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Diritto romano II (a.a. 2014-2015) Parte II «... gli antichi Druidi pensavano che la parola detta fosse respiro di vita e quella scritta una specie di.

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1 Diritto romano II (a.a ) Parte II «... gli antichi Druidi pensavano che la parola detta fosse respiro di vita e quella scritta una specie di morte» (Antonia S. Byatt, Possessione, p. 358) Per vedere e scaricare le slides: L’indirizzo internet è: Il percorso sul sito per poterle visualizzarle è il seguente: home page del Dipartimento di Giurisprudenza>Didattica>Materiale didattico.

2 Diritto romano II (a.a ) Parte II - BIBLIOGRAFIA Varrone: erudito romano a.C. (De Lingua latina scritta tra a.C.); Livio: Padova 59 a.C.- 17 d.C. (Ab urbe condita in 142 libri, taglio annalistico; I decade dalle origini di Roma alla III guerra sannitica del 293 a.C.).

3 Varrone: Lingua latina 5,86 e De vita populi Romani 2,75 […] nam per hos (= Fetiales) fiebat ut iustum conciperetur bellum […] […] infatti grazie a loro (= i Feziali) succedeva che la guerra fosse ‘giusta’ […] Itaque bella et tarde et magna diligentia suscipiebant, quod bellum nullum nisi pium putabant geri oportere: priusquam indicerent bellum is, a quibus iniurias factas sciebant, fetiales legatos res repetitum mittebant quattor, quos oratores vocabant. Quindi decidevano (= i Romani) di impegnarsi in guerre soltanto dopo un’attenta e ponderata analisi della situazione, poiché pensavano che nessuna guerra doveva essere condotta se non fosse stata pia: prima che (= i Romani) dichiarassero guerra inviavano a coloro, dai quali avevano la certezza di aver ricevuto azioni ingiuste, come ambasciatori per chiedere le opportune riparazioni quattro feziali, che chiamavano oratori.

4 Liv. 1,32,1 Mortuo Tullo res, ut institutum iam inde ab initio erat, ad patres redierat, hique interregem nominaverant. Quo comitia habente Ancum Marcium regem populus creavit; patres fuere auctores. Numae Pompili regis nepos, filia ortus, Ancus Marcius erat. Alla morte di Tullo il potere tornò al senato, secondo la norma introdotta fin dall'inizio della monarchia, e i senatori nominarono un interre. Avendo questi convocato i comizi, il popolo elesse re Anco Marcio, e il senato ratificò l’elezione. Anco Marcio era nipote del re Numa Pompilio, essendo nato da una sua figlia.

5 Liv. 1,32,2 Qui ut regnare coepit, et avitae gloriae memor, et quia proximum regnum, cetera egregium, ab una parte haud satis prosperum fuerat, aut neglectis religionibus aut prave cultis, longe antiquissimum ratus sacra publica ut ab Numa instituta erant facere, omnia ea ex commentariis regiis pontificem in album elata proponere in publico iubet. Inde et civibus otii cupidis et finitimis civitatibus facta spes in avi mores atque instituta regem abiturum. Appena salì al trono, memore della fama dell’avo, e poiché il regno precedente, glorioso per gli altri riguardi, per questo solo motivo non era stato pienamente fortunato, che la religione era stata trascurata o male applicata, stimando che fosse cosa della massima importanza il compiere i sacri riti pubblici come erano stati istituiti da Numa, ordinò al pontefice di esporre in pubblico, nell’albo, tutte le prescrizioni tratte dai libri sacri del re. Da questo fatto sia i cittadini, desiderosi di pace, e sia le città vicine trassero la speranza che il re sarebbe tornato ai costumi e alle usanze dell’avo.

6 Liv. 1,32,3 Igitur Latini, cum quibus Tullo regnante ictum foedus erat, sustulerant animos, et cum incursionem in agrum Romanum fecissent, repetentibus res Romanis superbe responsum reddunt, desidem Romanum regem inter sacella et aras acturum esse regnum rati. Pertanto i Latini, con i quali Tullo aveva conchiuso un trattato, ripresero baldanza, e dopo aver fatto una scorreria in territorio romano, diedero una risposta arrogante ai Romani venuti a chiedere soddisfazione, convinti che il re di Roma imbelle avrebbe trascorso il suo regno fra cappelle ed altari.

