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Leggere Dante.

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Presentazione sul tema: "Leggere Dante."— Transcript della presentazione:

1 Leggere Dante

2 Le caratteristiche del Purgatorio dantesco
a cura di Gianfranco Bondioni

3 Le caratteristiche del Purgatorio
La medietà come caratteristica principale: lo spazio: la foresta dell’eden e la luce terrestre Il tempo e le sue scansioni: ancora la luce Gli argomenti: nostalgia del corpo; l’amicizia e il suo superamento; nuova e vecchia poesia e recupero dell’antico Medietà stilistica fra comico e sublime

4 Le caratteristiche del Purgatorio: lo spazio
Il purgatorio è sulla superficie della terra È una realtà oggettiva (un’isola montuosa al centro dell’emisfero sud) Quindi presenta tutti gli aspetti della natura terrestre (spiaggia, paesaggio alpestre, deserto, lussureggiante foresta), ma anche stravolti (come l’albero dei golosi) Natura amica dell’uomo Centro di una geografia reale e di una geografia trascendente Il purgatorio (prima di diventare purgatorio) ha visto: - L’innocenza primigenia dell’uomo; - il primo peccato dell’uomo; (non a caso è posto agli antipodi di Gerusalemme luogo della redenzione e alla fine del percorso nell’inferno, cioè del viaggio di superamento del male: è praticamente il centro del percorso rettilineo che va dalla porta dell’inferno al paradiso) E ora - vede l’innocenza riconquistata degli uomini tutti, di Dante personaggio - è la sede del grande incontro fra storia universale del mondo e della chiesa e di storia individuale di Dante nei canti allegorici finali

5 Le caratteristiche del Purgatorio: lo spazio
Vago già di cercar dentro e dintorno la divina foresta spessa e viva, 3 ch’a li occhi temperava il novo giorno, sanza più aspettar, lasciai la riva, prendendo la campagna lento lento 6 su per lo suol che d’ogne parte auliva. Un’aura dolce, sanza mutamento avere in sé, mi feria per la fronte 9 non di più colpo che soave vento; per cui le fronde, tremolando, pronte tutte quante piegavano a la parte 12 u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; non però dal loro esser dritto sparte tanto, che li augelletti per le cime 15 lasciasser d’operare ogne lor arte; ma con piena letizia l’ore prime, cantando, ricevieno intra le foglie, 18 che tenevan bordone a le sue rime, tal qual di ramo in ramo si raccoglie per la pineta in su ’l lito di Chiassi, 21 quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. La descrizione dell’ambiente è condotta secondo i moduli della rappresentazione del locus amoenus di origine cortese, ripresi dalla poesia stilnovistica. 1 Il luogo è un verde giardino pieno di fiori primaverili (vv. 5-6; 35-36; 41-42); è ombreggiato da grandi alberi (vv. 2, 20, 23, 32, 33), fra i quali soffia un vento gentile (vv. 7-11), è allietato dal canto degli uccelli (vv ) e percorso da un ruscello trasparente (vv ); la presenza della bella donna innamorata è un topos in tale ambiente (vv. 40, 52-60) e che canti (vv. 41, 59-60) e colga fiori (vv , 67-69) è consueto. 2 Tutti questi elementi sono ricorrenti nella lirica d’amore, sono reinterpretati simbolicamente nel contesto dell’opera dantesca. Il bel giardino cortese è, prima di tutto, un bel giardino assolutamente credibile nella sua realtà. L’elemento che emerge da tutta la descrizione è comunque quello della spontaneità e della naturalità: tali caratteristiche fanno tutt’uno con la purezza. Il giardino è infatti l’Eden, il paradiso terrestre prima della caduta dell’uomo: è il regno della natura buona, così come è uscita dalle mani di Dio, che viene presentata con i tratti della più consueta normalità, con gli uccelletti della fauna europea (v. 14), o con le piante della pineta di Cervia e Ravenna (v. 20). Cioè la naturalità buona dovrebbe essere la norma, e non l’eccezione. La foresta è presentata come antitesi della selva selvaggia dell’inizio dell’Inferno: quella è luogo di male, abitato da fiere, in cui l’uomo si perde. Nel canto xiii dell’Inferno il bosco di suicidi è il completamento della selva dell’inizio dell’opera e nel vii del Purgatorio la valletta dei principi è l’anticipo dell’Eden. All’origine di cultura cortese è dovuta la presenza della donna, che essa sia innamorata e che canti. Le spiegazioni scientifiche della seconda parte del canto si ricollegano alla scena iniziale perché spiegano la natura soprannaturale di fenomeni naturali come la presenza del vento e dell’acqua in una zona sottratta ai fenomeni atmosferici e della vegetazione che (essendo quella piantata da Dio –Genesi-) è immutabile e fonte di tutta la vegetazione terrestre. Ne deriva: a) la stabilità del vento e dell’acqua è segno dell’ordine e ciò dimostra le cause divine dei fenomeni; il non ordine della meteorologia del mondo è invece segnale della distanza della terra dalla perfezione celeste; b) il paradiso terrestre è origine di quanto di buono vi è sulla terra, qui esemplificato dalla vita vegetale; c) i fenomeni che rientrano nel campo della scienza hanno una base metafisica e la loro spiegazione coinvolge la teologia: per andare al fondo si deve partire dal principio, dalla causa prima (vv ). Senza esserne richiesta, Matelda aggiunge un corollario alla sua dimostrazione. Il mito classico e pagano dell’Eden è stato la figura con cui la poesia antica ha mostrato velatamente e senza saperlo il dogma cristiano del paradiso terrestre (vv ) che è costruito nei versi di Dante con materiale classico: Ovidio e Virgilio soprattutto, e biblico (vv ) proprio per segnalare questa continuità fra mondo classico e mondo cristiano. I poeti antichi sono stati portatori inconsapevoli di verità e le belle favole sono state profezie o rivelazioni velate. Si tratta di uno dei più alti riconoscimenti danteschi alla grandezza della poesia antica e al suo valore di verità, un dato importante della concezione provvidenziale della storia (la storia antica continua, in quella cristiana, ne è la preparazione “provvidenziale”). Dante giustifica così anche la propria posizione di erede della cultura e della poesia antica, in particolare virgiliana.

