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Lezione 10 Globalizzazione e politica industriale Corso Analisi dei settori produttivi Dott.ssa Sandrine Labory.

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1 Lezione 10 Globalizzazione e politica industriale Corso Analisi dei settori produttivi Dott.ssa Sandrine Labory

2 Premessa: ragioni dell’intervento pubblico nei settori produttivi Le decisioni strategiche e la competitività delle imprese nei settori produttivi sono influenzate dall’intervento pubblico: politiche industriali, politiche fiscali, politiche per l’innovazione, regolamentazione, ecc. Quali sono le ragioni dell’intervento pubblico? La giustificazione principale è la presenza di fallimenti di mercato: ci sono 4 fallimenti di mercato principali

3 1. Internalità  Asimmetrie informative tra le parti di una transazione Esempi: - paziente che non può giudicare se il medico è bravo prima di essere stato curato - Lavoratore che prende un contratto e poi trova delle condizioni di lavoro disastrose  Intervento pubblico: regolamentazione (dei prodotti, delle professioni, della salute)

4 2. Esternalità  Asimmetrie informative che ricadono su una parte esterna alla transazione; può essere positiva o negativa Esempi: - Produttore di miele accanto a produttore di fiori (+) - Fabbrica a monte di un fiume che inquina il fiume dove a valle si trova un allevatore di pesci (-)  Intervento pubblico: internalizzazione delle esternalità (si induce l’inquinatore a tenere conto degli effetti negativi della sua attività), con vari strumenti (tasse, regolamentazione, accordi volontari)

5 3. Potere di mercato Abbiamo visto che la politica antitrust impedisce i comportamenti abusivi delle imprese che possono derivare da un forte potere di mercato Il monopolio naturale è un’altra forma di potere di mercato che implica un intervento pubblico specifico (si veda lezione 11)

6 4. Beni pubblici  Beni che nessuno ha interesse a produrre, perché non danno profitto: sono non escludibili e non rivali  L’unica soluzione è la produzione pubblica (difesa, istruzione, luce della strada, ecc.)

7 Introduzione Anni ‘80 e ’90: non si parla più di politica industriale; è un termine da evitare, sia nei circoli politici che in quelli accademici Perché? -‘Onda’ liberale (Reagan, Thatcher, …) -Teoria neoclassica: politica industriale inutile Ora: ritorno della politica industriale -Dichiarazione Schroeder e Chirac negli anni 2002 e 2003 su necessità di politica industriale -Comunicazioni della Commissione Europea sulla politica industriale nell’Europa allargata ( ) -Pubblicazioni nell’American Economic Review sulla politica industriale (es. Rodrik)

8 Perché questo ‘ritorno’ ? Cosa significa? Che forma prende la politica industriale oggi?  Questi interrogativi costituiscono la problematica della lezione di oggi Struttura lezione: 4 parti/aspetti I. Aspetto concettuale II. Aspetto storico III. Aspetto normativo IV. Aspetto teorico

9 I. Aspetto concettuale - definizione politica industriale - evidenza empirica sull’importanza della politica industriale II. Aspetto storico - evoluzione politica industriale dal 1945 ad oggi - politiche nazionali e europee - identificazione di 3 fasi della politica ind. III. Aspetto normativo - caratteristiche della politica industriale oggi - in che misura caratterizza l’economia aperta e basata sulla conoscenza IV. Aspetto teorico - rinnovo letteratura teorica dell’economia industriale con sviluppo di nuovi approcci: teoria evolutiva, nuova geografia economica, teoria degli incentivi, ecc. - Non esiste una teoria della politica industriale ma diversi approcci che toccano vari aspetti della politica industriale

10 I. Concetto di politica industriale: definizione e misura 1. Definizione Nella letteratura economica, le definizioni e gli approcci teorici alla politica industriale sono numerosi. Le definizioni vanno da ‘concettualizzazioni’ restrittive: “politiche dei governi mirate ad un effetto diretto su un’industria o un’impresa specifica” (McFetridge, 1985) “politiche mirate a industrie particolari ma con effetti, attesi dal governo, positivi per tutta l’economia” (Chang, 1994)

11 …A concettualizzazioni più ampie “la politica industriale include tutte le azioni del governo che influenzano l’industria, come l’investimento, l’innovazione, la politica commerciale, le politiche regionali e del lavoro, gli aspetti ambientali e tutti gli altri aspetti” (Donges, 1980) “le politiche industriali sono costituite da qualsiasi misura che il governo utilizza per promuovere o impedire il cambiamento strutturale” (Curzon Price, 1981) “La politica industriale deve essere distinta dalla programmazione nazionale. E’ piuttosto una formula per rendere l’economia adattabile e dinamica” (Reich, 1982) “Sforzi dei governi che cambiano la struttura industriale per favorire la crescita basata sulla produttività” (Banca Mondiale, 1993)

12 “le politiche industriali comprendono tutte le azioni del governo che mirano a favorire lo sviluppo industriale aldilà di quanto permesso da un sistema di mercato libero” (Lall, 1994) “un insieme d’interventi pubblici come le tasse, i sussidi e la regolamentazione dei prodotti e dei fattori di produzione nazionali che tentano di modificare l’allocazione delle risorse che risulta dalle forze di mercato” (Gual, 1995)  varietà: la o le politiche industriali? Specifiche o no?  comunque le azioni di politica industriale hanno sempre a che fare con i cambiamenti nella struttura industriale  il loro obiettivo è generalmente lo sviluppo industriale e l’aumento nella ricchezza della nazione.