7 Liv. 1,32,4 Medium erat in Anco ingenium, et Numae et Romuli memor; et praeterquam quod avi regno magis necessariam fuisse pacem credebat cum in novo tum feroci populo, etiam quod illi contigisset otium sine iniura, id se haud facile habiturum; temptari patientiam et temptatam contemni, temporaque esse Tullo regi aptiora quam Numae. L’indole di Marcio era intermedia fra quella di Numa e quella di Romolo, e partecipe di entrambi; pensava che al regno dell’avo era stata più necessaria la pace, trattandosi di un popolo nuovo e bellicoso, ed inoltre che se quello era stato lasciato tranquillo senza dover subire aggressioni, egli non avrebbe facilmente ottenuto la stessa cosa; stavano mettendo alla prova la sua remissività, e una volta che fosse provata intendevano farsene gioco: i tempi erano più adatti a un Tullo che a un Numa.

8 Liv. 1,32,5 Ut tamen, quoniam Numa in pace religiones instituisset, a se bellicae caerimoniae proderentur, nec gerentur solum, sed etiam indicerentur bella aliquo ritu, ius ab antiqua gente Aequicolis, quod nunc fetiales habent, descripsit, quo res repetuntur. Tuttavia, poiché Numa aveva istituiti i riti religiosi di pace, volendo per parte sua istituire un sacro cerimoniale di guerra, perché non si facessero guerre senza prima averle dichiarate secondo un certo rito, introdusse dall’antica gente degli Equicoli il rituale per chiedere soddisfazione, che ancor oggi i feziali osservano.

9 Liv. 1,32,6 Legatus ubi ad fines eorum venit unde res repetuntur, capite velato filo lanae velamen est, «Audi, Iuppiter» - inquit - «audite, fines» – cuiuscumque gentis sunt, nominat -; «audiat fas: ego sum publicus nuntius populi Romani; iuste pieque legatus venio, verbisque meis fides sit». Quando l’ambasciatore giunge al confine di quel popolo a cui si chiede soddisfazione, col capo cinto da una benda di lana dice: «Ascolta, o Giove, ascoltate, o confini – e fa il nome del popolo cui appartengono -, ascolti il fas: io sono il nunzio ufficiale del popolo romano; vengo delegato giustamente e santamente, e alle mie parole sia prestata fede».

10 Cic leg. 2,9,21 Foederum pacis belli indotiarum ratorum fetiales iudices, non sunto, bella disceptanto. «Siano arbitri e nunzi di rituali trattati, di pace di guerra e di tregua, i feziali: ed interpretino il diritto di guerra».

11 Varro Lingua latina 5,86 Fetiales, quod fidei publicae inter populos praeerant; nam per hos fiebat, ut iustum conciperetur bellum et inde desitum ut foedere fides pacis constitueretur. Ex his mittebantur, antequam conciperetur, qui res repeterent, et per hos etiam nunc fit foedus; quod fidus Ennius scribit dictum. I feziali sono chiamati così perché sovrintendono alla leale osservanza dei trattati internazionali. Infatti per loro mezzo avveniva che una guerra dichiarata fosse una guerra legittima e che poi, una volta terminata la guerra, si ristabilisse con un trattato la lealtà della pace. Prima della dichiarazione di guerra venivano mandati alcuni di loro a reclamare la restituzione dei beni usurpati, e per loro mezzo ancora oggi si stipula un foedus (trattato), parola che, secondo la grafia usata da Ennio, si pronunciava fidus.

12 Liv. 1,24,5 Fetialis ex arce graminis herbam puram attulit. Postea regem ita rogavit: «Rex, facisne me tu regium nuntium populi Romani Quiritium, vasa comitesque meos?» Rex respondit: «Quod sine fraude mea populique Romani Quiritium fiat, facio». Il feziale prendeva dal Campidoglio l’erba pura. In seguito, così si rivolgeva al re: «O re, faresti diventare me, gli attrezzi e i miei colleghi, ambasciatore del popolo romano dei Quiriti?» Il re rispondeva: «Lo faccio, senza raggiro per me e il popolo romano».

