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MANAGEMENT PUBBLICO DELLO SVILUPPO LOCALE

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Presentazione sul tema: "MANAGEMENT PUBBLICO DELLO SVILUPPO LOCALE"— Transcript della presentazione:

1 MANAGEMENT PUBBLICO DELLO SVILUPPO LOCALE
La pianificazione strategica Territorio e sistemi locali Modelli dinamici Giuseppe S.Martorana

2 1. Territori o sistemi locali
1.      Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi Territorio: statuto ontologico Se esiste un’entità “territorio”, qual è il suo statuto ontologico? E poi, esiste un’entità che possiamo definire “area ragusana”? E se è così, che cosa è, e di che cosa è fatta? Immaginiamo un territorio senza la presenza umana o un territorio di cui l’essere umano non conosce l’esistenza, di cui non ha alcuna percezione. Diciamo anche che questo territorio ha caratteristiche tali da potersi definire come ente dotato di un suo autonomo statuto ontologico. Se questo territorio è, ad esempio, una vallata, ciò che definisce de re il suo statuto ontologico è il comprendere in sé tutto ciò che è vallata ed escludere tutto ciò che vallata non è. Quest’idea richiama la nozione aristotelica di limite, o confine che dir si voglia, nozione secondo la quale l’estremità di una cosa è «quel termine primo al di là del quale non si può più trovare nulla della cosa e al di qua del quale c’è tutta la cosa» (Metafisica  17, 1022°). Pertanto, se la vallata – come ogni vallata che si rispetti – è delimitata da montagne e quindi da confini cosiddetti bona fide (si veda in tal senso B. Smith, 1995) cioè fondati su soluzioni di continuità o incoerenze qualitative fra la vallata e ciò che le sta intorno, in questo caso sembra che l’identificazione dello statuto ontologico della nostra vallata – che passa attraverso l’accertamento dei suoi limiti – sia cosa fatta. Invece non è così. La citata definizione aristotelica di limite, nonostante sia di straordinaria incisività, non risolve il problema della vaghezza dei limiti: qual è la linea precisa che separa la vallata dalla montagna?

3 1. Territori o sistemi locali
1.      Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi Vaghezza e confini Si deve dunque presupporre una vaghezza ontologica (si veda sull’argomento A.C. Varzi, 2005, 2007, 2008) che è alla base della difficoltà di attribuire uno statuto ontologico ai confini ed implica anche la difficoltà di definire gli oggetti che essi delimitano. I limiti sono, rispetto all’oggetto che delimitano, sottodimensionali; il limite di una superficie piana (bidimensionale) è monodimensionale; il limite di un solido (tridimensionale) è bidimensionale; il vertice di una piramide è zerodimensionale. Gli oggetti, peraltro, per quanto ci appaiano “solidi” e ben delimitati dalla loro superficie, sono però costituiti da insiemi di particelle ciascuna delle quali è circondata da un ampio spazio vuoto. Si pone anche il problema dell’appartenenza del confine ad uno o all’altro degli oggetti che esso delimita, e ciò determina la crisi di alcuni principi dell’ontologia classica, secondo la quale nello spazio occupato da un oggetto può esistere soltanto quell’oggetto. Il problema della vaghezza pervade dunque i nostri sforzi di interpretazione delle entità spaziali, anche quando discontinuità fisiche molto evidenti sembrano definire (attraverso il limite da esse imposto) entità precise, ponendosi come confini bona fide e definendo apparentemente de re gli enti che esse delimitano: si pensi alle catene montuose, ai fiumi, ai laghi, al mare, etc. In realtà, e rimanendo in ambito geografico, i confini per lo più non sono bona fide (ammesso che questi esistano), ma confini fiat, per ritornare alla definizione di Smith, e cioè artificiali, non fondati su elementi di discontinuità nella realtà, ma presenti invece nella mente di un individuo o di una collettività. La distinzione fra confini bona fide e confini fiat, a sua volta, è molto sottile. Ci sembrerebbe di coglierla osservando, ad esempio, il confine fra la Francia e la Spagna, demarcato dai Pirenei, che definiremmo un confine naturale bona fide. Quest’ultimo è certamente diverso dalle linee nette e squadrate che delimitano i confini fra gli Stati degli U.S.A. o imposte come confini dal colonialismo in Africa.

4 1. Territori o sistemi locali
1.      Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi Percezione e gestalt Senza negare l’esistenza della vallata solo perché non ne conosciamo l’esistenza, potremmo invece adottare una prospettiva diversa e chiederci se l’oggetto vallata e i limiti che lo definiscono non siano in larga misura un effetto del nostro modo di percepirlo ed interpretarlo, per le nostre caratteristiche sia biologiche (una mosca o un gatto vedranno la vallata diversamente da noi) sia culturali. Ciò potrebbe significare che non esistono confini bona fide, ma che tutti i confini sono fiat e che le rappresentazioni della realtà riguardano entità de dicto, rappresentazioni che l’osservatore formula partendo da elementi primitivi del mondo reale il quale da altri organismi biologici – come il classico ed ipotetico extraterrestre che arrivi sul nostro pianeta – potrebbe essere interpretato in maniera completamente diversa. In effetti, su scala ridotta, e in modo molto meno significativo rispetto ad un confronto fra il nostro modo di vedere le cose e quello dell’extraterrestre, possiamo quotidianamente renderci conto di come la lettura e la rappresentazione del territorio cambino radicalmente a seconda che ci interessi la geologia, la meteorologia o la geografia, poiché ciò fa cambiare i confini stessi e gli enti da essi delimitati, e poiché a chi si occupa di geopolitica interesseranno i limiti unidimensionali costituiti dai confini fra Stati o Regioni mentre al geologo interesseranno i limiti bidimensionali che delimitano (si fa per dire) gli strati della crosta terrestre. Inevitabilmente la nostra lettura degli oggetti territoriali risente di un approccio mereologico (la mereologia è la teoria formale delle parti e delle relazioni di parte) che non è soltanto un artefatto culturale, ma una “struttura” mentale dell’essere umano. Conseguentemente, anche quando pensiamo di utilizzare una prospettiva topologica in realtà, per concentrarci sui legami fra le parti che costituiscono il tutto, opereremo pur sempre e in ogni caso una mereologia, ossia una distinzione fra le parti. Anche se in alcuni casi (si pensi alla musica) percepiamo gli enti come gestalt. Un approccio epistemico basato sul concetto di “forma” potrebbe costituire una risposta all’astrazione dello strutturalismo, conciliando gli oggetti e la dimensione del “vissuto”. Il concetto di forma può apparire vago e indeterminato, ma, d’altro canto, anche lo stesso concetto di milieu, non sembra dotato di una maggiore capacità definitoria. Possiamo presupoporre che indipendentemente dell’azione eclatante di un supremo decisore il quale divida gli Stati come in una sorta di scacchiera, nessun territorio preesiste alla sua rappresentazione.

5 1. Territori o sistemi locali
1.      Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi Territorio e complessità D’altro canto la teoria dei sistemi complessi (L. von Bertalanffy, 1968) e l’affermazione dei nuovi principi della logica congiuntiva (pertinenza, olismo, teleologia, aggregatività), ci suggeriscono come la rappresentazione riguardi non l’insieme degli oggetti del sistema, ma il tutto che essi costituiscono attraverso i loro legami. Pertanto i sistemi locali sono creati dalla percezione di una forma distinguibile all’interno del tutto e questo rappresentarsi ed essere rappresentati li definisce. Rappresentazione ed auto-rappresentazione della forma diventano così dinamica essenziale dei processi auto-organizzativi di sistemi complessi adattivi come quelli locali. La cd. Teoria di Santiago (H. Maturana e F.Varela, 1987) evidenzia come ogni organismo generi un mondo che dipende dalla struttura dell’organismo stesso e dunque anche dal suo modo di rappresentarsi ed essere rappresentato. A questo punto – accantonando la rassicurante idea di entità territoriali de re e un approccio strutturalista che consenta di cogliere i rapporti deterministici fra parti, di quantificare, di misurare e di produrre artefatti della razionalità, perfettamente rispondenti ad una realtà “oggettiva” – dobbiamo domandarci quali approcci utilizzare per identificare ciò che non è struttura statica ma sistema dinamico. Dobbiamo anche domandarci – se il nostro modo di percepire le cose ci porta ad una quasi inevitabile mereologia e se, quindi, cogliere gli oggetti ed i loro legami in una visione unica è così difficile – quali forme di concettualizzazione si possono utilizzare per definire i sistemi complessi. Questi interrogativi sono tutt’altro che oziosi, poiché le diverse prospettive si riflettono in maniera determinante sia sulla delimitazione di oggetti o sistemi territoriali sia sui processi di cooperazione/competizione fra i diversi sistemi sia sullo sviluppo e sulla crescita, cioè in generale sui processi auto-organizzativi connessi all’autopoiesi del sistema. È opportuno dunque riconfigurare il filtro mereologico attraverso il quale osserviamo e rappresentiamo il mondo (in un certo qual modo creandolo e definendone la struttura) per uscire dalla direttrice riduzionista dei rapporti deterministici fra le cose.

