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Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali Anno Accademico 2001/2 di Cristina Brasili Dipartimento di Scienze Statistiche - Università degli Studi.

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Presentazione sul tema: "Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali Anno Accademico 2001/2 di Cristina Brasili Dipartimento di Scienze Statistiche - Università degli Studi."— Transcript della presentazione:

1 Modelli locali di sviluppo e Distretti Industriali Anno Accademico 2001/2 di Cristina Brasili Dipartimento di Scienze Statistiche - Università degli Studi di Bologna

2 Modelli locali di sviluppo Come avviene lo “sviluppo locale quali sono I fattori che lo promuovono? Modelli interpretativi dello sviluppo economico regionale e territoriale Modello Neoclassico (dualismo) Modello di sviluppo “circolare e cumulativo” Modello del “filtro” Modello della “valorizzazione periferica” (Crivellini e Pettenati, Modelli locali di sviluppo in Becattini 1989)

3 Modelli locali di sviluppo Modello di sviluppo endogeno I modelli di sviluppo endogeno nascono dalla constatazione del “fallimento “ dei modelli di sviluppo esogeno (Modello neoclassico di Solow) nello spiegare il persistere delle differenze tra i sentieri di sviluppo delle diverse economie

4 Modelli locali di sviluppo Modello di sviluppo endogeno Diffusione maggiore nei primi anni Ottanta e negli anni Novanta; si rimuove l’ipotesi dei rendimenti di scala costanti. Romer (1986) propone l’utilizzo dei rendimenti di scala crescenti. Un aumento della conoscenza provoca un aumento del prodotto complessivo Lucas (1988) introduce un modello di “learning by doing” per due beni riprendendo il celebre lavoro di Arrow (1962) per spiegare il permanere di prolungate differenze nei tassi di crescita.

5 Modelli locali di sviluppo Modello di sviluppo endogeno In Italia gli studiosi dello sviluppo endogeno privilegiano lo studio dei sistemi locali di piccola e media impresa e cioè dei Distretti industriali Perchè? “Paradosso strutturale dell’Italia” (Signorini, in Lo sviluppo locale, 2000) Piccole e piccolissime imprese nei settori tradizionali Pronunciato dualismo Nord-Sud Produzioni a bassa intensità di capitale e a basso contenuto tecnologico

6 I Distretti Industriali Nel 1919 nei Principles of Economics, Marshall afferma che un’area ad alta concentrazione di piccole imprese si può definire distretto quando sussistono le caratteristiche: La produzione è flessibile e cerca di venire incontro alle diverse necessità dei clienti e, se il cliente è un grossista, è in grado di realizzare l’intera gamma della serie produttiva richiesta dal grossista; ci sono molte imprese piccole e molto piccole in un dato territorio, tutte con lo stesso tipo di produzione flessibile; fra queste imprese piccole, molto piccole o medie, alcune vendono i loro prodotti direttamente sul mercato, mentre altre eseguono processi particolari o producono componenti di un prodotto; la separazione delle imprese che vendono i loro prodotti e quelle che operano come sub fornitrici d’altre imprese non è rigida; una piccola impresa può, in un dato momento, essere sub fornitrice e, in un altro un venditore; le relazioni tra imprese che vendono sul mercato assumono la forma di un intreccio fra competizione e cooperazione; ciò significa che le imprese non combattono tra loro, ma cercano di trovare spazi nel mercato per nuove produzioni senza creare effetti distruttivi all’interno del distretto industriale; il luogo è così definito perché si riferisce ad un’area geografica molto limitata che è specificatamente caratterizzata da una data produzione dominante; c’è una forte interconnessione fra il distretto come realtà produttiva e come ambiente di vita familiare, politica e sociale.

7 I Distretti Industriali Dal distretto marshalliano come categoria di analisi ……... alla sintetica definizione di distretto di Becattini (1979), “un’entità socio-territoriale caratterizzata dalla presenza attiva di una comunità di persone e da una popolazione di imprese in uno spazio geografico e storico determinato” ……..