13 Feziali

14 Liv. 1,32,7 Peragit deinde postulata. Inde Iovem testem facit: «Si ego iniuste impieque illos homines illasque res dedier (populi Romani) mihi exposco, tum patriae compotem me numquam siris esse». Dopo aver esposte le richieste, invoca Giove a testimone: «Se ingiustamente ed empiamente chiedo che mi siano consegnati quegli uomini e quelle cose, (in quanto proprietà del popolo romano) non lasciare che mai più io sia partecipe della patria».

15 Fest.. (Paul.), s.v. ‘Lapidem silicem’ 102 L. Lapidem silicem tenebant iuraturi per Iovem, haec verba dicentes: «Si sciens fallo, tum me Dispiter salva urbe arceque bonis eiciat, ut ego hunc lapidem». Coloro che stavano per giurare per Giove tenevano in mano la selce, recitando questa formula: «Se consapevolmente tradisco, allora tu, o Giove, facendo salva la città mi allontanerai dalla stessa e dai beni, come io questa pietra».

16 Dionys. 2,72,7 … poi, dopo aver giurato di andare in una città colpevole ed aver invocato su di sé e Roma le più grandi maledizioni nel caso mentisse, varcava i confini; quindi chiamava come testimone il primo in cui si imbatteva, abitante della campagna o della città che fosse, e, ripetute le stesse maledizioni, si avviava verso la città; prima di entrarvi chiamava allo stesso modo come testimone la sentinella o il primo che incontrava sulla porta della città, quindi avanzava verso il foro; qui fermatosi discuteva con i magistrati le questioni per cui era venuto, aggiungendo sempre i giuramenti e le maledi­zioni.

17 Liv. 1,32,8 Haec cum fines suprascandit, haec quicumque ei primus vir obvius fuerit, haec portam ingrediens, haec forum ingressus paucis verbis carminis concipiendique iuris iurandi mutatis peragit. Queste cose ripete quando varca il confine, quando incontra il primo uomo in territorio nemico, quando entra nella città e quando giunge nel foro, mutando solo poche parole della formula e del giuramento.

18 Liv. 1,24,6 Fetialis erat M. Valerius; is patrem patratum Sp. Fusium fecit, verbena caput capillosque tangens. Pater patratus ad ius iurandum patrandum, id est sanciendum fit foedus; multisque id verbis, quae longo effata carmine non operae est referre, peragit. Era feziale M. Valerio, il quale fece pater patratus Spurio Fusio toccandogli con la verbena il capo e i capelli. Il p.p. andò a ‘patrare’ il giuramento, cioè a sancire il trattato; questo fece con molte parole, che, palesate in una lunga formula, non c’è bisogno di riferire.

19 Liv. 1,32,9 Si non deduntur quos exposcit, diebus tribus et triginta – tot enim sollemnes sunt – peractis, bellum ita indicit: Se non viene consegnato ciò che si richiede, passati trentatré giorni – questo infatti è il numero prescritto – in questo modo dà inizio alla guerra:

20 Dionys. 2,72,8 Se dunque quelli accettavano di consegnare i colpevoli, ritornava indietro portando con sé i rei, lasciando ormai da amico degli amici; se invece chiedevano tempo per prendere una decisione, concedeva dieci giorni, poi tornava da loro e portava pazienza fino alla terza richiesta. Trascorsi così trenta giorni, se la città non gli assicurava soddisfazione, invocati gli dèi celesti e inferi se ne andava, dicendo soltanto questo, che Roma avrebbe preso dei prov­ vedimenti nei loro confronti a tempo debito.

21 Liv. 1,32,10 «Audi, Iuppiter, et tu, Iane Quirine, diique omnes caelestes, vosque terrestres, vosque inferni, audite: ego vos testor populum illum” – quicumque est, nominat – “iniustum esse neque ius persolvere. Sed de istis rebus in patria maiores natu consulemus, quo pacto ius nostrum adipiscamur». Tum … nuntius Romam ad consulendum redit. «Ascolta, o Giove, e tu, o Giano Quirino, e voi tutti, o dèi del cielo, della terra e degli inferi, ascoltate; io vi invoco a testimoni che il popolo – e qui fa il nome – è ingiusto e non concede la dovuta riparazione. Ma su queste cose consulteremo gli anziani in patria, sul modo come possiamo far valere il nostro buon diritto». Poi [con gli altri feziali] il messaggero ritorna a Roma a riferire.

