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Le pagine del tempo Mappe Help Bibliografia UN GIORNO DOPO L'ALTRO

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Presentazione sul tema: "Le pagine del tempo Mappe Help Bibliografia UN GIORNO DOPO L'ALTRO"— Transcript della presentazione:

1 Le pagine del tempo Mappe Help Bibliografia UN GIORNO DOPO L'ALTRO
Un giorno dopo l'altro Il tempo se ne va. Le strade sempre uguali, le stesse case. Un giorno dopo l'altro e tutto è come prima. Un passo dopo l'altro, la stessa vita. E gli occhi intorno cercano quell'avvenire che avevano sognato, ma i sogni sono ancora sogni e l'avvenire è ormai quasi passato. Un giorno dopo l'altro, la vita se ne va. Domani sarà un giorno uguale a ieri. La nave ha già lasciato il porto e dalla riva sembra un punto lontano. Qualcuno anche questa sera torna deluso a casa piano piano. Un giorno dopo l'altro, la vita se ne va, e la speranza ormai è un'abitudine. LUIGI TENCO Le pagine del tempo Mappe Help Bibliografia REALIZZATO da prof. Tiziana Vannucci, Corso abilitante di Latino, anno 2000/2001 Tenuto dalla prof. Manuela Sbrana docente di Letteratura Latina al Liceo Scientifico “A.Vallisneri” di Lucca

2 IL TEMPO Il tempo Come per tutto ciò che è quotidiano, è difficilissimo dare una definizione esatta di TEMPO. Il tempo non si tocca, non ha una forma, non ha un colore, non ha un profumo, non ha un sapore. E allora cosa può essere il TEMPO? Il Tempo è la vita… o forse è la morte; il tempo è risorsa… o forse consuma; il tempo distrugge …oppure risana; il tempo non c’è…ma fa parlare di sé. Concezioni del tempo sono state elaborate nel corso dei secoli nell’ambito della scienza e della filosofia, ed inevitabilmente tali elaborazioni hanno influenzato anche la produzione letteraria di autori sia del passato che del presente.

3 DEFINIZIONE Il tempo è l’intuizione e la rappresentazione della modalità secondo la quale i singoli eventi si susseguono e sono in rapporto l’uno con l’altro in base ad indicatori temporali ( prima, durante, dopo), vista come fattore che trascina ineluttabilmente l’evoluzione delle cose o come scansione ciclica e periodica dell’eternità, a seconda che vengano enfatizzate l’irreversibilità e caducità delle vicende umane, o l’eterna ricorrenza degli eventi astronomici; tale intuizione è condizionata da fattori ambientali (cicli biologici, succedersi del giorno e della notte, cicli stagionali ecc.) e psichici ( i vari tratti della coscienza e della percezione, la memoria) ed è diversificata da cultura a cultura. Oggi nelle società ricche occidentali si tende ad un appiattimento del senso del tempo verso il presente e nello stesso tempo si rafforza l’angoscia determinata dalla fretta, in conseguenza alla mancanza di percezione delle fasi del passato, presente e futuro; inoltre il processo di globalizzazione tende a livellare anche le differenze fra zone e culture del mondo, eliminando tutto ciò che risulta difforme rispetto alla strutturazione voluta. I fattori ambientali sono diventati confusi ( si vive molto di più la notte ed i cicli stagionali sono sempre più scombinati dalle variazioni climatiche), così come si è alterata la percezione psichica (la coscienza tende ad annullarsi, la percezione è falsata dalle nuove tecnologie, la memoria è scomparsa nella simultaneità).

4 Scienza SCIENZA Il tempo della scienza
Il Tempo è un concetto fisico che viene utilizzato per stabilire la contemporaneità o l’ordine di una serie di eventi; è una delle grandezze fondamentali e sotto questo aspetto è analogo alla lunghezza e alla massa. La misurazione del tempo è fondata oggi su tre metodi astronomici diversi: i primi due, basati sulla rotazione giornaliera della terra attorno al suo asse, fanno riferimento al moto apparente del Sole (tempo solare) o a quello delle stelle (tempo sidereo); il terzo metodo è invece basato sul moto orbitale della terra attorno al Sole (tempo delle effemeridi). TEMPO SOLARE Il moto apparente del sole nella sfera celeste è stato a lungo considerato un criterio sul quale fondare la misura del tempo. In ogni luogo e in qualunque giorno, l’ora del mezzogiorno è definita dalla culminazione del Sole al meridiano celeste locale, il cerchio massimo passante per lo zenit del luogo di osservazione e per i poli della sfera celeste. L’intervallo di tempo tra due successivi passaggi del Sole attraverso il medesimo meridiano celeste è il giorno solare, per tradizione suddiviso in 24 ore.