6 Le caratteristiche del Purgatorio: il tempo
«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse salir di notte, fora elli impedito 51 d’altrui, o non sarria ché non potesse?». E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, dicendo: «Vedi? sola questa riga 54 non varcheresti dopo ’l sol partito: non però ch’altra cosa desse briga, che la notturna tenebra, ad ir suso; 57 quella col nonpoder la voglia intriga. Ben si poria con lei tornare in giuso e passeggiar la costa intorno errando, 60 mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». Mentre i viaggi nell'inferno e nei cieli durano ciascuno ventiquattro ore, quello nel purgatorio dura tre giorni e mezzo, dalla mattina di pasqua alle dodici del successivo mercoledì; il viaggio della salvezza inizia all'alba del giorno della resurrezione; - esso si conclude con l'ascesa al cielo nel momento del massimo fulgore dello splendore del sole; il Purgatorio presenta il maggior numero di indicazioni temporali rispetto alle altre cantiche; il tempo è simile a quello noto sulla terra, con albe e tramonti, notti e giorni. In tutti questi dati vi sono tantissimi significati morali: l'inizio del viaggio all'alba della domenica di pasqua, la possibilità di salire solo durante il giorno (e cioè solo quando la luce del sole illumina la via = la grazia di Dio solleva il peccatore) e l'aiuto stesso prestato da Lucia indicano che sen­za l'aiuto della grazia la salita verso i cieli non può avvenire; la riconquista della verginità morale sulla vetta del purgatorio non è un fatto che interessa solo il pellegrino Dante, ma interessa anche tutta l'umanità da lui rappresentata e ha inoltre il significato, adombrato nelle scene allegoriche della processione, di una futura renovatio degli istituti universalistici medievali: la chiesa, cioè, e l'impero; - le caratteristiche del tempo del purgatorio sono simili a quelle del tempo ter­restre: ciò deriva dal fatto che il purgatorio non è un regno eterno, ma prov­visorio Da ciò derivano alcune fondamentali conseguenze: a) la poesia riproduce realisticamente le diverse situazioni temporali terrene (esse hanno comunque sempre anche un valore simbolico e morale); b) le anime vivono nel tempo e quindi, pur essendo già eternamente definite nel­la loro santità, partecipano sentimentalmente alle vicende del tempo e della storia; c) Dante si trova nella situazione psicologica di intrattenersi con queste anime ancora legate alla terra e di dividere con loro la nostalgia di tempi passati. Queste - unitamente a tante altre - sono le cause che danno alla poesia del Purgatorio le sue non facilmente definibili caratteristiche di dolce poesia del ri­cordo, del recupero del passato non disgiunto da un giudizio severo.

7 Le caratteristiche del Purgatorio: il tempo
Era già l’ora che volge il disio ai navicanti e ’ntenerisce il core 3 lo dì c’han detto ai dolci amici addio; e che lo novo peregrin d’amore punge, se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more quand’ … Periodizzazione precisa del viaggio (una giornata) Tempo oggettivo e sentimento del tempo: la nostalgia Il linguaggio poetico “vago” 1 Si fissano i precisi limiti cronologici del viaggio: una giornata, con i suoi ritmi e le sue ore canoniche si è svolta dall’alba nel I canto al tramonto nell’ VIII, nell’assoluto rispetto del ritmo naturale e contemporaneamente con una forte connotazione allegorica del tempo e della sua scansione. 2 La determinazione dell’ora non avviene in maniera diretta, ma attraverso la rappresentazione di uno stato d’animo indotto dall’ora medesima: è la malinconia. Non si esprime il tramonto, ma il sentimento del tramonto. E questo dato sentimentale non contrasta affatto con il carattere di scansione liturgica, sulla base delle ore canoniche, che la determinazione temporale assume: il giorno iniziato con il rito del battesimo si concluderà con i canti dell’ora di compieta (cfr. la nota al v. 5) e con una sacra rappresentazione mistica. L’incipit del canto è condotto secondo le caratteristiche del linguaggio poetico ‘‘vago’‘, che sarà tanto caro ai notturni romantici e ai Canti leopardiani, ma la rappresentazione sentimentalmente caricata non è fine a se stessa né è uno squarcio lirico, ma è invece funzionale alla complessità di temi e di argomenti e si presta alla pluralità di sensi propria del linguaggio poetico dantesco. Al v. 14 torna l’aggettivo dolci, al v. 16 l’avverbio dolcemente. Il richiamo lessicale rivela chiaramente quale sia il carattere della scena e il tono poetico che la ritrae: «dolce» è parola tecnica per indicare la poesia stilnovistica e le scelte di medietà stilistica. La doppia allitterazione in D e in C introduce la parola chiave addio in chiusura della prima terzina; il lessico è volutamente scelto in un registro comune e le rime sono piane e poco sonore; le allitterazioni rendono più dolce ogni termine e non ne enfatizzano nessuno. La medietas stilistica trascrive perfettamente la medietà spirituale di sentimenti pacati. Quello che alla fine rimane comunque in mente è un peregrin d’amore che secondo la logica della lingua non dovrebbe esistere. E, per quanto errata, la lettura porta a focalizzare l’attenzione sul personaggio Dante: il poeta protagonista condivide con le anime negligenti la condizione di esule e l’uno e le altre costituiscono figura della realtà peregrinante dell’uomo; la condizione spirituale è ambigua, sospesa fra nostalgia della terra e desiderio del cielo

