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In fondo noi viviamo di promesse nella no­stra vita relazionale quotidiana: «Vengo a prenderti oggi alle sei del pomeriggio»; «Domani andiamo al cinema.

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Presentazione sul tema: "In fondo noi viviamo di promesse nella no­stra vita relazionale quotidiana: «Vengo a prenderti oggi alle sei del pomeriggio»; «Domani andiamo al cinema."— Transcript della presentazione:

1 In fondo noi viviamo di promesse nella no­stra vita relazionale quotidiana: «Vengo a prenderti oggi alle sei del pomeriggio»; «Domani andiamo al cinema insieme»; promesse piccole ma che costel­lano la nostra esistenza. E di fronte a promesse non mantenute, finisce anche la credibilità di una per­ sona e la possibilità che la relazione abbia un futuro.

2 La fiducia nasce da questa affidabilità sperimenta­ta di chi promette e si auto- impegna, resta fedele a questa forma di auto- obbligazione che è la promes­sa. Chi promette, promette se stesso. E si impegna in una sorta di memoria della volontà, per cui con­tinua a volere nel tempo ciò che ha promesso un giorno.

3 Potremmo dire che promettere è rispondere di sé come avvenire, impegnare se stesso al futu­ro. Certo, è difficile vivere questo dove si va diffondendo il paradigma dell’homo absolutus, l’uomo asso­luto, cioè sciolto da legami, quasi che la libertà proprio in questo consistesse.

4 Nella società post-tradi­zionale che è la nostra, non solo il legame con il pas­sato rischia di smarrirsi nell’oblio di chi è assorbi­to in maniera totalizzante in un presente assolutiz­zato, non solo l’uomo rischia di perdere il senso del debito e del legame che lo unisce a chi l’ha precedu­to, ma anche la responsabilità e il legame con le generazioni future si stanno allentando e rischiano di svanire in una visione che assolutizza il presente e il soggetto individuale.

5 Come se l’individuo fosse senza un prima e senza un poi. Come se un prima senza di lui, e un poi anch’esso senza di lui fossero del tutto fuori del suo interesse e dunque della sua responsabilità. Quasi fosse un uomo atemporale, che vive in un infinito presente, un uomo che realizza, appun­to, il paradigma dell’uomo assoluto.

6 Questa brama di indipendenza, nel senso di non riconoscere l’evidenza della dipendenza da chi ci ha preceduto e di accettare il legame con una co­munità, ci conduce a parlare, con Norbert Elias, dell’uomo contemporaneo come homo clausus, cioè di uomo che vive per se stesso, isolato, come mo­nade separata dal mondo esterno NOBERT ELIAS, La solitudine del morente, il Mulino, Bologna 1985, 69.

7 Certo, l’uomo che promette, promettendo sempre il futuro, si im­pegna a donare ciò che non ha: il tempo, il futuro stesso, il quale, dunque, nasce anche dalla follia del promettere, di compiere una scelta. Sappiamo be­ne che in occidente, soprattutto a partire dal dopoguerra, l’orizzonte della definitività è progressi­vamente scomparso dal nostro vivere.

8 Come è progressivamente scomparso il senso dell’appartenenza a una comunità, a una famiglia, a un partito, a uno stato. Ora, promettere significa voler appartenere. Ma di tutto questo noi oggi vediamo la spaventosa fragilità. Sappiamo promettere? Sappiamo apparte­nere? Sappiamo costruire una comunità? Perché da queste realtà dipende in buona parte la fiducia in cui potrà nascere e svilupparsi la fondata speranza di futuro del giovane.

9 Altrimenti non ci si stupisca della fragilità che è il refrain sempre ripetuto nel parlare degli adulti sui giovani. Dove l’elemento fastidioso è che viene pronunciata tale frase come fosse una sentenza di morte, un giudizio di superiorità e una sentenza colpevolizzante.

10 Occorre invece ricordare che la fragilità è una condizione dell’essere umano in quanto ta­le. Gli umani sono i più fragili degli animali. Ogni uomo, poi, è un insieme di fragilità e di forza: la­voro di maturità è quello di raccordare con sapien­za fragilità e punti di forza, perché questa armonia fonda tutta la nostra vita e regge le relazioni con noi stessi e con gli altri.

11 Si tratterà di riconoscere, da parte di ogni giovane, le sue fragilità, che poi so­no il più delle volte l’eco di fragilità di altri, di fa­miglie problematiche o a pezzi, di incapacità di al­tri a essere fedeli e a promettere (e, ovviamente, a mantenere le promesse), di incapacità di altri a da­re fiducia.

12 E si tratterà, per il giovane, di accogliere con serenità e pace le sue particolari fragilità. Spes­so è proprio dall’accoglienza della propria peculia­re fragilità che prende forma la propria soggettivi­tà, la propria originalità; è dalle proprie sofferenze che nasce la propria creatività.

