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ANTROPOLOGIA CULTURALE 2009-2010 La capacità empatica dell'uomo come fattore culturale originario.

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Presentazione sul tema: "ANTROPOLOGIA CULTURALE 2009-2010 La capacità empatica dell'uomo come fattore culturale originario."— Transcript della presentazione:

1 ANTROPOLOGIA CULTURALE La capacità empatica dell'uomo come fattore culturale originario

2 I N D I C E - MODULO I: L'antropologia culturale. Parte I: Etimologia e storia Parte II: Lo statuto epistemologico dell'AC - MODULO II: De humana cultura et societate - MODULO III: L'empatia - MODULO IV: L'empatia perduta

3 Modulo I Parte I L’antropologia culturale Etimologia e storia

4 Etimologia L'etimologia è divenuta ormai una scienza. È la branca della filologia che cerca l'origine delle parole, attraverso lo studio dei testi antichi e il confronto tra diverse lingue. Noi vogliamo esercitarla al modo di Isidoro di Siviglia, che nel periodo più buio del Medioevo, quello in cui tutto il sapere fino ad allora accumulato era a rischio di scomparsa, si mise a scrivere le Etymològiae.

5 Isidoro di Siviglia Isidoro di Siviglia (570 ca.-636 d. C.) vive nel regno visigoto, appena unificato sotto l’egida cattolica del re Recaredo (589 d.C.). Egli scrive le Etymològiae ( d. C.), un’opera enciclopedica in 20 libri, che tratta dei più vari argomenti a partire dalla individuazione dell’origine (etimologia) delle parole stesse.

6 Le Etymològiae L’intento di tale tentativo titanico era quello di «cogliere la realtà intera attraverso la determinazione dell’origine dei vocaboli che ne costituiscono il corpo visibile e caduco». La speranza era quella di «scardinare una volta per tutte le porte oscure dell’incomprensione ed entrare con passo sicuro nel regno luminoso dell’unità: unità di parole, unità di pensiero, unità di cuori». (A. Valastro Canale, Introduzione alle Etimologie o Origini, 2 voll., UTET, Torino 2004)

7 Parola ed espressione Esordiamo riflettendo sulle parole, perché il linguaggio rappresenta la qualità umana più specie-specifica. Secondo Max Scheler ( ), c’è una differenza essenziale tra espressione e linguaggio. Cfr.: brano in Pdf sul tema, tratto dal saggio di M. Scheler, L’idea dell’uomo (1913).

8 Etimologia (1) Due mondi si concentrano nell’espressione «antropologia culturale» -il mondo greco: «antropologia», da ànthropos + lògos uomo + discorso razionale (in effetti Erodoto di Alicarnasso è considerato il fondatore degli studi antropologici) - il mondo latino: «culturale», dal lt. còlere= coltivare

9 Erodoto Erodoto (Alicarnasso 484 a.C.-Atene 425 a. C.) nelle sue «Storie» descrive i costumi, le tradizioni, le religioni, le abitudini di moltissimi popoli dell’antichità, con cui era venuto direttamente o indirettamente in contatto, nel corso dei suoi viaggi. Nella sua opera si riscontra già la lotta vittoriosa ai due atteggiamenti con cui ogni antropologo deve sempre combattere: l’etnocentrismo e il relativismo culturale

10 /home.html L. VI – sconfitta dei Persiani da parte dei Greci a Maratona L. IV- usanze funebri dei Galati e dei Greci

11 Etnocentrismo (1) È la posizione culturale di chi considera la propria cultura per modi, stili, abitudini e tradizioni, superiore alle altre con cui viene in contatto. Si tratta di una posizione che ostacola i rapporti reciproci e l’incremento antropologico, che spontaneamente ne deriva. Di qui, il suffisso peggiorativo –ismo, con cui viene denominata.

12 Etnocentrismo (2) Bisogna distinguere dal peggiorativo «etnocentrismo», l’atteggiamento di etnocentratura, molto comune tra le popolazioni e addirittura indispensabile, al pari dell’autostima a livello individuale, per istaurare positive relazioni con gli altri e promuovere il reciproco incremento antropologico. La maggior parte delle etnie si autodefinisce infatti «popolo degli uomini», escludendo inizialmente dall’umanità gli altri gruppi diversi dal proprio. -i Cheyenne chiamavano se stessi «gli uomini», mentre indicavano i Dakota con l’espressione «volpi» (Sioux) - i Bantu sono «uomini» -i Masai «uomini guerrieri» -gli Inuit «uomini cacciatori» -il Celeste Impero, Chin, è «il centro» dell’universo.

13 Etnocentrismo (3) L’etnocentrismo di cui l’antropologo cerca di liberarsi è l’atteggiamento per cui si tende a giudicare le forme morali, religiose e sociali di un’altra comunità sulla base della conformità alle proprie norme e a considerare le differenze riscontrate come anomalie. Anche l’esotismo, in quanto culto del pittoresco che sottolinea le curiosità e le bizzarrie degli altri può virare verso l’etnocentrismo, quando è accompagnato da un atteggiamento di svalorizzazione, e verso il vero e proprio razzismo quando produce rifiuto e ostilità.

14 Erodoto e l’etnocentrismo Erodoto non incorse nell’etnocentrismo, ma assunse una esemplare posizione d’equilibrio nella valorizzazione della propria e dell’altrui cultura. Fu spesso considerato un filo-barbaro, perchè la sua curiosità naturale gli faceva valorizzare e considerare in maniera positiva le tradizioni culturali degli altri popoli. Tuttavia egli non si sottrasse dall’ affermare la grandezza dei Greci soprattutto nei confronti dei Persiani. Riportò infatti il testo della stele innalzata per celebrare gli eroi di Maratona, in cui si legge: «Qui diecimila valorosi vinsero un esercito di un milione di nemici».

15 Etnologia e Antropologia L’idea stessa di «etnologia» può essere portatrice di etnocentrismo, nella misura in cui il suo campo di applicazione, l’etnia, venga ristretto a gruppi umani uniti in un sistema considerato chiuso e tale da non avere nulla a che fare con il nostro. Per etnia si intende generalmente una popolazione (=ethnos), con un nome proprio (etnonimo), i cui componenti si richiamano ad un’origine comune e che possiede una tradizione culturale specificata dalla coscienza di appartenenza a un gruppo, la cui unità poggia sulla comunanza di lingua, di territorio e di storia. La nozione di etnia è molto rigida e di difficile storicizzazione. Poiché, oggi, nessuna società è più una etnia in senso proprio si preferisce utilizzare il termine antropologia.

16 Etnologia e antropologia (1) Gli studi antropologici hanno attraversato varie tappe prima di acquisire la loro denominazione attuale: 1)Etnologia = analisi e interpretazione dei materiali precedentemente raccolti. Elaborazione di modelli comparativi (denominazione introdotta dallo studioso svizzero Edouard Chavannes nel 1787, per indicare la storia naturale dell’uomo ovvero lo studio di quei «fossili viventi» che sono le società primitive) 2)Etnografia= raccolta di dati e documenti, loro prima descrizione empirica, traduzione e classificazione dei fatti umani ritenuti utili per la comprensione di una società o istituzione (denominazione introdotta dallo storico B. G. Niebuhr, nel 1810).

17 Etnologia e antropologia (2) 3) la denominazione “antropologia”, che comporta un grado di generalizzazione più elevato, si è affermata intorno al XX sec., distinguendosi subito in: a) antropologia sociale= di scuola britannica, interessata a individuare le leggi della vita in società e dedicata soprattutto all’osservazione del funzionamento delle istituzioni sociali (famiglia, parentela, politica, procedure legali…) b) antropologia culturale= nata negli Stati Uniti con F. Boas. Si interessa alle questioni poste dal relativismo culturale, perrelativismo culturale giungere a fornire una sintesi dell’attività sociale specie nei fenomeni di trasmissione della cultura.

18 Etnologia e antropologia (3) c) l’antropologia filosofica è un discorso teorico sull’uomo d) l’antropologia fisica è lo studio biologico e fisico dei caratteri razziali, ereditari, sessuali e relativi all’alimentazione dell’uomo; comprende l’anatomia, la fisiologia, la patologia comparata, lo studio dell'evoluzione umana e del rapporto dell’uomo con gli altri primati.