13 Infatti un’economia è in continua evoluzione: -Variazioni nel PIL e nella sua distribuzione -Cambiamenti nella domanda, la tecnologia, la struttura dei mercati, … - perdita (o aumento) improvviso di competitività -Sviluppo di nuove industrie e declino delle ‘vecchie’ industrie -Effetti di scala e esternalità -Ecc.  Necessità di aggiustamenti economici = ri-allocazione e uso delle risorse tra industrie, professioni, territori, ecc.  Ristrutturazioni delle imprese che richiedono politiche di accompagnamento

14 Perché richiesta di accompagnamento del cambiamento? - Il governo garantisce che le regole del gioco concorrenziale siano rispettate (proibizione abusi di posizione dominante, fusione ed acquisizioni per aumento efficienza e non aumento potere di mercato,…) -Adozione nuove tecnologie: garantire incentivi agli innovatori e diffusione nuova conoscenza nell’economia; supporto alla R&S nei nuovi settori -Costi della ristrutturazione: costi sociali (disoccupazione temporanea, formazione a nuove qualifiche per i lavoratori delle industrie in declino, ecc.)

15 Vari approcci: -Approccio ‘interventista’: convinto che si può influenzare il cambiamento strutturale, l’orientamento della struttura delle specializzazioni industriali del paese - Approccio ‘liberista’: riguardo al cambiamento strutturale, meglio lasciare le forze di mercato agire da sole ; tuttavia il governo ha un ruolo da giocare nel ‘garantire le condizioni della concorrenza’, i.e. definire e garantire le regole del gioco.

16 2. Dibattito sul ruolo delle politiche industriali nello sviluppo dei paesi asiatici come Korea, Taiwan, Singapore (Tigri asiatiche) -Neoclassici dicono che politica industriale non ha avuto effetto (opinione confluita in rapporto Banca Mondiale nel 1993) -‘Eterodossi’ (Wade, Amsden, Lall) dicono di sì

17 Dibattito inutile: - Si concentra su questioni di metodologia di stima degli effetti: infatti misurare l’effetto delle politiche industriali è molto difficile perché le politiche sono composte da molteplici misure (sussidi alla R&S, costruzione d’infrastrutture, istruzione, ecc.) e lo sviluppo industriale ha molteplici determinanti difficili da isolare (anche pol. Macro influisce) -Politica industriale presa in definizione restrittiva: solo misure specifiche alle imprese o industrie, non le altre misure come i programmi trasversali di R&S, la formazione, la promozione dei rapporti tra università e imprese, ecc.

18 - La politica industriale implementata dal dopo guerra non è sempre stata la stessa, anche nei paesi asiatici; ci sono state varie fasi in cui gli interventi sono cambiati. Delle misure liberali sono anche state introdotte negli anni ’80 o ’90. - gli approcci dei vari paesi sono stati diversi: dalla Korea particolarmente ‘interventista’ a Singapore maggiormente ‘liberista’nel senso di più fiducioso nelle forze di mercato, anche se interventista. => La questione non è se la politica industriale è stata efficace o meno; piuttosto la questione è qual è il mix di misure che è stato adottato? Com’è cambiato nel tempo? Ci sono similarità con le politiche adottate in altri paesi del mondo? Qual è il mix prevalentemente adottato oggi?

19 3. Misura della politica industriale La forma la più tradizionale della politica industriale è l’aiuto di Stato. Definizione dell’aiuto di stato: È una forma di intervento dello Stato usato per promuovere un certo tipo di attività. Esso implica che alcuni settori o attività economiche sono trattate in maniera privilegiata. L’aiuto crea una distorsione alla concorrenza perché discrimina tra le imprese che ricevono l’assistenza e quelle che non la ricevono.

20 Un’analisi semplice dei dati degli aiuti di Stato mostra che la politica industriale rimane presente in tutto il periodo 1945 – oggi, e viene implementata anche dai paesi più liberali (e contrari alla politica industriale), come gli Stati Uniti e il Regno Unito. Dati OCSE (1998): -Aiuti di stato in % PIL: da 1,09% nel 1989 al 1,10% nel 1993 nell’OCSE - numero programmi di aiuto: 879 nel a 1479 nel Aumento aiuti tecnologici e regionali e diminuzione aiuti a investimento e a PMI

21 Però dati vecchi; dati più recenti: dati della Commissione Europea (DG IV) ma solo per paesi europei Mostrano Trend è diminuzione degli aiuti di stato; Tuttavia = tendenza di aumento = forte diminuzione = leggero aumento Quindi - È importante distinguere le fasi: diminuzione degli aiuti avviene solo in 3 anni (97-99) - dal 2000, fase nuova in cui aiuti riprendono ad aumentare; segno di ritorno della politica industriale?

22 Volume degli aiuti di Stato nell’UE, volume, miliardi €,

23 Trend aiuti di stato in industria (manif + servizi) negli anni ’90 è leggermente negativo ma riprende a salire negli anni 2000 Industria manifatturiera = 30% aiuti di stato nella seconda meta degli anni ’90, 59% nel 2004 => Sembra che i governi si preoccupino di nuovo dell’industria (manifatturiera in particolare) negli anni 2000, e che cerchino di sostenerla.

24 Ma il tipo di sostegno cambia: Le misure ‘orizzontali’ aumentano; per misure orizzontali la Commissione Europea intende: gli aiuti di stato che hanno un obiettivo orizzontale: R&S; ambiente e risparmio energetico; PMI; occupazione e formazione; aiuto regionale Per opposizione ad aiuti con obiettivo verticale, vale a dire specifico a settori particolari: settore manifatturiero, dei servizi, dei trasporti, ecc. NB. ‘Stockholm ridirection objectives’ = obiettivi orizzontali, chiamato così perché al Consiglio di Stockholm del 2001 i paesi sono stati invitati a dirigere il più possibile l’aiuto verso gli obiettivi di coesione.

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26 Paradosso degli aiuti di stato ‘orizzontali’: Definizione aiuto di stato = aiuto specifico ad una o più imprese, in tal modo che alcune imprese sono privilegiate rispetto ad altre e quindi si crea una distorsione della concorrenza Aiuto orizzontale dovrebbe essere aiuto trasversale, vale a dire applicato a tutte le imprese in tutti i settori, quindi non aiuti di stato!  Paranoia della Commissione Europea riguardo alle vecchie politiche industriali !