8 Le caratteristiche del Purgatorio: il tempo e la ricomparsa della luce
Dolce color d’orïental zaffiro, che s’accoglieva nel sereno aspetto 15 del mezzo, puro infino al primo giro, a li occhi miei ricominciò diletto, tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta 18 che m’avea contristati li occhi e ’l petto. Lo bel pianeto che d’amar conforta faceva tutto rider l’orïente, velando i Pesci ch’erano in sua scorta. Tempo oggettivo e sentimento del tempo: il sollievo La riconquista dei colori Un esame attento di questo v. 13 e dei versi che seguono può mostrare chiaramente la riuscita complessità di piani compresenti: in primo luogo non si coglie il paesaggio nel suo insieme né il suo aspetto aurorale, ma un particolare, il colore del cielo. E già questo è un dato di realismo e di attenzione psicologica, poiché nell’osservazione fortemente caricata a livello emotivo è spesso un particolare a colpire l’osservatore; ed è un dato di simbolismo poiché finalmente si ricostituisce la realtà umana dei colori negata dall’antiumanità dell’inferno. Per di più questo colore è dolce: un aggettivo non pertinente a un colore ma che rivela immediatamente, in una sorta di sinestesia psicologica, il valore di quel colore per il personaggio-poeta, e quindi per l’intera umanità. E insieme da dolce deriva l’aspetto sereno e pacato dell’intero paesaggio. Contemporaneamente Dante coglie il fatto realistico che il colore azzurro, diffondendosi nel cielo, si fa più intenso, si concentra. Così il ricorso al linguaggio tecnico nella dizione orïental zaffiro dà una concretezza reale al colore e contemporaneamente induce un’allusione mistico-simbolica all’Oriente e ai suoi significati, che sarà poi ripresa e sviluppata al v. 21; la dieresi, rallentando, contribuisce all’effetto musicale della terzina: un mondo pacificato (ora risalta questo aspetto, ma non è certo l’unico) dopo le tempeste infernali emerge dal ritmo pacato dell’endecasillabo. Analisi simili possono estendersi alla serie di aggettivi sereno e puro (vv. 14 e 15), contrapposti a morta (v. 17). La perfetta fusione di elementi diversi – il realismo della descrizione che però non si fa mai né pittoresca né preziosa, il simbolismo non mai astratto, l’attenzione alla psicologia del personaggio – spiega il fascino di questi versi non a caso ampiamente imitati. Vallone ne ricorda alcuni nel suo commento: «s’apre il ciel, zaffiro schietto» (D’Annunzio); «Poi ori lontanissimi e uno zaffiro, nel cielo» (C.E. Gadda); «Il cielo è un cielo di zaffiro» (G.Ungaretti).

9 Gli argomenti del Purgatorio: la nostalgia del corpo
…: “Ve’ che non par che luca lo raggio da sinistra a quel di sotto, e come vivo par che si conduca!”. 25 Quando s’accorser ch’i’ non dava loco per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, mutar lor canto in un “oh!” lungo e roco; 31 E ’l mio maestro: “Voi potete andarne e ritrarre a color che vi mandaro che ’l corpo di costui è vera carne. Se per veder la sua ombra restaro, com’ io avviso, assai è lor risposto: 46 “O anima che vai per esser lieta con quelle membra con le quai nascesti”, Attraverso l’ombra proiettata da Dante precedenti, viene riproposto il tema del corpo umano (vv. 4-6; 25-27; 33-34; 47-48). Esso costituisce un elemento di forte richiamo alla terra per le anime dell’antipurgatorio (vv. 9, 27, 47-48) in quanto l’uomo è unità inscindibile di anima e corpo e quindi vive la separazione momentanea di essi come un limite. Sulla base dell’esaltazione della perfezione e della bellezza fisica, propria della tradizione classica, si innesta la novità dell’antropologia cristiana che vede il corpo non solo come ricettacolo dello spirito, ma anche come dato benedetto dalla incarnazione della seconda persona della Trinità che assume corpo umano in Gesù. Dante non segue le correnti mistiche medioevali che spregiavano il corpo (un esempio poetico: Jacopone da Todi) ma anzi lo sacralizza nel rispetto e nell’amore della natura figlia di Dio. 2) Il rispetto per il corpo, e quindi anche le cerimonie funebri, sono una manifestazione di civiltà anche in una cultura laica (ad esempio, si pensi a Foscolo e a tutto il carme Dei Sepolcri). Anche coloro che accettano la logica della violenza come i soldati possono provare un sentimento di rispetto per il defunto (Pg. iii ) che, invece, le istituzioni contemporanee al poeta paiono aver perso. Nel canto di Manfredi era la Chiesa (Pg. iii ), ora sono le signorie (vv ), i comuni (vv ) e le famiglie (vv ; ). La vendetta personale (vv ), la faziosità politica (v. 92), il tradimento (vv ), un sospetto di tradimento coniugale o addirittura la volontà di contrarre nuove nozze (vv ) hanno sostituito i tradizionali valori della civiltà cortese della misura (vv ), della parola data (vv ; 70), della cortesia verso tutti, anche persone sconosciute (vv ; ) o nemiche (vv ) e dell’amore (vv ). 3) Tutto ciò evidenzia lo snaturamento delle istituzioni umane: la Chiesa deve puntare all’unità dei cristiani e non a creare artificiose divisioni per interessi di parte usando impropriamente gli strumenti che possiede (la scomunica); le istituzioni politiche devono mirare alla costruzione della Res publica christianorum (per Dante, sostanzialmente, l’Impero) e la famiglia deve essere la culla dell’educazione cristiana (cfr. Pd. xv ). Questi sono valori che la civiltà mercantile sembra aver dimenticato: non è più l’affetto (v. 89) o l’amore (vv ) a regolare i legami familiari e sentimentali, ma altri interessi materiali, politici e/o economici. L’antipurgatorio non è il luogo delle denunce né delle invettive: proposta e condanna si intuiscono nei silenzi di Pia o nelle mezze ammissioni degli altri personaggi più che leggersi esplicite nelle parole dei protagonisti: la denuncia esplicita ci sarà invece in Pd XV, non nel Purgatorio.