5 Poiché il moto di rotazione della terra non è uniforme, la durata del giorno solare varia durante l’anno e di conseguenza, per la determinazione dell’ora civile, si introdusse come riferimento il giorno solare medio, misurato sulla base di un Sole immaginario che viaggi con velocità costante durante tutto l’anno. TEMPO SIDEREO Il tempo sidereo è misurato assumendo come riferimento la posizione delle stelle fisse. L’anno sidereo, definito come l’intervallo di tempo che intercorre tra due successive congiunzioni del Sole con una stessa stella, è di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45,5 secondi. TEMPO DELLE EFFEMERIDI Il giorno solare e il giorno siderale medi non sono sufficientemente precisi a causa delle irregolarità del moto di rotazione della Terra intorno al suo asse: la velocità di rotazione varia di uno o due secondi l’anno e il periodo di rotazione diminuisce di circa un secondo al secolo. Nel 1940, per superare questo inconveniente fu introdotto il tempo delle effemeridi, basato sull’annuale moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole: come il tempo sidereo, esso assume come punto di riferimento l’equinozio di primavera. Scienza2

6 E’ usato soprattutto dagli astronomi quando è richiesto il più alto grado di precisione nel calcolo della posizione dei pianeti e delle stelle. L’UNITA’ DI TEMPO NELL’USO SCIENTIFICO Fino al 1955 l’unità di tempo in uso nella scienza, il secondo, era definito, con riferimento al moto di rotazione della terra, come 1/ del giorno solare medio. L’evoluzione della scienza, tuttavia, richiese una definizione più precisa e rigorosa cosicché nel 1967 il secondo fu ridefinito come la durata di oscillazioni della radiazione emessa dall’atomo di cesio-133 nella transizione fra due livelli iperfini del suo stato fondamentale. SISTEMI DI MISURAZIONE DEL TEMPO Nel corso della storia il tempo è stato misurato in base al movimento della Terra rispetto al Sole ed alle stelle. Lo strumento più antico, in uso probabilmente in Egitto intorno al 3500 a.C., era una sorta di meridiana che sfruttava l’ombra proiettata da uno stilo o da un obelisco. La prima meridiana semisferica fu descritta nel III secolo a.C. dall’astronomo caldeo Berossus. Tra i metodi antichi per misurare il tempo in assenza di sole, vi sono l’uso cinese di bruciare una corda con nodi equidistanti e quello della candela con tacche incise. Di origini antiche sono pure le forme elementari di clessidra, Scienza3

7 Scienza4 in cui il tempo veniva misurato in base al flusso di sabbia o acqua attraverso un piccolo foro.Tale strumento ebbe un’evoluzione rapida intorno al 270 a.C., quando l’inventore greco Ctesibio di Alessandria mise a punto il primo orologio idromeccanico, introducendo un complesso sistema di ingranaggi. Talvolta al flusso dell’acqua si sostituì la caduta libera di un grave, anticipando così gli orologi meccanici. L’origine storica dell’orologio meccanico è difficile da definire: sicuramente nel XIII secolo furono congegnati meccanismi relativamente complessi, pesanti e ingombranti, dotati di suonerie elaborate e spesso collocati davanti alle torri campanarie (clock= orologio non portatile, ma in origine anche campana). Una serie di invenzioni nel XVII e nel XVIII secolo migliorò la precisione degli orologi e ne ridusse il peso e l’ingombro. L’isocronismo delle oscillazioni del pendolo, descritte da Galileo nel XVI secolo, permise al fisico danese Huygens di realizzare il primo orologio preciso che sfruttava questo meccanismo. Non molto dopo Hooke riuscì a utilizzare pendoli con piccole oscillazioni inventando lo scappamento, successivamente un sistema per compensare la variazione di lunghezza del pendolo, dovuta alle variazioni di temperatura, fu messo a punto da Harrison.

8 Filosofia FILOSOFIA Il tempo della coscienza
Nel pensiero filosofico e scientifico la nozione di tempo ha costituito un problema costante e basilare della riflessione fin dalle trattazioni mitologiche. Nel pensiero antico il tempo, inizialmente collegato al movimento del Sole e del Cielo in generale, viene considerato, specialmente dai pitagorici, sia come un continuo divenire, per lo più ciclico (il ritmo del cambiamento cosmico), sia come la misura della durata. Per Parmenide, invece non è che un’illusione e per Zenone, un assurdo, come il movimento stesso, essendo l’Essere, considerato la vera essenza delle cose, immutabile (es.la tartaruga e Achille).Per Eraclito “panta rei” e solo il saggio conosce il “logos” che regola il mondo. Il concetto di tempo come gerarchicamente inferiore all’eternità ritorna in Platone, per cui solo nel mondo materiale corruttibile hanno senso il passato e il futuro, mentre alla sostanza eterna compete un eterno presente immobile. Il pensiero aristotelico riconcilia queste concezioni, da un lato assumendo il movimento perfetto dei Cieli come riferimento per la misura del tempo, dall’altro ponendo il primo motore immobile fuori dal tempo e quindi eternamente presente. Con il pensiero cristiano, specialmente in Sant’Agostino,abbandonata la concezione ciclica per la lineare, si ha una decisa interiorizzazione del tempo e una sua riduzione a “estensione dell’animo”,