27 4. Tassonomia delle politiche industriali Le politiche industriali si definiscono come azioni che mirano ad accompagnare il cambiamento strutturale delle imprese. Per definire una tassonomia di tutte le azioni, consideriamo: 1.Le politiche non mirate alle industrie ma che hanno effetto su di loro (stabilità macro; politiche agricole; politica fiscale; energia; ecc.); 2.Le politiche PER l’industria:  politiche industriali: regole, politiche industriali orizzontali e verticali.

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29 II. Storia: evoluzione della politica industriale dal 1945 ad oggi Analisi di 8 paesi per identificare strumenti più usati ed eventuali fasi della politica industriale Paesi: 4 asiatici: Giappone, Corea, Taiwan e Singapore (interesse: rapido sviluppo industriale, varietà di approcci dei governi) 4 europei: Italia, Francia, Germania e UK (interesse: varietà di approcci; effetto processo d’integrazione europeo)

30 Risultati: -Si possono identificare grandi linee di politica implementate in tutti i paesi -Tutti i paesi sperimentano fasi più o meno interventiste: intervento più forte nelle fasi iniziali dello sviluppo e nella ricostruzione dopo catastrofe come guerra mondiale -Nei dettagli (insiemi di misure adottati) la politica è molto diversa tra paesi; il mix di misure appropriato varia a seconda del contesto economico, sociale, storico, ecc.

31 1. Linee di politica protezione delle industrie alla nascita (barriere alle importazioni, sussidi all’investimento); promozione delle esportazioni (sussidi, ricompense alle imprese esportatrici, …) la nazionalizzazione (la proprietà pubblica nel settore manifatturiero) il sostegno alle grandi imprese (misure mirate a favorire la creazione di grandi imprese come la promozione delle fusioni ed acquisizioni, gli ordini pubblici per aumentare il mercato di sbocco delle imprese in considerazione, ecc.) il sostegno alle PMI (promozione dell’imprenditorialità, dell’accesso al capitale finanziare e all’informazione, la semplificazione delle procedure di creazione d’impresa, la promozione delle relazioni con altre imprese e con le istituzioni, ecc.) Governance delle imprese (orientamento della governance delle imprese: promozione dei mercati azionistici, sostegno ai rapporti banca-impresa, ecc.)

32 Attrazione degli IDE in entrata (fiscalità agevolata o sussidi per le imprese che creano delle filiali o fabbriche nel paese, ecc.) Programmi di ricerca scientifica e tecnologica (promozione ricerca universitaria, sussidi di R&S alle imprese, accordi di collaborazione delle imprese per la ricerca di base, relazioni tra imprese e centri di ricerca privati e pubblici, ecc.) Formazione di alte qualifiche (promozione formazione universitaria, specialmente nelle materie scientifiche e tecnologiche) Formazione delle qualifiche intermedie (programmi di apprendistato, di formazione specifica all’uscita della scuola a vari livelli, ecc.) Promozione delle industrie strategiche (definizione delle industrie o delle tecnologie del futuro e programmi di ricerca in queste tecnologie e investimenti in queste industrie).

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36 Però modo di implementare le varie linee sopra definite varia da paese a paese Esempi - governance: Giappone, Corea: favoriscono costituzione gruppi d’imprese (rispettivamente, zaibatsus e chaebols) Francia, Italia, Taiwan: grandi imprese pubbliche - Sviluppo dei settori high tech: Singapore, Irlanda: favoriscono IDE in entrata di multinazionali nei settori tecnologici Corea, Taiwan: acquisizione conoscenze da prodotti importati o da personale che fa formazione in paesi sviluppati; sviluppo capacità di ricerca autonoma rapida (investimento in centri di ricerca, università)

37 Grosso modo 2 tipi di misure di politica industriale: -regole: misure mirate a definire le regole del gioco concorrenziale (misure che riguardano le condizioni della concorrenza nella tassonomia precedente) Esempi: legislazione antitrust, regolamentazione prodotti e settori - capabilities: misure mirate a promuovere la partecipazione degli agenti al gioco concorrenziale (misure verticali ed orizzontali della tassonomia) esempi: politica di R&S, PMI, ecc.

38 Misure adottate variano anche a seconda del periodo: grosso modo si possono identificare tre fasi della politica industriale:

39 Fase Interventista: 1945 – fine 1970s  Ricostruzione per paesi europei e Giappone  Industrializzazione per altri asiatici considerati Governo interviene fortemente e direttamente nel mercato; sostiene specifiche industrie (settori strategici: energia, trasporto e infrastrutture, industria pesante, ecc.); regolamentazione ‘commando e controllo’ (si impone il comportamento giusto all’agente piuttosto che indurlo ad adottare il comportamento giusto come nel caso dell’approccio ‘basato sugli incentivi’ Politica per la concorrenza molto debole

40 Fase liberista 1980s e 1990s Politica industriale inutile; importante è ambiente macro sano Liberalizzazione mercati Riforma regolamentazione industrie di rete Regolamentazione ‘incentive-based’ Antitrust applicato con vigore Soprattutto: USA, UK Ma tutti gli altri paesi adottano alcune misure liberiste, in maniera più o meno forte

41 Fase pragmatica dal 2000 Politica industriale nel senso di orientamento industriale del paese: preoccupazione per lo sviluppo dei settori high tech nel paese Pur mantenendo accento su concorrenzialità dei mercati (antitrust, politica commerciale aperta, regolamentazione basata sugli incentivi)  Definizione dominante della politica industriale negli anni 1990 (in Europa, organizzazioni internazionali come Banca Mondiale…): la politica industriale (che si chiama politica per la competitività) mira a creare un ambiente favorevole allo sviluppo industriale (oppure alla competitività delle imprese)  Negli anni 2000 la definizione è la stessa ma creare un contesto favorevole allo sviluppo industriale significa anche prendere delle misure di sostegno ad alcuni settori (specialmente quelli high tech in cui è importante che il paese si specializzi)

42 III. Aspetto ‘normativo’: caratteristiche della ‘nuova’ politica industriale? Abbiamo identificato tre fasi della politica industriale: ora analizziamo la terza fase più in dettaglio per tentare di rispondere alle seguenti domande: -Se esiste ora una nuova politica industriale, quali sono i suoi elementi principali? -Perché una nuova politica industriale?