8 I Distretti Industriali Ciclo di vita di un distretto (Garofoli 1991, Censis 1997) Un distretto industriale si può trovare in varie fasi della sua “vita”: 1) LA SPECIALIZZAZIONE DI FASE: elevata parcellizzazione del processo produttivo 2) L’AREA SISTEMA INTEGRATA: caratteristiche di tipo endogeno, utilizzo quasi esclusivo di risorse locali 3) DELOCALIZZAZIONE: fase di maturità delocalizzazione degli impianti in areee a più basso costo

9 I Distretti Industriali (continua) Ciclo di vita di un distretto (Garofoli 1991, Censis 1997) 4) LA CONCENTRAZIONE DIREZIONALE: le imprese leader dell’area finiscono sotto la proprietà di pochi soggetti interni 5) LA GERARCHIZZAZIONE CON CRESCITA PER LINEE INTERNE: le imprese pur rimanendo indipendenti definiscono un sistema di accordi strutturati come se si trattasse di un’unica grande azienda 6) IL RIPOSIZIONAMENTO: spostamento su nuove nicchie di mercato

10 I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Giacomo Becattini ) Prima peculiarità del sistema economico italiano Il modello di specializzazione industriale italiano NON è dominato da settori industriali tecnologicamente impegnativi e/o intensivi di capitale ma predominano settori ad alta intensità di know-how, di design, di “fantasia” e poco qualificati tecnologicamente. Ad esempio: mobili, calzature, pelli, cuoio, gioielli, articoli da regalo. L’Italia si trova in questo modo a competere negli stessi mercati dei paesi in via di sviluppo piuttosto che con i principali paesi industrializzati.

11 I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Il Sole 24 ore, 1992 ) Propone una mappa dei distretti: maggior numero al Nord, in embrione al Sud, pochi al Centro Non sono rilevanti le analisi settoriali. Esistono tre gruppi di prodotti: Beni durevoli per le persone le relative materie prime e i macchinari per produrli Beni durevoli per la casa e le macchine per produrli Prodotti alimentari e dei macchinari annessi

12 I Distretti Industriali “Made in Italy” e distretti industriali (Becattini, 1998 ) E’ una risposta a bisogni specializzati Il Made in Italy distrettuale è composto da un Made in Italy diretto di beni di consumo e da un made in Italy indiretto dei beni strumentali complementari ai primi

13 I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano (Giacomo Becattini ) Seconda peculiarità del sistema economico italiano Come si è re-dislocata l’industria manifatturiera nel secondo dopoguerra: il “miracolo economico”: il motore dello sviluppo industriale trainato dai settori classici (metalmeccanico e chimico) sembra il Nord-Ovest del paese e conferma il ruolo dominante del “triangolo industriale” ; la svolta si avverte tra il 1961 e il 1971, ma si afferma solo tra il 1971 e il 1981: Occupazione +18%, da 4.5 milioni a 5.3 milioni Nord Ovest +10% Nord Est e Centro +20% Sud +20% addetti, Le imprese tra addetti +31% Occupazione +15%, Nord Ovest rimane stabile, Nord Est e Centro +35% ( mila) Sud addetti; La grande industria perde addetti Le imprese piccolissime addetti Le imprese tra addetti

14 I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano Giacomo Becattini Terza peculiarità del sistema economico italiano La presenza alla fine del 1991 di più di 200 sistemi locali manifatturieri di piccola e/o medio-piccola imprese, che copre quasi metà dell’occupazione manifatturiera totale (valori percentuali). Sistemi locali di piccola e media impresa Sistemi locali di grande impresa Altri sistemi locali Italia

15 I Distretti Industriali I Distretti Industriali nello sviluppo economico italiano Giacomo Becattini Nel decennio questi sistemi non solo non hanno perduto occupazione nell’industria manifatturiera ma l’hanno acquistata. Nel quarantennio ha avuto luogo un mutamento radicale della nostra economia industriale. L’Italia ha scelto un metodo che valorizza la personalità del produttore contro un metodo che la comprime.

