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P AESI PRODUTTORI DI SETA. C ALABRIA Nell’800 a Catanzaro sorse un centro di raccolta di tutta la produzione calabrese e le sete di Catanzaro vestirono.

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1 P AESI PRODUTTORI DI SETA

2 C ALABRIA Nell’800 a Catanzaro sorse un centro di raccolta di tutta la produzione calabrese e le sete di Catanzaro vestirono i ricchi di mezzo mondo. La città di Catanzaro effettivamente fu il principale centro della regione dove quest’arte si diffuse, conferendo alla città stessa ricchezza e prestigio e siamo solo nell’800. Si produceva notevole quantità di tessuto damascato diffuso dalla Siria (Damasco) da cui il nome stesso deriva. Ancora particolarmente importante a Cortale era l’arte della seta grezza per farne abiti da donna usando i colori della tradizione calabrese che sono il rosso, il verde, l’azzurro, il giallo-oro. L’ allevamento del baco da seta e la produzione dei bozzoli aveva carattere familiare: le allevatrici acquistavano le uova del baco e le tenevano al caldo nel seno in un fazzoletto di lino, aspettando che i bacolini venissero fuori dal guscio, iniziando così la loro breve esistenza. Altre invece compravano i neonati di baco e li nutrivano con foglie di gelso triturate, poi li collocavano nei cosiddetti cannizzi che erano dei graticci di canne a più piani. La seta Calabrese era effettivamente di qualità eccelsa ed invase i mercati europei facendo scuola ad altre nazioni europee che si sentivano leader nel settore. Intanto le richieste Calabresi aumentavano e divenne uno dei pilastri su cui poggiava la nostra economia, questo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Il massimo sviluppo della seta si ebbe nel Settecento. A Catanzaro si contavano settemila setaioli e mille telai. Si producevano drappi, damaschi e broccati apprezzati in tutta Europa. Tante però per la delizia del lettore furono le leggende che circolavano oralmente sulla produzione serica calabrese ma in questo ambiente e per dovere di studio a noi le leggende, interessano poco.

3 Il grande Imperatore Federico II di Svevia fu infatti accanito difensore di quest’arte. Unico e solo documento certo riscontrato in tale viaggio è un rogito notarile citato, quale testimonianza certa, dallo storico e studioso francese Andrè Guillon, risalente al 1050 nel quale si cita:”fra i beni della curia metropolita reggina figura un campo di migliaia di gelsi”. Nella provincia di Reggio il primo imput alla seta fu dato dagli Ebrei, ma ben presto si aprirono contese tra Genovesi e Lucchesi per il monopolio del prodotto. Spingendo così nel 1511 un’ordinanza del re Ferdinando di Aragona, che li costrinse ad abbandonare il nostro paese. Infatti, Reggio Calabria poteva esportare, quasi, soltanto seta in pagamento di ciò che importava e poiché non tutti accettavano il pagamento in seta, non poteva sfuggire alla pesante mediazione messinese che deteneva la chiave dell’esportazione. In quegli anni a Reggio si era sviluppata una monocultura in quanto la seta da sola bastava a pagare tutto. Essa infatti “… rappresentava per Reggio Calabria una specie di eldorado”.Da Reggio la lavorazione del prodotto si sparse fino a Villa San Giovanni dove il Grimaldi fonda una nota filanda che produceva tessuti di ottima fattura nel Solo nel 1863 in tutta la Calabria si enumerarono 120 filande effettivamente la storia ha parlato chiaro. A Cosenza la seta si propagò nella valle del Crati, dove la coltivazione del baco da seta costituiva il principale sostentamento della povera gente. Centri importanti di lavorazione furono: Montalto, Bisignano, Altomonte,Castrovillari e Longobucco. NOTE STORICHE …

4 La tradizione calabrese prevedeva inoltre che i damaschi più preziosi fossero stesi ai balconi delle case padronali durante le processioni (usanza tutt’oggi viva). Di grande pregio storico ed artistico i damaschi antichi di proprietà della Basilica dell’Immacolata di Catanzaro. Nel ’700 la maggiore richiesta di filato era legata alla nascente industria tessile che si evolveva in continuazione con macchinari sempre più sofisticati: il filatoio ad acqua,la macchina di Jenny, il Mule etc. All’inizio ’800 l’energia idraulica veniva utilizzata su vasta scala, per poi, successivamente, passare alla macchina a vapore. Dalle macchine per filare in legno si giungeva a quelle di ghisa e, infine, a quelle automatiche in acciaio. Oggi questi manufatti in seta sono prodotti per realizzare coperte, tessuti d’arredo,ornamenti e paramenti sacri, scialli, biancheria (tovagliato, lenzuola, asciugamani). La decadenza dell’arte della seta in Calabria fu determinata soprattutto dal monopolio vessatorio che il governo Italiano aveva cominciato ad esercitare su di essa che impedì ogni progresso, e mentre al Nord la seta veniva sempre più valorizzata al Sud rimase allo stato primitivo per cui le sete calabresi persero prestigio. A ciò si aggiunsero altri fattori, quali il sempre più difficile allevamento del baco a causa della carenza di manodopera, di varie epidemie e di sconvolgenti terremoti, così che la bellissima arte della seta divenne un ricordo lontano. Oggi rimane solo qualche rudere di filanda e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.