43 1. Caratteristiche della nuova politica industriale? Analisi paesi europei, asiatici e Stati Uniti mostra che: -Lo sviluppo di nuovi settori nell’economia garantisce un certo livello di competitività al paese: i Tigers asiatici stanno sviluppando specializzazioni in questi settori; Giappone e USA realizzano politiche forti per lo sviluppo tecnologico e hanno vantaggio rispetto a Europa -Europa: ritardo di competitività da anni; non riesce a sviluppare specializzazioni nei nuovi settori (high tech), è sempre fortemente presente nei settori tradizionali (low tech).

44 Politiche dei paesi più competitivi? Giappone e USA: Accento su sviluppo nuovi settori con: -Programmi di R&S; -Formazione scienziati; -Enfasi su R&S applicata (spesso concentrati in poli territoriali); -Protezione proprietà intellettuale (nuovi modelli come open source) -Legami università, imprese (esempio: Bayh-Dole Act, 1980, USA) e governo (Giappone: Piano Scientifico e Tecnologico di Base II del 2000) Politica per la concorrenza forte (nuovi problemi della politica per la concorrenza con emergenza nuovi settori); regolamentazione incentive-based

45 Europa? - Sostegno a settori tradizionali in crisi assorbe buona parte degli aiuti -c’è innovazione ma non si riesce a sviluppare nuovi settori competitivi -Situazione nell’UE è variegata: da Finlandia competitiva a nuovi membri in transizione, con paesi come l’Italia che non riescono a sviluppare nuovi settori. -Esempio: nuova politica industriale francese, definita nel 2005

46 Esempio: La nuova politica industriale francese è caratterizzata dai seguenti elementi: enfasi sulla ricerca applicata (“innovazione industriale”) rispetto alla ricerca di base; sforzi concentrati su territori specifici (bottom-up); collaborazione e concertazione tra imprese, università e governo; coordinamento centrale dei vari livelli di governo per evitare le sovrapposizioni.

47 Conclusione sulle caratteristiche principali della nuova politica industriale: -Enfasi rinnovata dei nuovi settori -Accento su R&S applicata più che di base -Legame governo (ai vari livelli) – imprese – università -Concentrazione sforzi su territori specifici ma attenzione a relazioni con resto paese e resto mondo (e coordinamento centrale per sfruttare sinergie tra esperienze territoriali) => Perché sarebbe necessaria una tale nuova politica industriale?

48 2. Perché la nuova politica industriale? Perché ci sono stati dei cambiamenti importanti nel contesto concorrenziale che ha indotto alla necessità per le imprese di ristrutturarsi Si possono riassumere i cambiamenti importanti nel concetto di ‘globalizzazione’

49 Globalizzazione = serie di cambiamenti: Accelerazione dell’aumento nel commercio mondiale Miglioramento mercati finanziari Diffusione TCI Diffusione di nuovi sistemi di produzione Diffusione di nuove forme organizzative Fine della divisione del mondo in due blocchi e emergenza di nuovi paesi: Europa Centrale e dell’Est, India, Cina, ecc.

50 Questi cambiamenti implicano: -Nuovi mercati -Nuovi concorrenti  Intensificazione concorrenza nel senso di ampliamento estensione geografica del mercato e di concorrenti più numerosi  Nuove strategie (non prezzo): rinnovo più frequente dei prodotti, personalizzazione dei prodotti, ecc.  Contenuto in conoscenza del prodotto aumenta (incorpora più tecnologia, più design e creatività quindi capitale umano)

51  Processo produzione cambia anch’esso: fasi pre- e post manifattura diventano più importanti in termini di creazione di valore (perché è lì che si crea conoscenza)  Sono anche le fasi in cui gli intangible assets sono più importanti rispetto al capitale materiale  Crescente importanza degli intangible assets nell’economia: conoscenza, innovazione, capitale umano, capitale organizzativo e sociale.

52 Conseguenze: 1. Importanza nuovi settori: - generano maggiore valore aggiunto e hanno maggiore potenziale di crescita - le loro tecnologie possono essere usate negli altri settori per migliorare prodotti 2. Difficoltà crescente per settori tradizionali: - concorrenza da paesi emergenti sui segmenti più bassi - necessità di internazionalizzazione per essere presenti su più mercati e per approfittare dei costi di produzione più bassi in altri paesi

53 3. Tutti i settori devono sviluppare processi di produzione intensi in capitale immateriale; vale a dire si devono ristrutturare e spesso chiedono aiuto ai governi  Ritorno aiuti di stato al settore manifatturiero e soprattutto preoccupazione dei governi per la struttura delle specializzazioni industriali del paese

54 IV. Aspetto teorico: fondamenti teorici della ‘nuova’ politica industriale? Ragioni dell’intervento dello Stato nella teoria standard: Fallimenti di mercato Internalità (asimmetrie informative) Esternalità Potere di mercato Beni pubblici

55 Ragioni per la politica industriale (Geroski, 1996): -Fallimenti di mercato -Vantaggi comparati e specializzazioni Scuole di pensiero: -Tutte d’accordo su necessità d’intervento per correggere fallimenti del mercato -Non su vantaggi comparati: per i liberisti, basta creare condizioni per sviluppo industriale e le forze del mercato creano le specializzazioni migliori per il paese; per gli ‘interventisti’, il governo può intervenire in maniera efficace (evitando i ‘fallimenti del governo’)

56 Anni 80 e 90: rinnovo della teoria dell’economia industriale che permette di fornire un fondamento teorico ai vari elementi della nuova politica industriale: -Teoria evolutiva (Nelson, Winter, Dosi) -Teoria degli incentivi (Laffont, Tirole) -Teoria del commercio strategico (Brander, Spencer) -Nuova geografia economica e approcci che enfatizzano importanza dei cluster (Amin, Storper, Malecki; Maillat, Carmagni; Becattini, Brusco; Schmitz, Nadvi, etc.)