16 Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (F. Signorini ) Tenta di rispondere alle domande: Le piccole imprese appartenenti ai distretti sono effettivamente diverse dalle altre? Questa differenza si può misurare? Parte dal presupposto che la relazione inversa tra dimensione e redditività sparisce attorno al 1985 e si rovescia negli anni successivi. Tre elementi caratterizzano un distretto industriale: 1) la divisione del lavoro (specializzazione in una sola fase del processo produttivo); un’alta % di imprenditori e di lavoratori manuali tra la popolazione attiva e un elevato tasso di partecipazione femminile 2) l’ambiente fattori culturali fattori infrastrutturali 3) la rete, consistente in connessioni sia a monte che a valle (vantaggi competitivi) I Distretti Industriali

17 Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (F. Signorini ) Con quali variabili misurare l’effetto distretto? Propone: indicatori sull’integrazione verticale: valore aggiunto sul fatturato (il rapporto dovrebbe essere più basso nei distretti), specializzazione per fasi indicatore di redditività: tasso di profitto (ROI) pari al rapporto tra profitto al lordo degli oneri finanziari e capitale investito (dovrebbe essere più alto nei distretti) unitamente ad un costo del lavoro più elevato produttività del lavoro: valore aggiunto per addetto (dovrebbe essere più alta nei distretti) produttività globale (dovrebbe essere più alta nei distretti) struttura finanziaria: effetto “banca locale” (organismo nato e cresciuto nel distretto) misurato dal rapporto tra debito finanziario e valore aggiunto, costo del debito (superiore nei distretti è l’indebitamento) I Distretti Industriali

18 Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (F. Signorini ) Con quali dati e dove misurare l’effetto distretto? Propone: DATI Centrale dei Bilanci (1991) raccoglie i bilanci riclassificati di circa imprese Considera solo il settore laniero circa 500 DOVE Distretto di Prato Biella Imprese isolate I Distretti Industriali

19 Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (G. Pellegrini) Definisce il distretto: Un’agglomerazione locale di imprese di piccole e medie dimensioni, tutte specializzate in un’attività produttiva, che beneficiano di particolari vantaggi competitivi generati dalla stessa comunità. Alla base della metodologia statistica, utilizzata dall’autore per l’individuazione dei distretti industriali, vi è l’utilizzo dei sistemi locali del lavoro proposti da Sforzi e adottati dall’Istat stesso: ne derivano 784 sistemi locali sulla base della cui specializzazione si derivano 199 distretti industriali che nel 1991 assorbivano il 42,5% dell’occupazione manifatturiera. L’autore utilizza tre fonti ulteriori: Centrale dei Bilanci; INPS (modelli DM10) 1994; CERVED I Distretti Industriali

20 Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (G. Pellegrini) La metodologia adottata: Quali sono i distretti? Aggregare tutte le imprese in SLL identificare come distrettuali tutte le imprese localizzate nei SLL che si qualificano come distretti industriali. Tra di esse si è poi differenziato tra quelle “specializzate” nella produzione del distretto e quelle “non specializzate“. Quali metodologie per valutare le esternalità dei distretti? Specificazione di una frontiera di produzione ( metodo parametrico) nella quale il grado di inefficienza tecnica è misurato in termini di residuo stocastico (che misura la distanza dalla frontiera dovuta a fattori di inefficienza). Il modello è stato stimato per quattro settori negli anni : tessile e abbigliamento; pelli, cuoio e calzature; legno e mobili; meccanica.

