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Dall’analisi antropologica del conflitto collettivo a una proposta per nuovi percorsi educativi.

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Presentazione sul tema: "Dall’analisi antropologica del conflitto collettivo a una proposta per nuovi percorsi educativi."— Transcript della presentazione:

1 Dall’analisi antropologica del conflitto collettivo a una proposta per nuovi percorsi educativi

2 La gestione delle differenze nell’epoca dell’interdipendenza dei mercati Oggi la gestione delle differenze sembra essere divenuta la speranza e a un tempo la minaccia per il nostro futuro l’interdipendenza dei mercati,la diffusione di merci e di beni, la pervasività di informazioni (solo) apparentemente omogenee : sembrano spingere a condivisioni sempre più ampie e generali si sovrappongono senza piani preordinati ad antiche e tenaci differenziazioni, creandone di nuove, generando nuove tensioni, nuovi particolarismi, nuove lacerazioni

3 Centralità e complessità dei processi educativi Necessità che processi educativi si aprano al confronto tra gruppi diversi La stabilità che l’idea di “trasmissione culturale” postula nelle situazioni di normalità si è rivelata da tempo fittizia: Il postulare una intatta tradizione culturale, un mondo di valori e di norme coeso e coerente, un gruppo di linguaggi e di codici privo di ambiguità e di commistioni, cessano di essere produttivi: in un mondo interdipendente in una società comunicante in tempo reale a livello planetario in una struttura economica proteiforme Ma soprattutto nelle situazione di conflitto, di sconfitta, di dispersione della comunità

4 Caratteristiche e dimensioni del conflitto nell’epoca contemporanea Conflitti, guerre, diaspore di comunità e di popoli oggi sembrano essere così diffusi da farci temere che un’instabilità endemica minacci continuamente la vita di tutti i gruppi A livello di progettazione educativa si pone il problema di come formulare nuovi orientamenti e modelli culturali che allontanino le tensioni, smorzino l’aggressività, valorizzino la coesione e la cooperazione. ogni concetto elaborato qualche decennio fa sulla genesi dei conflitti collettivi, ogni stima delle vittime coinvolte in essi, sembrano oggi generici e limitativi di fronte alla violenza, alla ferocia, alla rabbia distruttiva che ha sconvolto a più riprese molte regioni del nostro pianeta attraversate dalle “guerre etniche” Appadurai ha opportunamente osservato che [.1 l’aspetto più orribile dello stupro, della degradazione, della tortura e del delitto delle nuove guerre etniche, consiste nel fatto che in molti casi essi coinvolgono attori che si conoscono, o pensavano di conoscersi: il nostro orrore è reso più vivo dalla semplice intimità, dagli squarci di ordinaria quotidianità che spesso incorniciano la nuova violenza etnica: è l’orrore di vedere il vicino di casa che si trasforma nell’ assassino/carnefice/violentatore.

5 Carattere complesso dei conflitti collettivi contemporanei la violenza, il conflitto, la guerra non possono in nessun modo essere compresi tramite modelli semplici e lineari la loro natura è complessa, risultato di un dinamico intersecarsi di modelli sociali e culturali, di sistemi di valore, di comportamenti e di atteggiamenti intrisi di significati simbolici La dinamicità dei sistemi culturali “altri da noi” e la loro intrinseca complessità sono assai spesso dimenticate o sottovalutate Questa impostazione sembra divenire la regola quando la situazione che si deve analizzare o su cui si deve intervenire presenta tensioni e conflittualità

6 Erocentrismo, politiche delle grandi potenze e semplificazione nell’analisi dei conflitti locali in nome del realismo politico o di un’informazione “oggettiva” o di un’azione “logica o razionale”, vale a dire articolata in base a categorie e parametri tutti interni alla tradizionale visione eurocentrica, le culture con cui le potenze occidentali si trovano a negoziare trattati e belligeranze vengono ridotte a modelli semplificati e unilineari sino alla caduta del muro di Berlino, la politica occidentale nei confronti dei paesi “altri” si è svolta soprattutto come un riflesso dei rapporti politici esistenti tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, ignorando per lo più gli specifici interessi dei singoli paesi e delle situazioni particolari l’attenzione è stata tutta rivolta ai comportamenti ufficiali, alle posizioni degli stati nazionali, mentre sono state totalmente ignorate le modalità con cui i gruppi locali valutano le reciproche relazioni Questa tendenza, imbevuta di etnocentrismo, è ancora molto attiva, nonostante siano ormai numerosi gli studi e le analisi che dimostrano con ricchezza e ampiezza di dati l’importanza dei fattori culturali e simbolici nell’andamento delle guerre e della violenza collettiva

7 Il potere e la cultura Considerare che il potere risieda interamente ed esclusivamente nelle risorse materiali restringe in modo eccessivo il campo d’analisi Per molti gruppi umani il potere si origina dalle modalità con cui si organizzano le relazioni interpersonali: per molti uomini e per molte donne “vivere secondo le leggi del proprio gruppo significa essere potenti. L’esperienza storica dimostra ampiamente che, molte azioni politiche fondate su simili concezioni del potere, sono in grado di sfidare a lungo gruppi che nel conflitto possono dispiegare quantità assai maggiori di potenziale militare e di beni materiali Se si ignora completamente l’intero ambito delle concezioni del potere proprie delle società “tradizionali” ci si confina in una visione poco realistica dell’attuale situazione mondiale

