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1. 2 Per trattamento si intende spesso riferirsi all’accezione “penitenziario criminologica”, intesa come l’insieme delle tecniche modificative della.

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2 2 Per trattamento si intende spesso riferirsi all’accezione “penitenziario criminologica”, intesa come l’insieme delle tecniche modificative della personalità del condannato, poste in essere al fine di favorire la rieducazione ed il reinserimento nella società.

3 3 Le posizioni teoriche su questa funzione della pena, che possiamo chiamare “correzionale”, giustificano la sanzione penale con la sua essenza trattamentale. La finalità rieducativa, attraverso la trasformazione della personalità del condannato, legittimerebbe la sanzione criminale, la sua utilità.

4 4 L’idea di pena come misura di rieducazione si rifà al modello riabilitativo. La sanzione non può consistere in una mera retribuzione ma deve essere un mezzo di difesa contro il delinquente che non va tanto punito, ma riadattato alla vita sociale

5 5 L’interpretazione della delinquenza a cui si rifà questo modello si basa su tre elementi fondamentali - l’ideale riabilitativo per il quale la comprensione delle cause dell’atto criminoso è funzionale al reinserimento sociale e quindi ad un’attività di rieducazione - La predizione della pericolosità sociale - L’individualizzazione del trattamento

6 6 Dietro quindi l’idea rieducativa della pena c’è la convinzione che il delitto sia effetto di una patologia da rimuovere con tecniche apposite e che la pena privativa della libertà sia l’ambito naturale del trattamento.

7 7 Oggi ormai è acquisita la critica di questa idea di trattamento e si collega in primo luogo alla crisi del concetto di pena proprio della cosiddetta filosofia correzionale, che si basa appunto sulla pretesa finalità medicinale della pena, a partire da una contestazione del diritto dello Stato a pretendere una trasformazione del reo e ad una valutazione dell’impossibilità di ottenerla durante l’esecuzione della pena

8 8 Una più articolata elaborazione dell’idea di trattamento che superi l’ideologia classica di trattamento stesso, che rivela la crisi del concetto di pena a partire dalla contestazione del diritto dello Stato a pretendere una trasformazione del reo e a ottenerla durante l’esecuzione della pena è formulata da Luigi Daga, già Direttore dell’Ufficio Studi e Ricerche dell’Amministrazione Penitenziaria per il quale il possibile superamento delle argomentazioni delle teorie critiche del trattamento si può svolgere solo nell’ambito di una rilegittimazione del trattamento rieducativo che tenga conto della necessità di riformulare le finalità e le metodiche del trattamento penitenziario, finalità che non potranno più essere dirette “positivamente” alla costruzione di un modello di valori univoco, ma solo “in negativo” ad un comportamento non lesivo dell’ordinamento sociale

9 9 Le metodologie per Daga dovranno prescindere da ogni approccio coattivo, tanto più difficile da realizzarsi in un sistema di tipo premiale, per ridefinirsi nell’ottica del servizio, garantendo un aumento delle opportunità di reinserimento sociale, parallelamente alla diminuzione del deterioramento conseguente alla restrizione detentiva. Il trattamento, come strumento di umanizzazione della pena andrebbe quindi individuato come diritto, vale a dire come diritto alla fruizione di servizi interni penitenziari, al fine di depotenziare l’effetto desocializzante e criminogeno della detenzione, ma senza un legame diretto con la rieducazione ed il reinserimento. Il trattamento infine come “tecnica della rieducazione” non potrebbe essere altro che un “contratto di trattamento”, rispettando però la garanzia di una non coazione sulla personalità dell’utente.