21 I Distretti Industriali Un’analisi quantitativa delle imprese nei Distretti Industriali (G. Pellegrini) Il modello: ln(Y it )=ß 0 + ß 1 trend+ß 2 ln(L it )+ ß 3 ln(K it )+(v it -u it ) Specificazione di una funzione di produzione stocastica Cobb- Douglas per ogni impresa i al tempo t; Y è il valore aggiunto; L il numero di addetti, K il valore delle immobilizzazioni materiali nette v it e u it sono due variabili casuali Stima inoltre l’inefficienza tecnica (u it )

22 I Distretti Industriali Sistemi produttivi locali e commercio estero: un’analisi territoriale delle esportazioni italiane (R. Bronzini, 2000 in Signorini Lo sviluppo locale) L’export si può analizzare solo a livello provinciale – ben rappresenta il sistema di produzione locale Forte concentrazione territoriale dell’export: le prime due province più del 20% Il Nord ha una buona propensione all’export Quota di esportazione distrettuale nel ,3% Nel 1998 cresce e arriva al 45,8% (stessi criteri). Trend crescente nel Nord-Est e nel Mezzogiorno Maggiori quote delle esportazioni distrettuali nei settori tradizionali: tessile cuoio e calzature, altre manifatturiere e altre, legno e mobili Quote minori nei settori con maggiori economie di scala (prodotti chimici, autoveicoli, mezzi di trasporto)

23 I Distretti Industriali Sistemi produttivi locali e commercio estero: un’analisi territoriale delle esportazioni italiane (R. Bronzini, 2000 in Signorini Lo sviluppo locale) Modello econometrico: variabile dipendente esportazioni per addetto della provincia in rapporto alle esportazioni per addetto nazionali Tra le variabili indipendenti: grado di distrettualità di una provincia, rapporto tra addetti dei comuni distrettuali e il totale degli addetti della provincia Emerge: Esistenza di un effetto distretto sulla propensione alle esportazioni Sono statisticamente significative sia le economie di agglomerazione che le economie di scala Importante anche la dotazione infrastrutturale nel favorire le capacità esportative

24 All’importanza delle analisi territoriali in Italia non ha fatto riscontro per più di venti anni una politica volta ad un più esatto riconoscimento delle peculiarità positive dei sistemi locali di piccole e medie imprese ed in particolare dei distretti industriali. Solo nel 1991 si è avuto il riconoscimento nominalistico con l’articolo 36 della legge n E’ del 21 Aprile 1993 il Decreto attuativo della legge 317, che detta i parametri per l’identificazione dei distretti. Entrambi i provvedimenti legislativi sono stati indirizzati verso una definizione schematicamente marshalliana del distretto. L’individuazione del distretto non è però un processo meccanico e coinvolge specifici interessi locali come è stato sottolineato nel 3° Rapporto CNEL/Ceris-Cnr, L’applicazione dei criteri per l’individuazione dei distretti implica una approfondita analisi del territorio e non tutte le Regioni hanno messo in atto analisi in grado di sviluppare tali competenze. Inoltre, i criteri per la definizione dei distretti, individuati nel decreto del 1993, sono cinque e devono essere rispettati tutti congiuntamente. I distretti nella legislazione italiana I Distretti Industriali

