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Il libro medievale miniato: dalla manifattura all’analisi Dott. Maurizio Aceto Università del Piemonte Orientale Sede di Alessandria.

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1 Il libro medievale miniato: dalla manifattura all’analisi Dott. Maurizio Aceto Università del Piemonte Orientale Sede di Alessandria

2 aspetti artistici aspetti storici aspetti scientifici aspetti religiosi

3 Conoscenza dei testi medievaliConoscenza dei testi medievali

4 La maggior parte dei trattati medievali sulle tecniche artistiche (così come sulle discipline scientifiche) sono opera di religiosi, in quanto nel Medioevo essi avevano quasi il monopolio della scienza chimica. Lo stesso Cennini, nel libro XL de Il libro dell’arte, dice: “…sarebbe troppo lungo a porre nel mio dire ogni modo e ricetta, lascio stare. La ragione? perché, se ti vorrai affaticare, ne troverrai assai ricette, e spezialmente pigliando amistà di frati” Tra i trattati, oltre ai tre precedenti che sono di livello superiore per importanza e ampiezza degli argomenti toccati, sono da citare i seguenti: il Papiro X di Leida, documento del III-IV secolo d.C. conservato presso la biblioteca dell’Università di Leida (Olanda): descrive materiali e metodi per dorature, pitture e inchiostri aurei e per la tintura purpurea dei tessutiil Papiro X di Leida, documento del III-IV secolo d.C. conservato presso la biblioteca dell’Università di Leida (Olanda): descrive materiali e metodi per dorature, pitture e inchiostri aurei e per la tintura purpurea dei tessuti il Manoscritto di Lucca o Compositiones ad tingenda musiva, conservato presso la Biblioteca Capitolare di Lucca e risalente a fine VIII - inizio IX secolo. Contiene numerose ricette per la preparazione e applicazione dei colori, alcune derivanti dal Papiro X di Leida, ed è a sua volta copiato in numerosi testi successiviil Manoscritto di Lucca o Compositiones ad tingenda musiva, conservato presso la Biblioteca Capitolare di Lucca e risalente a fine VIII - inizio IX secolo. Contiene numerose ricette per la preparazione e applicazione dei colori, alcune derivanti dal Papiro X di Leida, ed è a sua volta copiato in numerosi testi successivi il De coloribus et artibus Romanorum, composto tra il X e il XIII secolo e attribuito ad uno scrittore noto come Eraclio ma probabilmente fittizio. Opera divisa in tre libri, di cui il terzo tratta diffusamente della tecnica a temperail De coloribus et artibus Romanorum, composto tra il X e il XIII secolo e attribuito ad uno scrittore noto come Eraclio ma probabilmente fittizio. Opera divisa in tre libri, di cui il terzo tratta diffusamente della tecnica a tempera il Mappae Clavicula, scritto in Europa settentrionale nel IX o X secolo con aggiunte successive nel XII secolo; è strettamente legato al Manoscritto di Lucca del quale incorpora numerose ricetteil Mappae Clavicula, scritto in Europa settentrionale nel IX o X secolo con aggiunte successive nel XII secolo; è strettamente legato al Manoscritto di Lucca del quale incorpora numerose ricette

5 Analisi chimiche sui manoscrittiAnalisi chimiche sui manoscritti

6 I testi manoscritti semplicimanoscritti semplici libri di scienze, religione, ecc.libri di scienze, religione, ecc. partiture musicalipartiture musicali lettere, scritti, disegnilettere, scritti, disegni manoscritti illuminatimanoscritti illuminati incunaboliincunaboli

7 I manoscritti illuminati I manoscritti illuminati sono documenti in cui il testo è integrato dall’aggiunta di decorazioni o illustrazioni, come iniziali decorate, bordi o miniature Il termine illuminato deriverebbe dal latino lumen o luce, in quanto la miniatura, luminosa nell’uso dei colori e della foglia d'oro o di argento, dava preziosità e luce al testo scritto Secondo un'altra interpretazione probabilmente più credibile (F. Brunello - De Arte Illuminandi) il termine illuminato discende invece dall'uso di lacche alluminate, cioè con allume come mordente, una pratica comune in questo tipo di pittura Dante nel canto XI del Purgatorio, quando incontra il miniatore Oderisi da Gubbio, scrive: "'Oh' diss’io lui 'non se' tu Oderisi/ L’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte/ Ch’alluminar chiamata è in Parisi?'"

8 Uno dei mordenti più comuni era proprio l'allume o allume di rocca (sx), il solfato doppio di alluminio e potassio avente formula Al 2 (SO 4 ) 3 ·K 2 SO 4 ·24H 2 O. Questo composto, importantissimo nell'industria tintoria sia come mordente sia per la concia delle pelli, era ricavato anticamente dal minerale allumite In effetti nella miniatura, tecnica simile all'acquerello, si impiegavano molti colori ricavati da succhi vegetali, cioè da estratti acquosi di piante come l'arzica, il tornasole, la robbia, ecc.; il colore di questi succhi poteva essere regolato addizionando un mordente, quindi trasformando il colorante in una lacca in cui lo ione metallico è coordinato ai gruppi leganti del colorante

9 La miniatura Una delle testimonianze artistiche più importanti del Medioevo è la miniatura, ovvero una pittura di piccole dimensioni eseguita su un supporto di pergamena, di carta o d'avorio. L'etimologia deriva da minium, termine che nell’età classica e nei primi secoli del Medioevo indicava il cinabro, pigmento di colore rosso usato già nella pittura antica e adoperato anche per dipingere in rosso iniziali, titoli e rubriche di testi scritti. Quindi miniare o minio describere significò originariamente scrivere con il rosso, analogamente a rubricare

10 Più tardi la parola miniatura si estese a indicare la decorazione e l’illustrazione di un testo scritto. Con questo tipo di pittura l'opera era definita manoscritto miniato o, come si è detto, illuminato

11 La miniatura per definizione è condotta a mano con mezzi pittorici. Quindi questa definizione si riferisce al periodo compreso tra l’età paleocristiana e gli inizi del XVI secolo; gli eventi che ne delimitano il periodo sono il passaggio dal rotolo al codice, avvenuto gradualmente tra il I e il III secolo d. C., e l’avvento della stampa tipografica che, sperimentata per la prima volta da Gutenberg a Magonza alla metà del XV secolo, si diffuse poi in tutta l’Europa Il libro aveva anticamente forma di rotolo; era costituito da fogli di papiro o di pergamena incollati lungo i margini e arrotolati e veniva letto svolgendolo. Ad esso nel III secolo d. C. si sostituì il codice, formato da fogli di pergamena ripiegati. Già nella civiltà egiziana i Libri dei Morti, scritti su papiro e deposti nelle tombe, erano decorati con illustrazioni a colori; in questo senso il più antico esempio di manoscritto illuminato potrebbe essere considerato il Libro dei Morti composto per Ani (sopra), risalente al 1250 a.C. e attualmente conservato presso il British Museum di Londra