9 successione di stati di coscienza in quanto ricordo del passato, attesa del futuro, ma anche attenzione al presente visto come passaggio, come tensione lineare e progressiva verso la perfezione e la liberazione, una volta dissolto il tempo nell’eternità spirituale. Con la rivoluzione scientifica del ‘600 ed in particolare con Galileo, il tempo viene analizzato come entità fisica e diviene parametro misurabile del movimento. Per Cartesio e Spinoza il tempo va distinto dalla durata: la durata è reale mentre il tempo è un modo di pensare la durata. In Pascal il tempo è infinito che schiaccia l’estrema finitezza e nullità dell’uomo, “ombra che non dura se non un istante senza ritorno”. Da Newton in poi, prende corpo la distinzione tra tempo assoluto (scenario metafisico,insieme allo spazio assoluto, di ogni evento naturale) e tempo relativo, riferito cioè a particolari sistemi di misurazione in determinati sistemi di riferimento Gli empiristi inglesi ne accentuano la soggettività, sottolineandone l’origine psicologica. Con Kant, lo spazio e il tempo assoluti diventano le forme a priori di ogni esperienza possibile e il carattere irreversibile della successione temporale degli eventi viene connesso alla relazione anch’essa irreversibile tra causa ed effetto. Il tempo è la forma con la quale noi ordiniamo i dati del senso interno (i fatti psichici) e indirettamente quelli fisici. La concezione soggettivistica infine prevale nell’idealismo e, in genere, in tutto il pensiero contemporaneo. Bergson critica la nozione del tempo come successione di istanti, in quanto non riconosce il valore qualitativo della durata. Filosofia2

10 La durata è da lui intesa psicologicamente, come il dato originario della coscienza e, insieme, come la realtà stessa, in quanto perpetuo fluire, continua creazione, in cui non si possono distinguere gli stati successivi se non a patto di immobilizzarli astraendo dalla realtà vivente e continua. Nell’esistenzialismo di Haidegger, il problema del tempo è affrontato analizzando le strutture essenziali dell’esistenza umana cioè i modi di essere dell’uomo. L’essere umano è gettato in un mondo che non ha costruito, dove incontra oggetti potenzialmente utili (naturali o prodotti della cultura), poiché questi oggetti giungono dal passato e sono usati nel presente per un vantaggio futuro, il tempo autentico è superamento del passato e apertura verso il futuro e proprio il futuro è ciò che dovrebbe dare senso al presente, se non ci fosse la morte, di fronte alla quale proviamo angoscia, ma è proprio l’angoscia che ci fa capire che la radice dell’esistenza è il nulla e ci fa guardare con distacco la morte stessa, liberandocene. La concezione soggettivistica e relativistica del tempo si afferma nel pensiero scientifico di Einstein, che intende il tempo come quarta dimensione dello spazio: egli nega l’esistenza di un tempo assoluto, cioè di una misura unica del tempo, che dovrebbe essere valevole per i diversi sistemi di riferimento in moto gli uni in rapporto agli altri; la nozione fisica di simultaneità può avere solo un senso relativo perché bisogna sempre indicare il sistema di coordinate spaziali a cui ci si riferisce. Filosofia3

11 Orologio biologico OROLOGIO BIOLOGICO Il tempo della natura
E’ un sistema fisiologico che permette agli organismi di vivere in armonia con i ritmi della natura, come il ciclo del giorno e della notte e delle stagioni. Nel mondo animale e vegetale vi sono orologi biologici per quasi ogni tipo di periodicità, ma le nostre conoscenze derivano soprattutto dallo studio dei ritmi giornalieri o circadiani. Questi stimolano i tipici modelli comportamentali che ruotano attorno alle varie fasi del giorno anche in assenza di stimoli esterni quali il sorgere del sole, dimostrando così come la periodicità di questi schemi dipenda essenzialmente da orologi interni. Nessun orologio è tuttavia perfetto: quando gli organismi sono privati degli stimoli che il mondo esterno normalmente offre, essi continuano a mantenere una periodicità, che, tuttavia, nel tempo si sfasa rispetto al ritmo delle 24 ore, presente nel mondo naturale. Questo è dimostrato dagli esperimenti in cui alcuni soggetti, tenuti isolati per lunghi periodi di tempo, continuano a mangiare e dormire secondo scadenze regolari, ma sempre più sfasate rispetto a quelle originarie. Questo sfasamento non avviene in condizioni normali, poiché gli stimoli esterni “ricaricano” gli orologi ogni giorno: la luce è uno degli stimoli più importanti, ci sono poi le variazioni della temperatura ed altri segnali sensoriali.

12 Percezione ciclica Nelle società arcaiche il tempo veniva misurato dal ciclico alternarsi del giorno e della notte, delle fasi lunari, delle stagioni: in quelle società così legate alla natura individuare il tempo giusto era importante per procurarsi il cibo e quindi per sopravvivere. La rappresentazione grafica di questa concezione era data dal cerchio: il tempo non aveva una direzione, ma si ripeteva nell’eterno ciclo sempre uguale delle stagioni. La divisione del tempo in anni veniva determinata dai rituali che governavano il rinnovamento delle riserve alimentari e garantivano la continuità della vita. L’anno nuovo dunque cominciava in periodi diversi a seconda del tipo di coltivazioni ed aveva anche durata diversa. In questo tipo di concezione, ripresa in parte anche nella teoria della “storia ideale eterna” di Vico, tutto ciò che è passato muore, scompare: l’ inizio del nuovo anno è un ritorno al tempo mitico primordiale, è un riavviarsi del tempo dall’inizio, sempre uguale, all’infinito. Catullo Orazio Seneca Marco Aurelio Poliziano Leopardi Giudici