19 Il relativismo culturale (1) - Rappresenta l’atteggiamento di chi, nel rapporto con l’altro, si ferma alla rilevazione delle differenze, assolutizzandone la distanza e considerandole perciò insuperabili. - Si tratta, come la parola documenta con il suffisso –ismo che la costituisce, dello stato peggiorativo della condizione di relatività culturale, propria di ogni cultura, imprescindibilmente espressiva di gruppi umani determinati e specifici. - Riconoscere la relatività culturale non implica affatto chiudere ciascuna cultura nell’autoreferenzialità dei suoi confini, come tende a fare il relativismo. - Al contrario, la posizione equilibrata di relatività culturale, valorizzando le differenze, apre al confronto tra differenti e promuove lo scambio reciprocamente incrementante.

20 Relativismo culturale (2) Erodoto non incorse nel relativismo culturale. Egli assunse, infatti, una posizione di riconoscimento equilibrato della relatività culturale, come documentato dalla descrizione comparativa delle usanze funebri di Greci e Galati, che riporta nelle sue Storie.

21 Relativismo culturale (3) E’ costume funerario dei Galati, piangere il morto, disporlo sopra un tavolo su un bianco sudario, continuare i pianti e le lamentazioni, e poi cibarsi del corpo del morto per introiettare la sua forza e la sua anima. Questa usanza fa orrore a un Greco, il quale come abitudine funeraria costruisce una catasta di legno, vi pone sopra il corpo del defunto, e brucia il tutto mentre organizza giochi ginnici intorno alla pira per onorare lo spirito del defunto, così come fece Achille per venerare Patroclo morto. Erodoto continua osservando che anche a un Galata farebbero orrore gli usi funerari dei Greci, che bruciano e disperdono il corpo del defunto.

22 Relativismo culturale (4) A questo punto, anziché ridursi nella reciproca autoreferenzialità culturale propria del relativismo culturale, Erodoto conclude osservando che alla base delle opposte usanze, c’è e resta comunque la comune e condivisa esigenza umana di prestare onoranze funebri ai propri defunti. Da queste considerazioni possiamo ricavare due idee-guida: per un verso Erodoto mette in risalto la differenza delle usanze funebri, dall’altro ribadisce che in ogni società esistono modalità per segnare, marcare e sacralizzare il passaggio dalla vita alla morte. Abbiamo così coniugate insieme e, perciò, coinvolte nel rapporto di reciproca costruttività antropologica, tanto la particolarità specifica delle usanze funerarie, quanto la loro universalità antropologica, che apre alla possibilità del confronto arricchente.

23 Cultura come agricoltura L’etimo latino della parola ci riporta all’età neolitica, al tempo in cui i nostri avi abbandonarono la vita nomade e cominciarono a vivere stabilmente/abitare in un luogo, in cui potevano praticare la coltivazione dei campi o agricoltura. Cfr.: La scoperta dell’agricoltura nel neolitico (Pdf)

24 L’esperienza della coltivazione Quale fu la conquista culturale, determinata dalla scoperta dell’agricoltura? Gli uomini sperimentarono ed appresero che la natura, sottoposta alle loro cure, “fioriva”, fruttificando secondo una fecondità impensabile nel suo stato selvaggio.

25 Estensione del significato della Cultura A seguito dell’esperienza sorprendentemente positiva della coltivazione dei campi, gli uomini estesero la pratica della coltivazione o cura anche alla natura in sé e nei propri simili. Fu così che in una società di agricoltori come quella della Roma delle origini, l’uso del verbo còlere fu esteso ad ambiti specificamente antropologici quali quello del culto dei morti e dell’educazione delle giovani generazioni.

26 L’agricoltura presso i Romani (1) «Apud Romanos bonus civis bonus colonus erat. Presso i Romani il buon cittadino era buon contadino. Bonus colonus agros colebat magna cum diligentia terram Il buon contadino coltivava i campi con grande diligenza, laetamine conspergebat, subigebat aratro, cospargeva la terra di letame, la dissodava con l’aratro, rastro glebas aequabat, a saxis et malis herbis purgabat. con il rastrello pareggiava le zolle, le ripuliva dai sassi e dalle erbe cattive. Ita magnam hordei et frumenti copiam percipiebat. Così otteneva una grande quantità di orzo e frumento.

27 L’agricoltura presso i Romani (2) Agricola sedulous etiam vineas colebat L’agricoltore solerte coltivava anche le vigne et frugiferas plantas ut malos, piros et cerasos. e le piante da frutto come i meli, i peri e i ciliegi. Agricololarum villae abundabant porcis, haedis, Le cascine degli agricoltori abbondavano di maiali, di capretti agnis, gallinis, caseo et habebant di agnelli, di polli, disponevano anche di formaggio sed etiam in pugnis victoriam magna audacia obtinebant» ma pure nelle battaglie conseguivano la vittoria con grande audacia»

28 Importanza dell’agricoltura presso i Romani La storia dei Romani documenta il loro apprezzamento per l’agricoltura, considerata il paradigma di ogni costruttività umana. Cfr.: materiale Word sugli antichi Romani e sulla fodazione di Roma

29 Cultura (1) Il sostantivo cultus, tratto dal participio passato del verbo còlere, venne a indicare non solo il «coltivare» i campi, il «far crescere» le colture, ma anche la cura in generale per qualcosa e in senso specifico - tanto il servizio religioso verso i defunti e gli dei, quello cioè che tuttora chiamiamo «culto», - quanto la coltivazione degli esseri umani, in particolare dei giovani, cioè la loro «educazione»= «far venir fuori/far fiorire l’umanità». Da quest’ultima accezione proviene il valore della cultura nel suo senso moderno più generale: il complesso delle conoscenze, tradizioni e saperi, usi e costumi, che ogni popolo considera fondamentali, e in quanto tali meritevoli di essere trasmessi alle generazioni successive.

30 Cultura (2) Così in antropologia si parla di culture orali in riferimento a quelle società in cui la trasmissione delle conoscenze è affidata alla memoria degli anziani; e archeologi, storici e antropologi denominano cultura materiale l’insieme dei manufatti prodotti da una popolazione, grazie ai quali è possibile ricostruirne modi di vita e credenze, come ciascuno di noi può comprendere visitando un museo archeologico o etnografico.

31 Cultura (3) Nella nostra civiltà occidentale, fondata su una pratica millenaria di scrittura, il concetto di cultura è venuto però a sovrapporsi largamente al pieno possesso dell’alfabetizzazione, ed in pratica alla conoscenza di quanto depositato nei libri. Nella mentalità corrente si è arrivati a considerare persone colte o addirittura uomini di cultura coloro che hanno letto tanti libri. E anche nella definizione delle lingue di cultura del passato o attuali è prevalente il collegamento a importanti tradizioni letterarie scritte.

32 Cultura (4) Tuttavia, anche in società come la nostra, la cultura non si identifica esclusivamente con le tradizioni scritte: si pensi a culture di massa come quelle attuali, in cui attraverso i grandi mezzi di comunicazione si è affermata una multimedialità sempre più intensa, che unisce codice linguistico, soprattutto parlato, immagine e suono. Non a caso la denominazione, coniata in tempi molto recenti, di beni culturali si estende non solo al patrimonio librario di una nazione, ma a tutta la sua arte, e addirittura all’ambiente.

33 Cultura (5) D’altro canto, nel nostro «villaggio globale», si sono ampliati e moltiplicati i processi di acculturazione e soprattutto di fusione fra culture di popoli e razze, anche assai lontani. Certo, il rapporto con l’altro, il diverso, può essere fonte di conflitti: ma la storia ci mostra che la chiusura verso l’esterno non solo caratterizza in realtà una sottocultura, ma è alla lunga insostenibile e dannosa. Ed è proprio ciò che la cultura ci insegna a evitare.

34 Storia dell'Antropologia culturale Per tutta l’antichità greco-romana abbiamo documenti a contenuto etno-antropologico. Il De bello gallico di Giulio Cesare (8 libri scritti fra 58 e il 50 a.C.) è denso di considerazioni sulla cultura, la religione, gli usi e i costumi dei Galli. Del resto, in epoca romana, conoscere i popoli diversi, che venivano conquistati militarmente fu necessario, per organizzare l’amministrazione dell'impero. Dalla caduta di Cartagine (intorno al 146 a.C.), Roma si trovò alla testa di un impero immenso, delle cui popolazioni ignorava quasi tutto. Rapidamente la sua metodica amministrazione permise di raccogliere informazioni su vari paesi soggetti e su quelli che intendeva assoggettare.

35 Storia (1) La modalità della ricerca etnoantropologica greco-romana fu raccolta dagli Arabi, anch’essi desiderosi di conoscere i popoli che, attraverso la loro diaspora vittoriosa, andavano islamizzando. Masudi, intellettuale arabo, viaggiò in Africa, in India, in Madagascar e raggiunse la Cina, scrivendo le sue notazioni etno- antropologiche nell’opera che porta il titolo I prati d’oro. Ibn Khaldum ( ) affrontò non solo la descrizione di popoli e costumi diversi, ma problemi come i rapporti tra ambiente naturale, razza, tecniche e generi di vita, temi che verranno riconsiderati solo alla fine del XIX secolo.