10 Gli argomenti del Purgatorio: la nostalgia del corpo
...ma li profondi fóri ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, 75 fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, là dov’ io più sicuro esser credea: quel da Esti il fé far, che m’avea in ira 78 assai più là che dritto non volea. Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, 81 ancor sarei di là dove si spira. Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io 84 de le mie vene farsi in terra laco». Dante analizza sottilmente la psicologia del le anime. Tutte sono ancora sotto lo choc della morte improvvisa e violenta (vv ; e tutte ricordano il corpo violentemente strappato con grande coinvolgimento come evidenziano i riferimenti a elementi fisici e materiali quali il sangue (vv. 74, 84), il respiro e i sensi (v. 81), la concretezza materiale della terra (vv ), le ferite (v. 73), la caduta del corpo (v. 83), i nomi propri di persona e di luogo (vv. 75, 77, 79, 80), i pronomi personali e l’aggettivo possessivo di prima persona (vv. 74, 75, 76, 77, 79, 83, 84). Ma al di là di tale somiglianza di fondo vi sono profonde differenze: Jacopo del Cassero è ancora totalmente assorbito dalla scena cruenta cui assiste e di cui è contemporaneamente partecipe (anzi descrive una scena in cui appare più come spettatore che come protagonista): da un lato si rammarica, da politico e da militare quale fu, dell’errore strategico commesso (vv. 76; 82-83); dall’altro vede la parte più nobile di sé, il sangue sede dell’anima (v. 74) mescolarsi alle canne palustri e al fango, anzi al braco, della palude fino a diventare un elemento dell’inanimata natura, un laco.

11 Gli argomenti del Purgatorio: la nostalgia del corpo
«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, 96 che sovra l’Ermo nasce in Apennino. Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, arriva’ io forato ne la gola, 99 fuggendo a piede e sanguinando il piano. Quivi perdei la vista, e la parola nel nome di Maria fini’, e quivi 102 caddi, e rimase la mia carne sola. Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno 105 gridava: ‘‘O tu del ciel, perché mi privi? Tu te ne porti di costui l’etterno per una lagrimetta che ’l mi toglie; 108 ma io farò de l’altro altro governo!’’. Ben sai come ne l’aere si raccoglie quell’ umido vapor che in acqua riede, 111 tosto che sale dove ’l freddo il coglie. Giunse quel mal voler che pur mal chiede con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento 114 per la virtù che sua natura diede. Indi la valle, come ’l dì fu spento, da Pratomagno al gran giogo coperse 117 di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, sì che ’l pregno aere in acqua si converse; la pioggia cadde, e a’ fossati venne 120 di lei ciò che la terra non sofferse; e come ai rivi grandi si convenne, 123 si ruinò, che nulla la ritenne. Lo corpo mio gelato in su la foce trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse ver’ lo fiume real tanto veloce 126 ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; voltòmmi per le ripe e per lo fondo, 129 poi di sua preda mi coperse e cinse». Bonconte deve essere sollecitato a rammentare la propria fine (vv ). Anch’egli descrive una scena in cui appare più come spettatore che come protagonista: prima il deserto della piana (vv ); solo dopo appare il cavaliere solitario appiedato e morente (vv ), che diventa oggetto passivo prima della contesa fra angelo e demonio (vv ) e poi il fine ultimo della tempesta. Per ora la natura (già aliena e anche nemica nelle parole finali di Jacopo del Cassero) si scatena per volontà demoniaca (vv ) avendo sempre e comunque come fine la distruzione del corpo le cui vicende vengono ora seguite con commossa partecipazione (vv ). Particolarmente notevole, anche come aspetto psicologico, è che la vicenda opposta e parallela di Guido da Montefeltro, padre di Bonconte (If. xxvii ) sia totalmente cancellata nelle parole dell’anima e la sua presenza sia di fatto solo evocata nell’opposizione degli esiti (vittoria del demonio-vittoria dell’angelo), delle cause della vittoria (confessione senza pentimento-pentimento senza confessione), delle vite dei protagonisti (vita di pentimento-peccato/vita di peccato-pentimento). È questo un ottimo esempio di come Dante prenda le distanze dal tentativo della chiesa di mettere le mani sull’aldilà: la mediazione della chiesa (del papa!) non salva il padre; il vero pentimento senza mediazioni salva il figlio. Ormai per tutti, anche per Bonconte che vive in Dio, le vicende terrene hanno valore in quanto fatti assoluti e in quanto exempla per i viventi di oggi; ogni aspetto sentimentale è cancellato. O dovrebbe esserlo e lo sarà poi nel Paradiso: ma per ora le vicende della terra, la nostalgia di essa e, nel caso specifico delle anime dei primi canti del Purgatorio l’attaccamento al corpo hanno ancora molto spazio. Si può notare una sorpresa (v. 103) in Bonconte nel ritrovarsi al centro prima di una lotta delle potenze spirituali, poi della natura sconvolta: solo ora capisce l’importanza dell’uomo nel fine della creazione. E, uomo di guerra, si fa uomo di pace non tanto nella richiesta di preghiere (vv ), ma nel gesto delle mani in croce (vv ). Egli si fa allora portatore di una proposta che va esattamente nella direzione opposta della violenza che si esercita sulla terra e di cui è stato sia vittima sia artefice. Il racconto di Bonconte da Montefeltro (vv ), con la sua ampiezza e con il coinvolgimento cosmico, rivela uno dei punti fondamentali del canto: la sacralità del corpo dell’uomo è distrutta nella storia all’interno di una lotta che va oltre i singoli fatti contingenti. Dopo la presentazione corale delle anime (che precisano di essere anime di assassinati, un’esemplificazione generica della violenza: vv ), lo spirito di Jacopo del Cassero narra una vicenda (vv ) di violenza e di tradimenti quasi meschina nella sua “normalità” in tempi di slealtà e di agguati. Dalla violenza dell’esercizio del potere a un’altra “normalità” di ferocia quale è la guerra (vv ) fra i comuni italiani. Ma ora lo scenario si amplia: dopo la guerra fra gli uomini, scoppia la guerra fra le potenze spirituali (vv ) che impersonano il bene e il male, fra l’angelo e il diavolo. E la posta in gioco è ancora l’uomo che il principe del male vuol portare nelle pene infernali e l’angelo vuol portare invece alla felicità del regno dei cieli. Sconfitto sul piano dell’eterno, il male suscita una terza guerra dopo quella degli uomini e quella degli spiriti: anche la natura è coinvolta nel tentativo di distruzione dell’uomo, o almeno di quello che ne rimane dopo che l’anima è andata in cielo (vv ). Dunque i fenomeni che accadono sul piano della storia (come la guerra) o sul piano della natura (come il violento temporale e l’alluvione) rimandano ad altro, hanno significati più profondi e nascosti: sono il segno visibile della lotta fra bene e male che ruota sempre attorno all’uomo. La grandezza e la nobiltà dell’uomo sono provate dal suo essere al centro dello scontro che coinvolge Dio e demonio, bene e male.