13 Percezione lineare Per avere una concezione lineare del tempo bisogna arrivare all’elaborazione della prima religione monoteista (quella ebraica), la rivelazione di Dio infatti ha luogo nel tempo come durata storica: Mosé riceve le leggi in un certo luogo e in una certa data. Col Cristianesimo dunque il tempo diventa luogo di un evento irripetibile ed il suo scorrere è il tendere alla meta del Regno di Dio. In questa linea immaginaria si può individuare un prima e un poi, ma soprattutto questo tipo di concezione fornisce all’uomo la speranza: qualsiasi evento si verifichi nel presente si intravede la salvezza futura e lo scorrere della vita acquista un senso e una direzione. La morte diventa importante per l’uomo poiché apre la via alla vera vita che è quella spirituale. S. Agostino Dante

14 Virginia Woolf James Joyce Percezione psichica Marcel Proust E’ una percezione interiore che seleziona gli avvenimenti e si verifica sia in relazione al presente, in conseguenza a stati d’animo particolari, sia in relazione al passato, in conseguenza al recupero effettuato mediante la memoria: in ogni caso sconvolge l’ordine cronologico degli avvenimenti, modificando anche il concetto di durata. Quando è in relazione al presente, modifica la percezione della durata: i momenti tristi ci sembrano più lunghi di quelli felici, i momenti in cui non facciamo niente che ci interessa ci sembrano terribilmente lunghi; non ripensiamo al passato, se stiamo vivendo un momento felice, e abbiamo paura del futuro; se invece viviamo un momento doloroso, recuperiamo la memoria dei momenti felici del passato, trascurando il presente e aspettando il futuro; se ci stiamo annoiando, vorremmo che il futuro arrivasse subito, nella speranza di qualche novità interessante. Quando è in relazione al passato, ci porta a recuperare con la memoria, in seguito a stimoli esterni o per associazione d’idee, in maniera apparentemente disordinata, elementi del passato che da molto tempo non ricordavamo più: il presente finisce con l’essere dilatato da quel passato che ricordiamo e dunque recuperiamo dal flusso continuo di avvenimenti, perché richiamato dalla memoria in modo spesso incosciente: la durata del presente e del passato finisce col perdere limiti precisi e tutto si mescola nella percezione stessa.

15 Rappresentazione grafica
RAPPRESENTAZIONE SPAZIALE CICLICA FUTURO PRESENTE LINEARE PASSATO FUTURO PASSATO PRESENTE FUTURO PRESENTE PASSATO FUTURO PRESENTE PASSATO RAPPRESENTAZIONE MENTALE PSICHICA 1 PASSATO PASSATO-PRESENTE FUTURO FUTURO PASSATO PASSATO-PRESENTE PASSATO PSICHICA 2 PRESENTE dolore noia fame freddo FUTURO felicità PSICHICA 3 PRESENTE PRESENTE

16 INDICE DEGLI AUTORI CIRO di PERS SABA MITO SHAKERSPEARE GIUDICI PLAUTO
FOSCOLO CATULLO BELLI ORAZIO LEOPARDI SENECA MARCO AURELIO V.WOOLF S.AGOSTINO J. JOYCE DANTE M. PROUST PETRARCA UNGARETTI POLIZIANO QUASIMODO

17 MITO DI CRONOS Cronos era l’ultimo dei sei maschi Titani e dunque figlio di Urano e Gea: Urano aveva paura dei figli e, appena nati, li nascose nelle profondità della Terra e nel Tartaro. La loro madre Gea, adirata per questo atteggiamento poco paterno, persuase i Titani a ribellarsi al loro padre e a detronizzarlo: diede infatti a Cronos una falce con la quale egli mutilò il padre dei genitali. I Titani nominarono re Cronos. Cronos sposò Rhea, detta anche Cibele e da lei ebbe parecchi figli fra i quali Zeus; poiché un oracolo aveva predetto a Cronos che uno dei suoi figli lo avrebbe spodestato, non potendo ucciderli in quanto come dei erano immortali, a mano a mano che nascevano li mangiava. Poiché Cronos sarà più tardi assimilato con Chronos, termine che in greco significa “Tempo” questo mito, in origine nato per spiegare i cicli dell’anno agricolo e gli aspetti connessi con le funzioni regali, finirà per assumere un nuovo significato: servirà ad indicare il tempo che infatti divora tutte le cose che egli stesso ha creato. Tutto questo accade finché uno dei figli di Cronos, Zeus, sfuggito con l’aiuto della madre e delle ninfe al triste destino dei fratelli, divenuto grande, salì al cielo e costrinse il padre a bere un emetico che gli fece rigettare i figli che aveva precedentemente trangugiati; successivamente lo detronizzò e prese il suo posto di re degli dei.Sembra comunque che in origine Cronos fosse un dio dell’agricoltura ed è per questo che i Romani lo identificarono con Saturno, il dio italico delle seminagioni, il cui nome Cicerone dice, in “De natura deorum” (II,63), sia in relazione a “satio”: si sazia di anni.