36 Storia (2) Con l’affermarsi del Cristianesimo si determinò “un modo relativamente nuovo di intendere i diversi, rispetto alla filosofia greca”; Un modo che sottolineava “l’universalità della natura umana di fronte a Dio. Questa posizione metteva in crisi la distinzione fra popoli civili e popoli barbari” (Carlo Tullio-Altan, Manuale di Antropologia Culturale, Bompiani, Milano, 1971, p. 22).

37 Storia (3) In Europa intanto mercanti e missionari prevalentemente italiani furono i primi “artigiani” della tecnica di ricerca antropologica. - Giovanni del Pian del Carpine ( ) viaggiò tra i Mongoli e si spinse fino al Karakorum, lasciando una Storia dei Mongoli, che offre una descrizione delle popolazioni mongoliche estremamente accurata. - I mercanti ebbero in Marco Polo, chi li rappresentò in modo brillante con il famosissimo testo Il Milione. Marco Polo visitò la Cina, l’India, il Giappone e visse a lungo al servizio di Kubilay Khan, signore mongolo della Cina tra il 1270 e il 1290.

38 Storia (4) Le nuove scoperte geografiche, in particolar modo quella delle Americhe, aprirono uno spazio sconfinato all’analisi e alla descrizione di popoli altri e diversi. La colonizzazione distrusse molte culture, ma ci fu anche chi reagì contro questi disastri, e pazientemente raccolse tradizioni e costumi dei popoli delle Americhe. Padre Bartolomeo de las Casas ( ) offre una testimonianza polemica della colonizzazione spagnola scrivendo Storia apologetica degli Indiani, in cui difende i nativi dalla deculturazione e dall’invasione europea. Allo stesso modo Garcilaso de la Vega, storico ispano-peruviano redasse un testo sulla cultura degli Incas, pubblicato intorno al Il gesuita Giuseppe d’Acosta redasse in Perù la Storia naturale e morale delle Indie.

39 Garcilaso de la Vega Uno dei primi “meticci” del Nuovo Mondo, Garcilaso de la Vega ( ) detto «El Inca», (il cui vero nome era Gómez Suárez de Figueroa) fu un famoso scrittore di tematiche riguardanti il popolo inca. Era il figlio del conquistador spagnolo Sebastián Garcilaso de la Vega e della principessa inca Isabel Suárez Chimpu Ocllo, che era una discendente del potente sovrano inca Huayna Capac. Come parlante nativo quechua nato a Cuzco, De la Vega scrisse resoconti della vita inca, della storia del popolo e della conquista ad opera degli spagnoli.

40 Garcilaso de la Vega (1) Il suo capolavoro, il libro intitolato Comentarios Reales de los Incas (1609), è basato sulle storie che egli aveva sentito raccontare dai suoi parenti inca quando era bambino a Cuzco. I Comentarios contengono due sezioni: - la prima riguardante la vita degli Inca, - la seconda tratta della conquista spagnola del Perù. Molti anni dopo, quando la guerriglia di Tupac Amaru II (José Gabriel Condorcanqui, ) aveva molta presa, un editto reale di Carlo III di Spagna proibì la pubblicazione dei Comentarios, a Lima, per i contenuti considerati pericolosi. Il libro da allora non fu più stampato in America fino al 1918, ma continuò a circolare clandestinamente.

41 Meticcio Con il termine meticcio si definivano in origine gli individui, nati da un genitore bianco e da un genitore indio. I meticci, che presentano carnagione olivastra, occhi e capelli scuri nascevano dall'incrocio fra i conquistadores europei, solitamente di origine spagnola o britannica, e le popolazioni indigene precolombiane. Attualmente il termine viene usato anche in senso generico, indicando individui nati dall'incrocio di due razze diverse.

42 Storia (5) Il Settecento fu l’epoca delle grandi spedizioni organizzate con impegno da specialisti nei vari rami della botanica, della zoologia, della geografia e della medicina. Nel Settecento si completò la scoperta delle terre non conosciute con le spedizioni in Oceania, in cui primeggiò il capitano James Cook, che ci lasciò un resoconto del suo viaggio nell’Oceano Pacifico. Come è noto, Cook fu ucciso dagli hawaiani, durante una complessa situazione in cui il capitano fu scambiato per il dio locale Lono.

43 L’esotismo Il Settecento fu il secolo delle grandi scoperte geografiche e contemporaneamente della passione per l’esotismo, che può essere considerata la «spinta sentimentale» che portò alla complessa, vasta e contraddittoria elaborazione della scienza etnoantropologica. Non a caso, Charles de Secondat, barone di Montesquieu ( ), nelle sue Lettere persiane (1721), si servì di un persiano come protagonista di dialoghi che criticavano la società del suo tempo. La civiltà europea appariva al persiano “illuminista” arbitraria, convenzionale e fortuita in confronto ai costumi e ai modi di vita della sua civiltà esotica.

44 Le Lettere persiane L'opera comprende 161 lettere, scritte da tre giovani persiani immaginari, Usbek, Rica e Rhedi, che viaggiano in Europa e soggiornano per un lungo periodo in Francia, tra il 1712 e il 1720, scambiando con i loro amici e familiari orientali, una ricca corrispondenza. La loro ironia si appunta sull'irrazionalità delle istituzioni e del sistema politico francese, sulle ingiustizie e le malversazioni, cui sono sottoposti i sudditi, sul fanatismo che ne avvelena l'esistenza. Benché lucidamente critico sulle nefandezze dell'assolutismo europeo, il saggio Usbek non sa riconoscere le più tetre forme del dispotismo orientale, di cui egli stesso è responsabile. Nell' harem che ha lasciato per venire in Europa, le sue amanti sono segregate, prigioniere di eunuchi cinici e spietati. Roxane, la donna che egli ama, gli farà capire con una lettera drammatica le reali condizioni di vita dell' harem.

45 Roxane «Sì, ti ho ingannato: ho sedotto i tuoi eunuchi, mi sono presa gioco della tua gelosia, ho saputo fare un luogo di delizia e di piaceri del tuo orribile serraglio. […] Come mi hai potuto stimare tanto credula da convincermi che io ero al mondo solo per assecondare i tuoi capricci e che tu, mentre ti permettevi tutto, avevi il diritto di contristare tutti i miei desideri? No! Io ho potuto vivere nella schiavitù, ma sono rimasta sempre libera: ho riformato le tue leggi su quelle della natura, e la mia anima si è sempre mantenuta indipendente. […] Eravamo entrambi felici: tu mi credevi ingannata, ed io ti ingannavo. […]Ma è finita: il veleno mi consuma, la forza mi abbandona, la penna mi cade di mano; sento affievolirsi fino il mio odio: io muoio». Dal serraglio di Ispahan, il giorno 8 della luna di Rebiab 1, 1720.

46 Storia (6) L’interesse degli illuministi non era di identificare le reali condizioni di vita dei popoli, quanto di contestare le condizioni della loro stessa società, che veniva criticata sulla base del mito di uno stato selvaggio, in cui l’uomo era originariamente felice. Il mito si alimentò al di fuori delle reali esperienze etnografiche, che erano piuttosto patrimonio di pochissimi ricercatori. L’uomo naturale o «buon selvaggio» fu il termine di paragone continuo, che J. J. Rousseau propose, nella sua polemica con lo Stato assolutista e feudale e con l’intera tradizione del suo tempo, contro l’uomo artificiale e sociale. La sua convinzione era che la società avesse inferto all’umanità le più profonde ferite e che i mali della convivenza derivassero dalle organizzazioni politiche.