12 Anche nelle civiltà greca e romana è probabile che testi scientifici e letterari fossero accompagnati da illustrazioni (es. sotto, rotolo risalente al II secolo d.C.) È però solo con l’affermazione del codice che le illustrazioni divengono maggiormente ricche ed elaborate

13 I manoscritti illuminati sono il tipo più comune di artefatto che ci è giunto dal Medioevo, nonchè le migliori testimonianze della pittura medievale. Relativamente a certe aree geografiche e certi periodi si tratta dei soli esempi sopravvissuti di pittura Si tratta quindi di manufatti di grande valore storico, artistico e religioso, testimonianza delle capacità tecnico- artistiche degli antichi scribi. Le illustrazioni dei manoscritti illuminati sono ancora adesso in grado di rivaleggiare con i manoscritti a stampa dal punto di vista della precisione di tratto e della fantasia delle forme

14 Moltissimi manoscritti sono di ispirazione religiosa, fatto semplice da comprendere se si pensa che nell’alto Medioevo l’arte pittorica era in pratica appannaggio dei soli gruppi ecclesiastici A partire dal XIII secolo, comunque, si registra un numero crescente di testi secolari o laici, di ispirazione profana. Oltre alle scuole claustrali fioriscono le scuole di corte dove pittori laici creano lussuosi codici per esaltare le virtù dei loro signori

15 Le iniziali Il termine iniziale si riferisce ad ogni lettera ingrandita all'inizio della sezione di un libro. Nei manoscritti illuminati le iniziali erano spesso decorate in maniera elaborata o almeno rubricate, cioè colorate in rosso Mentre nei primi secoli della miniatura l’iniziale era evidenziata per motivi essenzialmente pratici, in seguito si sviluppò l'uso di abbellirla con elementi decorativi di vario tipo: zoomorfi o antropomorfi (iniziale decorata)zoomorfi o antropomorfi (iniziale decorata) contenenti figure (iniziale figurata) o vere e proprie storie (iniziale istoriata)contenenti figure (iniziale figurata) o vere e proprie storie (iniziale istoriata) a intreccioa intreccio vegetalivegetali

16 sopra: ritratto di Geoffrey Chaucer (Canterbury tales)

17 Codici, rotoli e fogli singoli …o in fogli singoli (Mappamondo di Vercelli, XIII secolo, sx) Molti manoscritti erano creati come codici, quindi sotto forma di libri. Esistono esempi di testi in rotolo (es. l'Exultet della Biblioteca Casanatense di Roma, XI secolo, dx)…

18 Lo scriptorium Il laboratorio artistico nel quale si producevano i manoscritti illuminati e, più in generale, i testi medievali, era chiamato scriptorium. Lo scriptorium spesso aveva caratteristiche peculiari e riconoscibili, nel senso che i suoi artisti impiegavano le stesse tecniche e la stessa tavolozza nell’illuminazione dei manoscritti A livello geografico, i centri più importanti nell’illuminazione erano senz’altro la Francia, con Parigi faro culturale e artistico, nel quale si svilupparono stili vari tra cui il Gotico; poi le Isole Britanniche, le Fiandre e i paesi del Vicino Oriente (Siria, Armenia) In Italia noti scriptoria avevano sede presso le abbazie di Bobbio (Piacenza), Nonantola (Modena) e Montecassino (Frosinone)

19 Lo scriptorium doveva assomigliare più ad un laboratorio di alchimia che allo studio di un pittore. A causa della limitatezza dei commerci e di un certo isolamento cui si sottoponevano gli artisti, tanto religiosi quanto laici, il miniatore (o i suoi collaboratori) non si limitava a realizzare l'opera artistica ma doveva anche preparare tutto ciò che serviva per l'esecuzione: dai fogli del libro ai colori, alle colle fino a penne e pennelli

20 Tecnica di composizione del manoscritto illuminato Prima di descrivere i materiali pittorici impiegati nell'illuminazione, vediamo quali sono le diverse fasi attraverso le quali veniva creato il manoscritto illuminato. Nella composizione potevano intervenire più persone: il miniaturista il miniaturista il calligrafo il calligrafo colui che preparava la pergamena colui che preparava la pergamena

21 I supporti Per quanto riguarda i supporti, l'immagine classica del manoscritto medievale, illuminato o no, è legata alla pergamena; esistono pochi resti di manoscritto su papiro (se vogliamo, anche i papiri egizi possono essere considerati illuminati nel senso artistico dell'aggettivo) mentre a partire dal tardo Medioevo si consolida l'uso della carta

22 Per quanto l'uso delle pelli animali come supporto per la scrittura sia documentato dal IV millennio a.C. in Egitto, si ritiene che la pergamena sia stata inventata nel II secolo a.C. presso la città di Pergamo, in Persia, alla quale essa deve il nome. L'invenzione potrebbe essere la conseguenza della necessità di trovare un'alternativa al papiro egiziano, divenuto troppo caro e completamente sostituito dalla pergamena a partire dal II secolo d.C. La pergamena La pergamena è il supporto più famoso dell’epoca medioevale per quanto riguarda la scrittura, il disegno e la miniatura. Si ottiene dalla concia di pelli animali

23 La pergamena si ricavava da pelli animali opportunamente trattate. La stesura delle pelli non era opera banale, considerando la naturale asimmetria dei corpi animali, e quindi tutte le operazioni di depilazione, essiccamento e tensionatura su telaio e levigazione richiedevano un'elevata specializzazione. Esse erano eseguite dal pergamenarius

24 Siccome nel Medioevo la pergamena comune era ricavate dalle pelli ovine, essa aveva il nome di cartapecora o semplicemente carta, da non confondere con la comune carta di cellulosa che era invece nota come pergamena graeca o carta bambagina. Per i grandi libri liturgici si usava spesso la pelle suina, mentre impiegando pelle di ovini o bovini giovani o nati morti si ricavava una pergamena più pregiata chiamata vellum o pergamenum vituli (velin in francese, da cui l'italiano velina), composta da fogli molto fini e delicati Per comporre un manoscritto illuminato su pergamena era necessario sopprimere un numero elevatissimo di animali

25 Per produrre la pergamena o il vello, la pelle animale veniva immersa in un bagno di calce viva per essere ripulita dalla carne e dai peli e per prevenire l'azione di organismi potenzialmente corrosivi Successivamente veniva stirata su un telaio e scorticata. In seguito, poteva essere trattata con allume e rosso d'uovo o con la pietra pomice, per rendere la superficie liscia e morbida e quindi adatta a usi artistici o letterari, e infine sbiancata con gesso e tagliata a pezzi