6 1. Territori o sistemi locali
1.      Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi L’approccio della geografia umanistica Secondo alcuni autori, appartenenti alla corrente della Geografia umanistica, gli individui non si muovono in uno spazio astratto, ma in uno spazio vissuto che la mente umana modella a partire dall’esperienza (A. Freemont, 1976). Al geotopo, ossia allo spazio omogeneo per forma o configurazione di tipo funzionale o sociale, si contrappone il luogo definito dall’amore per esso (topofilia), dall’emotività riconducibile all’habitus di simboli e valori prodotti dalla cultura (Y. Tuan, 1976). Sia pur con alcune incertezze, queste teorie introducono, anzi reintroducono, un’idea – quella dei simboli e dei valori – che caratterizza alcune, più recenti prospettive (si veda G. Dematteis, 2002) secondo le quali si possono individuare rapporti di territorialità definiti dall’interazione orizzontale, da quella verticale e da quella simbolica . Si pensi ad esempio, all’approccio di D. Harvey (1973; 2006) pur tenendo ferma l’idea dello spazio newtoniano (spazio assoluto) propone altre modalità di lettura, sia in senso relativo sia in senso relazionale. Secondo l’Autore, lo spazio va interpretato considerando tutte e tre le prospettive. Ancor più vicina all’idea di forma che a quella di struttura appare la prospettiva di H. Lefebvre (1991), il quale distingue lo spazio dell’esperienza sensoriale (che l’Autore definisce spazio materiale) dallo spazio come oggetto di categorie concettuali (rappresentazione dello spazio) e dallo spazio come entità vissuta (spazio della rappresentazione). Concezione, quest’ultima, molto simile a quella di Y. Tuan precedentemente citata.

7 1. Territori o sistemi locali
1. Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi L’approccio gestaltico L’interazione simbolica, ci suggerisce, senza esaurirlo, il concetto di “forma”, il quale può essere utilizzato al fine di garantire una “conciliazione” fra la potenza della visione strutturalista e l’espressività della visione sistemica. La nostra vallata può essere considerata come un oggetto di percezione gestaltica, ossia come una “forma”. In tal modo sarebbe soddisfatto anche il senso comune, al quale sono estranei gli interrogativi tipici dell’ontologia (quale, ad esempio: “Questa zolla di terra fa parte della montagna o della vallata?”). La nostra vallata è un sistema, composto di sotto-sistemi, il quale a sua volta si relaziona con sistemi più ampi, che la nostra mente rappresenta in gestalt, aggregati delle proprie percezioni, trovando fra gli elementi che le compongono relazioni che ne fanno un unicum. Così, la Sicilia è una gestalt (ma pure un’entità de re, definita da confini bona fide, essendo un’isola); la provincia di Ragusa è una gestalt, ed è pure un ente de dicto definito da confini fiat; la Valle dell’Irminio è una gestalt ed è pure un ente intermedio fra il de re e il de dicto, in quanto definita da elementi fisici e da confini bona fide, ma anche da cultura e convenzioni che hanno influito sui rapporti spaziali. Il concetto di “forma” ci permette di bypassare i problemi logico-filosofici riguardanti lo statuto ontologico degli enti e la vaghezza di limiti e confini. Gli oggetti gestaltici sono riconoscibili anche quando subiscono variazioni determinate dalla loro dinamica. Un bosco è tale anche se ogni giorno muta per effetto delle sue dinamiche; anche una sinfonia è immediatamente riconoscibile indipendentemente dalle interpretazioni diverse dei direttori d’orchestra. In questi casi esiste dunque una forma che definisce l’oggetto. Ritornando alla questione dei limiti, si potrebbe azzardare anche una piccola suggestione estetica, domandandoci se il confine fra gli eventi “estate” e “autunno” è meglio rappresentato dalla data del 21 settembre sul calendario gregoriano o dall’ultimo movimento dell’Estate e dal primo movimento dell’Autunno di Vivaldi. La pianificazione strategica dei sistemi locali, in quanto espressione di razionalizzazione del processo auto-organizzativo, dovrebbe dunque, partire sempre da un’idea di “forma” o da un desiderio di “forma” o meglio da entrambe le cose e solo in un secondo momento, pur se immediatamente successivo, dovrebbe concentrarsi sulla rappresentazione del sistema e delle sue dinamiche.

8 1. Territori o sistemi locali
1. Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi Generazione/creazione della forma La loro “forma”, è il modo con il quale osservatori che si trovano in posizioni diverse rispetto al sistema lo percepiscono. Ci si riferisce, in particolare, alla percezione del sistema da parte di osservatori esterni al sistema stesso (ad esempio un potenziale turista o un potenziale investitore) ovvero alla percezione del sistema da parte di osservatori interni (ad esempio il turista o l’investitore; così come l’impresa e l’amministrazione locali, i cittadini, etc.). È evidente che il cambiamento di prospettiva implica un passaggio da livelli più deboli di creazione a livelli più intensi di generazione. La percezione di “forma” da parte di un soggetto esterno al sistema locale può determinare spinte creative che influenzano lo stesso sistema locale. Ad esempio, l’idea che la Commissione europea si fa di un territorio in area Convergenza, attraverso il filtro delle rilevazioni dell’Eurostat, determina la produzione di politiche e di conseguenti atti normativi che influenzano il sistema locale creando una nuova “forma”. Anche l’idea che Svedesi, Danesi o Tedeschi hanno nel loro immaginario collettivo della Sicilia, sentendo parlare di Mafia o leggendo Il giorno della civetta o i romanzi di Camilleri, a sua volta crea – attraverso una percezione di forma – dinamiche e livelli del sistema. Se ci spostiamo all’interno del sistema, è più evidente il modo con il quale i soggetti che sono dentro al sistema generano il sistema stesso. In altri termini, le forme percepite del sistema locale generano il sistema stesso e il fatto che la percezione sia interna o esterna al sistema cambia la natura del rapporto fra percezione e oggetto percepito (creazione/generazione), ma non necessariamente cambia gli effetti produttivi. Ad esempio, il modo con il quale i turisti nordeuropei percepiscono l’area ragusana o parti di essa influenzerà la percezione che i Ragusani hanno della stessa area, al punto che per certi versi la gestalt territoriale potrebbe non avere nessun riferimento oggettivo con il sistema locale (ammesso che possa esistere un riferimento “oggettivo”). I famosi “luoghi di Montalbano” non sono – nell’immaginario collettivo e dunque nella gestalt risultante da tale immaginario – quelli descritti nei romanzi, ambientati nell’area agrigentina, ma sono quelli proposti nello sceneggiato televisivo, ambientato nell’area ragusana/siracusana. Questi ultimi sono diventati i “luoghi di Montalbano” anche per Ragusani e Siracusani, formando la loro gestalt territoriale e influenzando il sistema anche attraverso la concreta realizzazione di strategie turistiche. Tutto questo non può far perdere di vista gli oggetti reali del sistema locale, i quali pur nella loro vaghezza hanno uno statuto ontologico. Bisogna dunque tentare di mettere in relazione tali oggetti fra di loro in una logica sistemica, e bisogna verificare come la percezione della forma del sistema muti sia gli oggetti sia le loro relazioni.

9 1. Territori o sistemi locali
1. Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi Generazione/creazione della forma

10 1. Territori o sistemi locali
1. Territori o sistemi locali? Un tentativo di definizione fra strutture, forme e sistemi Generazione/creazione della forma  La Figura precedente mostra come le dinamiche del sistema e, in particolare, l’interazione fra dotazioni immateriali e dotazioni materiali generi un’onda la cui frequenza e la cui ampiezza sono determinate dall’azione delle risorse (espressione dinamica delle dotazioni materiali) e dall’azione delle vocazioni (espressione dinamica delle dotazioni immateriali); la portante energetica dell’onda dipende non solo dalla quantità delle dotazioni, ma anche dall’efficienza delle loro interazioni e dall’eliminazione di dissipazioni dell’energia. L’onda, dotata di una sua frequenza e modulazione caratteristiche, agisce all’interno di spazi di risonanza che a loro volta producono assetti delle dotazioni sia materiali sia immateriali, in un ciclo causale continuo. Ciò provoca continui cambiamenti del clinamen ossia dell’inclinazione/tendenza caratteristica del sistema, da cui derivano cambiamenti della percezione (sia dall’interno sia dall’esterno) della forma. Come però s’è già detto, la percezione è creativa/generativa e pertanto essa influenza l’onda caratteristica. Questa lettura appare suggestiva anche con riferimento a quanto precedentemente visto a proposito dell’interpretazione dello spazio e delle soluzioni proposte da chi (v. supra D. Harvey, 1973, 2006; H. Lefebvre, 1991) ha distinto fra spazi in senso fisico e spazi in senso concettuale. In effetti, tenere in debito conto l’interazione fra le dimensioni materiali e immateriali, oltre a costituire una suggestione di isomorfismo scientifico, rappresenta un possibile modello di interpretazione realmente topologica del sistema locale.