18 PLAUTO BEOTIA PARASITUS. Ut illum di perdant primus qui horas repperit
Quique adeo primus statuit, hic solarium, Qui mihi comminuit misero articulatim diem! Nam me puero venter erat solarium, Multo omnium istorum optumum et verissumum. Ubi is te monebat, esses, nisi quom nihil erat; Nunc etiam quod est non estur, nisi Soli lubet. Itaque adeo iam oppletum oppidum est solariis: Maior pars populi aridi reptant fame. Ubi primum accensus clamarat meridiem. Misuratori:1) Tempo-Fame, Beotia 2)Tempo-amore, Anfitrione, Cistellaria, Mercator 3)Tempo-dolore, Anfitrione

19 CATULLO C. v Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
Rumoresque senum severiorum Omnes unius aestimemus assis! Soles occidere et redire possunt: Nobis, cum semel occidit brevis lux, Nox est perpetua una dormienda. Da mi basia mille, deinde centum, Dein mile altera, dein secunda centum, Deinde usque altera mille, deinde centum. Dein, cum milia multa fecerimus, Conturbabimus illa, ne sciamus, Aut ne quis malus invidere possit, Cum tantum sciat esse basiorum. “…una lunga notte riposeremo” Dice nell’epigramma “A se stesso” Asclepiade IV sec

20 ORAZIO C. III. 30 EXEGI MONUMENTUM C. I. 11 CARPE DIEM
Exegi monumentum aere perennius Regalique situ pyramidum altius, Quod non imber edax, non Aquilo impotens Possit diruere aut innumerabilis Annorum series, et fuga temporum. Non omnis moriar, multaque pars mei Vitabit Libitinam: usque ego postera Crescam laude recens, dum Capitolium Scandet cum tacita virgine pontifex. Dicar, qua violens obstrepit Aufidus Et qua pauper aquae Danaus agrestium Regnavit populorum, ex humili potens Princeps Aeolium carmen ad Italos Deduxisse modos, sume superbiam Quaesitam meritis et mihi Delphica Lauro cinge volens, Melpomene, comam. …il giorno è solo un’attimo, Prendi, amor mio, le grandi, Le bellissime coppe variopinte:… Alceo “Beviamo” VII sec. C. I. 11 CARPE DIEM Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros, ut melius, quidquid erit, pati, seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi spem longam reseces, dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

21 SENECA DE BRAEVITATE VITAE
I. Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod exiguum aeui gignimur, quod haec tam uelociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant,adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso uitae apparatu uita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et imprudens uulgus ingemuit; clarorum quoque uirorum hic affectus querellas euocauit. Inde illa maximi medicorum exclamatio est: "uitam breuem esse, longam artem". Inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conueniens sapienti uiro lis: "aetatis illam animalibus tantum indulsisse, ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare." Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa uita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene collocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei impenditur, ultima demum necessitate cogente, quam ire non intelleximus transisse sentimus. Ita est: non accipimus breuem uitam sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum peruenerunt, momento dissipantur, at quamuis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt: ita aetas nostra bene disponenti multum patet.

22 SENECA II. Quid de rerum natura querimur? Illa se benigne gessit: uita, si uti scias, longa est . Alium insatiabilis tenet auaritia; alium in superuacuis laboribus operosa sedulitas; alius uino madet, alius inertia torpet; alium defatigat ex alienis iudiciis suspensa semper ambitio, alium mercandi praeceps cupiditas circa omnis terras, omnia maria spe lucri ducit; quosdam torquet cupido militiae numquam non aut alienis periculis intentos aut suis anxios; sunt quos ingratus superiorum cultus uoluntaria seruitute consumat; multos aut affectatio alienae formae aut suae querella detinuit; plerosque nihil certum sequentis uaga et inconstans et sibi displicens leuitas per noua consilia iactauit; quibusdam nihil quo cursum derigant placet, sed marcentis oscitantisque fata deprendunt, adeo ut quod apud maximum poetarum more oraculi dictum est uerum esse non dubitem: "Exigua pars est uitae qua uiuimus”. Ceterum quidem omne spatium non uita sed tempus est. XII. Quaeris fortasse quos occupatos uocem? Non est quod me solos putes dicere quos a basilica immissi demum canes eiciunt, quos aut in sua uides turba speciosius elidi aut in aliena contemptius, quos officia domibus suis euocant ut alienis foribus illidant, aut hasta praetoris infami lucro et quandoque suppuraturo exercet. Quorundam otium occupatum est: in uilla aut in lecto suo, in media solitudine, quamuis ab omnibus recesserint, sibi ipsi molesti sunt: quorum non otiosa uita dicenda est sed desidiosa occupatio. Illum tu otiosum uocas qui Corinthia, paucorum furore pretiosa, anxia subtilitate concinnat et