10 10 E questa prospettiva si rinforza anche in relazione alla domanda se abbia senso un percorso educativo in un contesto di restrizione, e ancor prima se sia possibile educare quando manca il presupposto della libertà

11 11 Nei confronti dei condannati e degli internati è predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze fisiopsichiche e le altre cause del disadattamento sociale…(art. 13, c. 2 O.P) L’osservazione scientifica della personalità è diretta all’accertamento dei bisogni di ciascun soggetto connessi alle eventuali carenze fisico-psichiche, affettive, educative e sociali, che sono state di pregiudizio all’instaurazione di una normale vita di relazione. Ai fini dell’osservazione si provvede all’acquisizione di dati giudiziari e penitenziari, clinici, psicologici e sociali e alla loro valutazione con riferimento al modo in cui il soggetto ha vissuto le sue esperienze e alla sua attuale disponibilità ad usufruire degli interventi del trattamento. Sulla base dei dati giudiziari acquisiti, viene espletata, con il condannato o l’internato, una riflessione sulle condotte antigiuridiche poste in essere, sulle motivazioni e sulle conseguenze negative delle stesse per l’interessato medesimo e sulle possibili azioni di riparazione delle conseguenze del reato, incluso il risarcimento dovuto alla persona offesa. (art. 27, c. 1 D.P.R. 230/2000)

12 12 ….il punto fondamentale e decisivo è di accertare se il soggetto si è realmente ravveduto o sta realmente ravvedendosi, se, di conseguenza, egli osserva le norme e le disposizioni solo perché non può fare diversamente o perché, invece, le accetta e con esse accetta il sistema di valori della società civile. Il giudizio è, dunque, estremamente difficile, in quanto bisogna, certo, ricercare dati oggettivi e riscontri verificabili, ma bisogna anche cercare, in qualche modo, di penetrare nella mente e nell’anima delle persone e di capirne le intenzioni. E’ già difficile dimostrare se una persona ha commesso un delitto, ma è anche più difficile valutare se essa ne commetterà o ha l’intenzione di commetterne altri. Se è difficile giudicare il passato, è ancora più difficile giudicare il futuro, fare una previsione. (Circolare n del “Istituti penitenziari e centri di servizio sociale: costituzione e funzionamento delle aree”)

13 13 Elemento fondamentale che ci permette di riflettere sull’attività di osservazione è il pregiudizio, così come ci viene offerto dall’ermeneutica. Possiamo definire il pregiudizio un’anticipazione non problematizzata di un giudizio, o meglio come afferma H.G. Gadamer in “Verità e metodo”, un giudizio che viene pronunciato prima di un esame completo e definitivo di tutti gli elementi obiettivamente rilevanti. Ma sebbene il concetto di pregiudizio possegga una valenza negativa, esso non significa necessariamente giudizio falso o infondato. La riabilitazione del pregiudizio viene proprio da Gadamer per il quale non solo sussistono pregiudizi legittimi, ma per il quale essi sono la manifestazione della finitudine storica dell’individuo, ossia del fatto che l’uomo è un ente “situato” che appartiene ad un determinato mondo storico sociale, da cui deriva valori e credenze. Questo carattere costitutivo dei pregiudizi fa si che si configurino come delle linee orientative provvisorie, come nostro orizzonte di precomprensione della realtà, suscettibili di conferma o, come più spesso accade, di correzione e smentita. Pur essendo immerso nei pregiudizi e pur essendo obbligato a coesistere con essi, in quanto forma mentis, l’uomo non può quindi fare a meno di sottoporli a prova, saggiandone la consistenza e la validità.

14 14 Nella circolare del 2003 è stato definito GOT – Gruppo osservazione e Trattamento – quel “gruppo allargato di cui fanno parte o possono essere chiamati a far parte, con il cordinamento dell’educatore, tutti coloro che interagiscono con il detenuto e che collaborano al trattamento stesso” E’ pertanto un gruppo la cui composizione è estremamente mobile a seconda di coloro che si occupano dello stesso singolo soggetto in esecuzione di pena. E’ il detenuto il comune denominatore nel GOT e qui avviene lo scambio di informazioni con tutti gli operatori, la condivisione delle valutazioni sui singoli casi, la decisione sulla suddivisione dei compiti al fine di evitare la ridondanza di interventi simili, ferma restando la centralità del ruolo dell’educatore penitenziario. L’educatore penitenziario svolge rispetto al caso le funzioni di “segretario tecnico” e quindi avrà il compito di attivare la richiesta di un contributo di consulenza al servizio sociale, di incentivare il coinvolgimento attivo di tutti i soggetti che collaborano al trattamento, promuovendo riunioni di confronto e di valutazione congiunta e svolgendo gli interventi suoi propri.