11 Modelli dinamici: un pretesto per parlare di…

12 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
La meravigliosa società delle Teste Lustre Le Teste Lustre sono una piccola comunità che vive in una regione interna e selvaggia di un continente immaginario. Il nome Teste Lustre (libera traduzione del nome con cui i nativi si autodefiniscono, cioè Tulaba) deriva dal fatto che donne e uomini, vecchi e bambini, si rasano a zero la testa e si lucidano la cotenna con le foglie di una pianta oleosa spontanea chiamata Pigo Pago. Le teste meglio rasate e più lucide sono particolarmente apprezzate e sono un elemento fondamentale per stabilire gerarchie, rapporti sociali (compresi i matrimoni, giacché gli uomini e le donne con le teste più lucide, rotonde e rasate sono ritenuti particolarmente attraenti), etc.  Rimanendo sul tema della dimensione culturale della comunità delle Teste Lustre, sappiamo che essi sono animisti, praticano il culto degli antenati e ogni anno (all’equinozio di primavera) svolgono una cerimonia durante la quale buttano nel fiume (che attraversa il loro territorio) le lame utilizzate tutto l’anno per rasarsi la testa. La produzione artistica è dominata dal tema della “testa lustra”: a parte i citati rasoi rituali (finemente lavorati da artigiani abilissimi nella forgiatura e nell’incisione dei metalli), i motivi ornamentali dei tessuti (di fibra vegetale ricavata sempre dal Pigo Pago) richiamano la sfericità. Statuette di legno accuratamente levigato rappresentano “i grandi vecchi” con enormi teste sferiche e lisce. Le tradizioni sono tramandate oralmente. La struttura politico-amministrativa di questo popolo è caratterizzata dalla presenza di un Capo villaggio (con poteri assoluti), di un Consiglio degli anziani (che ha grande influenza sulle decisioni del capo villaggio) e di uno Stregone con funzioni di guaritore e di “conservatore” della religione e dei riti. Le Teste Lustre dominano un territorio di circa cinquanta chilometri quadrati. Di questi, il 99% è foresta, lo 0,9% è superficie agricola disponibile (peraltro non tutta sfruttata) e lo 0,1% è occupato dal villaggio (abitazioni, aree comuni, etc.). Gli abitanti sono Il saldo demografico è prossimo allo zero. SEGUE…

13 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Come si può intuire dall’utilizzo dello spazio territoriale, le risorse alimentari provengono prevalentemente dalla caccia e dalla raccolta di frutti e piante selvatiche. L’agricoltura e l’allevamento hanno uno sviluppo minimo: piccoli orti, una o due capre per famiglia, qualche gallina e l’immancabile maiale (ad uso cerimoniale). Le Teste Lustre hanno ottime produzioni artigianali: sono abilissimi nel lavorare i metalli (le famose lame!), il legno (sia per la produzione artistico/rituale sia per usi funzionali) ed i tessuti (la cui lavorazione è riservata, anche per motivi religiosi, alle donne). Per meglio definire la dimensione economica della società in esame possiamo dire che esiste un primordiale concetto di proprietà privata (ad esempio per gli oggetti personali e per l’abitazione) basato sull’uso dei beni. Esistono funzioni di scambio (ad esempio fra artigiani e cacciatori), mentre alcune attività hanno carattere mutualistico (ad esempio tutta la comunità partecipa alla costruzione o riparazione degli edifici, anche nel caso in cui questi non siano di uso collettivo). Il territorio delle Teste Lustre confina con quello dei Piedi Pelosi (libera traduzione della denominazione Pedaz; questa popolazione indossa calzature di pelliccia). Le due popolazioni vivono tendenzialmente in pace anche se non mancano contrasti fra cacciatori nelle aree di confine fra i due territori e ciò accade, ad esempio, quando una preda ferita da un Piedi Pelosi fugge oltre il confine e viceversa. Queste controversie sono risolte dai contendenti sulla base di consuetudini (cioè una bella scazzottata!) e senza far ricorso alle autorità. Nel territorio dei Piedi Pelosi si trovano ricchi giacimenti di metallo. I Piedi Pelosi lo estraggono e, attraverso primitivi ma efficaci metodi siderurgici, lo trasformano in barre che scambiano con le Teste Lustre (come abbiamo detto dedite all’arte della forgiatura) contro altri prodotti (in particolare tessuti).

14 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
La società delle Teste Lustre: un sistema in equilibrio? Ora, se partiamo dal presupposto che le Teste Lustre sono felici di ciò che hanno – e siccome non abbiamo (almeno per il momento) motivo di “creare” guerre o calamità che rompano l’equilibrio della loro piccola comunità (sarebbe troppo facile!) – ci troveremmo, osservando il sistema sotto il profilo della relazione fra risorse e bisogni, di fronte al modello rappresentato dalla Figura 1. SEGUE…

15 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Il modello ci mostra il rapporto fra risorse e bisogni. Caccia e agricoltura, generando prodotti, soddisfano i bisogni alimentari; l’artigianato ed il commercio (interscambio con i Piedi Pelosi) soddisfano altri bisogni materiali (prodotti in legno per le suppellettili e la costruzione degli edifici, tessuti, manufatti in metallo, etc.); le risorse culturali soddisfano i bisogni immateriali. Quello cui ci troviamo di fronte non è però un sistema adattivo: i flussi, infatti, sono unidirezionali (dalla risorsa al soddisfacimento del bisogno) e non esistono flussi di feed-back. Il flusso di valore (prodotti o valori culturali) dalla risorsa all’utilizzatore di essa è la risposta ad un livello costante di bisogno: la popolazione non cresce e i singoli individui hanno tutto ciò che serve loro. Anche il livello delle risorse si mantiene costante poiché esse si rinnovano e dunque il livello di bisogno non incide sul livello delle risorse. Il sistema non presenta cicli causali e non presenta strutture dissipative (che generano entropia). Se, in passato, il sistema ha espresso capacità autopoietiche, in questo momento esse non si osservano. Il sistema non cresce, non decresce, non muta nella sua forma. È dinamico, ma non è adattivo: è quasi una macchina banale, senza (nemmeno in prospettiva) alcun comportamento emergente. Quando nei sistemi adattivi si verificano perturbazioni che determinano un allontanamento dai valori medi (perdita di equilibrio), si evidenziano – a seguito della proprietà di auto-organizzazione – spinte evolutive (cioè scelte in corrispondenza delle biforcazioni). Alla base della teoria dell’autopoiesi, c’è dunque, la capacità di apprendere. Le popolazioni dotate di capacità di apprendimento sono favorite (in relazione all’autopoiesi) rispetto a quelle che presentano un comportamento di ottimale adattamento, che cioè scelgono il comportamento immediatamente favorevole e massimizzano gli strumenti di cui dispongono. Se è così, ci troviamo in presenza ancora una volta di una rottura del metodo logico-matematico classico, di un'altra concessione di dominio della razionalità deterministica e riduzionistica alla razionalità limitata e alla non linearità. L’equilibrio complessivo non è una condizione necessariamente desiderabile, come avremo modo di osservare più avanti. In effetti, in questa fase dell’osservazione della società delle Teste Lustre, l’equilibrio che si riscontra deriva dall’applicazione della nozione economicista di “equilibrio”. È evidente che la società delle Teste Lustre, sotto il profilo del rapporto fra bisogni e risorse (e dunque se applicassimo, in questo momento, il modello matematico di Walras) apparirebbe in equilibrio, ma come vedremo così non è.

16 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Oltre l’equazione malasorte=crescita/sviluppo Quando eravamo bambini e cadevamo, ci dicevano che saremmo cresciuti. Lo stesso ci dicevano quando eravamo a letto con qualche malattia esantematica. Se piangevamo, ci sarebbero “venuti gli occhi belli”, e, quando ci cadevano i denti, San Nicola era lì, pronto a barattarli con qualche monetina. Ciò nonostante, una volta diventati adulti, pochi di noi giocano a basket e nessuno si è arricchito commerciando con San Nicola! L’idea, certamente rassicurante, di un cambiamento positivo conseguente alla malattia, alla sofferenza, alla paura, insomma al marasma, al disordine, alla crisi (sia in senso lato sia con specifico riferimento ai sistemi socio-economici di cui qui ci occupiamo), è presente sia pure in misura e con espressioni diverse in tutte le culture e per lo più con una connotazione etico-religiosa. Certamente quest’idea ha una sua dignità, rafforzata peraltro dall’evoluzionismo e dalle sue infinite declinazioni anche al di fuori dell’ambito della biologia. È vero, infatti, che gli organismi viventi e le società umane rispondono ai cambiamenti che minacciano le loro funzioni vitali sia adattandosi sia modellando l’ambiente. Ma, considerando che dal letto non ci si alza più alti, e che qualcuno non si alza affatto, considerando che interi popoli sono stati cancellati dalla faccia della Terra e che, quindi, la “crisi” non sempre genera crescita/sviluppo; considerando anche che ogni crisi produce dissipazione di risorse non rinnovabili (avvicinando i sistemi all’entropia), non possiamo allora pensare a modelli di crescita/sviluppo anche al di fuori dell’equazione malasorte=crescita/sviluppo? Non possiamo cioè immaginare l’esistenza di dinamiche che innescano l’autopoiesi a partire da qualcosa di diverso dalla corruzione e dal malgoverno, dalle guerre, dalle carestie, dal depauperamento delle risorse, dai disastri naturali? Non ho la pretesa di dare una risposta a queste domande, ma mi accontento di proseguire il cammino procedendo nel ragionamento e ritornando alle Teste Lustre, per vedere se è possibile pensare ad un’autopoiesi che non sia dominata da un qualche miracolo o da una qualche disgrazia, che non ritengo opportuno (nel mio ruolo di imperfetto creatore del mondo delle Teste Lustre) di infliggere ad una popolazione così simpatica.