47 J. J. Rousseau ( ) L'idea centrale della filosofia di Rousseau è che ogni uomo nasce buono e giusto e, se diventa ingiusto, la causa è da ricercare nella società, che ne corrompe l'originario stato di purezza, favorendo il pensiero razionale che porta al freddo calcolo e al cinismo tipico delle civiltà moderne. Lo stato originario di purezza è il cosiddetto «stato di natura», ovvero la condizione propria del «buon selvaggio», che vive assecondando la sola legge naturale del proprio istinto. L’istinto si armonizzerebbe, naturalmente e necessariamente, con le esigenze della realtà circostante, mentre tutta la struttura morale delle società civili implicherebbe l’ imposizione arbitraria e artificiale di un codice di comportamento, che andrebbe a sovrapporsi, cancellandolo, a quello stato di correttezza morale innata. '

48 La Société des Observateurs de l’Homme Nel 1799, al moltiplicarsi dei resoconti di viaggi e al culmine dell’istanza antropologica comparativa, viene fondata la Société des Observateurs de l’Homme, che si propone di effettuare comparazioni tra i popoli dell’antichità, i selvaggi e gli indigenti, p. es. i sordomuti. Nel 1800, Joseph Marie De Gérando ( ) scrive una guida per tale ricerca, intitolata: Considérations sur le diverses méthodes à suivre dans l’observation des peuples sauvages. Il discorso antropologico, fin qui svolto surrettiziamente ad intenti extra-scientifici, si muove lentamente in direzione dell’acquisizione di uno statuto epistemologico per l’antropologia.

49 Modulo I Parte II Statuto epistemologico dell’antropologia

50 Lo statuto epistemologico dell’antropologia L’antropologia conquista il proprio statuto epistemologico - distinguendosi dalle discipline contiguediscipline contigue - perseguendo lo studio del proprio oggetto,proprio oggetto - secondo il proprio metodo,secondo propriometodo, - producendo monografie.monografie.

51 Antropologia e discipline contiguediscipline contigue 1.Antropologia e sociologiaAntropologiasociologia 1.Antropologia e storiastoria 1.Antropologia e etnolinguisticaAntropologia 1.SpecializzazioniSpecializzazioni

52 Antropologia e sociologiasociologia Si possono considerare «sorelle quasi gemelle» a) La sociologia nasce nel XIX sec. in Francia ad opera di A. Comte e a seguito delle esigenze di riorganizzazione socio- culturale, indotte dalle rivoluzioni politiche e industriali dell’età post-napoleonica  riformismo sociale+filosofia a)L’antropologia nasce poco dopo dalla saldatura tra l’interesse romantico per l’esotico, il progetto kantiano di un’antropologia filosofica e l’impresa coloniale  spirito antiquario e storia naturale - Entrambe sono imperniate su: ricerche classificatorie, schemi evolutivi valorizzazione tipologica di razze e etnie, - Entrambe sostengono l’azione di riforma sociale e mirano a «civilizzare» i cosiddetti primitivi.

53 Antropologia e sociologia (1) Hanno inizialmente campi di ricerca peculiari, differenti 1)L’antropologia analizza le società relativamente omogenee e di piccole dimensioni, di cui non si conosce la storia e che vengono dette «primitive», «tradizionali», «senza scrittura». Si pone l’obiettivo di elaborare la descrizione completa delle culture di piccole dimensioni. 2) La sociologia studia le società complesse, eterogenee, con storia documentaria, definite «civilizzate», «industrializzate», «della scrittura», «moderne». Si orienta verso il metodo dell’indagine per campioni, condotta su insiemi ampi.

54 Antropologia e sociologia (2)sociologia L’interesse di sociologi e antropologi si concentra ormai concordemente a)sulla ricerca delle strutture e delle funzioni sociali a)sull’analisi della dinamica delle società contemporanee

55 Antropologia e storiastoria Fino al XX sec. l’indagine storica si distingueva da quella antropologico-sociologica, modellata sulle scienze naturali, per il fatto di prediligere il lavoro sulla cronologia, l’individualità e la dimensione politica, effettuato servendosi di documenti scritti. Nel XX sec. si sviluppa il dibattito tra «storici puri» (C. Seignobos) e «storici sociologizzanti» (F. Simiand). Negli anni ’30 del Novecento fu invece l’antropologia funzionalista a prendere le distanze dalla storia, rivendicando per sé la centralità dell’osservazione e dell’inchiesta orale e rifiutando per lo studio delle società arcaiche ogni approccio storico.

56 Antropologia e storia (1) Nel 1958, Lévi-Strauss distingue tra «società fredde», che si sforzano di sterilizzare il divenire storico (Europa) e «società calde», che producono una storia cumulativa e termodinamica (Terzo Mondo). Si verifica una progressiva convergenza tra antropologia e storia: -si è sviluppata l’etnostoria, che utilizza in maniera combinata le tecniche degli storici e degli antropologi. -Si è sviluppata l’antropologia storica, p. es. in Francia alla scuola delle Annales, si studiano temi come il quotidiano, il corpo, le tecniche, i miti, la parentela (J. P. Vernant, E. Leroy-Ladurie)

57 Antropologia e etnolinguistica -F. de Saussurre ( ) fu il primo a dare autonomia alla linguistica, definendo la lingua come un sistema di relazioni interdipendenti. La lingua ha vita propria dal punto di vista fonologico, sintattico e semantico  -linguistica strutturale (lingua=codice prodotto dalla mente umana) -linguistica generativa (lingua=insieme di regole per la produzione di frasi) - l’antropologia linguistica si interessa del modo con cui la lingua influenza il pensiero e la visione del mondo (cfr.: Pigmalion, di B. Shaw)

58 Scienze ausiliarie e specializzazionispecializzazioni a)relazioni interdisciplinari La ricerca antropologica si è giovata e si giova dello sviluppo di scienze quali -la demografia -la geografia -la tecnologia -l’archeologia -la genetica -la preistoria -la psicologia -la psicoanalisi b)specializzazioni - esterne  etnobotanica, etnozoologia, etnomusicologia.. - interne  antropologia politica, economica, religiosa, della parentela… - per aree geografiche  dell’Africa, dell’Oceania, dell’America… - legate alle scuole  in funzione delle tematiche via via in voga

59 Oggetto e metodo Oggetto e metodo dell’antropologia Nella miriade di relazioni interdisciplinari, di cui gli studi antropologici si servono, occorre che l’antropologo conquisti un punto di vista unitario e un livello specifico i ricerca. L’oggetto di studio dell’antropologia prende forma attraverso l’esercizio del metodo dell’osservazione partecipante, che comporta le seguenti specificazioni: a)Uno spazio determinato d’osservazione b)Una prospettiva limitata c)Uno status assegnato nell’ambito del sistema d)Il fatto che l’antropologo è egli stesso un nodo di interazione.

60 L’osservazione partecipante L’osservazione partecipante Condizioni soggettive - dar seguito alla curiosità antropologica, rispetto ad altri uomini e a sé in circostanze nuove, comporta sempre una dose di avventurosità - ci si allontana dalla propria civiltà/ambiente per incontrarne altre, si affronta l’esilio culturale e lo spaesamento, che ne consegue. - si vive secondo uno stile più rudimentale del nostro, non privo di disagi -si accetta di rappresentare a propria volta un oggetto esotico, argomento di conversazione, di sospetto e di cupidigia -si pratica il mimetismo e ciò è rischioso per l’oggettività delle rilevazioni.

61 L’osservazione partecipante L’osservazione partecipante (1) Regole generali 1)Al ricercatore sono necessarie rigore e precisione, intuizione, immaginazione, empatia 2)è necessario un apprendistato per scoprire i problemi e i comportamenti significativi, acquisire la capacità di annotare con esattezza e di memorizzare il maggior numero di informazioni 3)la procedura di acquisizione delle informazioni comporta la memorizzazione di una lista di controllo degli elementi da osservare, in conformità agli obiettivi della ricerca, e la raccolta delle annotazioni sul campo, dettagliate e comprensive delle azioni con effetto di disturbo della situazione osservata 4)Il contenuto dell’osservazione è raccolto in schede descrittive, in cui le conversazioni sono riportate nella forma del discorso diretto, mentre le opinioni sono scritte nel diario della ricerca 5)La stesura dei dati comporta la classificazione e la documentazione sull’imponderabile (aneddoti, espressioni…)

62 Gli informatori L’osservazione partecipante è affiancata da colloqui con informatori qualificati, quali: 1)Altri ricercatori, anche locali 2)Gli informatori propriamente detti o imposti dalle autorità locali o selezionati in funzione delle loro competenze o appartenenze e opportunamente campionati 3)Informazioni si possono trarre da interrogazioni dirette in date situazioni, da conversazioni riservate, da colloqui a più voci, sia conducendo vere e proprie inchieste sia procedendo in conversazioni libere 4)Si utilizzano documenti verbali, materiali e tutte le forme di registrazione dei fatti umani, nei vari formati, provenienti da fonti pubbliche o private N.B.: tutte le testimonianze vengono vagliate criticamente, valutandone l’origine, l’integrità, il significato, sottoposte a spoglio dei dati e analisi, utilizzando metodi storiografici e sociologici

63 La monografia La monografia, in cui confluiscono i risultati di una ricerca antropologica, è un genere letterario, nato nell’ambito della sociologia ottocentesca (Le Play) e adottato dopo che nel 1847 venne pubblicato un modello di inchiesta in Notes and Queries on Anthropology, a cura del Royal Anthropological Institute.Le Play Si trattava di un indice-catalogo degli argomenti da affrontare per fornire una descrizione completa di un’etnia o raggruppamento sociale. A tali monografie generali si preferiscono ormai monografie su ambienti o aspetti circoscritti o su fenomeni esemplari. Il problema di fondo degli studi antropologici consiste nella difficoltà a trovare una giusta misura di interpretazione dei dati: o si sovra-interpreta, imponendo ai dati una senso arbitrario o si sottointerpreta, limitandosi a descrivere i fatti nella loro frammentazione empirica. Ciò cui si aspira è, invece, interpretare i fatti, inserendoli in reticoli semantici differenti.