25 Nel 1991 si è avuto il riconoscimento nominalistico dell’esistenza dei distretti industriali con l’articolo 36 della legge n Il 21 Aprile 1993 il Decreto attuativo della legge 317, che detta i parametri per l’identificazione dei distretti. “ Determinazione degli indirizzi e dei parametri di riferimento per l’individuazione, da parte delle regioni, dei distretti industriali: Le zone da prendere a riferimento per la definizione sono una o più aree territoriali contigue caratterizzate come sistemi locali del lavoro così come individuati dall’ISTAT. In tali zone devono essere verificate contestualmente le seguenti condizioni: Un indice d’industrializzazione manifatturiera calcolato in termini di addetti, come quota percentuale di occupazione nell’industria manifatturiera locale, che sia superiore del 30% dell’analogo dato nazionale. Le regioni nelle quali l’indice di industrializzazione manifatturiera risulta inferiore a quello nazionale possono assumere come valore di riferimento il dato regionale; Un indice di densità imprenditoriale dell’industria manifatturiera, calcolato in termini di unità locali in rapporto alla popolazione residente superiore alla media nazionale; Un indice di specializzazione produttiva calcolato in termini di addetti come quota percentuale di occupazione in una determinata attività manifatturiera rispetto al totale degli addetti al settore manifatturiero, superiore del 30% dell’analogo dato nazionale. L’attività manifatturiera posta a riferimento deve essere riferita alla classificazione delle attività economiche dell’ISTAT e corrispondere alla realtà produttiva della zona considerata nelle sue interdipendenze settoriali; Un livello di occupazione nell’attività manifatturiera di specializzazione che sia superiore al 30% degli occupati manifatturieri dell’area; Una quota di occupazione nelle piccole imprese operanti nell’attività manifatturiera di specializzazione che sia superiore al 50% degli occupati in tutte le imprese operanti nell’attività di specializzazione dell’area.” I distretti nella legislazione italiana

26  L’articolo 317 e il Decreto ministeriale accolgono e ripropongono in pieno la metodologia d’identificazione dei distretti proposta da Sforzi (1987), che già sulla base dei dati del 12° Censimento della Popolazione (ISTAT) del 1981 e del 6° Censimento generale dell’Industria, del Commercio, dei Servizi e dell’Artigianato (ISTAT) del 1981 aveva proposto una mappa di 61 distretti industriali marshalliani sulla base dei sistemi locali del lavoro. Sforzi definisce il distretto industriale una “categoria di analisi economica alternativa al settore industriale e all’impresa”, inoltre esso “possiede una sua scala territoriale definita e delimitata con riferimento al sistema di interdipendenze fra imprese congregate, e fra queste e la comunità locale, che coinvolgono un'industria localizzata e una popolazione insediata”. I distretti nella legislazione italiana

27 La legge “Norme in materia di attività produttive” (Articolo 6.8) dell’11 maggio 1999 supera supera le difficoltà legate ai 5 criteri del Decreto del 1993 nell’identificare i distretti industriali, e toglie il “potere” agli indici statistici nell’individuazione delle aree produttive locali. Tale legge libera le Regioni dai rigidi vincoli statistici, nella speranza che concedendo maggiore libertà nell’individuazione delle aree produttive le regioni dimostrino effettiva volontà politica di sostenere le economie locali. Inoltre la legge definisce i sistemi produttivi locali come contesti produttivi omogenei caratterizzati da un’elevata concentrazione di imprese. Mentre definisce distretti industriali quei sistemi che hanno anche un’elevata specializzazione produttiva. I distretti nella legislazione italiana

28 E’ possibile mettere in atto politiche per estendere un simile modello ad altre aree? La performance superiore nei distretti non significa che siano miracolosi. Non sembra che si sia finora trovato un meccanismo, singolo, ben definito e riproducibile capace di generare distretti. La legge 317/91 prevedeva varie forme di sostegno, per i distretti, prevalentemente affidate alle regioni.In Italia esiste un’ampia gamma di strumenti e sovvenzioni che privilegiano le piccole imprese in quanto tali. Tale sistema di sovvenzioni ha contribuito a rendere la struttura produttiva italiana polverizzata.  Fondamentale il ruolo degli enti locali  Un quadro normativo correttamente orientato non basta L.F. Signorini in Lo sviluppo locale, 2000 Una politica per i distretti?

29 Le sfide del futuro  La globalizzazione Piccolo rimarrà “bello”?  L’evoluzione tecnologica ha effetti ambigui sulla funzione di scala può accrescere o diminuire la scala minima efficiente L.F. Signorini in Lo sviluppo locale, 2000 Una politica per i distretti?


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