57 1. Teoria evolutiva -Conoscenza come unità di analisi e non lo scambio -Importanza progresso tecnico nella crescita di un paese -Specificità delle traiettorie tecnologiche e dei sistemi nazionali (regionali) d’innovazione -Ruolo delle istituzioni nello sviluppo industriale: es. Nelson, Baumol e Wolff (1994) mostrano che la capacità delle istituzioni di anticipare le evoluzione future dell’economia e di rimettersi in questione quando il contesto cambia determina la performance economica dei paesi => Nuova politica industriale: giustifica accento su nuovi settori; ruolo dello Stato nella politica industriale; enfasi relazione governo – imprese - università

58 2. Teoria degli incentivi Sviluppata nell’ambito dell’economia dell’informazione e dei modelli con asimmetria di informazione (azzardo morale e selezione avversa) Giustifica intervento governo per: -Fornire incentivi alla cooperazione (in R&S: il mercato non fornisce questi incentivi a causa di esternalità positive e di problemi di appropriabilità) -Definire regolamentazione ottimale di alcuni settori come industrie di rete (fondamentali per assicurare infrastrutture per lo sviluppo industriale): trasporti, energia, telecomunicazioni fino agli anni 90

59 3. Teoria del commercio strategico Legittima la politica industriale nel senso di interventi specifici e selettivi nei settori strategici La teoria mostra che il commercio internazionale libero non è sempre ottimale: in caso di concorrenza imperfetta e in particolare di settori caratterizzati da elevati costi di R&S, il beneficio a lungo termine in termini di benessere mondiale della protezione dell’industria nazionale è maggiore del costo (solo nel breve termine) di tale protezione

60 4. Nuova geografia economica e approcci basati sui cluster  Letteratura ampia, variegata e complessa, che va dalla nuova geografia economica (Storper) alla letteratura sui ‘milieux innovateurs’ (Carmagni, Maillat), incluso la letteratura sui distretti industriali (Becattini, Brusco e ‘seguitori’),…  Giustifica l’approccio focalizzato territorialmente (‘bottom-up’)

61 Nell’insieme gli sviluppi teorici permettono di mettere in evidenza 5 elementi di una teoria della nuova politica industriale: 1.l’intervento pubblico può influenzare la struttura delle specializzazioni di un paese (nelle parole di Rodrik, 2004, il vantaggio competitivo è costruito, non ereditato); 2.le risorse fondamentali dei paesi oggi sono la capacità tecnologica e d’innovazione e il capitale umano (il capitale intangibile); 3.il quadro istituzionale deve essere disegnato in modo da minimizzare i rischi di “capture” e da favorire l’interazione tra gli agenti dell’economia (imprese, centri di ricerca, centri di formazione, governi ai vari livelli);

62 4.l’azione deve essere mirata a specifici settori (o attività) e concentrata su alcuni “poli” territoriali dove la cooperazione tra imprese, autorità governative e università/centri di ricerca è maggiormente intensa; 5.lo sviluppo industriale si realizza “dal basso” ma il governo centrale ha un ruolo importante di coordinatore e catalizzatore (per orientare le specializzazioni industriali del paese e per sfruttare le complementarietà tra territori).

63 Caso: La politica a favore dei cluster d’imprese

64 Introduzione Un accento recente sia a livello nazionale che a livello europeo delle politiche per le PMI e della politica tecnologica riguarda i cluster d’imprese. La Commissione Europea ha anche commissionato molteplici studi di esperti sui cluster e le politiche a favore dei cluster  Cosa sono i cluster?  perché una così grande attenzione?  un azione a livello europeo sarebbe utile?

65 1.Definizione e caratteristiche cluster cluster produttivi e cluster tecnologici 2.Evidenza sul contributo dei cluster allo sviluppo regionale e nazionale Evidenza aneddotica, non sistematica 1.Politiche a favore dei cluster: cluster tecnologici promuovere cluster in settori tradizionali non interessa (a parte in paesi in transizione o in via di sviluppo) cluster visto come possibilità di innescare sviluppo del settore nuovo nel paese

66 I. Definizione cluster Secondo Rapporto Gruppo d’Esperti per la Commissione Europea, Cluster = “geographically closed groups of interconnected companies and associated institutions in a particular field, linked by common technologies and skills. They normally exist within a geographic area where ease of communication, logistics and personal interaction is possible. Clusters are normally concentrated in regions and sometimes in single towns”

67 Poi il rapporto tenta di definire la politica a favore dei cluster; infatti sarebbe più appropriato parlare dei cluster come obiettivo della politica industriale: vale a dire favorire la creazione di cluster per favorire lo sviluppo industriale, con varie misure possibili per raggiungere questo obiettivo Perché interesse del livello europeo per questa forma di collaborazione tra imprese e istituzioni locali? => Nella Carta Europea delle PMI i paesi membri s’impegnano a favorire la collaborazione tra PMI ai livelli locali, nazionali ed europei e la cooperazione tra PMI e istituzioni della ricerca

68 Caratteristiche cluster: -Relazioni economiche e sociali dense; -In un contesto locale coeso ed omogeneo dal punto di vista culturale; -Elevato capitale sociale; -Scambio di conoscenze intenso e creazione collettiva di conoscenze Effetti: -Costi di transazione e di comunicazione bassi -Economie esterne (efficienza collettiva) -Apprendimento e innovazione