64 P. G. F. Le PlayLe Play Pierre Guillaume Frédéric le Play ( ), francese, fu ingegnere, sociologo ed economista. Frequentò l’ École Polytechnique e l’ École des Mines. Nel 1834 fu posto a capo del Commissione permanente di statistica mineraria, nel 1840 divenne professore di Metallurgia all’École des Mines. Per quasi un quarto di secolo Le Play viaggiò nei vari paesi d’Europa e raccolse una ingente quantità di materiale relativo alla condizione sociale della classe operaia. Nel 1855 pubblicò Les Ouvriers européens, che comprendeva 36 monografie sui bilanci di famiglie tipo selezionate tra le più diverse industrie.

65 MODULO I Parte III Principali correnti del pensiero antropologico

66 Sinossi delle principali correnti del pensiero antropologico L'evoluzionismo Il diffusionismo «Cultura e personalità» La scuola socio-antropologica francese La corrente dinamista La corrente marxista Il funzionalismo Lo strutturalismo Gli studi americani contemporanei: etnometodologia, antropologia cognitivista, transazionalismo, ecologia culturale

67 L’evoluzionismo -affonda le proprie radici nell’idea di Jean-Antoine-Nicolas-Caritat, marchese di Condorcet ( ) dell’unità psichica del genere umano e del progresso della civiltà. Condorcet -si appoggia anche sulle concezioni trasformiste di J. B. Lamarck e sulle ricerche sull’origine delle specie per selezione naturale di C. Darwin.J. B. Lamarck -Nella seconda metà del XIX sec. si comincia ad osservare anche nel mondo sociale un passaggio dal semplice al complesso e un miglioramento dei sistemi sociali (settori: economico, politico, religioso, della parentela). -Si afferma nella ricerca antropologica il tema delle sopravvivenze, che documenta lo stadio arcaico delle società umane evolute.

68 Jean-Antoine-Nicolas-Caritat De Condorcet De Condorcet L'interesse principale di Condorcet fu la matematica (Sul calcolo integrale, 1765; Saggi di analisi, 1768), considerata anche in vista delle sue possibili applicazioni alle scienze sociali e morali, al fine di individuare costanti in un mondo fino allora considerato soggetto a variazioni imprevedibili (Saggio sull'applicazione dell'analisi alla probabilità delle decisioni prese a maggioranza di voti, 1785 e Quadro generale della scienza che ha per oggetto l'applicazione del calcolo alle scienze politiche e morali, postumo). In economia aderì alle teorie fisiocratiche, esposte nello scritto Riflessione sul commercio dei grani (1768). La sua opera più celebre è l'Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, prospetto di un'opera più vasta e incompiuta della quale restano solo parti frammentarie pubblicate postume nel 1795.

69 De Condorcet (1) «… Ma, se si considera questo stesso svolgimento nei suoi risultati, relativamente agli individui che esistono nello stesso tempo in uno spazio dato, e se lo si segue di generazione in generazione, esso ci offre allora lo schema generale dei progressi dello spirito umano. Tale progresso è sottoposto alle stesse leggi generali che osserviamo nello sviluppo delle facoltà dei singoli individui, poiché è il risultato di tale sviluppo, considerato nello stesso tempo in un gran numero di individui riuniti in società. Ma il risultato che ogni istante presenta dipende da quello risultante dagli istanti precedenti; e influisce su quello dei tempi che ancora devono venire.[...] C. Condorcet, Saggio di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, in Grande antologia filosofica, a cura di M.F. Sciacca, Milano, Marzorati, 1968, vol. XIV, pp , 706)

70 Jean Baptiste Lamarck Jean-Baptiste Pierre Antoine de Monet cavaliere di Lamarck ( ), naturalista e biologo francese, pubblicò nel 1809 Philosophie zoologique. In essa sosteneva che si sarebbe potuto trovare un legame fra tutti i viventi, nel filo conduttore della trasformazione/progressione che dalle forme più semplici di vita aveva portato alle più complesse. Lamarck è il precursore delle scienze evolutive, in quanto è stato il primo scienziato a rivendicare la trasformazione dei viventi. Contro le concezioni fissiste del suo tempo, egli affermò che gli organismi viventi non sono immutabili, bensì si trasformano ininterrottamente, per adattarsi all'ambiente e conseguire una più efficiente capacità di sopravvivere; inoltre, le loro trasformazioni si accumulano nel corso delle generazioni, determinando nuove specie.

71 J. B. Lamarck (1) Egli riteneva che dai cambiamenti dell'ambiente si determinasse nei viventi un bisogno di modificazione e di adattamento e che, sotto la spinta di un insieme di sensazioni recondite, gli esseri viventi riuscissero a sviluppare organi specifici per l'adattamento. La sua concezione di evoluzione si basava su due ipotesi: 1)l'ipotesi dell'uso e del disuso, per la quale la necessità di svolgere una funzione fa sorgere e sviluppare nell'animale l'organo necessario, che in seguito si svilupperà e si perfezionerà. Il disuso fa regredire l'organo fino alla sparizione. 2) L’ipotesi dell'ereditarietà dei caratteri acquisiti, per cui ogni vivente può trasmettere i caratteri sviluppati con l'uso o le regressioni per il disuso. Egli fa l’esempio della giraffa che sarebbe derivata da un’antilope

72 J. B. Lamarck (2) La sua spiegazione delle modalità dell'evoluzione ebbe una influenza enorme sia sulla biologia sia sulle scienze sociali. Essa sembrò verosimile perché la stessa evoluzione psico-sociale degli uomini è, in effetti, un processo di tipo lamarckiano, dove però i caratteri socio-culturali acquisiti vengono trasmessi per via esogenetica. Il lamarckismo è continuato ufficialmente sotto varie forme, fino agli anni trenta del secolo scorso, ad opera di alcuni grandi biologi e filosofi come Edmond Terrier, Felix Le Dantec, Alfred Giard.

73 Charles Darwin Charles Robert Darwin ( ) è stato un naturalista inglese, celebre per aver formulato, assieme ad A. R. Wallace, la teoria dell'evoluzione* delle specie animali e vegetali per selezione naturale di mutazioni casuali congenite ereditarie (origine delle specie), e per aver teorizzato la discendenza di tutti i primati, uomo compreso, da un antenato comune (origine dell'uomo). Ha pubblicato la sua teoria sull'evoluzione delle specie nel libro L'origine delle specie (1859), che è rimasto il suo lavoro più noto. Ha raccolto molti dei dati su cui ha basato la sua teoria durante un viaggio intorno al mondo sulla nave «Beagle», e in particolare durante la sua sosta sulle Isole Galápagos. * Il termine «evoluzione» fu coniato dal filosofo positivista H. Spencer.

74 C. Darwin (1) Darwin pubblicò nel 1859 la sua opera Sull'origine delle specie, sotto l’influenza della lettura del Saggio sui principi della popolazione (1798) di Thomas Malthus. Malthus sosteneva che l'uomo si riproduce con troppa rapidità, compromettendo la possibilità del miglioramento delle condizioni di vita sulla Terra. Tuttavia, la mancanza di spazio, il clima, la presenza di predatori erbivori e carnivori limitano, sia nel mondo vegetale che nel mondo animale, il numero degli individui che diventeranno adulti, operando la selezione dei più adatti all'ambiente.

75 C. Darwin (2) Darwin elabora così la teoria dell’evoluzione ad opera della selezione naturale, secondo la quale: 1.In ogni generazione il numero degli individui è costante. 2.Gli esseri viventi si riproducono in quantità superiore alle disponibilità di nutrizione e di spazio vitale. 3.Si instaura una lotta per la sopravvivenza, il cui esito determina la sopravvivenza dei più adatti. 4.In ogni specie esistono differenze che possono diventare ereditarie. 5.Alcune differenze sono favorevoli e permettono all'individuo di sopravvivere, di riprodursi e di trasmettere i mutamenti utili. 6.Le piccole differenze possono diventare notevoli e determinare la nascita di nuove specie. 7.Poiché le nuove specie, si riproducono e si sviluppano con rapidità, la selezione naturale elimina le specie più antiche.