22 Liv. 1,32,11 Confestim rex his ferme verbis patres consulebat: «Quarum rerum, litium, causarum condixit pater patratus populi Romani Quiritium patri patrato Priscorum Latinorum hominibusque Priscis Latinis, quas res nec dederunt nec fecerunt nec solverunt, quas res dari, fieri solvi oportuit, dic» inquit ei quem primum sententiam rogabat, «quid censes?» Immediatamente il re consultava il senato all’incirca con queste parole: «Intorno alle cose, controversie e accuse di cui il padre patrato del popolo romano dei Quiriti trattò con il padre patrato dei prischi Latini e con gli uomini Prischi Latini, le quali cose né restituirono, né fecero, né pagarono, mentre era doveroso che fossero restituite, fatte, pagate, dimmi – diceva rivolto a colui che per primo veniva richiesto del suo parere – che cosa proponi?»

23 Liv. 1,32,12 Tum ille: «Puro pioque duello quaerendas censeo, itaque consentio consciscoque». Inde ordine alii rogabantur; quandoque pars maior eorum qui aderant in eandem sententiam ibat, bellum erat consensum. Fieri solitum ut fetialis hastam ferratam aut sanguineam praeustam ad fines eorum ferret et non minus tribus puberibus praesentibus diceret: Allora quello rispondeva: «Propongo che queste si debbano richiedere con pia e santa guerra: a questo mi associo e questo approvo». Quindi venivano interrogati gli altri per ordine; e se la maggior parte dei presenti era dello stesso parere, la guerra era decisa. Era usanza che il feziale portasse al confine nemico un’asta con la punta di ferro, oppure di corniolo rosso aguzzata nel fuoco, e dicesse alla presenza di almeno tre uomini puberi:

24 Liv. 1,32,13 «Quod populi Priscorum Latinorum hominesve Prisci Latini adversus populum Romanum Quiritium fecerunt, deliquerunt, quod populus Romanus Quiritium bellum cum Priscis Latinis iussit esse senatusve populi Romani Quiritium censuit, consensit, conscivit ut bellum cum Priscis Latinis fieret, ob eam rem ego populusque Romanus populis Priscorum Latinorum hominibusque Priscis Latinis bellum indico facioque». «Poiché i popoli dei Prischi Latini e gli uomini Prischi Latini agirono ingiustamente contro il popolo romano dei Quiriti, poiché il popolo romano dei Quiriti ha proposto, approvato, deliberato che si facesse la guerra coi Prischi Latini, per questo io a nome del popolo romano dichiaro e muovo guerra ai popoli dei Prischi Latini e agli uomini dei Prischi Latini».

25 Liv. 1,32,14 Id ubi dixisset, hastam in fines eorum emittebat. Hoc tum modo ab Latinis repetitae res ac bellum indictum, moremque eum posteri acceperunt. Detto ciò scagliava l’asta nel loro territorio. In questo modo allora fu richiesta soddisfazione e fu dichiarata guerra ai Latini, e i posteri conservarono quel rito.

26 Gell., N.A. 16,4,1 Cincius in libro tertio De re militari fetialem populi Romani bellum indicentem ho­ stibus telumque in agrum eorum iacientem hisce verbis uti scripsit: «Quod populus Hermundulus hominesque populi Hermunduli adversus populum Romanum [bellum] fecere deliqueruntque quodque populus Romanus cum populo Hermundulo hominibusque Hermundulis bellum iussit, ob eam rem ego populusque Romanus populo Hermundulo hominibusque Hermundulis bellum dico facioque» Cincio scrive nel terzo libro Sull’arte militare che il feziale del popolo romano quando dichiarava la guerra ai nemici e gettava un giavellotto nel campo nemico, pronunciava queste parole: «Poiché il popolo Ermundolo e gli uomini del popolo Ermundolo hanno fatto guerra al popolo Romano e hanno mancato contro di lui, e poiché il popolo Romano ha decretato la guerra contro il popolo Ermundolo e gli uomini Ermundoli, per tale ragione io unitamente al popolo Romano dichiaro e faccio guerra al popolo Ermundolo e agli uomini Ermundoli».