5 T HAILANDIA Le sete e i cotoni thailandesi sono più che leggendari e riflettono la ricca diversità della cultura del paese. La magnifica, iridescente seta thailandese, originaria del nord del Regno, è in tutto il mondo motivo di orgoglio per il paese. Oggi, esistono molti centri di produzione della seta ma il nord est rimane il maggior centro di produzione. Vicino a sete stampate di vari colori, molte tessiture speciali sono divenute celebri, una di queste si chiama mudmee ed è un tipo di ikat proprio del Nord Ovest. Ogni gruppo etnico dal nord al sud ha un proprio modo di vestire, stili e tecniche di tintura che sono diventati una parte integrante della propria identità. Tra tutte le tribù delle colline il colorato modello dei loro vestiti è ciò che si ricorda di più. Molti villaggi permettono di seguire l’intero processo di lavorazione della seta, dalla nascita e dall’incubazione dei bachi da seta, dalla coltivazione alla filatura, dalla tintura alla tessitura. Anche il cotone thailandese, lavorato a mano, è molto popolare, soprattutto nel nord. Prodotto in vari pesi e misure sia per uso domestico sia per i vestiti è esportato in grosse quantità. Esistono tipi molto diversi di cotone come il nam lai e il tin chok, per non parlare delle gonne a tubo portate dalla tribù Thai Lue. Nel Nakon Si Thamamarat è possibile trovare sia il famoso cotone yok nakhon sia i vestiti batik di influenza malesiana e le brillanti gonne patae.

6 La seta è probabilmente il prodotto artigianale thailandese più conosciuto. L’origine è nel Nord del paese dove le donne dei villaggi usano ancora telai primitivi per tesserla e le tecniche di lavorazione si tramandano da centinaia di anni di generazione in generazione. Al di là del valore commerciale, i colori della seta cambiano in base al rango sociale di chi la indossa. Dopo un periodo di declino, l’industria della seta toccò l’apice della produzione grazie a Jim Thmpson che con la sua impresa cominciò ad esportare questa preziosa stoffa in tutto il mondo. Oggi esistono molti centri di produzione della seta ma i più importanti rimangono nel Nord del regno e a Bangkok. Oltre la seta stampata, molte altre bellissime stoffe prodotte in Thailandia sono divenute celebri. Una di queste è la Pha Mudmee, una specialità del Nord Est, sicuramente quella più di moda che necessita di mani esperte per lavorarla. Un’altra stoffa di effetto è la Pha Yok, un broccato intrecciato con filo d’oro e argento che richiede ore e ore di lavorazione. Per la preziosità e l’impatto visivo, questa stoffa è destinata alle cerimonie importanti e nei matrimoni. Sulla via della seta, anche i cotoni hanno acquisito popolarità. Tessuti completamente a mano, presentano meravigliosi disegni geometrici e presso le tribù del Nord sono usati come decorazioni a gonne e giacche o per farne delle borse. I colori variano da tribù a tribù ma generalmente sono sgargianti e vivaci nei toni del blu, del rosso e del nero.

7 I L G IAPPONE ED I SUOI ABITI DI SETA I tessuti utilizzati per i kimono si distinguono tra somemono (tinto o dipinto), più elegante, e orimono (con motivo tessuto) meno elegante. Tra i primi i più usati sono: seta rinzu, seta chirimen, seta habutae, seta ro o sha, seta tsumugi, mentre i secondi includono lana, canapa, lino e cotone. Materiali che non siano seta sono per solo uso informale. Sete con finitura lucida come la rinzu sono più formali di quelle non lucide. La seta (kinu) è la più nobile delle fibre naturali. Costosa per il tipo di produzione e pregiata per le sue caratteristiche di lucentezza, elasticità, leggerezza e freschezza, nonostante la sua finezza, è un tessuto molto resistente con una buona protezione termica. Importata dalla Cina agli albori della civiltà nipponica, la seta giapponese ha conosciuto secoli di evoluzione fino a diventare la più pregiata e costosa al mondo. È il tipo di tessitura a determinare le diverse tipologie di tessuto. La seta senza particolare lavorazione si chiama hiraginu o kiginu.