8 Esempi Molti esempi possono essere portati per dimostrare quale forza abbia un potere basato su aspetti della vita sociale e culturale, su aspetti simbolici e normativi, insomma non su beni e interessi solo materiali L’Intifada palestinese la resistenza di molti gruppi indiani del Nord America le vicende dell’Afghanistan il Vietnam Dobbiamo inoltre osservare quanto sia arbitrario considerare come un monolite la cultura occidentale: le dolorose vicende accadute nelle regioni centrali e orientali dell’Europa costituiscono la prova drammatica della fragilità di ogni schema interpretativo costruito sull’assunzione dell’esistenza di orientamenti unilineari e monoculturali

9 Etnicità e conflitto Nella contemporaneità le guerre etniche mostrano come il sentimento di appartenenza a un gruppo, l’identità culturale spesso presunta ma sempre vissuta come reale, gioca un ruolo predominante: “(…) essa anima la resistenza ad azioni militari violentissime, fa superare divisioni politiche anche aspre, arma la mano omicida, travalica armoniose convivenze di decenni, trasformando il coniuge, la maestra, l’amico, la vicina di casa, il sacerdote, il dottore in un musulmano, in una hutu, in un serbo, in una croata, in un sikh, in un “terrone”, si cancellano sentimenti, affinità, affetti, travolti dal sospetto di essere traditi da chi è dipinto dalla propaganda politica, dai nazionalismi patriottici, dagli integralismi religiosi, dagli stessi mezzi di comunicazione di massa, come un nemico, un estraneo, un usurpatore subdolo di posizioni economiche e sociali che non gli sono dovute proprio perché estraneo, per nascita e sangue, alla purezza del gruppo” I gruppi che si riconoscono in queste false identità, disseminati in tutto il mondo, comprendono spesso milioni e milioni di individui

10 Gli effetti dei conflitti contemporanei I nuovi assetti del conflitto si ripercuotono sull’intero sistema societario in quanto implicano: sconvolgimento e perdite anche sul piano delle relazioni interpersonali e sull’intera organizzazione culturale l’affievolirsi delle conoscenze, con il gran numero di individui resi disabili dagli scontri bellici o comunque impreparati a vivere in situazioni equilibrate e pacifiche la distruzione dei servizi sanitari e educativi l’impoverimento delle strutture produttive la rottura di legami familiari e societari la distruzione di abitazioni, di reti viarie, di riserve di cibo l’attribuzione della massima parte delle risorse umane e finanziarie agli armamenti, agli eserciti e alle altre necessità belliche

11 L’analisi antropologica del conflitto collettivo Contributi che l’antropologia culturale può offrire: allargare i rigidi schemi analitici in cui è racchius, nella società occidentale, l’analisi della dinamica del conflitto collettivo sostituire la visione essenzialmente bipolare e dicotomica della conflittualità— nemici/alleati, bene/male, vincitori/vinti, giustizia/ingiustizia — con una visione multifocale che contempli al suo interno la moltiplicazione dinamica delle parti in campo, che: comprenda la totalità delle relazioni abbracci la vita pubblica e la vita privata, i livelli ufficiali e i vissuti quotidiani, le storie dei singoli individui e le esperienze collettive

12 Il contributo più rilevante dell’antropologia Il contributo più rilevante dell’antropologia contemporanea allo studio del conflitto è quello di avere portato in primo piano i vissuti delle persone travolte dagli eventi conflittuali e violenti. Questo spostamento di punto focale, che ha aperto nuove prospettive nell’interpretazione del conflitto, è dovuto a una serie di fattori fra i quali: l’affermarsi di un’ “antropologia del qui, dell’attuale”, in cui assume sempre maggior valore l’equazione personale del ricercatore il diffondersi degli studi antropologici fra individui appartenenti ad aree extraeuropee che ha inevitabilmente messo in luce un”’ antropologia indigena”, dai caratteri difformi, quando non opposti rispetto all’antropologia ottocentesca, praticata esclusivamente in situazioni “esotiche”, da individui appartenenti all’area del dominio culturale e politico dell’Occidente

13 Gli studi antropologici sulla violenza e sul conflitto collettivo Numerosi studi antropologici sulla violenza e sul conflitto collettivo si focalizzano oggi: sulla dimensione esperienziale sulle modalità con cui gli individui vivono il conflitto, modellando, nei contesti imbevuti di violenza alla quale non si riesce a sfuggire, valori, prospettive e dimensioni etiche in modo nuovo e inatteso L’idea generale che uniforma questo filone di studi è la considerazione che la violenza sia una dimensione della vita, non qualcosa di esterno alla società e alla cultura che talvolta “capita” Una realtà che comprende sia le vittime della violenza che coloro che la infliggono, perché anch’essi sono catturati nelle spirali dei conflitti che la loro azione ha messo in moto e che spesso non sono più in grado di controllare

