornava in sé era come se venisse da lontano e lo avresti detto un pellegrino...”

18 O TTAVO MODO Il santo padre Domenico aveva anche un altro modo di pregare, assai bello, devoto e simpatico...Questo buon padre, ammirevole per la sua sobrietà e per lo spirito di devozione attinto nelle divine parole che si erano cantate in coro..., subito si ritirava in un luogo solitario...per leggere o pregare, raccolto in sé stesso e fissato in Dio. Si sedeva tranquillamente e, dopo essersi fatto il segno della croce, apriva un libro e leggeva. E mentre leggeva così in solitudine, faceva atti di riverenza vero il suo libro, chinandosi spesso a baciarlo, soprattutto se si trattava del Vangelo o vi leggeva riportate le parole proferite da Cristo. Poi...si alzava alquanto, con riverenza, e inclinava il capo. Quindi di nuovo calmo e tranquillo riprendeva a leggere.

19 N ONO MODO Quando a piedi viaggiava, sovente si separava dagli altri e pregava da solo. Si accendeva allora come fuoco ardente. Da altre fonti sappiamo che ruminava dei salmi cantava l’ «Ave maris stella» o il «Veni creator spiritus».... Avvicinandosi ad un paese pregava per i suoi abitanti. Aveva l’abitudine di passare assai spesso la notte in chiesa, a tal punto che si pensava che mai o raramente egli usasse un letto...Pregava e prolungava le sue veglie. Quando poi sopravveniva la stanchezza, vinto dal bisogno del sonno, appoggiava la testa all’altare... e riposava un momento. Poi si risvegliava e riprendeva la sua fervorosa preghiera.”

20 I SIMBOLI Il bianco per il Frate domenicano è segno, simbolo di purezza e di castità, mentre il nero, di rinuncia e di penitenza. Ma, oltre che nello stemma, tali smalti sono presenti anche nell’abito religioso dei Domenicani, essendo, da sempre, il saio di bianco ed il mantello di nero

21 La stella, per la tradizione domenicana, è simbolo di predestinazione e segno personale di San Domenico, poiché si narra che, nel giorno del battesimo, la madrina vide risplendere una fulgida stella sulla fronte del Santo

22 Il giglio è invece simbolo di integrità e moralità, mentre la palma rappresenta, come ideale, il martirio. San Domenico, infatti, avrebbe desiderato, nel predicare agli infedeli, nella fattispecie i Cumani, conseguire il martirio.

23 Il cane rappresenta poi la fedeltà al messaggio evangelico, mentre la fiaccola simboleggia la diffusione della Parola di Dio tra i fedeli e gl’infedeli, per opera di San Domenico e dei Suoi figli spirituali, i Frati Predicatori. Il cane con la fiaccola è legato, infine, ad un racconto immaginifico. Si narra, infatti, che la madre di San Domenico, al momento del parto, abbia avuto la visione di un cane, con una fiaccola fiammeggiante tra le fauci, correre, illuminando tutto il mondo. Ma i Frati di San Domenico, i Domenicani Domini canes, sono anche i cani del Signore, ossia i difensori della verità che azzannano gli eretici e difendono il gregge di Cristo. A completamento dell’analisi del simbolo domenicano, ne ricordiamo anche il motto: "Laudare, Benedicere, Praedicare".

24 L’Arca di San Domenico La vita di San Domenico è “fotografata” negli episodi salienti che sono scolpiti nel sarcofago. Queste sculture, originate dalle testimonianze dei frati che hanno personalmente conosciuto il Santo, sono un documento vivo e affascinante.

25 Per “leggere” l’arca di San Domenico occorre prima rendersi conto di quale tesoro racchiude. Il 24 maggio del 1233, a 12 anni dalla morte, il corpo di San Domenico venne trasferito dal luogo della sua prima sepoltura ad altro luogo più degno e più accessibile alla devozione dei fedeli. In tale circostanza si manifestò un prodigio testimoniato unanimemente da tutti i presenti: «Tolta la pietra che copriva la cassa, un meraviglioso profumo incomincia a esalare da un foro, e gli astanti attoniti per la sua fragranza si domandano meravigliati di che cosa si tratti. Abbiamo sentito anche noi la dolcezza di tale profumo, e sebbene fossimo stati intenzionalmente a lungo vicino al corpo di Domenico, non eravamo mai sazi di così grande dolcezza» (B. Giordano, Lettere circolari all’Ordine Domenicano). Quelle spoglie benedette furono poi riposte nella cassa di cipresso attualmente racchiusa nell’arca.

26 Preghiera a San Domenico Luce della chiesa, maestro di verità rosa di pazienza, avorio di castità, hai distribuito con generosità l'acqua della sapienza; predicatore della grazia ottienici di ritrovarci con te tra i beati del cielo


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