12 Gli argomenti del Purgatorio: la nostalgia del corpo
Deh, quando tu sarai tornato al mondo e riposato de la lunga via», 132 seguitò ’l terzo spirito al secondo, «ricorditi di me, che son la Pia; Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che ’nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma». Come l’ambito della violenza si è ampliato nel passaggio dal racconto di Jacopo del Cassero a quello di Bonconte da Montefeltro, così si restringe ritornando al privato con la storia di Pia (vv ). Per sintetizzare: – generalità della violenza nella folla anonima di assassinati; – violenza personale/politica in Jacopo del Cassero; – violenza della guerra in Bonconte da Montefeltro: si risale alle radici ontologiche e metafisiche della violenza stessa; – violenza privata all’interno della famiglia, contro una donna inerme, come segno della radicalità del male. Il quadro è completo e fosco; riguarda le manifestazioni della violenza e le sue cause; al centro si colloca l’uomo. Pia è la rappresentazione più completa del rovesciamento del male in bene che queste anime incarbnano: è qui perché fu peccatrice, ma peccatrice pentita. Fu vittima di violenza (e lo dice: salsi, v. 135) ma la sue parole sono solo d’amore: prima di tenerezza e di affetto quasi materni (vv ), poi di discrezione nel chiedere (v. 133). Nell’esposizione della propria storia domina il non detto, la reticenza che pongono fra i due estremi biografici e geografici del v. 134 solo l’atto d’amore del rito matrimoniale (vv ). La violenza è relegata sullo sfondo, schiacciata dall’amore. Come nella vicenda eterna della lotta fra male e bene l’esito è deciso e sicuro, così deve avvenire anche nella storia degli uomini: la violenza politica, militare e privata domina, ma gli uomini d’arme che hanno scoperto la verità e la donna che della violenza è stata vittima forse incolpevole hanno un’altra proposta da avanzare e sanno che vincerà, in un mondo in cui sarà ripristinato finalmente anche il rispetto per l’uomo, per la sua integrità nel corpo e nello spirito. Con Bonconte da Montefeltro Dante aveva negato implicitamente la possibilità della chiesa di salvare chi (suo padre) era condannato da Dio e con Manfredi aveva negato esplicitamente la possibilità che condannasse chi invece è salvo ( lo stesso implicitamente con Bonconte). Tutte e tre le anime chiedono con chiarezza preghiere (ai parenti Jacopo del Cassero; a Dante stesso Pia dei Tolomei; con la vergogna di essere dimenticato dalla moglie Bonconte): ma mai né messe né elemosine, cioè la mediazione della chiesa. Senza fare di Dante un protestante.

13 Gli argomenti del Purgatorio: l’amicizia e il suo superamento
La turba che rimase lì, selvaggia parea del loco, rimirando intorno come colui che nove cose assaggia. così al viso mio s’affisar quelle anime fortunate tutte quante, 75 quasi oblïando d’ire a farsi belle. Lo mio maestro e io e quella gente ch’eran con lui parevan sì contenti, 117 come a nessun toccasse altro la mente. Le anime dei primi canti del Purgatorio hanno lasciato la terra da poco, dopo una vita ricca di forti interessi terreni o dopo una morte improvvisa e violenta. Sono quindi “invischiate” di terrestrità (vv ; 73-75; ). Parallelamente Dante ha lasciato la terra attraverso l’inferno per una via così terribile che qualsiasi elemento che restituisca la realtà terrena costituisce per lui un’ancora cui saldamente aggrapparsi (vv ). Quindi tutti i personaggi sono lungo una via di miglioramento e di conquista, lungo un pellegrinaggio (è un tema che si sviluppa per tutta la cantica), ma sono ben lungi dall’essere giunti alla meta, dall’essere perfetti: hanno, anzi, appena iniziato il viaggio. Il nodo affrontato è in pratica quello tipico del pensiero cristiano che vede la vita come prova o come una serie di prove: la terra offre innegabilmente dei piaceri di cui si può godere: il problema è che essi non diventino esclusivi, non diventino l’unico orizzonte per l’uomo. La morale ascetica della rinuncia al mondo, per quanto grande e alta, è comunque una delle vie possibili e non è quella che interessa a Dante.

14 Gli argomenti del Purgatorio: l’amicizia e il suo superamento
Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi, con sì grande affetto, 78 che mosse me a far lo somigliante. …… Soavemente disse ch’io posasse; allor conobbi chi era, e pregai 87 che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. Rispuosemi: «Così com’ io t’amai nel mortal corpo, così t’amo sciolta: 90 però m’arresto; ma tu perché vai?». Le attrattive terrene possono essere basse e contrarie alla vita cristiana (e allora cedere a una di esse si configura come peccato), ma possono anche essere elevate. Un valore positivo che viene sottolineato nel Purgatorio è quello della socialità, in questo caso, dell’amicizia. L’inferno era il regno delle anime isolate, chiuse nel proprio eterno dramma. Nel Purgatorio invece le prime anime che appaiono – ma sarà una costante – sono in gruppo, cantano in coro, agiscono come una persona sola; e anche quando il soggetto è plurale (anime, vv. 67 e 74) l’azione è concorde e di gruppo. Il purgatorio infatti è il regno dell’amore o, più precisamente, quello in cui l’amore viene recuperato e ristabilito nelle sue forme più alte, fino a giungere alla vetta dell’amore-carità. Una manifestazione fondamentale dell’amore è l’amicizia (il verbo “amare” ai vv ; l’insistenza sui pronomi personali io/tu nei vv ), che qui viene presentata nella sua duplicità: è il legame affettuoso e sociale degli uomini, ma può anche essere una remora e un impedimento per raggiungere i cieli. La realtà dunque è molto complessa e articolata e solo una morale rigorosa è in grado di distinguere gli aspetti positivi da quelli negativi. L’amicizia come elemento positivo porta alla ricerca dell’amico (vv ; 83-86), ma ha anche risvolti negativi che portano alle richieste e agli atti che sono contrari all’ascesi (vv ; 90).