17 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Estensione al sistema delle Teste Lustre di dinamiche causali Il modello rappresentato nella figura 1 ci ha descritto la relazione fra sistema delle risorse e sistema dei bisogni, evidenziando una dinamica priva di causalità. Le Teste Lustre hanno un modello socio-economico che non determina variazione del livello delle risorse: le risorse forestali si rinnovano, così come la capacità generativa della superficie agricola e quella riproduttiva del bestiame. In effetti, anche le Teste Lustre sfruttano risorse non rinnovabili (il metallo che importano dai Piedi Pelosi) e sono anche una comunità poco virtuosa in questo, poiché compiono uno spreco quando buttano i rasoi nel fiume. Ma questo (almeno per il momento) possiamo considerarlo un comportamento ininfluente sul bilancio risorse/bisogni. Eppure, anche nel sistema rappresentato nella figura 1, un ciclo causale fra risorse e bisogni esiste. Se, infatti, prendiamo in considerazione il sotto-sistema culturale, possiamo evidenziare una precisa relazione causale dalla quale deriva un flusso di feed-back. Le Teste Lustre hanno un sistema culturale nel quale le conoscenze elaborate nel corso dei secoli si sono stratificate ed accumulate nel loro patrimonio di conoscenze, tradizioni, regole sociali, etc. Questo patrimonio, attraverso la conservazione e la trasmissione della cultura (trasmissione orale tramite il processo educativo, perpetuazione rituale attraverso il culto religioso, sussunzione delle consuetudini in un sistema di regole), è tramandato ad opera del Capo villaggio, del Consiglio degli anziani, dello Stregone, ma anche delle famiglie, dei guerrieri, dei cacciatori, degli artigiani, insomma di tutti i componenti della comunità che così, in un processo circolare, producono altre conoscenze rielaborando quelle esistenti. Questo tipo di risorsa (immateriale) non soltanto si rinnova, ma si accresce: il ciclo è causale poiché il bisogno immateriale produce patrimonio culturale il quale produce a sua volta bisogni, in un ciclo virtualmente infinito rappresentato nella figura 2. SEGUE…

18 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
A questo punto è necessario porsi una domanda: un sistema complesso, composto quindi da sottosistemi diversi, uno dei quali presenta dinamiche causali, può essere definito causale? La risposta, affermativa, è da rinvenire nel principio di non decomponibilità dei sistemi complessi: le qualità di una parte determinano le qualità del tutto anche creando qualità completamente nuove, ossia emergenti! Del resto, che la qualità della causalità è estesa all’intera dinamica del sistema è dimostrato nella figura 3.  SEGUE…

19 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
 SEGUE…

20 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Prima di semplificare il modello sopra illustrato, al fine di renderlo utilizzabile per i passaggi successivi, faccio notare come la dinamica principale (in quanto diretta) fra il sistema delle risorse e quello dei bisogni è rappresentata dal loop causale fra “cultura e conoscenza” (ossia il patrimonio stratificato di conoscenza, sapere cultura, tradizioni, etc.) e “bisogni immateriali” (ossia bisogni di status, di appartenenza e amore, di sicurezza, etc.). Questo loop causale si caratterizza per il fatto che il livello dei bisogni cresce all’aumentare della diffusione della cultura e da ciò consegue un aumento dell’elaborazione di nuove conoscenze (flusso di feed-back) che aumenta il livello del patrimonio culturale. Questo loop principale genera altri cicli causali. In particolare: 1)         il patrimonio culturale genera flussi che influenzano tutte le attività produttive. Tali flussi sono stati indicati come know-how, al fine di sottolineare il fatto che la cultura si concretizza in competenze tecnologiche (miglioramento delle tecniche di caccia, di quelle agronomiche e zootecniche, di produzione artigianale e di quelle commerciali). La “tecnologia” aumenta l’accessibilità e la fruizione delle risorse disponibili. Il flusso di feed-back è rappresentato dal processo creativo (nello schema: creatività) che deriva dalla prassi applicativa delle conoscenze e dalla loro costante rielaborazione (attraverso variazioni dei procedimenti tecnici dovuti anche ad errori oltre che ad un’effettiva ricerca di miglioramenti). Questo flusso di feed-back si accumula nel patrimonio culturale generando nuovo know-how; 2)         i bisogni immateriali, attraverso l’emergere di desideri e vocazioni, determinano i livelli dei bisogni alimentari e degli altri bisogni materiali. I nuovi livelli di consumo determinano diversi modelli sociali (flusso di feed-back) che incidono sul livello dei bisogni materiali. Ed ora prima di continuare, per dirla al modo di Alexander, sintetizziamo la forma! SEGUE…

21 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo

22 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
La “fortuna” delle Teste Lustre Secondo quanto fin qui detto, le Teste Lustre appaiono come una popolazione fortunata. La loro comunità non ha particolari problemi di approvvigionamento di risorse materiali, al punto che l’assenza di crescita demografica sembra un effetto dell’assetto socio-culturale più che derivare dalla limitatezza delle risorse disponibili. La loro cultura è viva e attiva e, come abbiamo visto, presenta dinamiche causali che rendono evidente la capacità autopoietica del loro sistema sociale. Sulla base di queste osservazioni, le Teste Lustre sembrano trovarsi in una situazione abbastanza simile a quella di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. Tuttavia le Teste Lustre, al pari di Adamo ed Eva, raccolgono il frutto dell’albero della conoscenza. Come ho già detto, affrontare le definizioni di “equilibrio”, “crescita” e “sviluppo” utilizzando il facile espediente dell’avvento di fatti traumatici non mi sembra giusto nei confronti di questa simpatica popolazione né utile ai fini dell’analisi che sto qui conducendo. L’idea, invece, è quella di analizzare equilibrio, crescita e sviluppo di questa società partendo, in particolare, dalla principale dinamica causale individuata attraverso la figura n. 4, dinamica che s’identifica con la capacità autopoietica dei CAS, che è attiva indipendentemente da macro-eventi o da eventi esterni al sistema e che è alimentata, se mi si fa passare l’espressione naïve, anche dai piccoli accadimenti della vita quotidiana. Non introdurrò, dunque, macro-eventi negativi (guerre, calamità naturali, etc.) o positivi (scoperte scientifiche rivoluzionarie, improvviso aumento delle risorse, per esempio a seguito della scoperta di giacimenti minerari, etc.). Va rilevato che uno dei sotto-sistemi (quello culturale) presenta una “crescita” e che, anche tenendo fermo il livello di bisogni e di risorse materiali, già il sistema (per il principio di non decomponibilità, da cui discende anche il principio di ordine esteso, ed anche soltanto per l’operare delle leggi matematiche degli insiemi) cresce, perché, ferme restando le altre dimensioni, cresce un suo sotto-sistema. Abbiamo visto che, proprio per la dinamica del sistema, anche il sotto-sistema dei bisogni e delle risorse materiali subisce una forte influenza dal ciclo causale dei bisogni e delle risorse immateriali (ordine esteso). SEGUE…

23 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Le conoscenze tecnologiche possono generare nuove risorse materiali oppure ridurre il “consumo” dei fattori (energia, tempo, lavoro, materie prime) necessari a renderle disponibili. Ad esempio, cacciare con le trappole, invece che con la lancia o con arco e frecce, potrebbe liberare un’importante frazione di tempo del gruppo dei cacciatori (i quali potrebbero partecipare più attivamente alla vita politica e culturale della comunità), oppure potrebbe produrre una maggiore quantità di risorse alimentari, così come potrebbe causare il verificarsi di entrambi i fenomeni; d’altro canto, la nuova situazione potrebbe modificare anche alcuni assetti produttivi (per esempio, le attività artigianali). La maggiore quantità di tempo a disposizione dei cacciatori potrebbe anche essere dedicata alla coltivazione ed all’allevamento e questo, a sua volta, potrebbe far maturare nuove vocazioni, nuovi desideri, derivanti dal consolidamento di nuovi modelli sociali: l’agricoltura e l’allevamento hanno caratteristiche meno aleatorie rispetto alle attività di caccia e raccolta, e dunque soddisfano il bisogno di sicurezza (appartenente al gruppo dei bisogni immateriali). Da questi nuovi bisogni possono derivare nuovi modelli sociali. I cacciatori, ad esempio, passando più tempo al villaggio, parteciperebbero di più alla vita familiare e all’educazione dei figli, starebbero più a contatto con gli anziani e con gli artigiani, qualcuno di loro potrebbe persino decidere di diventare agricoltore a tempo pieno. Tutte le circostanze fin qui descritte potrebbero anche causare un aumento demografico, se non altro per l’importante contributo alla vita familiare che gli uomini potrebbero dare. In ogni caso, il sistema combinato di produzione di risorse alimentari provenienti dall’agricoltura/allevamento e dalla caccia/raccolta, aumentando i livelli di sicurezza alimentare, potrebbe produrre una spinta all’incremento demografico. Ora, come ho detto all’inizio di questa trattazione, non tutta la superficie potenzialmente agricola è sfruttata dalla Teste Lustre, quindi, fino ad un certo punto, il processo sopra descritto potrebbe rappresentare, sul piano del sotto-sistema delle risorse e dei bisogni materiali, una variabile pressoché ininfluente per la generazione di un ciclo causale. Ad un certo punto, però, la superficie agricola disponibile potrebbe non essere più sufficiente o potrebbe essere percepita come non più sufficiente.