15 15 L’equipe è invece il “gruppo ristretto”, avente rilevanza esterna, presieduta dal Direttore dell’Istituto, ed è composta dall’Educatore, dall’Assistente sociale incaricato del caso, dall’Esperto e dal Comandante [e dal medico], soltanto quindi dalle figure istituzionalmente competenti alla “gestione” dell’esecuzione della pena e che hanno pertanto competenza a definire formalmente la sintesi/aggiornamento dell’osservazione, ed un’ipotesi di trattamento intra o extramurario che, se ben funziona il coordinamento di cui sopra (e sarà compito del segretario tecnico di “veicolare” in sede di equipe tutte le riflessioni, informazioni ed ipotesi raccolte presso gli operatori del GOT), trarrà origine dal lavoro di tutti gli operatori del GOT

16 16 E’ possibile attivare processi di cambiamento nell’ambito del contesto detentivo e quindi durante l’esecuzione della pena detentiva?

17 17 Per Piero Bertolini dietro un comportamento disadattato c’è sempre una personale visione del mondo. Ma ogni weltanschauung non è mai una visione definitiva, statica. Essa si modifica in base alle esperienze fatte.

18 18 Il cambiamento del comportamento avviene se la persona è in grado di modificare il modo di vedere se stessa e se stessa nel mondo, nel rapporto con gli altri

19 19 Non è però attraverso un condizionamento o una situazione coercitiva che possono avvenire questi percorsi di modificazione. Solo se alla base c’è una scelta di libertà, può esserci un’evoluzione della propria visione del mondo e un reale cambiamento

20 20 “deformazione” dilatare il campo di esperienza metodo autobiografico

21 21 La risorsa fondamentale nell’educazione dell’adulto è la sua esperienza. Un adulto impara da ciò che fa, dice, pensa.

22 22 ALL’ADULTO SI CHIEDE DI AUTOEDUCARSI, DI ESSERE GUIDA DI SE STESSO, ASSUMENDO LA RESPONSABILITA’ DELLA PROPRIA VITA E DANDO SENSO ALLE PRATICHE DELLA QUOTIDIANITA’

23 23 “Terza via” dell’orientamento autobiografico che si rivolge a diversi modi di apprendere, attraverso pratiche narrative e riflessive, rispetto all’approccio classico di intervento educativo con adulti svantaggiati (“paradigma terapeutico” dell’EDA) come recupero, sostegno e rafforzamento del discente, che confermava una visione “carenziale” del soggetto in formazione, secondo una visione tipica nella pratiche tradizionali di (ri)educazione di soggetti marginali, ma anche in contesti insospettabili di formazione aziendale e occupazionale (es. riqualificazione professionale)

24 24 Nel raccontarsi, e nel farlo all’interno di un certo contesto, il soggetto costruisce se stesso, si forma

25 25 Con il movimento autobiografico non sono introdotti nuovi strumenti o nuove metodologie di formazione e apprendimento in età adulta, ma è resa operativa una profonda trasformazione del concetto di educazione. Centrale in questa trasformazione è l’introduzione nel discorso pedagogico della soggettività, del discente da un lato, del formatore dall’altro, in cui l’uno è riconosciuto capace di automotivarsi ad apprendere e attribuire significati autonomi alle proposte educative, l’altro non è da intendersi come osservatore neutro, ma che opera a partire dalla propria storia e orizzonte di conoscenza. La formazione diventa allora relazione formativa.

26 26 Anche per Duccio Demetrio l’educazione ha a che fare in senso stretto con il concetto di cambiamento, a tal punto che per questo autore il prodotto dell’azione educativa non sembra avere senso se non nella rilevazione dei processi di cambiamento prodotti dall’azione educativa stessa.