69 Settori dei cluster? Si trovano cluster in tutti i settori, tranne quelli dove le economie di scala sono elevate (esempio: acciaio): -Settori tradizionali: distretti del Made-in-Italy, distretti produttivi in paesi in via di sviluppo -Settori di intensità di tecnologia media (automobile, costruzione navale, ecc.): alcuni cluster, soprattutto tra fornitori di grandi imprese -Settori nuovi (high tech): farmaceutico, biomedicale, nanotecnologie, ecc.  Alcune esperienze di paesi dove una specializzazione in un nuovo settore è nata dallo sviluppo di un cluster di PMI (Silicon Valley)

70 I cluster di successo generalmente sono nati dall’iniziativa privata, non da un intervento pubblico mirato a crearli. Tuttavia, il successo di alcuni cluster ha indotto i governi ad interessarsi a questa tipologia di forma organizzativa delle PMI. Nell’UE: interesse dei paesi prevalentemente a cluster high tech => Concentriamo l’attenzione sui cluster tecnologici

71 II. Evidenza su contributo dei cluster allo sviluppo industriale regionale e nazionale? Non esiste un’evidenza sistematica, nel senso di basata su dati che paragonano a livello nazionale o europeo, la performance dei cluster rispetto a quella delle imprese isolate. Esiste un’evidenza aneddotica, vale a dire basata su alcuni casi. Esempi famosi: USA: Hollywood, Wall Street, Detroit, Silicon Valley, Route 128 Svizzera: industria dell’orologio Italia: Prato, Carpi, Sassuolo, Mirandola, Montebelluna, ecc. Francia: Grenoble (Nanotecnologie), Toulouse (aeronautica), Lione (biotecnologie), e così via => Esistono studi che mettono in evidenza vantaggi del cluster e alcuni fattori della sua emergenza e della sua performance

72 Ragioni per la creazione di cluster? La letteratura che affronta questo interrogativo è ampia: da Marshall (1920) a Krugman (1991) Le spiegazioni dello sviluppo dei cluster includono: -Presenza di risorse naturali; -Economie di scala nella produzione o l’acquisto; -Sviluppo di mercati del lavoro specializzati; -Sviluppo di fornitura locale specializzata; -Infrastruttura condivisa; -Esternalità localizzate. Spiegazioni dell’emergenza dei cluster in specifici territori?

73 Perché i cluster emergono in territori specifici? Vale a dire, Perché il distretto di Prato è a Prato e non a Firenze? Perché quello di Mirandola non è a Bologna? Non si sa bene perché. L’analisi di Porter (1990) su perché i paesi sviluppano certe specializzazioni e non altre può essere usata per spiegare l’emergenza di cluster in luoghi particolari. I fattori che mette in evidenza sono: -Le condizioni della domanda e dei fattori di produzione; -Presenza di industrie ad attività complementare; -Struttura e rivalità nel contesto locale.

74 Nel caso dei cluster, le spiegazioni possono essere: -Presenza di risorse naturali: casi dei cluster di Carrara (marmo); di Solingen in Germania (cluster di produzione di coltelli che beneficia della presenza di minerale di ferro e di legno); dell’industria della seta nell’Ovest del Giappone (clima umido); anche l’industria del film di Hollywood a beneficiato di risorse naturali particolari (clima soleggiato; terreno poco costoso; prossimità di paesaggi variegati); -Concentrazione nel territorio di specifiche competenze: elettronica in San Francisco Bay; industria ottica a Wetzlar (Germania); -Domanda locale specifica: ha spinto sviluppo del distretto dell’imballaggio a Bologna; l’industria di attrezzature per l’automatizzazione delle fabbriche a Torino; l’industria della seta in Giappone; -Spinoff da altre attività: cluster fibre sintetiche vicino a cluster della seta in Giappone.  Vari fattori che favoriscono l’emergenza di un cluster

75 Possiamo mettere in evidenza fattori favorevoli, però non sappiamo di preciso perché un cluster nasce e si consolida in un posto e non in un altro  Conclusione di politica: se vogliamo favorire l’emergenza di un cluster in un luogo, possiamo mettere insieme i fattori che favoriscono l’emergenza di un cluster (risorse naturali, capitale umano, presenza di attività industriale complementare, ecc.); però non siamo sicuri che un cluster emergerà e funzionerà (ci sono casi in cui i cluster sono nati dall’iniziativa di un imprenditore: esempio, Mirandola)

76 III. Politiche a favore dei cluster Negli ultimi anni i paesi membri hanno implementato delle politiche a favore della creazione di cluster L’accento è stato sui cluster high tech Livello europeo: coordinamento delle iniziative nazionali; scambio d’informazione tra paesi membri per condividere esperienze => I cluster si sviluppano in specifici aree locali e l’applicazione del principio di sussidiarietà conclude che il livello più adeguato di implementazione di queste politiche è quello nazionale o regionale.

77 Cosa sono i cluster high tech? Sono i parchi scientifici o gli incubatori d’imprese Definizione: Parco scientifico = “un’organizzazione gestita da professionali specializzati, il cui obiettivo principale è quello di aumentare la ricchezza della sua comunità promuovendo la cultura d’innovazione e la competitività delle imprese e delle istituzioni di ricerca associate” (definizione dell’Associazione Internazionale dei Parchi Scientifici) = parco tecnologico = technopole

78 Incubatori d’imprese = parchi mirati specificatamente alla creazione d’impresa; possono essere di vari settori, non solo high tech Le politiche a favore dei cluster sostengono i cluster esistenti oppure sostengono la creazione di parchi. Come? Fornitura pubblica di servizi logistici, tecnologici e altri servizi alle imprese; I parchi sono generalmente creati attraverso il partenariato tra governi nazionali e regionali, imprese e università o altri centri di ricerca locali. Esempio: BioRegio di Heidelberg (finanziamento nazionale per sviluppare le biotecnologie in Germania)