26 Sui fogli di pergamena così preparati comincia l'opera dello scriptor o librarius, cioè del calligrafo che redige il testo con inchiostri neri e rossi (più raramente con altri colori). Lo scriba pianificava lo schema generale dell’opera (es. collocazione delle iniziali, bordi, titoli, ecc.) segnando le varie parti con una punta metallica. Nella figura sono mostrati alcuni attrezzi usati per segnare le linee guida per la calligrafia Quindi si accingeva all’opera con calamaio e penna. Egli eseguiva tutte le scritture lasciando scoperti gli spazi per le iniziali più grandi e decorate e per le figure da miniare. Spesso il calligrafo poteva lasciare delle indicazioni per il miniatore, segnando con tratto leggero il contorno dell'iniziale da decorare o lasciando delle note sul soggetto da dipingere. Così talvolta si può leggere a margine frasi come "Hic pingatur papa genuflexus" oppure "Hic ponatur una mulier in habitu viduali"

27 La scrittura dipendeva dai costumi locali e dai gusti. I robusti caratteri Romani tipici dell’Alto Medioevo, gradualmente furono sostituiti dai caratteri in corsivo come l’onciale e il semionciale, specialmente nelle Isole Britanniche dove si svilupparono stili distintivi noti come insulari Attorno al XIII secolo fu introdotto il carattere gotico o blackletter, molto popolare nel tardo Medioevo

28 La miniatura risalente all'XI secolo raffigura un monaco che scrive e un laico miniatore mentre lavorano fianco a fianco nello scriptorium del monastero di Echternach (Germania)

29 Terminato il lavoro del calligrafo, il miniatore poteva cominciare a disegnare figure e ornamenti con lo stil di piombo. Disegni anche molto complessi erano pianificati in anticipo, probabilmente su tavolette di cera, i bozzetti dell’epoca. Il disegno era infine tracciato sulla pergamena. I tratti erano ripassati con inchiostro nero a base di metallo-gallato per avere linee permanenti e resistenti all'acqua Si creava così il campus da coprire poi con i colori

30 Quindi i colori erano stesi all'interno delle sagome con pennelli più o meno fini; i dettagli più minuti erano probabilmente stesi con un solo pelo La sequenza di stesura degli strati era varia e influenzava in certi casi l'aspetto finale della parte colorata. Spesso sui disegni erano stesi strati di coloranti per avere eleganti velature, oppure strati protettivi

31 Oltre a figure ed ornamenti, il miniatore doveva realizzare le grandi iniziali decorate (tecnicamente assimilabili alle figure), le dorature e argentature che richiedevano una tecnica particolare, diversa da quella degli altri pigmenti, e infine le scritte in oro e argento

32 I colori La preparazione dei colori era ovviamente l'aspetto tecnico più importante. Nel Medioevo, come nelle epoche precedenti, i pigmenti dovevano essere preparati appena prima dell'uso; non era prassi nè era possibile conservarli a lungo. Procacciarsi le materie prime e trasformarle in maniera idonea richiedeva un'elevato grado di esperienza. Spesso i miniatori disponevano di aiutanti che assolvevano proprio a questa mansione Ecco quindi l'utilità dei ricettari medievali come il De Arte Illuminandi o il Compositiones ad tingenda musiva, che forniscono informazioni su ogni aspetto dell'arte della miniatura, indicando ricette e consigliando il modo migliore per impiegare i vari pigmenti e coloranti

33 Nell’arte antica le cognizioni scientifiche e artistiche erano strettamente legate, da un lato con l’alchimia o la medicina, dall’altro con la religione e la filosofia. I pigmenti erano allo stesso tempo i pharmaca o i venena ed erano usati allo stesso tempo per curare (oro), per dipingere, per avvelenare (arsenico) e per fare i filtri magici

34 Pigmenti, coloranti e leganti potevano essere preparati dagli artisti nei loro laboratori oppure acquistati nelle botteghe del droghiere, del venditore di spezie o, più comunemente, del farmacista in virtù di quanto detto prima Il farmacista, infatti, forniva le preparazioni farmaceutiche (composita) oppure le materie prime per le medicine (simplicia) come spezie, erbe, succhi, fragranze, oli, resine e così via, inclusi materiali che potevano essere usati per la pittura

35 I colori erano generalmente tempere acquose, miscelati con albume o rosso d'uovo e gomma arabica, una tecnica simile all'acquerello

36 La tavolozza del miniatore rosso: cinabro o vermiglione per i dettagli più importanti, poi minio, ocra rossa, e lacche organiche (cocciniglia, verzino)rosso: cinabro o vermiglione per i dettagli più importanti, poi minio, ocra rossa, e lacche organiche (cocciniglia, verzino) giallo: ocra gialla, orpimento o lacche gialle vegetali (zafferano)giallo: ocra gialla, orpimento o lacche gialle vegetali (zafferano) verde: malachite e verdigris, terra verdeverde: malachite e verdigris, terra verde blu: oltremare naturale, azzurrite, smaltino, indacoblu: oltremare naturale, azzurrite, smaltino, indaco porpora: porpora di Tiroporpora: porpora di Tiro bianco: bianco piombo, gessobianco: bianco piombo, gesso nero: a base di carbone (nero d’ossa, nerofumo), seppia, metallo- gallatonero: a base di carbone (nero d’ossa, nerofumo), seppia, metallo- gallato oro: in foglia o polverizzato; oro mosaico come surrogatooro: in foglia o polverizzato; oro mosaico come surrogato argento: in foglia o polverizzatoargento: in foglia o polverizzato

37 Il cinabro Il pigmento rosso più pregiato era il solfuro di mercurio (HgS) o cinabro, uno dei pigmenti più importanti della storia dell’arte. L’uso del cinabro risale al II millennio a.C. in Cina. Il suo impiego è riportato nell’inchiostro usato nei Rotoli del Mar Morto (sotto), risalenti all’inizio dell’era Cristiana

38 La dizione cinabro è riservata al pigmento ottenuto per semplice macinazione del minerale omonimo, mentre per il pigmento sintetico, preparato da mercurio e zolfo, si usa il termine vermiglio o vermiglione I Romani chiamavano questo pigmento minio e siccome il rosso era il colore dominante nelle opere pittoriche di piccole dimensioni, esse erano note come miniature. I titoli in rosso dei manoscritti divennero noti come rubriche, dal Latino ruber = rosso. In seguito il nome minio è attribuito al pigmento rosso piombo (Pb 3 O 4 )

39 Il lapislazzuli Il colore blu intenso del lapislazzuli è utilizzato e apprezzato da almeno 6000 anni. Ben prima di essere sfruttato come pigmento, esso era usato a scopo decorativo come pietra semipreziosa per piccoli gioielli È necessario chiarire bene la terminologia: il pigmento andrebbe chiamato oltremare o blu oltremare, mentre lapislazzuli è la roccia da cui si ottiene il pigmento, a sua volta composta prevalentemente dal minerale lazurite Il nome deriva dal latino medievale lapis lazuli, ovvero pietra azzurra. Il termine lazulum discende dal persiano lazward, cioè azzurro, passando per l'arabo lazaward e per il basso greco lazourion