76 L’evoluzionismo (1) -La corrente evoluzionistica svolge la ricerca antropologica, individuando, nei gruppi umani sottoposti a indagine, uno sviluppo, dall’arcaico all’evoluto, sulla base di un’idea teleologica di progresso e dell’osservazione di fattori, ritenuti parametri predominanti (fattore biologico, per Darwin; tecnologico per Morgan; economico per Marx; spirituale per Frazer).per Morgan -Anche le tappe dello sviluppo individuate variano secondo gli autori: Comte: stadio teologico, metafisico, positivo. Ferguson, Morgan: stadio selvaggio, barbaro, civile. Marx: società schiavista, feudale, capitalista, socialista. - Le ipotesi evolutive, spesso azzardate, formulate a partire dalle conoscenze documentarie, permettono di impostare la ricerca sui cosiddetti anelli mancanti.

77 Lewis Morgan ( ) Giurista, è tra gli evoluzionisti americani di maggior rilievo. Pubblica nel 1877, La società antica, in cui il cammino del’evoluzione segue quello delle tecniche di sussistenza: Fase selvaggia Fase barbara - inizia con l’invenzione dell’agricoltura Fase civile - inizia con l’avvio del commercio e dell’industria 1)Evoluzione dell’idea di governo (irochesi, aztechi, greci e romani) 2)Evoluzione della famiglia (consanguinea, punalua= consiste di una serie di fratelli carnali e più lontani, coniugati con una serie di sorelle carnali e più distanti, poligamia, poliandria, matriarcato, patriarcato…) 3)Trasformazione della proprietà, fino alla proprietà privata

78 L. Morgan (1) L’opera di Morgan ebbe una vasta eco anche per la risonanza che le conferì il lavoro di F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, (1884). Morgan, infatti, secondo Engels, aveva riscoperto, a modo suo, in America, quella concezione materialistica della storia che quarant'anni prima era stata scoperta da Marx e che, nel raffronto tra barbarie e civiltà, l'aveva portato, nei punti principali, agli stessi risultati di Marx.

79 La concezione materialistica «Secondo la concezione materialistica, il momento determinante della storia, in ultima istanza, è la produzione e la riproduzione della vita immediata. Ma questa è a sua volta di duplice specie. Da un lato, la produzione di mezzi di sussistenza, di generi per l'alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazione e di strumenti necessari per queste cose; dall'altro, la produzione degli uomini stessi: la riproduzione della specie. Le istituzioni sociali entro le quali gli uomini di una determinata epoca storica e di un determinato paese vivono, sono condizionate da entrambe le specie della produzione; dallo stadio di sviluppo del lavoro, da una parte, e della famiglia, dall'altra. Quanto meno il lavoro è ancora sviluppato, quanto più è limitata la quantità dei suoi prodotti e quindi anche la ricchezza della società, tanto più l'ordinamento sociale appare prevalentemente dominato da vincoli di parentela». (F. Engels)

80 L’evoluzionismo (2) Qualche giudizio 1)Costituisce una tappa decisiva nella costruzione della scienza antropologica, fissandone alcune problematiche e il vocabolario tecnico. 2)Non sono attendibili l’unilinearità e progressività dello sviluppo umano, secondo le quali l’evoluzionismo vorrebbe realizzare un corpus etnografico di tutta l’umanità e una tipologia intelligibile di tutte le società. 3)La teoria della civilizzazione ha giustificato acriticamente l’impresa coloniale.

81 Il Diffusionismo Mira a studiare la distribuzione geografica dei «tratti culturali» (F. Graebner, 1911, scuola austro-tedesca), attribuendo la loro presenza al susseguirsi di prestiti da un gruppo all’altro (tema della circolazione dei tratti culturali: itinerari, velocità e aree di diffusione, modificazioni, ostacoli e condizioni favorevoli alla diffusione). 1)Scuola britannica panegiziana: dalla presenza planetaria di fattori di somiglianza (p. es. le piramidi), si deduce l’orine egiziana di ogni civiltà, 4000 anni fa. 2)Scuola austro-tedesca di F. Graebner e W. Schmidt, facente capo alla rivista «Anthropos» e al «Kulturgeschichtliche Methode». Concetti di Kulturcomplexe, Kulturkreis. 3)Scuola americana: con ricerche sul campo e ricostruzioni storiche a raggio limitato, accumula dati esatti e quantitativi sulla circolazione sociale e geografica, deperimento, modifica, combinazione e dissoluzione degli elementi culturali

82 Franz Boas ( ) - E’ il fondatore della scuola antropologica americana: un gruppo di brillanti ricercatori si formò intorno alla sua cattedra di statistica e lingue indiane alla Columbia University di new York. - Nel volume Race, Language and Culture (1940), opera lo svincolamento della ricerca antropologica da schemi interpretativi rigidi (p. es. comparativismo non sorretto da calcolo statistico delle probabilità), affermando che gli elementi culturali non viaggiano in blocco né una cultura relativamente integrata assorbe qualunque elemento culturale. - Egli considera la ricerca descrittiva dei fenomeni di diffusione solo come preliminare allo studio dell’acculturazione e dei cambiamenti culturali, di cui recupera il dinamismo interno e esterno. - E’ fautore della ricerca sul campo e della descrizione di fatti umani concreti come l’economia sfarzosa del potlach kwakiutl

83 «Cultura e personalità» Si sviluppa negli anni Trenta negli Stati Uniti e si concentra sullo studio del rapporto tra cultura e individui. Infatti la cultura, intesa come il sistema dei comportamenti appresi e trasmessi attraverso l’educazione, l’imitazione e il condizionamento (inculturazione) in un determinato ambiente sociale, influisce sulla formazione della personalità. Margaret Mead ( ), allieva di Boas e di Ruth Benedict, studia in Oceania la coerenza tra i «patterns» (modelli) culturali e il modo in cui l’educazione porta alla strutturazione della personalità adulta normale. P. es. osserva che nelle isole Samoa, la crisi adolescenziale non esiste, a differenza degli Stati Uniti, e ciò grazie all’uso di metodi educativi elastici, che seguono lo sviluppo dl bambino, a un atteggiamento liberale nei confronti della sessualità e ad un’assenza di responsabilità economiche.

84 Margaret Mead Negli anni partì per l’isola di Tau, a Samoa, dove studiò lo sviluppo delle ragazze adolescenti. Il suo primo libro, L’adolescenza in Samoa (1928) mostrava come l’adolescenza non dovesse essere necessariamente un periodo di ribellione e di crisi. Le ragazze samoane, infatti, trascorrevano la loro adolescenza come un periodo di sviluppo ordinato, che comprendeva anche la libertà sessuale. La conclusione della Mead era che il disagio adolescenziale non era naturale ma appreso, dovuto agli aspetti culturali e non biologici. Il libro divenne un best seller e fu tradotto in molte lingue. In seguito uscì Crescere in Nuova Guinea dove la Mead rifiutava il concetto che i primitivi fossero come dei bambini; sosteneva invece che è la cultura a formare la personalità dell’individuo. Questo libro fu acclamato come un contributo di importanza eccezionale alla teoria dell’educazione.

85 M. Mead (1) Nel 1944 fondò un Istituto per gli Studi Interculturali. Dopo la guerra pubblicò Maschio e Femmina: uno studio sui sessi in un mondo che cambia, che poneva a confronto gli atteggiamenti sui ruoli sessuali della gente del Pacifico con quelli dei moderni americani. Era convinta che fossero fattori culturali a portare al razzismo, alle intolleranze, alle guerre, a causa di pregiudizi appresi e non ricusati, perciò i membri di una società potevano/dovevano lavorare insieme per far evolvere le loro tradizioni e costruire nuove istituzioni: «Never doubt that a small group of thoughtful, committed citizens can change the world».

86 M. Mead (2) In una società sempre più pessimista riguardo alle capacità umane di incremento dell’umano, la Mead insisteva sull’importanza di favorire e supportare tale capacità. Si poteva imparare dagli altri popoli: le diversità umane sono una grande risorsa, non un ostacolo e gli esseri umani sono tutti in grado di apprendere ed insegnare l’un l’altro.