27 Liv. 4,30 Veientes in agrum Romanum excursiones fecerunt […] fetiales prius mittendos ad res repetendas censuere […] missi tamen fetiales; nec eorum, cum more patrum iurati repeterent res, verba sunt audita. Controversia inde fuit utrum populi iussu indiceretur bellum an satis esset senatus consultum. Pervicere tribuni, denuntiando impedituros se dilectum, ut Quinctius consul de bello ad populum ferret. Omnes centuriae iussere. I Veienti fecero delle incursioni in territorio romano […] Si decise di mandare prima i feziali a chiedere soddisfazione […] vennero inviati i feziali, ma quando questi, dopo aver giurato secondo il rito dei padri, chiesero soddisfazione, le loro parole non vennero nemmeno ascoltate. Si discusse allora se la guerra andava dichiarata su decisione del popolo o se bastava un decreto del senato. I tribuni, minacciando di impedire la leva, riuscirono a ottenere che il console Quinzio portasse di fronte al popolo la questione della guerra. Votarono tutte le centurie.

28 Gai. 4,16 «Festuca autem utebantur quasi hastae loco, signo quodam iusti dominii; quod maxime sua esse credebant quae ex hostibus cepissent; unde in centumviralibus iudiciis hasta praeponitur». «Della bacchetta si servivano come in luogo dell’asta quasi in segno di giusto dominio, poiché reputavano esser loro soprattutto le cose tolte ai nemici; onde nei giudizi centumvirali si espone l’asta». [trad. E. Nardi]

29 Dionys. 2,72,4-5 «4. Apparirà infatti chiaro che essi (= i Romani) intrapresero sempre guerre per motivi santi e onesti e per questo soprattutto gli dèi erano loro propizi nei pericoli. Non è facile enumerare tutti i compiti che spettano ai feziali per il loro gran numero, in ogni modo con un’espressione sommaria sono i seguenti: essi devono badare che i Romani non muovano ingiustamente guerra a una città alleata; se gli altri cominciano a violare i trattati, devono inviare ambasciatori e chiedere giustizia; poi, se le richieste non vengono accolte, dichiarare guerra. 5. Parimenti se degli alleati sostengono di aver subito torti da parte dei Romani e chiedono giustizia, è compito di costoro stabilire se c’è stata una violazione dei trattati a loro danno, e, se sembra loro che le scuse siano fondate, arrestare i colpevoli e consegnarli alla parte lesa. Devono giudicare sugli oltraggi fatti agli ambasciatori, aver cura che i trattati siano pienamente osservati, fare la pace e annullarla nel caso che ne sia stata stipulata una che a loro giudizio va contro le leggi sacre; indagare ed espiare le illegalità commesse dai comandanti riguardo ai giuramenti e ai trattati, questioni queste che tratterò in un luogo più adatto.

30 Dionys. 2,72, Quanto alle funzioni che svolgevano come ambasciatori quando andavano a chiedere giustizia a una città che sembrava recare ingiuria (non si possono ignorare queste cose perché compiute con grande rispetto per la giustizia e la pietà religiosa) ho appreso quanto segue: uno dei feziali scelto dai colleghi, con le vesti e le insegne sacre, per poter essere distinto dagli altri, si recava alla città i cui abitanti avevano commesso un’ingiustizia: si fermava ai confini e invocava Giove e gli altri dèi come testimoni che egli veniva a chiedere giustizia per Roma; 7. poi, dopo aver giurato di andare in una città colpevole ed aver invocato su di sé e Roma le più grandi maledizioni nel caso mentisse, varcava i confini; quindi chiamava come testimone il primo in cui si imbatteva, abitante della campagna o della città che fosse, e, ripetute le stesse maledizioni, si avviava verso la città; prima di entrarvi chiamava allo stesso modo come testimone la sentinella o il primo che incontrava sulla porta della città, quindi avanzava verso il foro; qui fermatosi discuteva con i magistrati le questioni per cui era venuto, aggiungendo sempre i giuramenti e le maledizioni. 8. Se dunque quelli accettavano di consegnare i colpevoli, ritornava indietro portando con sé i rei, lasciando ormai da amico degli amici; se invece chiedevano tempo per prendere una decisione, concedeva dieci giorni, poi tornava da loro e portava pazienza fino alla terza richiesta. Trascorsi così trenta giorni, se la città non gli assicurava soddisfazione, invocati gli dèi celesti e inferi se ne andava, dicendo soltanto questo, che Roma avrebbe preso dei provvedimenti nei loro confronti a tempo debito