23 SENECA maiorem dierum partem in aeruginosis lamellis consumit? Qui in ceromate (nam, pro facinus! ne Romanis quidem uitiis laboramus) spectator puerorum rixantium sedet? Qui iumentorum suorum greges in aetatum et colorum paria diducit ? Qui athletas nouissimos pascit? Quid? Illos otiosos uocas quibus apud tonsorem multae horae transmittuntur, dum decerpitur si quid proxima nocte succreuit, dum de singulis capillis in consilium itur, dum aut disiecta coma restituitur aut deficiens hinc atque illinc in frontem compellitur? Quomodo irascuntur, si tonsor paulo neglegentior fuit, tamquam uirum tonderet! Quomodo excandescunt si quid ex iuba sua decisum est, si quid extra ordinem iacuit, nisi omnia in anulos suos recciderunt! Quis est istorum qui non malit rem publicam suam turbari quam comam? Qui non sollicitior sit de capitis sui decore quam de salute? Qui non comptior esse malit quam honestior? Hos tu otiosos uocas inter pectinem speculumque occupatos? Quid illi qui in componendis, audiendis, discendis canticis operati sunt, dum uocem, cuius rectum cursum natura et optimum et simplicissimum fecit, in flexus modulationis inertissimae torquent, quorum digiti aliquod intra se carmen metientes semper sonant, quorum, cum ad res serias, etiam saepe tristes adhibiti sunt, exauditur tacita modulatio? Non habent isti otium, sed iners negotium. Conuiuia mehercules horum non posuerim inter uacantia tempora, cum uideam quam solliciti argentum ordinent, quam diligenter exoletorum suorum tunicas succingant, quam suspensi sint, quomodo aper a coco exeat, qua celeritate signo dato glabri ad ministeria

24 SENECA discurrant, quanta arte scindantur aues in frusta non enormia, quam curiose infelices pueruli ebriorum sputa detergeant: ex his elegantiae lautitiaeque fama captatur et usque eo in omnes uitae secessus mala sua illos sequuntur, ut nec bibant sine ambitione nec edant. Ne illos quidem inter otiosos numeraueris qui sella se et lectica huc et illuc ferunt et ad gestationum suarum, quasi deserere illas non liceat, horas occurrunt, quos quando lauari debeant, quando natare, quando cenare alius admonet: et usque eo nimio delicati animi languore soluuntur, ut per se scire non possint an esuriant. Audio quendam ex delicatis -si modo deliciae uocandae sunt uitam et consuetudinem humanam dediscere-, cum ex balneo inter manus elatus et in sella positus esset, dixisse interrogando: "Iam sedeo?" Hunc tu ignorantem an sedeat putas scire an uiuat, an uideat, an otiosus sit? Non facile dixerim utrum magis miserear, si hoc ignorauit an si ignorare se finxit. Multarum quidem rerum obliuionem sentiunt, sed multarum et imitantur; quaedam uitia illos quasi felicitatis argumenta delectant; nimis humilis et contempti hominis uidetur scire quid facias: i nunc et mimos multa mentiri ad exprobrandam luxuriam puta. Plura mehercules praetereunt quam fingunt et tanta incredibilium uitiorum copia ingenioso in hoc unum saeculo processit, ut iam mimorum arguere possimus neglegentiam. Esse aliquem qui usque eo deliciis interierit ut an sedeat alteri credat! Non est ergo hic otiosus, aliud illi nomen imponas; aeger est, immomortuus est; ille otiosus est cui otii sui et sensus est. Hic uero semiuiuus, cui ad intellegendos corporis sui habitus indice opus est, quomodo potest hic ullius temporis dominus esse?

25 SENECA XIV. Soli omnium otiosi sunt qui sapientiae uacant, soli uiuunt; nec enim suam tantum aetatem bene tuentur: omne aeuum suo adiciunt; quicquid annorum ante illos actum est, illis adquisitum est. Nisi ingratissimi sumus, illi clarissimi sacrarum opinionum conditores nobis nati sunt, nobis uitam praeparauerunt. Ad res pulcherrimas ex tenebris ad lucem erutas alieno labore deducimur; nullo nobis saeculo interdictum est, in omnia admittimur et, si magnitudine animi egredi humanae imbecillitatis angustias libet, multum per quod spatiemur temporis est. Disputare cum Socrate licet, dubitare cum Carneade, cum Epicuro quiescere, hominis naturam cum Stoicis uincere, cum Cynicis excedere. Cum rerum natura in consortium omnis aeui patiatur incedere, quidni ab hoc exiguo et caduco temporis transitu in illa toto nos demus animo quae immensa, quae aeterna sunt, quae cum melioribus communia? Isti qui per officia discursant, qui se aliosque inquietant, cum bene insanierint, cum omnium limina cotidie perambulauerint nec ullas apertas fores praeterierint, cum per diuersissimas domos meritoriam salutationem circumtulerint, quotum quemque ex tam immensa et uariis cupiditatibus districta urbe poterunt uidere? Quam multi erunt quorum illos aut somnus aut luxuria aut inhumanitas summoueat! Quam multi qui illos, cum diu torserint, simulata festinatione transcurrant! Quam multi per refertum clientibus atrium prodire uitabunt et per obscuros aedium aditus profugient, quasi non inhumanius sit decipere quam excludere! Quam multi hesterna

26 SENECA crapula semisomnes et graues illis miseris suum somnum rumpentibus ut alienum exspectent, uix alleuatis labris insusurratum miliens nomen oscitatione superbissima reddent! Hos in ueris officiis morari putamus, licet dicant, qui Zenonem, qui Pythagoran cotidie et Democritum ceterosque antistites bonarum artium, qui Aristotelen et Theophrastum uolent habere quam familiarissimos. Nemo horum non uacabit, nemo non uenientem ad se beatiorem, amantiorem sui dimittet, nemo quemquam uacuis a se manibus abire patietur; nocte conueniri, interdiu ab omnibus mortalibus possunt. AD POLYBIUM DE CONSOLATIONE 10, 2-3 “Sol nel passato è il bello” Ingratus est qui iniuriam vocat finem voluptatis, stultus qui nullum fructum esse putat bonorum nisi praesentium,qui non et in praeteritis adquiescit et ea iudicat certiora, quae abierunt,quia de illis ne desinant non est timendum. Nimis angusta gaudia sua, qui eis tantummodo, quae habet ac videt, frui se putat et habuisse eadem pro nihilo ducit; cito enim nos omnis voluptas relinquit, quae fluit et transit et paene ante quam veniat aufertur. Itaque in praeteritum tempus animus mittendus est et quidquid nos umquam delectavit reducendum ac frequenti cogitatione pertractandum est: longior fideliorque est memoria voluptatum quam praesentia.