27 27 Educare significa sempre e comunque produrre modificazioni a livello cognitivo e comportamentale. Il concetto di cambiamento è legato quindi strutturalmente all’idea di educazione

28 28 Nel passaggio dalla dimensione teoretica a quella pratica, dal pensiero sull’educazione all’agire educativo, la pedagogia è allora quella scienza pratica che studia le condizioni che inducono processi di cambiamento e predispone le condizioni perché il cambiamento possa attivarsi

29 29 Il lavoro educativo, per Demetrio, non accetta l’esistente ma lo modifica.

30 30 Nell’ambito di una relazione educativa deve essere fornito all’ interlocutore la possibilità di una diversa rappresentazione sociale e personale, in funzione di un cambiamento migliorativo.

31 31 “Mi facevo, ora non più” “Bevevo, ora non più” ma anche “Rapinavo, ora non più”

32 32 Il lavoro, da genericamente educativo, diventerà poi pedagogico in senso stretto quando saprà costruire e trasportare in ogni situazione la rappresentazione del cambiamento, inducendoli “artificialmente” nel passaggio da una dimensione spontaneistica dell’intervento educativo ad una più strettamente intenzionale

33 Il colloquio motivazionale Il colloquio motivazionale è una pratica usata in ambito “correzionale” per incoraggiare cambiamenti comportamentali positivi negli autori di reato

34 34 Il CM si è sviluppato negli anni ’80 dalla ricerca sul counselling nell’ambito dell’alcolismo e ha l’obiettivo di accrescere la motivazione intrinseca al cambiamento negli autori di reato

35 35 Tre principali principi di efficacia dell’intervento del CM: - Indirizzare gli interventi agli autori di reato maggiormente a rischio - Focalizzare l’attenzione sui comportamenti che riducono il crimine ( miglioramento autocontrollo, implemento rete d’aiuto, impegno in valori prosociali, cambiamento gruppo pari, riconnessione a reti primarie/positive, trattamento abuso sostanze) - Essere adeguati allo stile dell’autore di reato (rispondenza)

36 36 Se l’obiettivo è quello di incoraggiare cambiamenti comportamentali a lungo termine, l’operatore deve usare tecniche che danno accesso alla motivazione al cambiamento intrinseca piuttosto che si affidano solo a pressioni esterne

37 37 - La motivazione è predittiva dell’azione - La motivazione riguarda un comportamento specifico - La motivazione è variabile - La motivazione è interattiva - La motivazione può essere influenzata sia da fattori intriseci che estrinseci

38 38 La motivazione intrinseca al cambiamento può essere aumentata secondo tre principi di base: Autonomia ( è la percezione avvertita dall’individuo di sentirsi l’agente determinante di un azione: “Ho scelto di farlo”) Competenza ( implica la convinzione relativa alla fiducia: “io posso farlo” e al bisogno di credere che il cambiamento sia importante e possibile) Relazioni ( è più probabile che si realizzi un cambiamento quando ci sono persone che offrono supporto all’autore di reato)

39 39 Secondo il modello degli “stadi del cambiamento”, originariamente sviluppato per riflettere sul cambiamento comportamentale delle persone che smettono di fumare, il cambiamento è un processo che si sviluppa nel tempo. Le persone possono partire da una posizione di non sostanziale interesse al cambiamento (precontemplazione), per poi avere una certa consapevolezza o sentimento sul cambiamento (contemplazione), essere determinate al cambiamento (determinazione), iniziare a cambiare (azione) e mantenere il cambiamento nel tempo (mantenimento)

40 40 Sono tre le forze principali che fanno muovere attraverso gli stadi: - La prima forza è inerente lo sviluppo (la criminalità tende a diminuire con gli anni) - La seconda forza è inerente l’ambiente - La terza forza è inerente al sistema penale, al sistema sanzionatorio, alla riabilitazione e alla relazione con gli operatori


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