24 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
La società delle Teste Lustre verso la crisi Declino ogni responsabilità. Hanno fatto tutto loro. Ad un certo punto, le Teste Lustre – le quali hanno sfruttato a pieno la superficie agricola utilizzabile (cioè quella libera dalla foresta) e lo hanno fatto perché hanno progressivamente maturato nuove conoscenze, che hanno generato nuovi bisogni, che hanno generato nuovi assetti sociali – decideranno di trasformare sempre maggiori quantità di superficie forestale in superficie agricola. Lo sviluppo dell’agricoltura su scala più ampia produce un aumento demografico (e nuove braccia per l’agricoltura) e ciò comporta, a sua volta, la necessità di altra superficie agricola. Anche l’assetto urbanistico deve cambiare, sia con una crescita del villaggio (poiché è aumentato il numero degli abitanti) sia con la realizzazione di nuclei abitativi a servizio dei terreni più distanti dal villaggio: nascono vere e proprie fattorie, e comincia a porsi il problema di una più ampia infrastrutturazione sia per approvvigionare le fattorie sia per collegarle con il centro urbano sia per realizzare spazi adibiti allo scambio (derrate alimentari, manufatti, etc.). L’impulso per l’industria è enorme, dato l’aumento di domanda di prodotti dell’edilizia, di attrezzi agricoli, di carri per il trasporto di merci e persone, eccetera. La costruzione di una nuova casa o la riparazione di una casa esistente non è più l’espressione di un mutualismo comunitario, ma diventano appannaggio di specifici artigiani. All’aumentare della specializzazione produttiva muta il senso della proprietà privata. L’uso dei beni comuni necessita di nuove regole e di nuove forme di governo. La specializzazione produce anche la necessità di una regolamentazione degli scambi commerciali, sia all’interno sia verso l’esterno. Ancora non esiste la moneta, ma si affida al Consiglio degli anziani l’incarico di fissare dei parametri di scambio. La dinamica dei poteri istituzionali cambia. I poteri assoluti del Capo villaggio trovano un forte contrappeso nel potere di politica economica di un organo collegiale e non elettivo. Possiamo anche immaginare un ulteriore frazionamento del potere di governo derivante dall’affidamento ad un organo appositamente costituito e al quale partecipa anche lo Stregone (in rappresentanza della legge morale) con funzione di regolamentazione delle controversie. A questo punto vediamo come si è modificato il ciclo causale (figura 5). SEGUE…

25 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
SEGUE…

26 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Il ciclo sopra illustrato porterà la società delle Teste Lustre alla crisi. Si potrebbe ipotizzare, infatti, che l’aumento continuo della superficie agricola e la diminuzione della superficie forestale (anche a seguito dell’aumento dell’area abitativa) ridurranno la disponibilità di materie prime tratte direttamente dal bosco (oltre ai frutti ed alla cacciagione, anche la legna, le fibre naturali e il prezioso Pigo Pago). Ricordiamo, poi, che l’interscambio con l’esterno è bastato sulla produzione di tessuti e che lo sviluppo di agricoltura e industria ha aumentato il fabbisogno di metallo contro il quale tali tessuti erano scambiati. Anche l’aumento della popolazione causa un maggior consumo interno di tessuti. Che dire, poi, dei preziosi rasoi rituali? Essi forse non potranno più essere gettati nel fiume, così determinandosi l’abbandono di una secolare tradizione, con forti influenze sul patrimonio culturale delle Teste Lustre e sui loro costumi. E che ne sarà della stessa lucidatura delle teste, resa sempre più difficile per la riduzione del Pigo Pago? E se, a questo punto, il disperato bisogno di metallo, di risorse forestali e di altro terreno agricolo spingesse le Teste Lustre a considerare la possibilità di abbandonare la propria indole pacifica, e ad attaccare i Piedi Pelosi? Potremmo andare avanti così molto a lungo oppure potremmo tracciare percorsi evolutivi diversi, ma ciò che emerge chiaramente – quantomeno in termini di suggestione per una più approfondita analisi critica dei modelli di sviluppo – è che la crisi dei sistemi non è determinata da una perdita di equilibrio, poiché il disequilibrio è intrinseco alla capacità autopoietica, ma piuttosto dall’entropia, intesa come perdita irreversibile di energia. Nel caso delle Teste Lustre, le strutture dissipative si determinano nelle scelte di sviluppo che non tengono conto della limitata rinnovabilità delle risorse. Se, da un lato, la capacità autopoietica del sistema – alimentata dal sotto-sistema dei bisogni e delle risorse immateriali (queste sì, non solo si rinnovano, ma crescono in modo teoricamente illimitato) – aumenta, d’altro canto le risorse materiali si riducono. È come se quella stessa capacità che consente alle organizzazioni sociali di crescere e svilupparsi, adattandosi e modellando l’ambiente, generasse anche la loro fine.

27 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Sulle definizioni di “equilibrio”, “crescita” e “sviluppo”: alcune note suggerite dalla storia delle Teste Lustre La società delle Teste Lustre appariva, alla prima osservazione, come un sistema in equilibrio, capace di conservarsi attraverso un uso delle risorse materiali che oggi definiremmo “sostenibile”. Tuttavia, un sistema adattivo presenta processi autopoietici che sono finalizzati non solamente alla propria conservazione, ma anche alla propria crescita. Abbiamo visto come le risposte di adattamento possano generare importanti cambiamenti del sistema anche senza eventi di natura macroscopica o traumatica. Ciò deriva, nel caso delle Teste Lustre e, possiamo dire, nel caso di ogni società umana, da un continuo processo di apprendimento ben rappresentato dal ciclo causale fra risorse immateriali e bisogni immateriali. Abbiamo anche visto che proprio quest’ultimo ciclo dinamico può essere esteso all’intero sistema delle Teste Lustre, influenzando fortemente il rapporto fra risorse materiali e bisogni materiali e provocando anche all’interno di tale sotto-sistema un ciclo causale. E, fino a qui, il sistema potrebbe non presentare strutture dissipative, consentendo una crescita che non muti radicalmente, né in senso positivo né in senso negativo, la dinamica del sistema nel suo complesso. Se però ragionassimo in questo modo, trascureremmo un fatto fondamentale e cioè la natura diversa delle risorse materiali (limitate) e di quelle immateriali (illimitate). Nel momento in cui la stratificazione delle risorse immateriali (accumulo dei flussi in livello) genera diversi livelli di bisogni immateriali e, in conseguenza di ciò, bisogni materiali che portino ad un uso non sostenibile delle risorse materiali, allora si verifica un’evidenza dissipativa. Questo, di per sé, pur costituendo un elemento di crisi, è anche lo stimolo per ulteriori “risposte” del sistema, le quali sicuramente tenderanno a far sì che il sistema si conservi, ma che non necessariamente raggiungeranno tale obiettivo. A questo punto ci domandiamo: in che misura crescita e sviluppo sono due concetti diversi? Secondo la definizione ricorrente, la “crescita” è una modalità di mutamento, sostanzialmente graduale e incrementale, mentre lo “sviluppo” è un cambiamento repentino. Ci troveremmo, dunque, nel primo caso di fronte ad un vettore rettilineo o ad una curva e, nel secondo caso, ad un andamento scalare. In sostanza, la crescita comporterebbe un’evoluzione all’interno del medesimo sistema di idee, mentre lo sviluppo comporterebbe il passaggio da un sistema ad un altro. SEGUE…