79 Perché un parco favorisce l’innovazione? Diverse ragioni: 1.Prossimità delle imprese e delle università o altri centri di ricerca permette accesso facilitato alla tecnologia e all’innovazione e quindi maggiore innovazione e diffusione dell’innovazione 2.Creazione cultura di collaborazione tra università e imprese che permette più facile applicazione della ricerca 3.Economie di agglomerazione (attrazione capitale umano, sviluppo capitale sociale, ecc.) 4.Accesso facilitato a capitale finanziario: pubblico e privato (venture capital favorisce imprese dei parchi rispetto ad imprese isolate)

80 Storia dei Parchi Scientifici: -Primo parco scientifico: Stanford (creato con l’idea di legare il campus di Stanford con l’economia regionale), Dopo sviluppo negli USA: Cornell Business and Technology Park a NY (1952), Oklahoma (1957), … -Primi parchi europei negli anni 1960: prima nel Regno Unito, anche se il parco più famoso tra i primi parchi europei è Sophia Antipolis (1969) in Francia, che rimane oggi il più grande parco europeo (24500 addetti) -L’Europa è ora il continente con il numero maggiore di parchi scientifici; la densità dei PS è particolarmente elevata nel nord Europa (paesi scandinavi, Germania, ecc.)

81 -I parchi scientifici esistono anche in Asia: Giappone: 110 PS; Cina: 100 Annerstedt (2006): si possono distinguere 3 generazioni di PS, 1.Prima generazione: ‘science push’ 2.Seconda generazione: ‘demand pull’ 3.Terza generazione: flussi glocali interattivi

82 Prima Generazione di PS I parchi della prima generazione sono estensioni di una università in una zona vicina dedicata che include dei servizi alle imprese, servizi per facilitare gli spinoff, ecc. Generalmente sono controllati dall’università attraverso la creazione di una società che gestisce il parco La filosofia d’innovazione di questi parchi è ‘science push’: le nuove idee sono diffuse verso le imprese che creano prodotti.

83 Seconda Generazione di PS I parchi della seconda generazione possono essere creati da università o da imprese, e sono caratterizzati dal fatto che sono guidati dagli interessi delle imprese e non dell’università. Sono gestiti da un’impresa privata e indipendente dall’università. La filosofia d’innovazione è ‘demand pull’, nel senso di guidata dalle richieste del mercato (la ricerca ha l’obiettivo di rispondere alle esigenze del mercato, non è il mercato che si deve adattare alle innovazione fatte)

84 Terza Generazione di PS I parchi della terza generazione sono diversi dei primi due in quanto sono integrati all’ambiente urbano: i primi due tipi di parco sono costruiti generalmente in zone vicine ma fuori della città delle università. I PS della terza generazione sono creati per essere in simbiosi con la città: sono la quintessenza delle relazioni tra imprese, università e governo. Sono sia research push che demand pull: rispondono ai bisogni legati allo sviluppo locale e creano nuove attività. Sono maggiormente aperti all’esterno (relazioni globali) e inseriti nei flussi di conoscenza globale

85 Evidenza empirica sull’effetto dei PS? Esiste poca evidenza empirica; alcuni studi: -UK: Westhead e Storey (2002) trovano che le imprese dei PS hanno una crescita più costante e più alta di quella delle imprese fuori dei PS -Italia: Colombo e Delmastro (2002) paragonano la performance delle imprese dei PS e dei Incubatori rispetto alle imprese isolate nel 2000 trovano 17 PS in Italia: primo PS è quello di Trieste (1982), il RAF di Milano, il VEGA di Venezia e il Parco ambientale di Torino; tutti 4 comprendono il 50% di tutte le imprese italiane nei PS; i due primi parchi contengono il 50% degli addetti dei PS italiani

86 I PS italiani sono piccoli rispetto ai PS del resto dell’Europa: i 17 PS italiani comprendono in tutto 4021 addetti, mentre il PS di Sophia Antipolis da solo comprende 24500!  nell’insieme, dal 1960, circa il 25% dei PS è fallito e il 50% dei sopravissuti ha cambiato specializzazione  Sembra che leadership forte e contesto locale siano importanti nel determinare il successo del cluster (si veda caso Heidelberg)

87 Incubatori: 425 in Italia di cui il 30% in settori high tech Risultato: Le imprese dei PS e incubatori hanno, rispetto alle imprese isolate: -una manodopera più istruita; -Una probabilità di adozione dell’innovazione maggiore -Una partecipazione a progetti internazionali di collaborazione in R&S maggiore -Una maggiore intensità di collaborazione e scambio di conoscenze -Un accesso facilitato al finanziamento: pubblico e privato

88 Esempi di politiche: 1. Belgio Politica implementata a livello regionale: -Regione fiamminga: Flemish cooperative networks for innovation ( )  sostegno alla ricerca collaborativa (settore: ICT) -Regione wallona: sostegno a cluster tecnologici (esempio di settore: aeronautica) Misure: -Animazione dei cluster (agenzia esecutiva) -Consiglio strategico e studi -Programmi di collaborazione in R&S -Programmi di formazione -Piattaforme per lo scambio d’informazione

89 2. Danimarca Politica finanziata centralmente e implementata a livello regionale: sviluppo di 2 cluster (Medicon Valley; NorCom Wireless Communication cluster) Misure: -Investimenti in infrastruttura -Marketing congiunto -Fondi di venture capital -Piattaforme per lo scambio d’informazione

90 3. Germania Politica finanziata e definita centralmente e implementata a livello regionale 2 programmi: -BioRegio contest (biotecnologie) -EXIST (university-based startups; promozione di una cultura imprenditoriale all’università) Misure: -Programmi di ricerca -Investimenti in infrastruttura -Fondi di venture capital per start-ups -Networking imprese – istituti di istruzione superiore

91 Caso BioRegio Heidelberg PS nato nel 1996 = uno dei 3 PS che hanno ricevuto finanziamenti dal governo centrale in questo progetto Forte sinergia attori locali: creazione della BioRegion Rhein-Neckar-Dreieck e.V. un’organizzazione non profit, che raggruppa tutti gli attori locali, come le istituzioni di R&S e industriali, la comunità locale, le camere di commercio, le organizzazioni finanziare e di servizi. L'associazione ha un ruolo fondamentale in quanto è il centro di una rete di relazioni tra tutti gli attori coinvolti.