40 Il nome di azzurrum ultramarinum o blu oltremare deriva dal fatto che il materiale proveniva principalmente dalle miniere del Firgamu, nella provincia di Badakshan (odierno Afghanistan settentrionale), sfruttate almeno dall’epoca dei faraoni Egiziani. Le miniere, pur collocate in una regione quasi inaccessibile in prossimità delle fonti del fiume Oxus, l'attuale Amu Darya, rifornivano di lapislazzuli le civiltà della Mesopotamia e poi tutta l’area mediterranea. Ancora nel 1271 le miniere furono visitate da Marco Polo, il quale dichiarò che la roccia era usata per l’estrazione di un pigmento blu Al giorno d’oggi le miniere del Firgamu sono quasi esaurite; peraltro la richiesta del mercato è minima, soddisfatta da altre fonti e limitata all’uso come pietra semipreziosa

41 Nell’immagine 10x al microscopio si possono notare le particelle delle varie fasi minerali nel lapislazzuli, alcune delle quali di colore ben diverso dal blu. Le particelle di lazurite hanno forma irregolare Per questi motivi il pigmento che si ottiene dal lapislazzuli può avere aspetto e colore più o meno vivo a seconda del grado di raffinazione della roccia, passando dal blu profondo al verde oltremare al violetto

42 Il blu oltremare ha attraversato tutta la storia dell’arte fino al XVIII secolo, per essere poi sostituito a partire dal 1828 dalla sua versione sintetica nota come blu oltremare artificiale. Le prime evidenze dell’uso di lapislazzuli come pigmento risalgono al VI-VII secolo d.C. su alcuni dipinti parietali in templi dell’Afghanistan; lo si ritrova in dipinti cinesi del X-XI secolo e in dipinti parietali indiani dell’XI, XII e XVII secolo. Nel tardo Medioevo era riservato al manto della Vergine e di Cristo Nella versione naturale si tratta di un pigmento molto pregiato, dal momento che il minerale da cui si produce è sempre stato considerato pietra semipreziosa. Il suo impiego in opere pittoriche è indice di alto tenore di vita da parte dell’utilizzatore o del committente, e il suo utilizzo era contabilizzato a parte nel contratto firmato dal pittore (vedi Michelangelo)

43 Quando Michelangelo ricevette da Papa Giulio II l’incarico di decorare la volta della Cappella Sistina con le scene della Genesi, stipulò un contratto non particolarmente vantaggioso: un tanto a metro quadro e i colori doveva metterli lui Michelangelo completò la complessa opera in 3 anni, impiegando il blu oltremare solo per il colletto di Ezechiele, mentre per tutto il resto usò azzurite, a quel tempo 400 volte più a buon mercato del lapislazzuli

44 In seguito il Papa Paolo III commissionò a Michelangelo un'ulteriore aggiunta alla decorazione della Cappella. Michelangelo stipulò perciò un secondo contratto per decorare la parete dietro all'altare con il Giudizio universale. Il contratto prevedeva 1200 ducati all’anno e in più i colori li metteva il Papa: questo forse spiega come mai l'artista impiegò 6 anni per il Giudizio (dal 1536 al 1541), che è più piccolo e comodo da dipingere rispetto alla volta, e soprattutto perchè tutto il cielo del Giudizio sia stato realizzato con blu oltremare (e non con azzurrite)

45 Il blu oltremare fu impiegato in Europa probabilmente a partire dal XI-XII secolo; tra le evidenze più antiche della sua presenza si hanno l’affresco del chiostro dell’abbazia di Novalesa e il manoscritto noto come Codice C, conservato presso l’Archivio Capitolare di Vercelli

46 Il suo impiego estensivo si ha soprattutto dal XIV secolo. Nel XVI secolo il suo valore era così alto da superare talvolta quello dell’oro; va considerato che dal lapislazzuli si ricava soltanto il 2-3% di materia utile come pigmento. Per questo il suo uso era limitato alla pittura di particolari importanti, es. il manto della Vergine nella Madonna Aldobrandini di Tiziano (1532, sx) Nel Nordeuropa il suo impiego era raro: ad esso era preferita l’azzurite

47 Porpora di Tiro La porpora di Tiro o porpora reale è senza dubbio il colorante più famoso, più bello e più pregiato della storia dell’uomo. La sua nascita si perde nella notte dei tempi: secondo un’antica leggenda, essa venne scoperta grazie al cane del dio tintore fenicio Melqart che una mattina, prendendo con la bocca una conchiglia, si tinse di un particolare colore; secondo la versione greca sarebbe invece stato il cane di Ercole a mordere il mollusco. Una moneta del 200 d.C. proveniente da Tiro (sx) mostra proprio questa versione della leggenda L’invenzione del colorante purpureo è stata attribuita ai Cretesi o ai Fenici. Sembra certo che attorno al 1750 a.C. i Cretesi cominciassero ad estrarre da molluschi delle specie Murex o Purpuria (dx) una sostanza color porpora, utilizzandola come colorante per tessuti

48 I Fenici In seguito, però, furono i Fenici a legare il loro nome a questa sostanza, che in tutto il mondo allora conosciuto fu nota come porpora di Tiro, dal nome della città fenicia ora in Libano. Ciò è testimoniato da numerosi ritrovamenti archeologici in siti della costa libanese (come Sarepta, risalente al 1400 a.C.): tracce di colorante all'interno di frammenti ceramici, residui di gusci di molluschi, prove che rivelano la presenza di un'avanzata industria dei coloranti. Il fatto che fossero ancora visibili tracce di colorante dopo 3200 anni non deve sorprendere, in quanto la porpora è tra i più stabili alla luce Il vincolo tra il colorante e il popolo che lo produceva e commercializzava era così stretto che si dice il nome Fenici sia legato etimologicamente alla parola porpora, essendo entrambi i termini riferiti al greco phoinix La Bibbia parla dell’uso di sostanze porpora e blu ricavate da molluschi per colorare tessuti (Esodo 26, 1-28 oppure Numeri 15, 38)

49 Presso i Romani la porpora di Tiro valeva volte il suo peso in oro. Plinio ne descrive caratteristiche e prezzo; ne parlano anche Aristotele e Omero. Vitruvio chiama il liquido purpurigeno ostrum, termine derivante da ostrea nostrum, cioè ostrica, conchiglia marina. Il suo valore sociopolitico, religioso ed economico era dovuto alla sua rarità. Ci volevano infatti molluschi adulti per ottenere un solo grammo di colorante! L’uso della porpora venne quindi riservato per legge a imperatori ed ecclesiastici di alto rango a Babilonia, in Egitto, in Grecia e a Roma. Presso l’impero Bizantino il colore e le decorazioni erano strettamente regolate a seconda del rango e della condizione economica. Solo l’imperatore (es. Giustiniano, sx) e l’imperatrice avevano titolo per indossare abiti da cerimonia interamente in porpora e solo l’imperatore poteva indossare calze e stivali tinti in quel modo, in analogia a quanto stabilito a Roma da Nerone. Si dice che i figli dell’Imperatore venissero partoriti in una particolare stanza del palazzo reale decorata in porpora, in modo che essi fossero autenticamente porphyriogenatos, cioè nati nella porpora, per dare loro un imprinting di supremazia Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo

50 Il principio colorante era ricavato dalla ghiandola ipobranchiale di alcune specie di molluschi gasteropodi della famiglia Murex, in particolare il Murex brandaris (A) e il Murex trunculus (B) e della famiglia Purpura, come la Purpura haemastoma (C); queste erano le specie principali sfruttate nel Mediterraneo in antichità. Nell'America Centrale e Meridionale alcuni popoli, tra cui Aztechi e Maya, ricavavano un colorante analogo dalla Purpura patula pansa Secoli dopo, nelle Isole Britanniche si scoprì che anche la Purpura lapillus (dx), mollusco diffusissimo nell'Atlantico settentrionale, secerneva la stessa sostanza, ora disponibile commercialmente proprio a partire da questo organismo ABC

51 Tuttavia, l'uso più importante del colorante in campo pittorico era nella tintura di pergamene, i cosiddetti Codici Purpurei. Questi manoscritti, generalmente combinati alla crisografia (scrittura con oro e argento), sono caratteristici dell’Impero Bizantino nel V e VI secolo e dell’Impero Carolingio e Ottoniano dall’VIII all’XI secolo. La produzione aveva i suoi centri in Siria, ad Antiochia e a Costantinopoli Esempi di pergamene porpora sono il Vienna Genesis (VI secolo d.C.) considerato il più antico manoscritto biblico sopravvissuto, e il Codice Purpureo di Rossano Calabro (VI secolo d.C., a lato), noto come Codex Purpureus Rossanensis, considerato il più antico Nuovo Testamento illustrato, attualmente nel Museo Diocesano di Rossano Calabro (CS) dove è giunto dall’Oriente nel IX-X secolo portato da un monaco in fuga durante l’invasione degli arabi. L’evangelario contiene il testo greco dei Vangeli di Matteo e Marco; gli altri due sono andati perduti. Le numerose miniature e l’uso di oro e argento indicano che si tratta di produzione di lusso, probabilmente per i membri della corte imperiale

52 Un aspetto tecnico molto importante nella miniatura, forse più che in altre tecniche pittoriche, era l'utilizzo di pigmenti a base di metallo puro, Doratura come oro, argento e leghe, oppure di succedanei che ne imitassero l'aspetto nobile. L'oro, in particolare, era utilizzato per la doratura Fin dall'antichità l'arricchire con metalli preziosi le pitture era tecnica conosciuta in tutto l'Oriente, da cui poi l'uso passò in Egitto e nel mondo greco- romano. In seguito, con la produzione di libri miniati presso i Bizantini, gli ornamenti in oro e argento diventarono pratica comune, sia per decorare figure ed iniziali, sia per eseguire scritture secondo la tecnica nota come crisografia

53 Le tecniche di doratura erano numerosissime: tecniche rivolte alla decorazione di superfici che utilizzano una lamina sottilissima applicata al supporto, la cosiddetta foglia d'oro tecniche rivolte alla decorazione di superfici che utilizzano una lamina sottilissima applicata al supporto, la cosiddetta foglia d'oro tecniche rivolte alla decorazione di superfici che utilizzano oro in polvere nella doratura a conchiglia tecniche rivolte alla decorazione di superfici che utilizzano oro in polvere nella doratura a conchiglia tecniche di crisografia che impiegano oro in polvere disperso in un mezzo legante e usato come inchiostro tecniche di crisografia che impiegano oro in polvere disperso in un mezzo legante e usato come inchiostro

54 La decorazione con lamine d’oro è sicuramente il tratto più caratteristico nella miniatura. L’oro in lamina si ricavava principalmente per martellamento; la più sottile lamina era chiamate, appunto, foglia d’oro. In virtù della grande malleabilità del metallo, già nell’antico Egitto gli artigiani erano in grado di ottenere foglie d’oro dello spessore di pochi micron, più sottili della cartavelina e traslucidi L’artigiano che preparava la foglia d’oro era chiamato aurifex brattiarius nei testi medievali La fonte più comune e conveniente era costituita dalle monete. Il Cennini dice che i più bravi artigiani erano in grado di ricavare più di 100 lamine da un solo ducato, una moneta pesante circa 3 grammi

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56 Succhi e pezzuole Molto importanti per la tavolozza dei miniatori erano i succhi vegetali (succus o jotta) con cui si indicavano genericamente gli estratti vegetali colorati, ricavati direttamente dalle piante senza particolari trattamenti, es. per spremitura. I succhi erano impiegati per preparare le pezzuole per dipingere all'acquarello: veli di questi coloranti rilasciati in soluzione acquosa erano usati per migliorare altri colori, in quanto davano alle miniature un aspetto di trasparenza brillante Ricette per la preparazione di succhi e pezzuole e per il corretto uso dei colori così ottenuti sono presenti in molti trattati di arte medievale: il Cennini ne parla diffusamente sotto il titolo "Dei colori che si adoperano in lavorare su carta" (cap. CLXI) citando come pezzuole non già i pezzetti di tessuto imbevuti, bensì gli stessi colori. Lo stesso Teofilo consigliava di ombreggiare le miniature dipinte in verdigris con succhi vegetali verdi

57 Il termine cimatura o pezza o pezzuola indica un supporto tessile utilizzato dai miniatori medievali o dai tintori per fissare alcuni coloranti su tela in modo da poterli conservare e impiegare in maniera pratica. Pezzetti di tessuto incolori erano ripetutamente immersi negli estratti vegetali (ottenuti di solito per semplice spremitura), in modo che le fibre assorbissero le molecole di colorante. Quando una quantità sufficiente di colorante si era fissata, la cimatura era lasciata a seccare e conservata. Al momento di utilizzo, un pezzo di cimatura era bagnato con una soluzione acquosa di legante, generalmente gomma arabica o albume, causando il rilascio delle molecole di colorante nella soluzione che si poteva così impiegare come pittura traslucida oppure essere addizionato di mordente