28 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Per quanto concerne la prima definizione della coppia “crescita/sviluppo”, si può sollevare l’obiezione che segue. Dal punto di vista logico-matematico, e con particolare riferimento ai sistemi complessi (e, fra questi, ai CAS), un cambiamento è un cambiamento e i suoi effetti riguardano l’intero sistema. Ciò conduce ad un parziale abbandono del rapporto di diretta proporzionalità fra entità di un fenomeno (ossia la sua portata in termini di quantità) ed effetti dello stesso sul sistema. Tale rapporto, cioè, può esservi o non esservi e qui sarebbe fin troppo scontato il riferimento al battito delle ali della farfalla di Lorentz. Nel caso delle Teste Lustre, ad esempio, una crescita del bisogno di prodotti agricoli può produrre crescite corrispondenti del livello di disboscamento secondo un andamento lineare (ad esempio, per ogni unità di aumento della popolazione, si disbosca un ettaro di foresta) e, dunque, l’impatto del processo di crescita potrebbe teoricamente non cambiare la forma del sistema, la sua dinamica complessiva, fino a quando non si raggiunge una massa critica. Ma se invece teniamo in considerazione il sistema delle risorse immateriali e dei bisogni immateriali, dovremmo domandarci quale linearità può esistere nella sequenza di effetti determinata da una corrispondente serie, ad esempio, di piccoli progressi tecnici. In effetti, forse, quella che è interpretata come vettore lineare o come curva, anche se caratterizzata da una sua progressività, è in realtà costituita – se la osserviamo da vicino – da una microscalarità che produce effetti anche piccoli ma continui sul sistema, magari con tempi e modalità diversi rispetto al “salto” che può essere determinato da un cambiamento macroscopico. La seconda definizione mi convince di più. In effetti, ripercorrendo la storia delle Teste Lustre, si nota che esiste una prima fase in cui, nonostante sia in atto un processo di crescita (che poi, se la prima obiezione è valida, è anche un processo di sviluppo), il sistema sembra mantenere i propri assetti (la propria forma). Poi, il raggiungimento di una massa critica di alcuni livelli rispetto ad altri determina la crisi del sistema, forse la sua morte, sicuramente un suo radicale mutamento di forma. Ricordiamoci, ad esempio, che il decadere della radicata tradizione di rasarsi e lucidarsi la testa distrugge lo stesso principio di identità: le Teste Lustre non sono più Teste Lustre. SEGUE…

29 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Però, anche a proposito della seconda definizione della coppia crescita/sviluppo, possono sorgere alcune obiezioni. Ad una prima obiezione (che può apparire del tutto astratta, ma in realtà per chi ha letto con attenzione fino a questo punto sicuramente non lo è) farò solo un cenno. Mi riferisco al principio logico di identità ed al fatto che anche per quanto riguarda gli enti statici e quindi, a maggior ragione, per i sistemi complessi adattivi, un ente è uguale a se stesso soltanto in un momento di tempo determinato (mi riferisco alla questione non solo logica, ma anche ontologica, degli “enti successivi”). Il che è come dire che esistono tante società delle Teste Lustre quanti sono gli istanti di tempo. La seconda obiezione discende, invece, direttamente dall’obiezione alla prima definizione della coppia crescita/sviluppo. Se ogni incremento di un valore comporta un cambiamento di stato del sistema, allora le trasformazioni sono continue (e non lineari) e il distinguere fra un cambiamento all’interno del medesimo sistema e un cambiamento che determina un sistema nuovo appartiene al solo campo dell’osservazione, ovvero al fatto di osservare l’oggetto nel momento in cui si raggiunge una massa critica, un cambiamento, per l’appunto osservabile, dell’oggetto stesso. Tale cambiamento, però, potrebbe essere iniziato in maniera non osservata o non osservabile molto prima, attraverso le variazioni che hanno formato la massa critica. Ogni giorno nasce un essere umano o muore un essere umano e ciò, pur non determinando variazioni osservabili del sistema, lo cambia profondamente. Si può concludere, a questo punto, che: -            sul piano logico, crescita e sviluppo sono la stessa cosa, ove siano riferiti a sistemi adattivi non lineari; distinguere dunque i due termini appartiene al campo dell’osservazione di taglio stocastico (a tempi discreti) o a quella storicistica (individuazione, generalmente a posteriori, di eventi chiave). Questi due approcci sono interfunzionali nelle scienze sociali e dunque il loro uso non può essere escluso, ma deve essere corroborato da altre prospettive; -            non esistono sistemi adattivi non lineari in equilibrio stabile, poiché è la stessa autopoiesi a provocare lo squilibrio.

30 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Teste Lustre: la risposta alla crisi fra regolazione e strategia  Così come non ho fatto nulla per mettere nei guai le Teste Lustre, non farò nulla per toglierceli. Ho più volte affermato che la capacità adattiva dei CAS, espressa attraverso l’autopoiesi, tende alla conservazione ed alla crescita/sviluppo del sistema (a questo punto, almeno per quanto mi riguarda, i due termini rimangono in coppia, come erano all’inizio di queste riflessioni). Tornando alle Teste Lustre, possiamo aspettarci che la crisi del loro sistema comporti delle risposte in termini di adattamento e di modellazione. Certo, tali risposte potrebbero essere tardive; la comunità potrebbe non leggere in tempo i segnali che preannunciano la crisi del sistema; oppure potrebbero intervenire eventi istantanei imprevisti o imprevedibili (si pensi al caso in cui il disboscamento causi un dissesto idrogeologico con la conseguente distruzione del villaggio o di buona parte delle coltivazioni). L’adattamento può avvenire tramite regolazioni o strategie. I due termini non sono del tutto disgiunti, ma alcune precisazioni vanno tuttavia fatte. La regolazione può presentarsi anche all’interno di sistemi semplici o di macchine banali (si pensi al termostato dello scaldabagno, al pressostato dell’autoclave, alla valvola della caffettiera). La regolazione può anche essere automatica. Invece, la strategia presuppone un processo di apprendimento ed una capacità creativa, cioè quella di trovare soluzioni nuove per casi specifici. La strategia è volontaria, cosciente, deliberata, e può seguire vie d’azione indirette al contrario della regolazione, la quale segue sempre vie dirette (ad esempio: se sale la pressione nella caffettiera, la valvola si apre e la pressione diminuisce; o, ancora, per diminuire la temperatura dello scaldabagno, il termostato toglie corrente alla resistenza; se lo scaldabagno avesse un comportamento strategico, potrebbe volontariamente decidere di suggerirci quando fare una doccia, per consumare acqua calda e abbassare la temperatura senza sprecare energia). SEGUE…

31 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Torniamo ai Testa Lustra. Come avevamo osservato, l’aumento della superficie agricola ha diminuito la disponibilità di legname e di Pigo Pago. Ciascuna famiglia di agricoltori Testa Lustra potrebbe decidere autonomamente (ossia in assenza di una politica/strategia forestale complessiva) di lasciare sui confini dei propri appezzamenti di terreno qualche fascia di bosco che, oltre a svolgere la funzione di delimitare la proprietà, possa costituire una riserva di prodotti forestali. Alcuni agricoltori potrebbero addirittura decidere di piantare alberi. Questi comportamenti costituiscono un’autoregolazione del sistema. Una situazione diversa, invece, si verificherebbe nel caso in cui l’autorità centrale decidesse di costituire un demanio o di istituire normativamente, come obbligo, il rispetto di precisi rapporti di superficie fra costruzioni, coltivazioni e area forestale. In questo caso ci troveremo di fronte ad un comportamento strategico del sistema, che darebbe luogo ad una vera e propria pianificazione ed a tutte le conseguenti produzioni programmatiche. È evidente che all’interno di un CAS possono coesistere regolazione e strategia. Entrambe esprimono appieno funzioni nuove (emergenti) del sistema non desumibili, per il principio di non scomponibilità, dal funzionamento delle sue singole parti. Le Teste Lustre – un po’ per saggezza, un po’ per necessità, e un po’ per la mia benevolenza – almeno per il momento se la fanno franca, sia pure con qualche danno e con molte complicazioni determinate, ad esempio, da un appesantimento istituzionale. Le Teste Lustre continueranno a condurre la loro esistenza – un po’ meno felice – in quella zona interna di un continente immaginario in cui li abbiamo trovati. Forse, dopo qualche generazione, riprenderanno a rasarsi e lucidarsi i crani ed a gettare i rasoi nel fiume. Ma io, di questo, non sono del tutto sicuro.

32 2. Modelli dinamici: crescita e sviluppo
Conclusioni Tutto ciò detto – e indipendentemente dal fatto che, probabilmente, la ricerca di una nuova terminologia per descrivere i fenomeni non appartiene semplicemente al piano della forma, ma anche a quello della sostanza – credo che la storia delle Teste Lustre che, non lo nego, è anche un mio personalissimo divertissement, possa essere utile per evidenziare alcuni temi di riflessione. Ad esempio, e qui vado un po’ alla rinfusa: 1)         l’approccio della modellazione dinamica mi sembra particolarmente utile a superare i limiti del determinismo e della linearità econometrica e, al contempo, a evitare di incorrere nelle ripugnanti teorie sui mondi fluidi (o liquidi o gassosi… ); 2)         lo studio della società delle Teste Lustre può essere un buon banco di prova per mostrare la coerenza del modello di sviluppo sostenibile proposto dallo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo, soprattutto per la trasversalità che, in esso, riveste la dimensione culturale condivisa dello sviluppo; 3)         la vicenda delle Teste Lustre – e qui do un assist a chi ha titolo per sviluppare queste tematiche – potrebbe suggerire interessanti spunti su come i sistemi adattivi complessi esprimono gerarchie, pur essendo diffusa all’interno dell’intero sistema la funzione autopoietica, creano istituzioni e attribuiscono ad esse specifiche funzioni (penso, in particolare, ai sistemi locali e all’interessante questione dell’abolizione delle Province Regionali). P.S. – A chi volesse recarsi nel territorio delle Teste Lustre è utile sapere che un comunicato della Farnesina, testè pervenuto, sconsiglia agli Italiani di recarsi nell’area a causa degli scontri fra Teste Lustre e Piedi Pelosi. Eppure, io ci avevo provato…