27 SENECA AD LUCILIUM EPISTULAE MORALES. “Carpe diem” 1, 1-3
Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus, quod adhuc aut auferebatur, aut subripiebatur aut excidebat, collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse, ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura, quae per negligentiam fit. Et si volueris adtendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. Quem mihi dabis, qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeteriit. Quidquid aetatis retro est, mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur, vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est, ut quae minima et vilissima sunt,certe reparabilia, inputari sibi, cum impetravere, patiantur, nemo se iudicet quicquam debere, qui tempus accepit, cum interim hoc unum est, quod ne gratus quidem potest reddere.

28 SENECA AD LUCILIUM EPISTULAE MORALES. “Come le foglie” 104, 11-12.
Gravissimum iudicabis malum, aliquem ex his, quos amabis, amittere, cum interim hoc tam ineptum erit quam flere, quod arboribus amoenis et domum tuam ornantibus decidant folia. Quidquid te delectat, aeque vide ut [ arbores ] virides:dum virent, utere. Alium alio die casus excutiet, sed quemadmodum frondium iactura facilis est, quia renascuntur, si istorum, quos amas quosque oblectamenta vitae putas esse, damnum, quia reparantur,etiam si non renascuntur. “ Sed non erunt idem”. Ne tu quidem edem eris. Omnia dies, omnis hors te mutat: sed in aliis rapina facilius apparet, hic latet, quia non ex aperto fit. Alii auferuntur, at ipsi nobis furto subducimur. Horum nihil cogitabis nec remedia vulneribus oppones, sed ipse tibi seres sollicitudinum causas alia sperando, alia desperando? Si sapis, alterum alteri misce: nec speraveris sine desperatione nec desperaveris sine spe.

29 SENECA AD LUCILIUM EPISTULAE MORALES.
“La ruota del tempo e il “taedium vitae” 24, Vir fortis ac sapiens non fugere debet e vita, sed exire; et ante omnia ille quoque vitetur adfectus, qui multos occupavit, libido moriendi. Est enim, mi Lucili, ut ad alia, sic etiam ad moriendum inconsulta animi inclinatio, quae saepe generosos atque acerrimae indolis viros corripit, saepe ignavos iacentesque: illi contemnunt vitam, hi gravantur. Quosdam subit eadem faciendi videndique satietas et vitae non odium sed fastidium, in quod prolabimur ipsa inpellente philosophia, dum dicimus: “Quousque eadem? Nempe expergiscar dormiam, [edam ] esuriam, algebo aestuabo. Nullius rei finis est, sed in orbem nexa sunt omnia, fugiunt ac sequantur; diem nox premit, dies noctem, aestas in autumnum desinit, autumno hiemps instat, quae vere conpescitur; omnia sic transeunt ut revertantur. Nihil novi facio, nihil novi video: fit aliquando et huius rei nausia”. Multi sunt, qui non acerbum iudicent vivere, sed supervacuum.

30 SENECA E LA FILOSOFIA SCHEMA DEGLI INFLUSSI FILOSOFICI SULLA PRODUZIONE DI SENECA. STOICISMO:  E’ possibile diventare saggi con l’esercizio  Il saggio è l’unico essere libero e considera la difficoltà come esercizio di virtù.  E’ imperdonabile non avere consapevolezza di ciò che si fa. EPICUREISMO:  Invito a non temere la morte  Ricerca interiore come fonte di soluzioni ai problemi  Concezione del tempo e invito a godere del giorno come se fosse l’ultimo.  Elogio della vecchiaia. PLATONISMO:  Elogio della cono scienza pura.  La filosofia conduce l’uomo dalle tenebre alla luce e lo distingue dall’animale.  Filosofia come strumento per distaccarsi dalla quotidianità.  Idea di Principato filosoficamente orientato.

31 MARCO AURELIO Ricordi II, 14
Considerazioni sul tempo simili a quelle di Seneca: il presente è una piccolissima frazione di eternità di cui l’uomo dispone per obbedire alla parte divina di sé ed uniformarsi all’ordine universale. Ricordi II, 14 Quand’anche tu vivessi tremila anni, e altrettante decine di migliaia d’anni, tieni comunque a mente che nessuno perde altra vita se non quella che sta vivendo, né vive altra vita se non quella che sta perdendo. Giungono quindi allo stesso punto sia la vita più lunga sia la più breve, giacché il presente è uguale per tutti, quindi anche ciò che di continuo perisce è uguale, e ciò che si perde non è che un istante. Nessuno infatti perderà mai né il passato né il futuro, perché ciò che non si ha, chi mai potrebbe togliercelo? Di queste due cose devi quindi ricordarti: la prima è che fin dall’eternità tutte le cose sono sempre uguali e ripercorrono sempre lo stesso ciclo, per cui è indifferente vederle per cento o duecento anni o per un tempo infinito; la seconda, che si perde lo stesso a morire sia vecchissimi sia giovanissimi, perché il presente è l’unica cosa di cui si possa essere privati dato che è l’unica che possediamo, e nessuno può perdere ciò che non possiede. trad. M. Ceva