92 3200 scienziati lavorano in biologia moleculare e nelle biotecnologie, e soprattutto nell'università: nel centro di biologia moleculare (ZMBH), il centro tedesco di ricerca sul cancro (DKFZ), il Max- Planck-Institute di ricerca medica (MPI) e il laboratorio di biologia moleculare (EMBL). Grandi imprese farmaceutiche sono anche presenti e giocano un ruolo attivo: BASF, Roche Diagnostics, Merck, assumono nella regione più di mille ricercatori e sostengono gli start-up attraverso il finanziamento diretto o la partecipazione in capitale venture regionale.

93  successo: -Creazione competenza innovativa nelle biotecnologie -Attrazione scienziati da tutta la Germania e estero -Creazione nuove imprese biotec: attraverso start- up dall'università e dalle istituzioni di R&S, spin- off d'imprese e creazione di nuove divisioni da parte delle grandi aziende

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95 4. Francia Politica finanziata e definita centralmente e implementata a livello regionale Vari programmi: -Anni 1990: promozione cluster nei vari settori, anche non high tech -Anni 2000: ritorno focus su nuovi settori Nel 2005 rilancia politica industriale con grande attenzione a collaborazione governo-imprese- università e orientamento struttura industriale verso settori high tech; 2 misure: -Creazione poli di competitività -Creazione agenzia per l’innovazione industriale

96 I poli di competitività riuniscono, all’interno di un territorio, le imprese, i centri di formazione e di ricerca, dedicati a dei progetti comuni innovativi e disponendo di una dimensione sufficiente alla visibilità internazionale. Possono essere “tecnologici”, dove la R&S è prevalente, oppure “industriali” dove il vantaggio competitivo è costituito dalla densità del tessuto produttivo e della rete di commercializzazione. I poli favoriscono l’innovazione e la messa in comune delle competenze, di modo da rinforzare le specializzazioni e farne emergere delle nuove, nei nuovi settori. => 67 poli di competitività selezionati, prevalentemente nel high tech; esempi: polo delle neuroscienze nella regione di Parigi, il polo delle nanotecnologie a Grenoble, quello della virologia a Lione, ecc.

97 l’Agenzia dell’innovazione industriale, incaricata di coordinare alcuni “grandi programmi”, dedicati a specifiche tecnologie del futuro e che mirano a mettere insieme le competenze e creare sinergie tra gli attori. Coordina anche i fondi dedicati i poli di competitività: i fondi per le PMI, per la R&S, dai Ministeri, dalle varie Agenzie e dalle autorità locali.

98 5. Italia Nessuna legislazione di sostegno ai cluster  Unico paese membro senza politica di sostegno ai cluster Alcuni regioni hanno implementato o stanno implementando politiche di sostegno ai cluster regionali, attraverso il finanziamento di agenzie locali che sostengono la competitività del cluster, l’esportazione, marketing, … Queste agenzie sono generalmente delle enti miste (a capitale sia privato che pubblico), il capitale pubblico essendo quello delle autorità locali.

99 6. Nuovi paesi membri (entrati nel 2004) Hanno tutti dei programmi di sostegno ai cluster Dato il livello di sviluppo industriale e la specializzazione industriale di questi paesi, i cluster si trovano soprattutto nei settori tradizionali; politica a favore dei cluster è parte di politica di sostegno alle PMI Esempi: Repubblica Ceca: 39 cluster sostenuti; finanziamento centrale (ed europeo) e iniziative locali guidate centralmente Ungheria: 19 cluster; politica top-down Latvia: 4 cluster in silvicultura, IT, high tech

100 6. Nuovi paesi membri (entrati nel 2004) Hanno tutti dei programmi di sostegno ai cluster Dato il livello di sviluppo industriale e la specializzazione industriale di questi paesi, i cluster si trovano soprattutto nei settori tradizionali; politica a favore dei cluster è parte di politica di sostegno alle PMI Esempi: Repubblica Ceca: 39 cluster sostenuti; finanziamento centrale (ed europeo) e iniziative locali guidate centralmente Ungheria: 19 cluster; politica top-down Latvia: 4 cluster in silvicultura, IT, high tech

101 Conclusioni Politica europea a favore dei cluster: Esternalità tra paesi nello scambio di esperienze tra paesi e nella diffusione dell’innovazione nell’UE I cluster sono confinati su territori limitati e livello ottimale di politica è locale (vicinanza a attori locali e conoscenza bisogni locali) e nazionale (per i cluster high tech la cui ricerca richiede elevati e rischiosi investimenti) Livello europeo: coordinamento politiche nazionali; scambio di esperienze tra paesi; promozione flussi di conoscenze tra paesi e tra cluster; favorire sfruttamento sinergie tra cluster di vari paesi (esempio: legami tra cluster biotecnologici di vari paesi => messa insieme conoscenze complementari e quindi innovazione)

102 CONCLUSIONI: -Abbiamo mostrato vari argomenti a favore di una nuova fase della politica industriale dal 2000 in poi -Questa fase è caratterizzata da un ritorno all’attenzione alla struttura delle specializzazioni del paese e un certo grado di intervento diretto per favorire l’emergenza dei settori strategici -L’importanza del quadro concorrenziale competitivo è sempre sottolineata, come nella fase precedente (liberista) -Non esiste una teoria della politica industriale unificata, ma si può dare un fondamento anche teorico alla nuova politica industriale -Esistono vari approcci che giustificano i diversi elementi della nuova politica industriale


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