15 Gli argomenti del Purgatorio: l’amicizia e il suo superamento
E io: «Se nuova legge non ti toglie memoria o uso a l’amoroso canto 108 che mi solea quetar tutte mie doglie, di ciò ti piaccia consolare alquanto l’anima mia, che, con la sua persona 111 venendo qui, è affannata tanto!». ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ cominciò elli allor sì dolcemente, 114 che la dolcezza ancor dentro mi suona. Lo mio maestro e io e quella gente ch’eran con lui parevan sì contenti, 117 come a nessun toccasse altro la mente. Noi eravam tutti fissi e attenti a le sue note; ed ecco il veglio onesto 120 gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? qual negligenza, quale stare è questo? Correte al monte a spogliarvi lo scoglio 123 ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». L’amicizia ha anche risvolti negativi che portano alle richieste e agli atti che sono contrari all’ascesi (vv ; 90) e alla dimenticanza dei doveri (vv ). Così le amicizie giovanili via via recuperate nel Purgatorio esprimono una comunità di affetti e di sentire nobile, alta e buona ma non più sufficiente: la società di tutti i cristiani diventava la meta, la Chiesa nel suo significato etimologico di assemblea e riunione, di associazione. A livello personale il passaggio necessario è quello dall’amicizia all’amore-carità. Questa complessa tematica è rappresentata come un contrasto di personaggi: la nuova dimensione la cui consapevolezza è stata conquistata da Dante-auctor ma non da Dante-agens, dalle anime e da Virgilio è rappresentata da Catone magicamente riapparso (vv ). Dunque la concreta rappresentazione della legge nella figura del vecchio saggio. Dalla parte opposta stanno Virgilio che sbaglia (vv. 115; 118); Dante che indugia (vv ; ; e anche i due in coppia indugiano: vv ; 118), le anime che non sanno cosa fare (vv ; 118), e soprattutto, Casella che con la sua presenza riporta il ricordo delle dolci amicizie terrene e con il suo canto la seduzione dell’arte (vv ; ). E sotto forme diverse l’errore è sempre il medesimo: il cedimento alla seduzione mondana, il ritardo all’espiazione provvidenziale. Il contrasto di personaggi è la realizzazione drammatica sul piano narrativo del contrasto di posizioni nella mente del personaggio Dante e del poeta Dante; ma è anche uno scontro di diversi atteggiamenti umani, l’uno impersonato da Catone e l’altro da Casella; essi diventano i due temi e si manifestano in tutto il canto ma soprattutto il primo ai vv : l’intervento di Catone, il saggio in cui l’accettazione della legge si fa libertà morale a indicare la totale adesione dell’individuo al piano di Dio. Il secondo ai vv : Casella e il suo canto esprimono sia la forma generica dell’incertezza delle anime sospese, sia più precisamente uno dei due corni dell’attrazione (l’altra, verso la vetta del purgatorio, è implicita nel loro stesso essere anime salve e nello straordinario percorso di Dante), quello rappresentato dalla nobiltà terrena dell’arte e dell’amicizia. Infine la similitudine dei colombi (vv ) è il momento di sintesi di questo confronto dialettico: il comportamento dei colombi è assolutamente naturale, come naturale è che le anime e Dante, compreso il loro errore, vi pongano rimedio: le parole di Catone non fanno correre le anime perché esse hanno paura, ma perché trovano giusto il pungolo che le ha spronate.

16 Gli argomenti del Purgatorio: superamento dell’amicizia e ripensamento dell’arte
Le anime guidate dall’angelo cantano un salmo in coro / Casella, sollecitato da Dante, canta da solo una canzone d’amore Contrasto gruppo/individuo, sacro/profano, con con guida/senza guida L’arte è piacere sospetto pur essendo fra le più alte manifestazioni umane. Dante focalizza il problema tramite la musica. Tenendo conto poi di quale canzone si tratta, della definizione amoroso canto, e dei termini dolcemente, dolcezza ai vv. 107, 113, 114, risulta chiaro che il contrasto è fra arte sacra, biblica e davidica del salmo e arte della poesia stilnovistica. Lo stilnovo si poneva, di fatto, non solo come realizzazione di un’estetica, ma anche di una filosofia, di una gnoseologia: era portatore di una visione complessiva della realtà. Ebbene, è tutta questa complessa massa di significati che viene ora chiamata in causa: non si discute dell’alto livello di tale produzione d’arte (anzi lo si ribadisce: vv ; ), ma si discute della liceità stessa di un’opera d’arte che non sia funzionale all’ascesi dell’uomo, alla esaltazione e alla comunicazione dell’ordine divino. Si individua come pericolosa o almeno moralmente sospetta la musica, la quale qui sta per ogni manifestazione d’arte, che pretenda una sua autonomia, che non esprima una valenza etica. La scelta etica, vera realizzazione della libertà morale rappresentata da Catone, significa adesione all’ordine universale voluto da Dio: ecco perché nel canto l’arte viene presentata come musica. Seguendo la tradizione classica, il medioevo faceva di Pitagora lo scopritore della musica nel senso che egli aveva scoperto i principi numerici che sono alla base della musica che è fondamentalmente prodotta delle sfere celesti ed esprime l’armonia del creato. La musica che conosciamo (canto e suono, l’unica udibile) è un caso particolare, gamma estremamente ridotta di rapporti matematici all’interno dell’insieme vastissimo di tutti i rapporti armonici, è la musica instrumentalis. La musica dunque è l’arte umana che meglio coglie la complessità dei rapporti cosmici. Ma per far ciò non può essere fine a se stessa; deve essere mimetica e in perfetta consonanza con la realtà creata da Dio e sul piano di essa. Il canto del salmo davidico va in tale direzione; l’amoroso canto di Casella no. Per questo è colpevole (il che non significa che non sia bellissimo). Se dunque vi è una presa di distanza rispetto all’arte profana, Dante non può non chiamare in causa le proprie posizioni precedenti in campo artistico e filosofico e anche i legami personali. L’arte profana può portare anche al male, alla colpa che danna (Francesca, Guido Cavalcanti e l’autosufficienza della ragione). Oppure essere preparazione di qulacosa di nuovo e di più alto: il finale della Vita nuova che rimanda alla Commedia. Quindi le fasi artistiche o di ricerca filosofica precedenti vanno superate e recuperate: superate in quanto si pongono come ostacolo alla nuova meta della Commedia, la realtà celeste, ma recuperate in quanto forniscono gli elementi tecnici e poetici nonché le conoscenze indispensabili per la nuova scalata. La colpa insomma sarebbe costituita dalla sosta, dal non andare avanti.