8 Habutae (taffettà): seta morbida, lucida e spessa. Taffettà: termine generico indicante tessuti in armatura tela, tele di seta o cotone. Chirimen (crèpe cady): seta con una superficie ondulata, quasi leggermente crespata, ottenuta con una tecnica di tessitura che prevede la torsione dei fili mentre si tesse. E’ una seta robusta ed elegante, viene utilizzata per kimono non troppo formali. Crèpe è il nome generico dei tessuti di vario tipo, peso e origine, dal caratteristico aspetto granuloso, increspato, ondulato e comunque mosso; che può essere ottenuto per effetto dei filati omonimi, che grazie alla torsione forzata molto alta creano queste increspature. Ne esistono numerosissime varianti: crèpe-de-chine più compatto e pesante, ben drappeggiabile, ottenuto con l’impiego di trame a torsione alternata, spesso stampato; crèpe georgette leggero, trasparente, arioso, a grana finissima, leggermente ondulato, solitamente unito; crèpe satin morbida, rasata, lucido, crèpe marocain il più pesante di tutti, con filato di trama più grosso dell’ordito che crea un effetto di costine ondulate. Cady: tessuto pettinato, di cotone, lana o altre fibre, usato per abbigliamento; elegante.

9 G LI SCHIAVI DELLA S ETA : I NDIA La produzione massiccia della seta è patrimonio soprattutto di due paesi: Cina e India, che possono vantare un prodotto che non ha nulla di artificiale se non la maniera assai innaturale con la quale i bachi vengono ingozzati per filare il bozzolo. Ma quanto costa in realtà la seta asiatica? Come viene prodotta, da chi e a che costo sociale? Un fascio di luce viene gettato sul modello di produzione asiatico della seta indiana da Human Rights Watch che, nei giorni scorsi, ha pubblicato un rapporto di un'ottantina di pagine sulle condizioni di lavoro dei bambini indiani, tra i principali operai degli opifici del Karanataka, del Tamil Nadu o dell'Uttar Pradesh che costituiscono il cuore del silk business indiano. Il titolo lascia pochi dubbi: «Small Change: Bonded Child Labor in India's Silk Industry». Bonded non sta esattamente per «schiavi» ma per un suo equivalente: una sorta di prigionia per debiti, un vincolo spesso difficile da sciogliere e che, ancora una volta, ha per oggetto i bambini. Il fenomeno non è marginale: «Il governo indiano sostiene che in India non ci sono bambini prigionieri. In effetti, sono dappertutto », dice Zama Coursen-Neff, consulente di Human Rights Watch's, Children's rights division.

10 Secondo il rapporto, nonostante l'India abbia buone leggi e si sia fatta carico del problema del lavoro minorile, il governo di Delhi non fa abbastanza. Le sue campagne contro il lavoro forzato dei minori hanno raggiunto fabbriche importanti come quelle dei tappeti o dei beedi (sigarettine che richiedono, come per la seta, abili manine) ma le migliaia di fabbriche sfuggono al messaggio e ai controlli. Le condizioni sono spesso terribili: bambini che possono anche avere solo 5 anni, lavorano 12 o più ore al giorno per sei ma anche sette giorni alla settimana. Niente scuola per questi piccoli operai, che si ritrovano, alla fine della loro carriera, ad essere adulti ignoranti e impoveriti, spesso colpiti duramente nel fisico da un lavoro che impone loro di infilare le dita nell'acqua bollente (sistema usato per uccidere il baco prima che diventi farfalla e distrugga il bozzolo, vanificando il lavoro per cui è stato allevato). Maneggiare questi vermi, spesso in condizioni igieniche tremende, comporta malattie che si sommano all'esposizione ai vapori e agli effluvi dei macchinari delle fabbriche di seta. La maggior parte di questi bambini vengono in sostanza dati dai loro genitori come pegno ai padroni della seta che danno prestiti alle famiglie. Prestiti impagabili o che vincolano in modo definitivo i bambini all'infernale macchina che trasforma il loro lavoro nel nobile filato. Prigionieri per debiti e legati da catene di seta, ai bambini indiani resta solo la certezza di un diritto sancito dalla legge ma che non viene applicato. Secondo Hrw, il governo deve far applicare con maggior forza le leggi esistenti e la comunità internazionale deve fare maggiori pressioni perché questi adolescenti possano essere liberati dalle loro, solo apparentemente sottili, catene.

11 C INA La lavorazione della seta ha origine in Cina, probabilmente già nel 6000 a.C.. La leggenda dice che la nascita della bachicoltura si deve all'imperatrice Xi Ling Shi. Inizialmente le vesti di seta erano riservate agli imperatori cinesi, ma il loro uso si estende gradualmente a più ampi strati sociali e a paesi al di fuori della Cina. I capi di abbigliamento di seta diventano rapidamente un bene di lusso ambito e relativamente diffuso in tutte le aree raggiunte dai mercanti cinesi a causa della loro leggerezza e della loro bellezza. A causa della elevata domanda dei prodotti in seta, questa fibra è una delle merci più importanti per il commercio internazionale fino alla industrializzazione della sua produzione. Gli imperatori cinesi si sono sforzati di mantenere la conoscenza della sericultura segreta alle altre nazioni, in modo di poter mantenere il monopolio cinese della produzione della seta. Nonostante ciò, in epoche successive si sono verificate fughe dell'arte della lavorazione della seta verso Il Giappone, la Corea e l'India. In Europa, sebbene l'Impero romano conoscesse e apprezzasse la seta, la conoscenza della sericoltura è giunta solo intorno al 550, attraverso l'Impero bizantino.


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