58 Come dice il Cennini, con le pezzuole "si fa d'ogni colore" ed effettivamente i succhi sfruttati dai miniatori medievali erano moltissimi: i gialli: jotte luze, dalla Reseda luteola, ovvero l'arzica; crocus dallo zafferanoi gialli: jotte luze, dalla Reseda luteola, ovvero l'arzica; crocus dallo zafferano i bruni: jotte concina, estratto di galle di quercia, ricco di tanninii bruni: jotte concina, estratto di galle di quercia, ricco di tannini i verdi: succus gladioli o viride de liliis azurinis dai fiori di ireos (Iris germanica e Iris fiorentina); succus caulae dal cavolo (Brassica oleracea); succus porri dal comune porro coltivato (Allium porrum); succo di prugnameroli dai frutti del Rhamnus catharticus, noti come grani d'Avignone; succus rute o ruvite dalla Ruta graveolens, pianta tossica come la precedente; gatetriu dal succo di caprifoglioi verdi: succus gladioli o viride de liliis azurinis dai fiori di ireos (Iris germanica e Iris fiorentina); succus caulae dal cavolo (Brassica oleracea); succus porri dal comune porro coltivato (Allium porrum); succo di prugnameroli dai frutti del Rhamnus catharticus, noti come grani d'Avignone; succus rute o ruvite dalla Ruta graveolens, pianta tossica come la precedente; gatetriu dal succo di caprifoglio i rossi: un succo rosso sangue estratto dal tronco dell'edera, non meglio identificatoi rossi: un succo rosso sangue estratto dal tronco dell'edera, non meglio identificato i blu: torna-ad-solem dalla Crozophora tinctoria a pH basico; succus sambuci dai frutti di Sambucus nigrai blu: torna-ad-solem dalla Crozophora tinctoria a pH basico; succus sambuci dai frutti di Sambucus nigra i violetto-porpora: folium sempre dalla Crozophora tinctoria a pH neutro; bisetus, sottoprodotto del foliumi violetto-porpora: folium sempre dalla Crozophora tinctoria a pH neutro; bisetus, sottoprodotto del folium

59 Lo zafferano Il più pregiato tra i coloranti gialli medievali, secondo numerosi documenti dell’epoca, era probabilmente lo zafferano, ricavato dagli stami della pianta Crocus sativus, attualmente impiegato in gastronomia come condimento di prezzo elevatissimo nella versione naturale. Si tratta di un colorante alquanto instabile (il Cennini dice "guar'ti non vegga l'aria, chè perde subito suo colore") ma considerato meraviglioso finchè durava e perciò molto popolare presso gli illuminatori Il suo impiego risalirebbe almeno al II secolo a.C., in quanto identificato in una tavoletta colorata di origine accadica. Il termine deriva dall'arabo za-faran o giallo, da cui anche l'inglese saffron e il francese safran

60 Significato dei pigmenti Nei manoscritti medievali, come in altre espressioni pittoriche, era prassi utilizzare i pigmenti più pregiati per colorare i soggetti più sacri, come le figure dei santi o le vesti della Madonna o di cristo. La gerarchia dei pigmenti blu, ad esempio, era in questo senso lapislazzuli > azzurrite > guado Nell’Ultima Scena a sx, immagine tratta dal manoscritto noto come Liber Evangeliorum (Biblioteca Capitolare di Vercelli), le coppe rosse e le aureole degli apostoli sono dipinte con il cinabro, mentre le vesti (evidentemente meno importanti) sono in minio

61 Gli strumenti Gli strumenti più importanti per il miniatore erano le penne (calamus) e i pennelli (pinzellum o pincellum), questi ultimi di varia forma, grandezza e qualità Il pennello migliore era quello fatto con peli di scoiattolo innestati in un cannello di penna d'avvoltoio, oca o altri volatili; tale pennello, dice il Cennini, "vuole essere piccinin piccinin, per certi lavorii e figurette ben piccole". Con esso era possibile disegnare particolari estremamente piccoli Per scrivere o per disegnare contorni si utilizzava la classica penna d'oca, con la punta ben temperata (dx)

62 L'abbozzo del disegno si faceva invece con lo stil di piombo o piombino, formato da un'asticciola di legno con una punta metallica in lega di piombo e stagno Altri strumenti meno nobili erano coltelli, lame e raschietti, impiegati per vari scopi tra cui il cancellare scritture e segni errati sulla pergamena; inoltre squadra, riga, compasso e i calamai per contenere gli inchiostri

63 Per la preparazione dei colori il miniatore doveva disporre di vari strumenti. Molto importanti erano mortai e pestelli per macinare i pigmenti di natura minerale o per comporre miscele particolari. Questi potevano essere di marmo o di serpentino per i materiali più morbidi; di porfido per le sostanze più dure; di bronzo per i pigmenti durissimi come lapislazzuli, diaspro o giallolino e infine d'oro (mortariolus aureus) per i metalli preziosi Contenitori vari avevano lo scopo di conservare i colori: si usavano corni di bue, gusci di conchiglia o di tartaruga, sacchetti di cuoio e vasi o ampolle di vetro, terracotta o altri materiali. Alla stregua di contenitori possono essere considerate le pezzuole o cimature usate per preparare i colori ad acquerello Altre suppellettili potevano essere i filtri di tessuto impiegati per chiarificare liquidi o per separare i colori da soluzioni depuranti Infine sono da citare i brunitoi (sx), strumenti impiegati per lucidare le dorature e per lisciare i fogli di pergamena. Essi erano costituiti da ghiere metalliche su cui erano inseriti denti di vari animali, specialmente carnivori (cane, lupo, leopardo, cinghiale) oppure pietre molto dure come il diaspro rosso o l'agata

64 Un po' di storia Come si è detto in precedenza, l'arte dell'illuminazione fiorì nei primi secoli dell'Era Cristiana in concomitanza del passaggio dal rotolo al codice, per poi diventare una delle tecniche pittoriche più importanti. Durante il Medioevo e successivamente nel Rinascimento si distinsero numerose scuole di miniatura su codice, tra le quali le più importanti sono le seguenti: Scuola insulare (VII-VIII secolo): l'area cristiana delle Isole Britannniche è uno dei fondamenti della miniatura nell'Europa Occidentale (es. dx). Nell'Irlanda del VII secolo si sviluppò la tecnica di ingrandire l'iniziale di un testo fino ad un'intera pagina, decorata con motivi astratti. Questa tradizione fiorì poi nei periodi Ottoniano e Romanico Scuola bizantina (VI-XV secolo): un'altra scuola di grande tradizione fu quello dell'Impero Bizantino (es. sx). La caratteristica principale della miniatura bizantina è l'uso abbondante di metalli preziosi nell'illuminazione, anche come sfondi per riempire spazi vuoti. I colori sono spesso vivaci. I soggetti principali delle miniature sono storie bibliche

65 Scuola romanica (XI-XII secolo, es. dx da Winchester Bible): l'arte romanica fu d'ispirazione internazionale, attingendo sia da quella insulare sia da quella bizantina Scuola carolingia (VIII-IX secolo, es. dx): sotto la spinta dell'Imperatore Carlo Magno, gli artisti emulavano il naturalismo degli antichi Greci e Romani Scuola ottoniana (X-XI secolo, es. sx): i re tedeschi Ottone I, II e III commissionarono agli artisti numerosi manoscritti che rappresentavano, come per i Carolingi, una manifestazione di potere imperiale. I motivi artistici sono ispirati all'arte bizantina