17 Gli argomenti del Purgatorio: superamento dell’amicizia e ripensamento dell’arte
Nei canti si centra nuovamente il rapporto amicizia-arte: l’incontro con Forese porta al ripensamento delle modalità dell’amicizia e al superamento della poesia comico-realistica; poi, con la mediazione di Bonagiunta, Dante precisa la propria poetica. Nel canto 26 si concluderà il discorso con la riflessione sullo stil nuovo. l’amicizia di un tempo vive “Qual grazia m’è questa?”. Mai non l’avrei riconosciuto al viso; O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? ma ne la voce sua mi fu palese ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! Questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza a la cangiata labbia, e ravvisai la faccia di Forese. ma va superata ….“Se tu riduci a mente qual fosti meco, e qual io teco fui, ancor fia grave il memorar presente. Di quella vita mi volse costui che mi va innanzi, …. superamento della poesia comico-realistica Più che Dante (solo la Tenzone con Forese e poco altro) il tema della poesia comico-realistica riguarda la società duecentesca e Dante ora la vede come specchio di essa. Dato che Dante è, oltre che agens, un campione di tale società, l’incontro con Forese, offre l’opportunità di correggere ed emendare. Il tema viene affrontato a vari livelli: a) la ripresa di una serie di rime (ese-44:46:48; oglia-56:58:60; etta-89:91:93; ui-116:118:120), termini (faccia ai vv. 48 e 55; frate al v. 97), riferimenti vari (carne al v. 51; torta al v. 57; l’accenno a Nella, moglie di Forese) che erano stati usati nella “tenzone”. b) la ritrattazione delle accuse e delle ingiuria scambiate: in primo luogo si riabilita la figura di Nella e si condanna la vita sregolata e degradata che era stata oggetto di poesia nella “tenzone” (vv ; ; e 118). Il rifiuto della poesia comica coincide con il rifiuto dei modi di vita che l’hanno prodotta e che trovano nel peccato di Forese la loro esplicazione simbolica: il peccato di gola è legato alla materialità e alla sensualità e anche alla ricchezza e alla sua ostentazione, quindi alla Firenze dell’economia di mercato. Il rifiuto di una stagione poetica ha dunque immediatamente il senso di una presa di posizione in campo politico-morale. Il senso dunque della continua precisazione dantesca dei vari momenti dell’evoluzione artistica personale e della storia letteraria è un modo per offrire una nuova interpretazione del mondo. 3) La ritrattazione della poesia comico-realistica di gusto e intonazione borghese si inserisce all’interno di un ampio processo di revisione da parte di Dante della storia culturale propria e della propria epoca.

18 Gli argomenti del Purgatorio: il ripensamento dell’arte
“Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore trasse le nuove rime, cominciando ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’ ” E io a lui: “I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”. Cominciando: Dante usa il verbo “cominciare” nella sua accezione tecnica e tutto il passo è una puntuale ripresa di Vita Nuova XIX, 2-3: “Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: Donne ch’avete intelletto d’amore. Queste parole io ripuosi ne la mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio cominciamento; onde poi, ritornato a la sopradetta cittade, pensando alquanti die, cominciai una canzone con questo cominciamento,... La canzone comincia: Donne ch’avete”. Come è facile notare il poeta vuole sottolineare l’incipit a cui sempre annette grande importanza. Ma questo dato letterale e istoriale va interpretato anche a livello allegorico: la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore segna l’inizio di una fase nuova; e di ciò è consapevole sia il Dante della Vita Nuova che usa insistentemente il verbo, sia il Dante della Commedia che lo riprende e parla espressamente di nove rime. La novità non è costituita dallo lo stilnovo (che non è una novità) ma dalla poesia della loda. Amore: La poesia della loda è incentrata su un amore gratuito, che non attende ricompensa; un amore che si avvicina alla concezione cristiana di carità, a quella carità che fa vivere l’intero universo e che coincide con Dio stesso. Già per Guinizzelli il cuore è gentile se ha in sé la capacità di elevarsi tramite la donna-angelo. Con Dante la donna diventa miracol, non più bella come un angelo come scriveva Guinizzelli, ma davvero angelo di Dio, cioè inviata (il verbo αγγέλλω) dal cielo. Questa nuova concezione poetica comporta non solo una limitazione della materia alla sola lode di Beatrice, ma anche una nuova definizione di pubblico (le donne gentili che hanno intelletto d’amore e non le femmine) e un passaggio dell’autore dalla sfera dell’espressione dei sentimenti privati a un livello di universalità. spira, noto, modo, ditta: Il verbo spira significa propriamente “dire”, “dettare”, verbo quest’ultimo usato al v. 54 (ditta): in Pd “Entra nel petto mio, e spira tue”. Spesso è stato detto che Dante afferma qui un principio di immediatezza romantica dell’ispirazione, per cui la novità dello stile consisterebbe nell’aderenza immediata del poeta al sentimento e la poesia sarebbe espressione fedele appunto del sentimento, contrapposta alla più antica poesia dei Provenzali e dei Siciliani, più convenzionale. Il brano della Vita Nuova che precede Donne ch’avete è spesso chiamato in soccorso di tale tesi perché recita “la lingua parlò quasi per se stessa mossa e disse: Donne ch’avete intelletto d’amore”; cioè la sincerità del sentimento, non l’arte letteraria o la sostanza di pensiero o il fine didattico sarebbero alla base delle nove rime. Ma tale interpretazione romantica è in stridente contrasto con le tesi poetiche di Dante: Amore parla, spira e ditta, cioè parla secondo le regole dell’ars dictandi i cui seguaci erano, appunto, i dittatori (cfr. v. 59). Il poeta prende nota (noto), cura l’esecuzione stilistica secondo il modo, cioè secondo l’alta e codificata retorica di tradizione cortese. Non a caso, sempre nel c. XIX della Vita Nuova si legge che il poeta ha steso la sua canzone dopo essere rimasto “pensando alquanti die”: questa è affermazione non di poetica romantica, ma medioevale: è il lasso di tempo necessario perché il poeta scrivano traduca ciò che Amore gli ha ispirato negli elementi conosciuti dell’arte linguistica, stilistica e retorica: se il dictator parla, spira, il notarius nota cioè prende appunti e poi rielabora.