33 3. Modelli dinamici: governance e territorio
Quanto costa la spending review? Il “caso Nicosia” Già da qualche anno ed a più riprese i governi nazionali che si sono succeduti hanno affrontato, con approcci diversi solo in apparenza, il problema della spesa pubblica. Le diverse proposte, al di là delle definizioni (tagli trasversali, spending review, etc.), sono tutte espressioni del centralismo regolatorio. In altri termini, una remota cabina di regia – dalla quale è sempre più difficile se non impossibile avere una visione anche solo parziale dei sistemi locali – “decide”, come il termostato di uno scaldabagno, di aprire o chiudere un circuito. Se da un lato, nel dibattito sullo sviluppo locale, sembra condivisa in maniera pressoché unanime la concezione sistemica delle società umane, dall’altro le scelte dei diversi governi – e qui ci si riferisce indistintamente a tutti i governi della cosiddetta Seconda Repubblica – sembrano non tenere in nessun conto tale concezione. Nei sistemi complessi, e in particolare in quelli «adattivi», le parti del sistema non sono scindibili dal sistema nel suo complesso: il sistema, infatti, è “altro” rispetto alla mera somma delle sue parti. Non è questa la sede adatta a trattare della Teoria dei Sistemi Complessi Adattivi (Complex Adaptative Systems), ma bisogna qui sottolineare che, al di fuori di tale teoria, sintagmi come “sviluppo sostenibile, “sviluppo locale” o “governance dello sviluppo locale” assumono una connotazione puramente intensionale, entrando così a pieno titolo nel vocabolario del marketing politico. L’emergenza sistemica costituita dall’attuale crisi, che non è soltanto economico-finanziaria, ma anche a politico-istituzionale e socio-culturale, richiederebbe non già meri interventi regolatori, ispirati ai meccanismi di adattamento stimolo/risposta (del tipo “abbiamo bisogno di risanare il bilancio, quindi aumentiamo le tasse e/o riduciamo la spesa”), ma piuttosto “vie indirette” e, dunque, un approccio strategico che tenga conto del fatto che la soluzione dei problemi economico-finanziari non è ascrivibile al solo ambito delle politiche economiche, e che anzi il mero intervento economico-finanziario di tipo regolatorio può causare un aggravamento della crisi e provocare la distruzione di parti vitali del sistema e, quindi, del sistema stesso. Paradossalmente, l’aumento della pressione fiscale e il taglio della spesa pubblica possono sortire effetti assolutamente opposti a quelli che si dichiara di voler ottenere. È come dire che la spending review, la quale si propone di ridurre la spesa pubblica potrebbe, nel medio e lungo periodo, determinare emergenze del sistema con effetti moltiplicativi sulla stessa spesa pubblica. Il “caso Nicosia”, di cui si tratterà qui di seguito, rappresenta soltanto uno dei tanti possibili casi riferibili alla costellazione di sistemi locali che hanno da sempre costruito la Storia e la ricchezza del nostro Paese.

34 3. Modelli dinamici: governance e territorio
Nicosia: una ridente cittadina fra i Nebrodi e le Madonie Nicosia è una cittadina di circa quindicimila abitanti, in provincia di Enna. È un antico centro urbano ricco di Storia e di cultura, incastonato in un territorio paesaggisticamente splendido, anche perché ricco e vario. Nonostante Nicosia sia un piccolo centro, essa ha nel corso degli anni sviluppato – anche in conseguenza della particolare posizione geografica – funzioni e servizi equiparabili a quelli di una città di medie dimensioni. Nicosia è sede di Curia vescovile; vi sono tre Licei (Classico, Scientifico e Psico-pedagogico) e un istituto tecnico; è presente l’Agenzia delle Entrate; c’è un importante ospedale; c’è il carcere; c’è il Tribunale; ci sono le tenenze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, e le caserme di Vigili del Fuoco, Polizia Stradale e Guarda Forestale; ci sono ben due uffici postali; c’è una delle due aziende speciali siciliane ad indirizzo silvo-pastorale.Nell’ultimo decennio alcune funzioni ed alcuni servizi si sono persi. Ci si riferisce alla Commissione Tributaria, ad alcuni reparti dell’ospedale, alla sede distaccata della Facoltà universitaria di Agraria di Catania. La situazione infrastrutturale e, in particolare, delle infrastrutture viarie e trasportistiche ha da sempre influenzato i processi di sviluppo e la situazione è sicuramente peggiorata negli ultimi anni, a causa di un rarefatto sistema di interventi manutentivi sulle principali vie di accesso alla città. Ciò nonostante, Nicosia è uno dei più importanti Sistemi Locali di Lavoro della Sicilia e uno dei tre Sistemi Locali di Lavoro della provincia di Enna. L’economia nicosiana si basa su due principali affluenti: i servizi pubblici e l’agricoltura. Notevole sviluppo hanno conosciuto negli anni passati anche l’artigianato (edilizia, impiantistica, lavorazione del legno e dei metalli) ed il commercio. Tale sviluppo è stato determinato dalle grandi qualità e tradizioni produttive delle imprese artigiane nicosiane (si pensi, in particolare, alla lavorazione del legno) e dalle caratteristiche di polo commerciale che la città ha assunto rispetto ai paesi vicini non soltanto della provincia di Enna (Sperlinga, Troina, Gagliano Castelferrato, Agira), ma anche della provincia di Palermo (Gangi e le Petralie) e in quella di Messina (Capizzi). Sono presenti sei sportelli bancari e, fra questi, due banche di credito cooperativo fortemente radicate nel territorio. Negli ultimi anni sono nate molte aziende agrituristiche e alcune attività ricettive extra-alberghiere e sono stati aperti numerosi esercizi commerciali di media superficie in vari comparti (alimentare, casalinghi, ferramenta, abbigliamento, etc.). La situazione sociale, grazie alla vitalità del sistema economico e alla presenza di ammortizzatori sociali (sistema di turnazioni nei lavori forestali, consorzi di bonifica, etc.), ma anche grazie all’“isolamento” geografico, è caratterizzata da una pax evidente (basso numero di reati, controllo sociale diffuso, etc.). Questa situazione sociale è alla base di una buona qualità della vita, compensando l’evidente deficit di attività culturali e ricreative di cui soffrono in particolare le generazioni più giovani, per le quali si registrano movimenti per motivi di studio verso le città universitarie. Da dieci anni a questa parte, il procedere della crisi ha indebolito il tessuto agricolo e quello delle PMI, rendendo l’affluente “pubblico” ancora più importante per la tenuta del sistema.

35 3. Modelli dinamici: governance e territorio
  Antefatto al caso Nicosia: la “legge di riordino” n. 148/2011 Il processo di revisione della geografia giudiziaria attualmente in atto in Italia prende le mosse dalla cosiddetta “legge di riordino”, la Legge n. 148/2011. Questa normativa è finalizzata a ridurre la spesa e, contestualmente, all’incremento dell’efficienza dell’attività giudiziaria tramite una migliore distribuzione ed organizzazione degli uffici sul territorio nazionale. L’obiettivo è di per sé apprezzabile, anche tenuto conto degli elementi da tenere in considerazione per la revisione della geografia giudiziaria secondo la stessa legge (art. 1, lett. b). Sorvolando sulla scansione degli eventi accaduti dall’emanazione della citata legge fino ad oggi, val qui la pena di sottolineare che, ad oggi, ben 48 tribunali rischino la soppressione e che ciò rischia di avvenire al di fuori del criterio di ragionevolezza dei tagli indicato nella Relazione del gruppo di studio ministeriale in tema di revisione delle circoscrizioni. Tale criterio – in assenza di parametri quantitativi fissati dalla lettera b), dell’art. 1 della sopra citata legge – assume, come è stato ben evidenziato, il carattere di meta-principio [4]. La questione della revisione della geografia giudiziaria ha creato negli ultimi mesi un clima rovente, che si è via via via esteso al di fuori dell’ambito di originario interesse, sollecitando l’intervento nel dibattito degli enti locali e della stessa Anci che il 10 maggio del 2012 ha sottoscritto con il Consiglio Nazionale Forense un protocollo d’intesa per l’analisi, lo studio e la definizione di proposte sulla riorganizzazione del sistema giudiziario. Il segnale è chiaro. La questione della soppressione degli uffici giudiziari è percepita, soprattutto in un momento di crisi come quello attuale, come una gravissima minaccia alla tenuta dei sistemi locali.