13 La resilienza Colta la dimensione di responsabilità degli adulti nell’opera di costruzione del futuro, vorrei porre l’attenzione sull’incredibile capacità di futu­ro e di vita da parte di bambini, adolescenti e giova­ni, che traggono forza e progettualità da situazioni disperate e gravemente traumatizzanti.

14 Situazioni di handicap, di abbandono, di incidente che compromette la salute, di abuso, di maltrattamenti, di violenza, anche situazioni di grave tradimento del­la fiducia da parte delle persone più prossime, che avrebbero dovuto mostrarsi affidabili e buone, non impediscono la creazione di una vita e lo sviluppo di un futuro.

15 La resilienza è questa capacità di una persona a svilupparsi bene, a continuare a proget­tarsi e proiettarsi nell’avvenire, anche in presenza di eventi destabilizzanti, di condizioni di vita difficili, di traumi a loro volta molto duri. Non si trat­ta solo di resistenza alla distruzione, ma anche, po­sitivamente, di costruzione di un’esistenza e di un futuro.

16 Si tratta di una dinamica esistenziale che si­tuazioni estreme, come la detenzione in un lager, fanno emergere. Primo Levi, in Se questo è un uomo, aveva annotato: «La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate è stupefacente, e merite­rebbe uno studio approfondito. Si tratta di un pre­zioso lavorio di adattamento, in parte passivo e in­conscio, e in parte attivo» PRIMO LEVI, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1963, 67.

17 Le ragazze iraniane che si trovavano coraggiosamente nella casa della loro professoressa per compiere un’attività vitale per lo­ro, anche se proibita, mostrano capacità di resilien­za.

18 Il giovane Enaiatollah Akbari, piccolo afghano, portato dalla madre in Pakistan e che attraverso un viaggio di quattro anni, in mezzo a pericoli di mor­te e a morti vere di tanti altri che non ce l’hanno fat­ta, riesce a raggiungere l’Italia attraversando Iran, Turchia, Grecia, è un commovente caso di resilien­za.

19 In Italia poi, questo giovane, si è visto ricono­scere lo statuto di rifugiato politico. Siamo di fron­te a una splendida storia di resilienza, di capacità di creare futuro anche a partire da una situazione di assoluta chiusura. Il libro, scritto da Fabio Geda 21 e che ne racconta la storia, è una lettura da consiglia­re a tutti e rappresenta, tra l’altro, un bell’esempio della fecondità dell’incontro interculturale. 21.FABIO GEDA, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2010.

20 «Diceva il personaggio di finzione Holden Coulfield che “un libro ti piace se, dopo averlo letto, ti viene vo­glia di telefonare all’autore”. Qui si può fare di più: oltre all’autore Fabio Geda, si può incontrare direttamente il personaggio. Che è una persona. Ti risponderà un giovane neo-italiano che si chiama Enaiatollah Akba­ri e che oggi studia e lavora, mantiene tre famiglie in Afghanistan e si incazza se vede i suoi amici italiani fumarsi, con una canna, l’equivalente di tre stipendi del suo paese. Un ventunenne che vuole raccontare, far sapere perché tutti abbiano in mente cosa accade in certe parti del mondo. Un ventunenne che ama la scuola, diverso dai suoi amici italiani anche perché a lui l’hanno chiusa i talebani armati e gli hanno fucilato davanti il suo amato maestro. Enaiatollah oggi è come tanti ragazzi di 21 anni, ma anche diverso. Ha un sacco di storia alle spalle, ma ancora fame di futuro. Lasciatevi dunque contagiare. Prendete il largo, nel mare forse ci sono coccodrilli, forse ci sono le balene, ma se vi lasce­rete andare, se muoverete verso colonne d’Ercole senza sapere se quelle esistono veramente, con un decimo del suo coraggio e della sua determinatezza approderete anche voi alla vostra nuova patria, che è già qui, è l’altro, l’altra a fianco a voi e al quale, invece di girarvi dall’altra parte, chiederete: “Chi sei, da dove vieni? Hai bisogno di aiuto ?”».

21 Siamo nuovamente di fronte a un punto inter­rogativo. L’altro è sempre una domanda, un punto interrogativo. Ma essenzialmente è domanda di so­lidarietà, di relazione, di amicizia, di amore. E poi­ché il tempo è l’occasione di incontrare l’alterità, il futuro è costruito dalle nostre relazioni, dalle no­stre amicizie, dai nostri amori.

22 Noi costruiamo il futuro a partire dalla nostra interiorità e dalle no­stre relazioni con gli altri. Il punto interrogativo iniziale diviene pertanto una domanda molto pre­cisa rivolta agli adulti e riguarda la qualità della no­stra interiorità (dunque della relazione che stabilia­mo e viviamo con noi stessi) e delle nostre relazio­ni con gli altri. E tutto questo è molto importante per le giovani generazioni e per il loro futuro.


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