14 La violenza come costruzione culturale Può apparire paradossale, ma la violenza è una costruzione culturale al pari della creatività e dell’altruismo Come tutti i prodotti culturali, considerata nella sua essenza, è solo una potenzialità a cui i singoli gruppi nel corso della loro storia danno forma e contenuto la violenza è sfuggente, è difficile da definire e penetra negli aspetti più rilevanti della vita delle persone coinvolte in un conflitto contro ogni apparenza, essa è anche formativa, struttura cioè la percezione delle proprie azioni e delle proprie motivazioni, è in molti casi una forza dinamica che senza sosta modella e influenza le identità collettive

15 Fare ricerca e scrivere sul conflitto Fare ricerca e scrivere sul conflitto non è mai un’impresa semplice: l’argomento è imbevuto di assunzioni, di pregiudizi, di contraddizioni: Interessi molteplici, storie personali, lealtà ideologiche, propaganda e scarsità di informazioni dirette rendono molte definizioni del conflitto collettivo poco attendibili e convogliano realtà parcellizzate e parziali La violenza che si accompagna ai conflitti collettivi si presenta come un fenomeno complesso, ricco di stratificazioni e di articolazioni: ogni testimone, ogni soggetto o oggetto di violenza introduce la propria prospettiva e i dati raccolti possono così variare drammaticamente:

16 Etnografia e conflitti collettivi La corrente più interessante dell’antropologia contemporanea dedica la sua attenzione sia all’esperienza del conflitto sia alla sua epistemologia, vale a dire ai modi di viverlo, di conoscerlo e di riflettere su di esso, sostenendo che in una situazione di conflitto e di violenza l’esperienza e l’interpretazione sono inseparabili sia per i carnefici sia per le vittime sia per gli antropologi Per numerosi antropologi la paura e il terrore divengono il centro della loro ricerca: non solo la paura e il terrore “narrati” dai loro informatori, ma la paura e il terrore vissuti dagli antropologi stessi, insieme a loro, durante la ricerca di campo Da queste impostazioni scaturiscono nuove descrizioni che ci permettono di conoscere con più accuratezza gli itinerari dei processi attraverso i quali l’individuo si socializza con il terrore, le modalità delle somatizzazioni che intervengono, il trasferimento a livello di incubi notturni delle punte più acute del terrore e del caos che non possono essere sopportate nello stato di coscienza

17 Conflitti, etnografia e comprensione dei processi inculturativi Questa centralità accordata all’empiria e alle esperienze personali, evita di incorrere nell’errore di concentrarsi solo sulle conseguenze devastanti del conflitto e consente di adottare un approccio più inclusivo rispetto alla conoscenza del conflitto e della sopravvivenza dare un contenuto empirico al conflitto, consente di evidenziare i limiti presenti in un’analisi che si concentri solo sulla morte e sulla sofferenza: durante i conflitti si continuano a svolgere compiti di routine, a cercare indumenti, a preparare il cibo, a conversare D’altra parte, oggi, la trasmissione culturale avviene, in molte regioni e in molti continenti, in situazioni di conflitti collettivi, tra migrazioni, esilii, fughe che riguardano ampie fasce di popolazioni, tra imposizioni continue di nuove regole, di nuovi valori, di nuovi saperi ai quali costantemente si oppone una resistenza tenace e spesso vincente di regole, valori, saperi, norme tradizionali

18 Processi di simbolizzazione dei conflitti e processi educativi Molte sono le fonti che agiscono sui processi di simbolizzazione dei conflitti: il romanzo, la narrazione filmica, il reportage giornalistico, il documento televisivo sono parte costitutiva dell’immaginario sociale che circonda il conflitto e la violenza collettiva L’ibridazione fra i diversi livelli delle convinzioni e delle interpretazioni, resi discontinui e disomogenei anche dalla commistione dei codici, degli spazi e dei tempi, avviene nei gruppi e negli individui con dinamiche finora sconosciute: è sotterranea, spesso lenta e faticosa, a volte violenta e dagli esiti mostruosi

19 Principi per costruire percorsi educativi L’intervento educativo allora deve essere pensato e formulato in termini completamente nuovi: formulato su basi che progettino identità completamente nuove, lontane dalla tentazione di ricorrere a quelle che ormai molto spesso grondano odi e rancori e sangue basato su principi che allontanino le tradizionali separatezze, tra sessi, gruppi sociali, codici, linguaggi, espressioni artistiche e culturali, a cui corrispondono ormai solo ferite e lacerazioni fondarsi su valori che riscoprano in quelli antichi e tradizionali le partecipazioni a progetti comuni, le solidarietà multiple avvicendatesi nei secoli passati dare impulso a una lettura della realtà che valorizzino i processi di ibridazione, i meticciati che affollano la nostra scena sociale evitare la tentazione di improntare la nuova progettualità culturale a principi riparatori e ricostruttori del passato: operazione sempre spuria e colma di insidie


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