66 Scuola gotica (XIII-XV secolo, es. dx): alla fine del XII secolo gli artisti Parigini avevano sviluppato un nuovo stile di illuminazione caratterizzato da figure sinuose, vivida narrativa e uso smodato di foglia d'oro. Lo stile gotico si diffuse poi in Inghilterra e Germania. Gli illuminatori Francesi si ispirarono ad altre forme artistiche, come la decorazione delle vetrate Scuola in stile internazionale (XV secolo, es. sx): raggiunse il suo apice nelle corti ducali dell'Europa all'inizio del '400. Famoso è il manoscritto Très Riches Heures commissionato da Jean, duca di Berry, ai fratelli Limbourg. Lo stile è caratterizzato da colori vivaci e contorni delicati Scuola rinascimentale (XV- XVI secolo, es. dx): l'ultima grande era del libro miniato a mano in Europa prima dell'avvento della stampa. Si producono testi di tutti i tipi, anche secolari

67 Dopo l'introduzione della stampa da parte di Gutenberg nel 1452, l'arte della miniatura su libro continuò ancora per qualche decennio, in cui i miniatori operavano sui testi stampati. Nei cento anni successivi l'uso di engravings metallici o di legno per riprodurre le decorazioni condusse al declino della miniatura e al suo abbandono. Attualmente l'arte della miniatura rivive presso circoli di entusiasti (es. SCA) che riprongono ricette e metodi antichi

68 Analisi dei manoscritti L’importanza di analizzare le tavolozze utilizzate nel passato per decorare i manoscritti è duplice: valutare quali pigmenti e coloranti sono stati selezionati dai miniatori locali valutare quali pigmenti e coloranti sono stati selezionati dai miniatori locali capire la tecnica di decorazione impiegata capire la tecnica di decorazione impiegata collocare storicamente il manoscritto sulla base dei pigmenti e coloranti identificati collocare storicamente il manoscritto sulla base dei pigmenti e coloranti identificati dare informazioni per un corretto intervento restaurativo in caso di degrado delle miniature dare informazioni per un corretto intervento restaurativo in caso di degrado delle miniature riconoscere la presenza di più mani all’interno della decorazione di un manoscritto riconoscere la presenza di più mani all’interno della decorazione di un manoscritto

69 L'analisi dei manoscritti, dato l'enorme valore delle opere, va ovviamente effettuata con tecniche non distruttive e che possibilmente non prevedano il prelievo di un campione. In passato una tecnica che dava buoni risultati era la microscopia in luce polarizzata (PLM), che permette di riconoscere le fasi minerali in base alla forma, dimensione e tessitura delle particelle che compongono i pigmenti. Questa tecnica non richiede campionamento e si può effettuare in maniera semplice direttamente sul manoscritto; non permette però di riconoscere tutti i pigmenti Con lo sviluppo degli strumenti portatili sono diventate disponibili tecniche molto più efficienti nell'identificazione di pigmenti e coloranti. In particolare la spettrometria Raman e la spettrometria XRF sono state applicate all'analisi dei manoscritti. I primi studi analitici sui pigmenti mediante Raman risalgono alla metà degli anni '80 da parte di Bernard Guineau, ricercatore francese

70 smaltino azzurriteindaco blu oltremare

71 In seguito numerosi studi sono stati pubblicati sull'analisi di manoscritti, in cui si impiegavano tecniche molecolari come Raman e IR o tecniche atomiche come XRF e PIXE, impiegate in situ o in ogni caso senza prelievo In alternativa l'analisi è eseguita su frammenti di pigmento staccatisi naturalmente dai fogli e intrappolati nella cavità tra due pagine

72 Mentre in Italia il campionamento di pigmenti dai manoscritti è fuori discussione per questioni antropologiche, all’estero è pratica accettata da alcuni enti museali, tra cui il Louvre, una tecnica di campionamento nota come Q-tip: essa consiste nell'impiego di un tampone, il Q-tip appunto (sx), la cui punta è in grado di asportare per sfregamento quantità irrisorie (meno di 100 ng) di pigmento dal manoscritto, a cui il campionamento non comporta alcun danno visibile Dopo il campionamento, il Q-tip è stoccato in un contenitore di plastica e portato all’analisi con tecniche microscopiche quali Raman o microXRF

73 Bible laid open". In questo lavoro è stata definita la tavolozza utilizzata per illustrare la cosiddetta Paris Bible o Lucka Bible, una Bibbia risalente al 1270 creata a Parigi, poi passata nelle mani di una Santa Maria Vergine presso l'abbazia di Lucka in Znojmo, attuale Repubblica Ceca, il cui nome è leggibile in luce ultravioletta. Il testo del manoscritto è in latino, i caratteri sono in stile gotico A Bible laid open Uno dei primi studi di caratterizzazione di manoscritti illuminati è stato pubblicato da R. Clark (University College London) nel 1993 sulla rivista Chemistry in Britain, con il titolo "A

74 Utilizzando la spettroscopia Raman direttamente sul manoscritto, quindi con uno strumento portatile, Clark ha identificato i pigmenti impiegati nella decorazione dell'opera Nella figura a sinistra è mostrata la lettera I iniziale del Libro della Genesi (In principio...). La lettera è alta 83 mm e mostra ben sette scene rappresentanti i sette giorni della creazione

75 In questa lettera i pigmenti identificati sono otto: azzurrite, lapislazzuli (per gli sfondi di quattro scene), bianco piombo, cinabro, orpimento e rosso piombo (per le cornici gialle e arancioni e per la tunica di Dio nella quarta e settima scena), realgar, malachite, questi ultimi due probabilmente presenti come impurezze o prodotti di degradazione di orpimento e azzurrite Gli spettri Raman sono mostrati nella figura a destra

76 Book of Kells Il più famoso tra i manoscritti illuminati è senza dubbio il Book of Kells. Si tratta di un'edizione del testo latino dei quattro Vangeli, attualmente in possesso del Trinity College di Dublino. Le sue origini si perdono tra il VI e l'VIII secolo d.C., mentre il luogo in cui è stato creato è dibattuto tra l'isola di Iona (al largo dell'isola di Mull, Scozia Occidentale) e Kells, nella contea di Meath (Irlanda) Le decorazioni del Book of Kells sono incredibilmente ricche e fantasiose: Umberto Eco ha definito l'opera "il prodotto di un'allucinazione a sangue freddo“

77 La tavolozza del Book of Kells è stata caratterizzata con tecniche tradizionali (PLM, analisi visuale) negli anni '60-'70 in maniera piuttosto inesatta. Nel 2005 i conservatori della biblioteca del Trinity College, Susie Biolan e Bernard Meehan, in collaborazione con il Dipartimento di Fisica, hanno intrapreso un progetto di caratterizzazione sul Book of Kells che prevede l'impiego di tecniche in situ