87 La socio-antropologia francese Emile Durkheim Emile Durkheim ( ), che vuole considerare i fatti come cose e ricava le tipologie per comparazione tra fenomeni in contesti omogenei, mostra che i fenomeni socio-culturali non sono spiegabili come espressioni di istinti o di scelte individuali volontarie e consapevoli, ma in termini di rappresentazioni collettive. I concetti basilari della religione, come mana (forza), tabù (divieto), totem (rappresentazione sacralizzata del clan), hanno la loro origine nell' esperienza con cui gli uomini avvertono la forza e la maestà del gruppo sociale e sono il prodotto di una sorta di mente collettiva (Le forme elementari della vita religiosa, 1912).

88 Emile Durkheim «La società non è una semplice somma di individui; al contrario, il sistema formato dalla loro associazione rappresenta una realtà specifica dotata di caratteri propri. Indubbiamente nulla di collettivo può prodursi se non sono date le coscienze particolari: ma questa condizione necessaria non è sufficiente. Occorre pure che queste coscienze siano associate e combinate in una certa maniera; da questa combinazione risulta la vita sociale, e di conseguenza è questa che la spiega. Aggregandosi, penetrandosi, fondendosi, le anime individuali danno vita ad un essere (psichico, se vogliamo) che però costituisce un’individualità psichica di nuovo genere». (Le regole del metodo sociologico, V)

89 La socio-antropologia francese (1) Sulla linea dello studio delle rappresentazioni collettive, l' allievo e nipote di Durkheim, Marcel Mauss ( ), nel Saggio sul dono (1924), individua, alla base dello scambio arcaico il triplice obbligo, radicato nella mente umana, di dare, ricevere e restituire, ossia un principio di reciprocità, da cui dipendono le relazioni di solidarietà tra individui e gruppi, mediante lo scambio di doni pregiati.

90 Il funzionalismo -I fatti sociali, osservati sul campo sono contestualizzati e spiegati sulla base delle funzioni,* che svolgono nell’intero e delle relazioni, che intrattengono con gli altri elementi presenti. -Si procede su 3 parametri principali: 1. utilità (A cosa serve?) 2. causalità (Per quali ragioni o scopi esiste?) 3. sistema (Come agisce l’interdipendenza degli elementi in un insieme coerente e in equilibrio?) * La nozione di funzione è usata in modo ampio: come funzionalità (proibizione dell’incesto funzionale alla circolazione delle donne nei vari segmenti sociali); come processo (la famiglia nucleare è funzionale alla società industriale, perché mobile); come risultato (il partito democratico è funzionale alle classi popolari perché ne raccoglie i voti).

91 Bronislaw Malinowski ( ) Ha imposto il termine «funzionalismo» negli anni 1930/50 in Gran Bretagna, dalla «London School of Economy», dove insegnava, prima di tresferirsi negli Stati Uniti, a Yale. M. intende la cultura come quell’apparato strumentale, che permette all’uomo di risolvere i problemi concreti e specifici, relativi alla soddisfazione dei bisogni elementari o primari, come la riproduzione, cui risponde l’istituzione della parentela e derivati o secondari, come la crescita degli individui promossa dall’istituzione educativa. Egli privilegia la dimensione individuale, ritenendo che capire i bisogni dei singoli componenti della società, le loro motivazioni e inclinazioni, porta a capire i bisogni della società stessa. R. K. Merton, in Teoria e struttura sociale (1949), gli rimprovererà questo funzionalismo assoluto, che non dà conto dell’origine né della trasformazione di una cultura.

92 B. Malinowski (1) Nel suo primo lavoro, Argonauti del Pacifico Occidentale ( 1922), M. rivoluziona i metodi di ricerca antropologica, accordando la priorità all’indagine sul campo ed elaborando il metodo dell’osservazione partecipante. M. svolge un ruolo pionieristico nell’antropologia economica; studia, infatti, lo scambio cerimoniale kula, tipico della Melanesia, in cui si ricevono bracciali in cambio di collane di conchiglie e dove i beni di prestigio (p. es. grossi tuberi ignami) circolano ritualisticamente e secondo una reciprocità tra compagni di scambio abituali. Lo scambio con l’obbligo di restituire almeno quanto ricevuto sigilla l’alleanza tra le comunità.

93 B. Malinowski (2) Le sue osservazioni sui melanesiani, inoltre, contribuirono alla relativizzazione del complesso edipico. Ne La vita sessuale nella Melanesia Nord-Occidentale (1929), stimolato dalla lettura di Totem e tabù dello stesso Freud, dimostrò concretamente l'estraneità dei modelli di società non- occidentalizzati rispetto a tale teoria.

94 Il funzionalismo-Giudizi - Mette con competenza l’accento sul sistema (olismo) rispetto agli elementi (Raymond Boudon farà il contrario, ritenendo che siano i singoli attori sociali a creare il gruppo con le loro transazioni e che le leggi di funzionamento non siano identiche in tutte le società=individualismo metodologico). - Ha investigato la maggior parte dei campi antropologici: vita familiare, economia, magia, parentela, religione, politica… -Il metodo funzionalista di indagine è estremamente fecondo, in quanto conforme alla scientificità rigorosa che prevede:. Ricerca empirica di dati concreti. Comprensione delle relazioni. Ricostruzione di una totalità a partire dallo studio delle variabili e dei loro legami, delle loro correlazioni e delle loro interazioni

95 Il funzionalismo-Giudizi (1) -Nei sistemi sociali oltre alla dimensione determinista, colta e spiegata funzionalmente, sul modello delle scienze naturali, c’è anche un livello morale che richiede l’interpretazione dei significati soggettivi e simbolici. -C’è inoltre una storicità dei sistemi sociali che non può essere trascurata, mentre il funzionalismo considera la società in modo statico, non avendo gli strumenti per spiegare né l’origine né le trasformazioni di una cultura o di un’organizzazione. Tale rimprovero venne da parte della corrente dinamista di Gluckman e Balandier. -C’è poi un difetto logico, nella misura in cui si pretende di applicare la nozione di funzione sia ai fatti osservabili sia agli scopi presunti oppure si fa prevalere una finalità di integrazione e di armonia, che è invece da dimostrare di volta in volta.

96 Lo strutturalismo -La nozione di «struttura» entra in antropologia accanto a quelle di «funzione» e «processo», con l’opera di Alfred R. Radcliff-Brown, Struttura e funzione nelle società primitive (1952), dove non è ben chiaro se essa sia un concetto teorico o un dato di osservazione. - Anche il sociologo Talcott E. Parsons ( ) usa tale nozione. In: La struttura dell’azione sociale (1937), afferma che l’azione è l’unità elementare di cui si occupa la sociologia e richiede i seguenti elementi: - l’attore, colui che compie l’atto; - un fine verso cui è orientato l’atto; - una situazione di partenza, in cui vi sono le condizioni ambientali, sulle quali l’attore non ha possibilità di controllo, e i mezzi che invece l’attore controlla e utilizza; - un orientamento normativo dell’azione, che porta l’attore a preferire certi mezzi ad altri e certe vie ad altre, tuttavia basandosi sul sistema morale vigente nella sua società.

97 Talcott Parsons Ne Il sistema sociale (1951), Parsons definisce il sistema come un insieme interrelato di parti, che è capace di autoregolazione e in cui ogni parte svolge una funzione necessaria alla riproduzione dell’intero sistema. Ogni sistema dev’essere in grado di svolgere almeno quattro funzioni (secondo il celebre sistema AGIL):AGIL Adattamento all’ambiente; il sottosistema che svolge questa funzione è il sottosistema economico. Definizione dei propri obiettivi; il sottosistema che svolge questa funzione è il sottosistema politico. Conservazione della propria organizzazione; i sottosistemi che svolgono questa funzione sono il sottosistema della famiglia e il sottosistema della scuola. Integrazione delle parti componenti; il sottosistema che svolge questa funzione è il sottosistema giuridico e il sottosistema religioso.