31 Dionys. 2,72,9 9. E dopo di ciò si recava in senato con tutti gli altri feziali e riferiva che tutto era stato fatto da loro secondo le leggi sacre e se avessero voluto votare la guerra non ci sarebbe stato alcun impedimento da parte degli dèi. Se non si rispettava fedelmente questa procedura, né il senato né il popolo avevano il potere di votare la guerra».

32 Gai. 4,18 Per condictionem ita agebatur: AIO TE MIHI SESTERTIORVM X MILIA DARE OPORTERE: ID POSTVLO, AIAS AVT NEGES. aduersarius dicebat non oportere. actor dicebat: QVANDO TV NEGAS, IN DIEM TRICENSIMVM TIBI IVDICIS CAPIENDI CAVSA CONDICO. deinde die tricensimo ad iudicem capiendum praesto esse debebant. ‘Condicere’ autem ‘denuntiare’ est prisca lingua. Itaque haec quidem actio proprie ‘condictio’ vocabatur. Così si agiva con l’azione per ‘intimazione’: «affermo che tu mi devi diecimila sesterzi; ti chiedo se condividi o neghi». Il convenuto rispondeva che ‘non doveva’. Allora l’attore diceva: «poiché tu neghi, ti intimo di prendere un giudice al trentesimo giorno». [...] quindi nel trentesimo giorno dovevano comparire per prendere il giudice. ‘Condicere’ nella lingua arcaica significa ‘intimare’. Per ciò questa azione era detta propriamente ‘condictio’.

33 Schema della manus iniectio Liv. 1,32,13: «Quod populi [...], quod populus [...], ob eam rem [...]. Gai. 4,21: Per manus iniectionem [...] agebatur [...] qui agebat, sic dicebat: QVOD TV [...], QVANDOC NON SOLVISTI, OB EAM REM [...]

34 Res repetere e legis actio Gell. Ann. 8,165 Pellitur e medio sapientia, vi geritur res, Spernitur orator bonus, horridus miles amatur; Haud doctis dictis certantes, sed maledictis Miscent inter sese inimicitias agitantes; Non ex iure manum consertum, sed magis ferro Rem repetunt regnumque petunt, vadunt stolida vi. La saggezza è messa da parte, la violenza guida l’azione/ l’accorto oratore è disprezzato, amato il ruvido soldato;/ non misurandosi con dotte parole, ma con ingiurie/ azzuffandosi, danno sfogo al rancore;/ non dal tribunale per incrociare le mani, ma piuttosto col ferro/ reclamano la cosa, pretendono il dominio, avanzano a ranghi serrati.

35 Cic. rep. 3,23,35 da Isidor., Etym. XVIII,1,2-3. Illa iniusta bella sunt, quae sunt sine causa suscepta.. [Isid.: Et hoc idem Tullius parvis interiectis subdidit:] Nullum bellum iustum habetur nisi denuntiatum, nisi dictum, nisi de repetitis rebus. Ingiuste sono quelle guerre, che sono intraprese senza motivo. Infatti nessuna guerra può essere fatta giusta­ mente, salvo che per vendicare un’offesa o per ricacciare il nemico. E lo stesso Tullio aggiunge subito dopo: Nessuna guerra è ritenuta giusta se non è annunziata, dichiarata e per restituzione di cose.

36 Statuto delle Nazioni Unite art. 51 (1945): principio di legittima difesa. 51. Nessuna disposizione della presente Carta pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel senso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Le misure prese da Membri nell’esercizio di questo diritto di autotutela sono immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza e non pregiudicano in alcun modo il potere ed il compito spettanti, secondo la presente Carta, al Consiglio di sicurezza, di intraprendere in qualsiasi momento quella azione che esso ritenga necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale.


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