36 3. Modelli dinamici: governance e territorio
 Quanto costa il Tribunale di Nicosia? La questione posta dalla legge di riordino, relativamente al risparmio di spesa ed all’incremento di efficienza, è stata ampiamente puntualmente affrontata, come nella citata relazione del Consiglio Nazionale Forense nella quale, peraltro, si esaminano tre case’s history (Sciacca, Orvieto e Saluzzo) relativi a tribunali sub-provinciali (ossia a rischio di soppressione) considerati esemplari sotto il profilo sia dell’efficienza sia dei costi. A nostro avviso, queste argomentazioni, benché fondamentali, non sono però le uniche da addurre in difesa dei tribunali sub-provinciali. Se ci si fermasse ad esse, infatti, si perderebbe di vista una serie di circostanze specifiche di ciascun territorio (posizione geografica, viabilità, assetti sociali, economici, culturali, etc.) che la normativa – a dire il vero – menziona, ma di cui non chiarisce l’incidenza sul criterio di ragionevolezza che dovrebbe guidare le scelte di revisione della geografia giudiziaria. Per ritornare alle nostre premesse, si corre lo stesso rischio di chi tiene in considerazione gli atomi a prescindere dalla materia degli oggetti di cui essi fanno parte ossia, nel caso specifico, si rischia di considerare il “sistema giustizia” come se fosse a sé stante e connotato da una “geografia” che non rappresenta né la geografia del territorio né quella definita dal sistema di relazioni delle comunità locali e fra le comunità locali. In ogni caso, per rispondere alla domanda contenuta nel titolo di questo paragrafo (e per quanto ciò sia persino irrilevante sotto molti aspetti) il Tribunale di Nicosia costa € ,48 euro l’anno (Fonte: G. Agozzino, op. ult. cit., dati anno 2010); di questi, € ,45 sono costituiti da spese per retribuzioni. Considerando che queste ultime spese, a seguito della soppressione del Tribunale, non saranno eliminate nel breve/medio periodo e potranno soltanto essere ridotte nel lungo periodo, il risparmio di spesa derivante dalla soppressione sarebbe appena di € ,03 all’anno.

37 3. Modelli dinamici: governance e territorio
L’impatto della soppressione del Tribunale di Nicosia: il modello della dinamica prevedibile Dato che una delle espressioni chiave dell’economia della crisi è spending review, si ritiene qui opportuno rimanere sul piano della lettura economica della revisione della geografia giudiziaria e ipotizzare il ciclo economico dinamico conseguente alla soppressione del Tribunale di Nicosia. La figura che segue mostra, per l’appunto, tale ciclo.  SEGUE…

38 3. Modelli dinamici: governance e territorio
SEGUE…

39 3. Modelli dinamici: governance e territorio
Per facilitare la lettura della figura, consideriamo come punto di partenza il livello «consistenza del terziario pubblico» che, per tale motivo, nella figura è stato evidenziato usando il simbolo della freccia invece di quello del cilindro (come tutti gli altri livelli rappresentati nella figura). Il citato livello è posto in una relazione causale con il livello definito «consistenza del privato». Molto sinteticamente, si può affermare che questi due livelli dovrebbero, in condizioni dinamiche normali, influenzarsi secondo un ciclo causale e, pertanto, l’aumento dei servizi pubblici presenti in un sistema locale stimola l’aumento delle iniziative imprenditoriali connesse ai vari comparti economici locali, e viceversa poiché un tessuto produttivo ricco, diversificato ed esteso richiede il potenziamento dei servizi pubblici. Nel caso rappresentato nella figura, il ciclo è negativo: la perdita di pezzi del terziario pubblico, infatti, diminuisce i movimenti verso l’interno del sistema (ci riferisce, qui, all’importante ruolo di Sistema Locale di Lavoro svolto da Nicosia rispetto all’ampio territorio di riferimento circostante). Ciò determina la diminuzione della consistenza delle iniziative private (si pensi al commercio, ai pubblici esercizi, al mercato immobiliare, etc.). Questo, a sua volta, causa la diminuzione del numero di utenti di servizi e, mancando un livello di bisogni adeguato a sostenere i costi per il mantenimento dei servizi, un ulteriore impoverimento del terziario pubblico. Da questo ciclo causale scaturisce – come logica conseguenza – una dinamica indotta (quella più squisitamente economica poiché riferita al Pil locale): il contributo all’economia locale del pubblico e del privato diminuirà e ciò determinerà un ulteriore ciclo causale (che nella figura è definito «della ricchezza locale») nel quale la diminuzione del denaro circolante, conseguente alla riduzione del Pil locale, e la riduzione del valore degli immobili e dei depositi (conseguente, nel caso degli immobili, anche alla forte contrazione del relativo mercato derivante sia dai minori movimenti verso il sistema locale sia dall’aumento dei movimenti verso l’esterno del sistema, ad esempio quelli degli attuali dipendenti del Tribunale che saranno assegnati ad altre sedi). A partire da qui, abbiamo ipotizzato (solo a titolo esemplificativo) altri cicli indotti che si propagano dall’economia agli assetti ambientali, sociali e culturali. In particolare, la diminuzione del valore degli immobili diminuirà la propensione alla loro manutenzione e ciò potrebbe produrre degrado dell’ambiente sia urbano sia rurale, e ulteriore spopolamento con conseguente perdita di identità socio-culturale. Nel ciclo descritto conseguente alla soppressione del Tribunale, bisognerebbe considerare i fattori di ritardo o di accelerazione del ciclo negativo. Ad esempio, il miglioramento delle infrastrutture viarie, in futuro, potrebbe compensare – agevolando i movimenti di merci e persone – gli effetti negativi del ciclo; lo stesso dicasi per forme di sostegno alle imprese, che potrebbe aiutarle a compensare la riduzione del proprio contributo al Pil locale; così come gli ammortizzatori sociali potrebbero sostenere i redditi dei cittadini nicosiani. Ma, se abbiamo la certezza che la soppressione del Tribunale di Nicosia consentirebbe di risparmiare € ,03 all’anno, dobbiamo chiederci quale dovrebbe essere il costo dell’attuazione delle politiche compensative: investimento in infrastrutture, agevolazioni alle imprese, ammortizzatori. La risposta è talmente scontata da non meritare nessun commento. Peraltro a questi eventuali ritardi del ciclo negativo si contrappongono, e con maggior forza, potenti acceleratori di tale ciclo. Ci riferiamo in primis all’attuale crisi economico-finanziaria globale e, per scendere ad un livello di realtà a noi ancora più vicino, a prospettive quali l’eliminazione delle province e il riordino complessivo degli enti locali reso ancora più traumatico dall’asfittica situazione dei Comuni italiani.

40 3. Modelli dinamici: governance e territorio
Il sistema locale nicosiano: deterritorializzazione e rottura della forma Il paziente lettore che non conosce Nicosia e che è giunto fino a questo punto potrebbe legittimamente domandarsi se è veramente possibile che la chiusura di alcuni uffici giudiziari possa determinare una così sfortunata serie di eventi. Noi chiediamo a questo lettore intanto di riflettere sul fatto che, in un sistema complesso, il verificarsi di eventi che appaiono di minima entità (se sono considerati isolatamente) possono portare a conseguenze macroscopiche sull’intero sistema, per il ben noto principio della “emergenza sistemica”. Il lettore, poi, dovrebbe anche riflettere sul fatto che la chiusura di un Tribunale in un piccolo centro come Nicosia non è affatto un piccolo evento, e che, a catena, in base alla religione della spending review o di nuovi dogmi a venire, si potrebbe decidere di chiudere il carcere locale (a che cosa servirebbe questo, infatti, senza la Procura?) e di declassare i comandi delle forze di polizia giudiziaria e, ancora, di sopprimere per mancanza di iscritti qualche sezione delle scuole superiori o, magari, anche qualcuna di queste, e così via discorrendo. Insomma, si potrebbe verificare quel triste fenomeno che Raffestin ha definito «deterritorializzazione». Il nostro lettore, al pari di chi – da un lontano ufficio romano – ha pensato alla revisione della geografia giudiziaria, non conosce Nicosia. Nicosia, per lui, è un punto sulla carta geografica, un luogo astratto che s’identifica con un nome e con le linee dei suoi confini. Perdoniamo il nostro lettore, ma non riusciamo a perdonare, pur con tutta la buona volontà, chi ha pensato a questa revisione della geografia giudiziaria. Per i nicosiani e per chi conosce la loro città (e non sono pochi), questa è più di un nome, è più di una rappresentazione grafica. Nicosia è una “forma” gestaltica. Gli oggetti gestaltici sono riconoscibili anche quando subiscono variazioni determinate dalla loro dinamica. Un bosco è tale anche se ogni giorno muta per effetto delle sue dinamiche; anche una sinfonia è immediatamente riconoscibile indipendentemente dalle interpretazioni diverse dei direttori d’orchestra. In questi casi esiste dunque una forma che definisce l’oggetto. D’altra parte, tutto ha un limite: oltre certe modificazioni, si passa da una forma ad un’altra e si può assistere alla morte di un sistema e, forse, alla nascita di un nuovo e diverso sistema, di una nuova e diversa “forma”. La forma gestaltica nicosiana è caratterizzata da alcuni elementi specifici, fra cui la lingua (il suggestivo e musicale gallo-italico) e alcuni caratteri psico-sociali fra cui spicca l’apertura verso i forestieri. Scherzando su tale felice carattere della cultura locale, che ha spessissimo indotto molti forestieri a fermarsi permanentemente in questo bel “luogo”, i Nicosiani ricordano sempre a se stessi che pur avendo essi un santo locale (San Felice da Nicosia) il patrono della città (San Nicola da Bari) è un forestiero protettore dei forestieri. Quanto inciderà su questo specifico requisito di forma la contrazione dei movimenti per motivi di studio e lavoro verso la città? D’altronde chi non conosce non si pone il problema di (ri)conoscere.


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