98 Sistema AGIL Il paradigma sociologico indicato dall'acronimo AGIL è stato introdotto da Talcott Parsons, come strumento di analisi di una società e più in generale di un qualsiasi sistema sociale. L'assunto base del paradigma, dal quale muove il sociologo americano, nell'ambito della sua lettura in chiave funzionalista dei sistemi sociali, è che ogni sistema per sopravvivere e svilupparsi deve saper risolvere quattro classi di problemi funzionali richiamate dalle quattro lettere dell'acronimo: A = Adaptation (funzione adattiva) G = Goal attainment (raggiungimento dei fini) I = Integration (funzione integrativa) L = Latent pattern maintenance (mantenimento del modello latente)

99 Claude Lévi-Strauss L'antropologo Claude Lévi-Strauss è stato colui che, con la sua utilizzazione del modello della linguistica strutturale nelle indagini sulle strutture della parentela e sui miti e con le sue teorie generali sul concetto di struttura, ha più contribuito alla formulazione e alla diffusione di quello che è stato chiamato strutturalismo. Dal 1954 insegna Antropologia sociale al Collège de France. Le sue opere principali sono: Le strutture elementari della parentela (1949), Tristi tropici (1955), Antropologia strutturale (1958), Il totemismo oggi(1962), Il pensiero selvaggio (1962, dedicato a Merleau-Ponty), Mitologiche (4 voll.): Il crudo e il cotto, 1964, Dal miele alle ceneri, ; L' origine delle buone maniere a tavola, 1968; L' uomo nudo (1971); Antropologia strutturale due (1973) e Lo sguardo da lontano (1983).

100 Claude Lévi-Strauss (1) «Che cos’è dunque l’antropologia sociale/culturale? Nessuno, mi sembra, è stato più vicino a definirla […]di Ferdinand de Saussurre quando, presentando la linguistica come una parte di una scienza ancora da nascere, riserva a quest’ultima il nome di semiologia e le attribuisce, come oggetto di studio, la vita dei segni in seno alla vita sociale. […] Nessuno contesterà che l’antropologia annoveri nel proprio campo, almeno certuni di tali sistemi di segni, ai quali si aggiungono molti altri: linguaggio mitico, segni orali e gestuali di cui si compone il rituale, regole di matrimonio, sistemi di parentela, leggi consuetudinarie, talune modalità degli scambi economici. Intendiamo quindi l’antropologia come l’occupante in buona fede di quel campo della semiologia che la linguistica non ha ancora rivendicato come proprio; in attesa che, almeno per certi settori di questo campo, non si costituiscano scienze speciali all’interno dell’ antropologia». Elogio dell’antropologia (in: Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino, Einaudi, 19087, p. 56)

101 Claude Lévi-Strauss (2) Secondo Lévi-Strauss, la linguistica di Saussure rappresenta «la grande rivoluzione copernicana nell' ambito degli studi dell' uomo». Analogamente alla linguistica come semiologia o studio-dei-segni, si possono intendere le varie forme della parentela come una concatenazione di segni, che rimandano a un’unica logica, sottostante a tutti i sistemi di parentela al di là della loro varietà. Obiettivo della sua opera, Le strutture elementari della parentela, sarà pertanto ricercare la struttura invariante rispetto alla quale le forme della parentela sono tutte trasformazioni.

102 Claude Lévi-Strauss (3) Alla base di tutti i sistemi matrimoniali è, secondo Lèvi-Strauss, la proibizione dell' incesto, la quale impedisce l' endogamia: l' uso di una donna, vietato all' interno del gruppo parentale, diventa disponibile ad altri. Grazie alla proibizione dell' incesto è reso allora possibile lo scambio di un bene pregiato, le donne, tra gruppi sociali e quindi lo stabilimento di forme di reciprocità e di solidarietà che garantiscono la sopravvivenza del gruppo (cfr. Durkheim-Mauss).Durkheim-Mauss Sono queste le relazioni invarianti necessarie in ogni società, alla luce delle quali diventa possibile studiare le varie forme che assumono le relazioni di parentela, individuando due categorie essenziali di sistemi matrimoniali, quello a scambio limitato, tra cugini, di tipo prescrittivo, e quello a scambio generalizzato, di tipo preferenziale.

103 Claude Lévi-Strauss (4) L' antropologia, alla pari della geologia, della psicanalisi, del marxismo e soprattutto della linguistica, diventa in tale modo scienza capace di cogliere le strutture profonde, universali, a-temporali e necessarie, al di là della superficie degli eventi, che è sempre ingannevole, e al di là dell' apparente arbitrarietà degli elementi che costituiscono ogni società. A queste strutture si accede non attraverso la descrizione puramente empirica delle varie situazioni di fatto, ma mediante la costruzione di modelli. Essi sono sistemi di relazioni logiche tra elementi, sulle quali è possibile compiere esperimenti, ossia trasformazioni, in modo da individuare ciò che sfugge all' osservazione immediata.

104 Claude Lévi-Strauss (5) Dalla scuola durkheimiana, Lévi-Strauss riprende l' idea della natura psichica dei fatti sociali: questi sono sistemi di idee oggettivate, che nel loro insieme costituiscono lo spirito umano nella sua universalità; ma questi sistemi non sono elaborazioni consce, bensì inconsce. Il fondamento ultimo è dato dallo spirito umano inconscio, che si rivela attraverso i modelli strutturali della realtà. Obiettivo dell' antropologia diventa allora la contemplazione dell' architettura logica dello spirito umano, al di là delle sue molteplici manifestazioni empiriche.

105 Claude Lévi-Strauss (6) L' attività inconscia collettiva tende a privilegiare una logica binaria, ossia una logica che costruisce categorie mediante contrasti o opposizioni binarie e che presiede alla costruzione dei miti. I miti secondo Lévi-Strauss, non sono espressioni di sentimenti o spiegazioni pseudoscientifiche di fenomeni naturali o riflessi di istituzioni sociali, ma non sono neppure privi di regole logiche. Come è possibile spiegare il fatto che i contenuti dei miti sono contingenti e appaiono arbitrari, eppure presentano forti somiglianze nelle diverse regioni del mondo? La risposta secondo Lévi-Strauss, sta nel fatto che il mito è l' espressione dell' attività inconscia dello spirito umano e si struttura come un linguaggio.

106 Claude Lévi-Strauss (7) Gli elementi della riflessione mitica si collocano a metà tra le immagini connesse alla percezione e i concetti, cosicchè il pensiero mitico resta legato a immagini, ma, lavorando con analogie e paragoni, può dare origine a generalizzazioni e costruire nuove serie combinatorie degli elementi di base, che restano costanti. Di tali strutture, il pensiero mitico si serve per produrre un oggetto che abbia l' aspetto di un insieme di eventi, ossia un racconto. In particolare, il sistema mitico e le rappresentazioni che esso suscita stabiliscono correlazioni tra condizioni naturali e condizioni sociali ed elaborano un codice che permette di passare da un sistema all' altro di opposizioni binarie pertinenti a questi piani. Il materiale è fornito dalle classificazioni, per esempio di animali e vegetali, che hanno tanta parte nel pensiero primitivo: esse non sono solo legate all' esigenza pratica di permettere un miglior soddisfacimento dei bisogni, ma nascono dall' esigenza intellettuale di introdurre un principio di ordine nell' universo.

107 Claude Lévi-Strauss (8) In questo senso, Lévi-Strauss rivendica, ne Il pensiero selvaggio, l' esistenza di un autentico pensiero anche nei primitivi; esso è alla base di ogni pensiero e non è una mentalità pre-logica, esclusivamente caratterizzata da una partecipazione affettiva e mistica con le cose, nettamente distinta dal pensiero logico, come aveva sostenuto Lucien Lévi-Bruhl ( ). L' unica differenza, secondo Lévi-Strauss, è data dal fatto che il pensiero "selvaggio", quale si esprime anche nei miti, è più legato all' intuizione sensibile e, quindi, più attento a salvaguardare la ricchezza e la varietà delle cose e a memorizzarla.

108 Claude Lévi-Strauss (9) L' ultimo capitolo de Il pensiero selvaggio è una polemica contro la Critica della ragion dialettica di Sartre. Definendo l' uomo in base alla dialettica e alla storia, Sartre ha di fatto privilegiato, secondo Lévi-Strauss, la civiltà occidentale, isolandola dagli altri tipi di società e dai popoli "senza storia". In Razza e storia, Lévi-Strauss aveva riconosciuto che ogni società vive nella storia e muta, ma che diversi sono i modi in cui le varie società reagiscono a ciò. Le società primitive hanno subito trasformazioni, ma in seguito resistono a tali modificazioni : in questo senso, esse sono società fredde, ossia con un basso grado di temperatura storica, e la loro storia è fondamentalmente stazionaria. Esse si distinguono dunque dalle società calde, come quella occidentale, perennemente in divenire e caratterizzate da una stria cumulativa, le quali hanno come costo della loro instabilità i conflitti.

109 Claude Lévi-Strauss (10) In prospettiva, Lévi-Strauss auspica una integrazione tra questi due tipi di società e le corrispondenti forme di cultura e di pensiero. Egli rifiuta, dunque, ogni forma di etnocentrismo, in quanto ogni cultura realizza soltanto alcune delle potenzialità umane.


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