78 Lindisfarne Gospels Una caratteristica tecnica rilevante di questo manoscritto è il fatto che il testo è estremamente scuro e consistente: l'inchiostro impiegato dallo scriba, probabilmente del tipo metallo-gallato, doveva essere stato prodotto con una ricetta eccezionalmente stabile e in quantità copiose Un altro importantissimo manoscritto di area britannica è il Lindisfarne Gospels, attribuito alla fine del VIII secolo d.C. e al monastero di Lindisfarne, nell'Inghilterra del Nord; attualmente appartiene alla British Library di Londra

79 Spettri Raman dai Lindisfarne Gospels L'analisi Raman, effettuata su questo manoscritto dal Prof. R. Clark, ha evidenziato l'utilizzo di indaco come unico prodotto blu; questo colorante era disponibile nell'Inghilterra dell'VIII secolo in quanto estratto dalla pianta Isatis tinctoria o guado Nonostante l'evidente valore simbolico del manoscritto, che fa pensare alla necessità di utilizzare pigmenti nobili, non si rileva la presenza di blu oltremare, il cui impiego è effettivamente noto in Inghilterra a partire dal X secolo

80 Liber Evangeliorum Evangeliorum o Codice C, conservato a Vercelli presso l'Archivio Capitolare Questo documento, databile fra il 1190 e il 1200, è una raccolta di letture evangeliche per le feste solenni dell'anno liturgico. Si tratta di un manoscritto pergamenaceo composto da circa 50 fogli, contenente non meno di quindici tavole miniate a tutta pagina lussuosamente decorate con materiali nobili quali oro e argento Dato l'enorme valore artistico e simbolico dell'opera, è interessante verificare quali materiali siano stati usati e in che modo In questo esempio è mostrato lo studio di caratterizzazione effettuato dall'Università del Piemonte Orientale sul manoscritto noto come Liber

81 obiettivi più magnificanti (80x, 100x) per studiare a fondo le caratteristiche cromatiche delle miniature L'identificazione dei pigmenti è stata effettuata mediante l'impiego combinato della spettrometria Raman (sx) e della spettrometria XRF (dx) I fogli che compongono il Codice C sono separati e ciò rende agevole l’analisi; inoltre, la superficie piana della pergamena permette di sfruttare al massimo le potenzialità del microscopio Raman e impiegare gli

82 Dai risultati ottenuti con l'analisi Raman ed XRF, la tavolozza del Codice C risulta essere quella riportata in tabella ColorePigmentoRamanXRF Blulapislazzuli spettro caratteristico - azzurrite Cu Rossocinabro Hg Minio Pb rosso di Marte spettro caratteristico Fe colorante organico non identificato - Rosa minio + bianco piombo spettri caratteristici Pb Verde malachite o verdigris -Cu Marrone ossidi di ferro spettro caratteristico Fe Bianco bianco piombo spettro caratteristico Pb Nerocarbone - carbone + lapislazzuli spettri caratteristici - Orooro non attivo al Raman Au Argentoargento Ag

83 Alcuni esempi - blu Il blu oltremare, pigmento molto pregiato, è diffusamente impiegato come unico colore blu, tranne che in alcune iniziali che sono dipinte in azzurrite, pigmento meno pregiato; essendo queste iniziali evidentemente postume (dx), esse sono frutto di un ritocco per riprodurre la tinta originale con un pigmento meno costoso

84 Alcuni esempi - rosso Il cinabro è utilizzato come pigmento rosso per colorare i particolari di maggior pregio o significato (aureole, coppe) mentre il minio, meno pregiato, è utilizzato per particolari meno importanti (cornici, visi) L'uso dei vari pigmenti rossi è esemplificato nella figura C Mi C C C C C C C C C C RM Mi RM Mi C = cinabro Mi = minio RM = rosso di Marte

85 Un ritocco moderno In alcune aureole rosse è stato identificato il pigmento rosso di Marte, un pigmento sintetico a base di ossido di ferro il cui impiego è noto a partire dal XIX secolo: si tratta evidentemente di un ritocco in epoca moderna, effettuato nel tentativo di ripristinare aree di colore degradate

86 Alcuni esempi – rosso sangue Tra i rossi è presente un quarto composto, impiegato dal miniatore solamente per decorare alcune aureole e iniziali color sangue; in esso è evidente la presenza di mercurio, ma l'analisi Raman non evidenzia la presenza del cinabro Si tratta probabilmente di una lacca, non identificata dalle analisi, stesa forse sopra uno strato di cinabro, che diventa così invisibile al Raman ma non all'analisi XRF L'utilizzo esclusivo di questo composto potrebbe avere un significato particolare, forse mistico

87 Alcuni esempi – oro e argento Sono presenti vaste aree pigmentate con oro e argento puri, identificati mediante la spettrometria XRF. Notare la presenza di ferro, proveniente dal bolo armeno usato come adesivo per il metallo nobile) Au Fe AgFe

88 Pb Hg Pb Au Pb pigmento blu lapislazzuli, Na 8-10 Al 6 Si 6 O 24 S 2-4 pigmento rosso cinabro, HgS pigmento dorato oro, Au Lo strato preparatorio Il bianco e le tonalità chiare sono ottenuti con il pigmento bianco piombo che è presente probabilmente anche sotto tutte le miniature come strato preparatorio: ciò si deduce dal fatto che il segnale del piombo si trova in tutti i pigmenti analizzati, compresi quelli non contenenti piombo

89 Un’iniziale preziosa In definitiva, il Codice C fu decorato con ricchezza di mezzi, scegliendo i pigmenti più costosi tra quelli disponibili all'epoca. Un esempio di questa ricchezza è mostrato nell nell'iniziale riportata in figura che è stata dipinta con oro, lapislazzuli e cinabro lapislazzuli (Raman) oro (XRF) cinabro (Raman)

90 Identificazione di alterazioni Nel manoscritto Omelie di San Gregorio o Codice 148, conservato presso l’Archivio Capitolare di Vercelli, ci sono numerose righe di testo che appaiono scritte con un inchiostro verdastro. Lo stesso colore compare nella tavolozza di alcune iniziali decorate. Queste lettere sono descritte in un testo di R. Pastè degli anni ’20 come “prime lettere delle omelie miniate ad oro con figure di animali, fiori e fregi svariatissimi [...]”. Ancora nel 1953 la storica dell’arte N. Gabrielli, citando la decorazione delle iniziali, sottolinea “l'eccezionale ricchezza e la bellezza dei colori degli ori e degli argenti stesi a corpo”. Queste indicazioni fanno supporre che sia subentrata un’alterazione cromatica che ha fatto virare l’originale colore dorato all’attuale colore verde

91 Un fenomeno analogo è stato ipotizzato in alcuni manoscritti del X-XI secolo provenienti dall’abbazia di Bobbio (Piacenza) e conservati presso la Biblioteca Nazionale di Torino. Anche qui alcune campiture originariamente in colori oro o similoro, ma in realtà costituite da lega rame/zinco, sono virate al verde per la possibile formazione di sali organici di rame


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