19 Gli argomenti del Purgatorio: il ripensamento dell’arte
«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo che ’l Notaro e Guittone e me ritenne 57 di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! Io veggio ben come le vostre penne di retro al dittator sen vanno strette, 60 che de le nostre certo non avvenne; e qual più a gradire oltre si mette, non vede più da l’uno a l’altro stilo»; 63 e, quasi contentato, si tacette. Dunque Amore non scrive di sua mano, a scrivere è il poeta: “Amor ha fabricato ciò ch’io limo” (Cavalcanti L, 16). L’abilità e il compito del poeta risiedono nella capacità di cogliere esattamente ciò che Amore ditta e di renderlo in una maniera adeguata, “bella attraverso un lungo lavoro espressivo di elaborazione”. Quindi si deve “intendere che l’ispirazione (Amor mi spira) non è ispirazione privata, occasionale, e neppur solo ispirazione dell’ordine amoroso [...], bensì proprio ispirazione movente da un principio trascendente, deciso abbandono ad Amore. L’ispirazione è oggettiva e assoluta, e perciò, se il contenuto normale della lirica stilnovistica è il fatto amoroso minuziosamente analizzato e poi ipostatizzato nei suoi elementi, quest’analisi non va già riferita all’individuo empirico, ma, di là da questa sua avventura iniziale, a un esemplare universale di uomo: a un individuo, anch’esso, oggettivo e assoluto” (Contini, Un’idea cit., pp. 9-10). La critica ha riconosciuto la probabile fonte di questi versi in un passo attribuito al mistico Riccardo di San Vittore in cui a proposito della narrativa d’amore si dice: “secundum cor dicat interius, exterius verba componit” [quando Amor mi spira... dentro... vo significando]. Ma tutta la tradizione della Scrittura parla di Dio dictator e di uomini calamos, come Dante stesso osserva in Mn. III, iv, 11. E in Pg. XXXIII 52, dove si ha l’investitura di Dante poeta-profeta, Beatrice userà il verbo “notare” e nella forma forte dell’imperativo: Tu nota. Dunque l’amore non detta verità parziali e individuali, ma verità assolute; il poeta deve essere in grado di coglierle ed elaborarle; la poesia non è lirica effusione personale, ma poema sacro che esprime il vero universale e lo scrivere sotto dettatura d’Amore non pare un atto di modestia, tutt’altro: Amore ha scelto il suo notarius e su di esso cadrà la scelta di Dio per la Commedia. Significando: Anche significando, come spira torna in Pd. I al v. 70 con la precisazione per verba, cioè “in parole”. Ciò che Amore detta deve quindi essere espresso attraverso la ricerca degli opportuni significanti (quod significat dice Tommaso), cioè attraverso i segni e le forme esteriori che esprimono esattamente il significato (quod significatur, ancora san Tommaso). Nella Bibbia il verbo “significare” è spesso utilizzato per indicare il parlare di Dio agli uomini, la “ricerca” da parte di Dio di segni espressivi che siano comprensibili all’uomo; ed è significativo che quest’uso sia soprattutto del Nuovo Testamento (Eb. 9, 8; 1 Pt. 1, 11; 2 Pt. 1, 14; Ap. 1, 1).

20 Bonagiunta parafrasa le parole di Dante cercando di individuare la differenza fra la poesia di Dante e quella siciliana di Jacopo da Lentini (v. 56) e toscana propria e di Guittone d’Arezzo (v. 56). È convinto che la differenza (vv ) stia nei due ultimi aspetti toccati da Dante (aderenza al dettato d’Amore e adeguamento dei mezzi espressivi ai fini, la convenientia: vv ) e non coglie il nocciolo della differenza di fondo che consiste nella concezione non soggettiva o, peggio, biografica dell’Amore, ma universale e trascendente. A dimostrazione che non ha colto la differenza sta il fatto che usa Femmina al v. 43 dove avrebbe dovuto usare “donna”: la canzone di Dante che pur cita e che pur inizia con Donne non gli ha insegnato nulla. Anzi sottolinea espressamente che non vi sono altre differenze fra le diverse poesie (vv ). Dante lascia a Bonagiunta la responsabilità delle sue affermazioni e non commenta: non tutti possono giungere alla poesia ma solo chi segue i dettami che Dante ha enunciato. Gli amici del gruppo stilnovistico non sono citati: essi condividono con Dante i punti programmatici che egli ha enunciato [la nuova concezione trascendente di Amore (v. 53); la nuova poesia è espressione diretta di tale nuova concezione (v. 53); il poeta ha anche un compito e un dovere di natura tecnico-espressiva (vv )], ma proprio a partire dalla canzone Donne ch’avete intelletto d’Amore citata al v. 51 la concezione di Dante dell’amore come lode gratuita senza alcuna contropartita si distanzia nettamente da quella degli stilnovisti e assume una coloritura religiosa che porterà all’equazione Amore = carità. Ne consegue che al di là da questo nodo si sono trattenuti anche gli stilnovisti.


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