32 S.AGOSTINO CONFESSIONES, LIBRO XI CAPUT 14
…quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio: fidenter tamen dico scire me, quod, si nihil praeteriret, non esset praeteritum tempus, et si nihil adveniret, non esset futurum tempus, et si nihil esset, non esset praesens tempus. Duo ergo illa tempora, praeteritum et futurum, quomodo sunt, quando et praeteritum iam non est et futurum nondum est? praesens autem si semper esset praesens nec in praeteritum transiret, non iam esset tempus, sed aeternitas. Si ergo praesens, ut tempus sit, ideo fit, quia in praeteritum transit, quomodo et hoc esse dicimus, cui causa, ut sit, illa est, quia non erit, ut scilicet non vere dicamus tempus esse, nisi quia tendit non esse? CAPUT 15 18.Et tamen dicimus longum tempus et breve tempus, neque hoc nisi de praeterito aut futuro dicimus. Praeteritum tempus longum, verbi gratia, vocamus ante centum annos, futurum itidem longum post centum annos, breve autem praeteritum sic, ut puta, dicimus ante decem dies, et breve futurum post decem dies. Sed quo pacto longum est aut breve, quod non est? Praeteritum enim iam non est, et futurum nondum est. Non itaque dicamus: longum est, sed dicamus de praeterito: longum fuit, et de futuro: longum erit.

33 S.AGOSTINO Domine meus, lux mea, nonne et hic veritas tua deridebit hominem? Quod enim longum fuit praeteritum tempus cum iam esset praeteritum, longum fuit, an cum adhuc praesens esset? Tunc enim poterat esse longum, quando erat, quod esset longum: praeteritum vero iam non erat; unde nec longum esse poterat, quod omnino non erat. Non ergo dicamus: longum fuit praeteritum tempus; neque enim inveniemus, quid fuerit longum, quando, ex quo praeteritum est, non est, sed dicamus: “longum fuit illud praesens tempus”, quia cum praesens esset, longum erat. Nondum enim praeterierat, ut non esset, et ideo erat, quod longum esse posset; postea vero quam praeteriit, simul et longum esse destitit, quod esse destitit Videamus ergo,o anima humana, utrum praesens tempus possit esse longum: datum enim tibi est sentire moras atque metiri. Quid respondebis mihi? An centum anni praesentes longum tempus est? Vide prius, utrum possint praesentes esse centum anni. Si enim primus eorum annus agitur, ipse praesens est, nonaginta vero et novem futuri sunt, et ideo nondum sunt: si autem secundus annus agitur, iam unus est praeteritus, alter praesens, ceteri futuri. Atque ita mediorum quemlibet centenarii huius numeri annum praesentem posuerimus: ante illum praeteriti erunt, post illum futuri. Quocirca centum anni praesentes esse non poterunt. Vide saltem, utrum qui agitur unus ipse sit praesens. Et eius enim si primus agitur mensis, futuri sunt ceteri, si secundus, iam et primus praeteriit et reliqui nondum sunt. Ergo nec annus, qui agitur, totus est praesens, et si non totus est praesens, non annus est praesens.

34 S.AGOSTINO Duodecim enim menses annus est, quorum quilibet unus mensis, qui agitur, ipse praesens est, ceteri aut praeteriti aut futuri. Quamquam neque mensis, qui agitur, praesens est, sed unus dies: si primus, futuris ceteris, si novissimus, praeteritis ceteris, si mediorum quilibet, inter praeteritos et futuros. 20. Ecce praesens tempus, quod solum inveniebamus longum appellandum, vix ad unius diei spatium contractum est. sed discutiamus etiam ipsum, quia nec unus dies totus est praesens. Nocturnis enim et diurnis horis omnibus viginti quattuor expletur, quarum prima ceteras futuras habet, novissima praeteritas, aliqua vero interiectarum ante se praeteritas, post se futuras. Et ipsa una hora fugitivis particulis agitur: quidquid eius avolavit, praeteritum est, quidquid ei restat, futurum. Si quid intellegitur temporis, quod in nullas iam vel minutissimas momentorum partes dividi possit, id solum est, quod praesens dicatur; quod tamen ita raptim a futuro in praeteritum transvolat, ut nulla morula extendatur. Nam si extenditur, dividitur in praeteritum et futurum: praesens autem nullum habet spatium. Ubi est ergo tempus, quod longum dicamus? An futurum? Non quidem dicimus: longum est, quia nondum est quod longum sit, sed dicimus: longum erit. Quando igitur erit? Si enim et tunc adhuc futurum erit, non erit longum, quia quid sit longum nondum erit: si autem tunc erit longum, cum ex futuro quod nondum est esse iam coeperit et praesens factum erit, ut possit esse quod longum sit, iam superioribus vocibus clamat praesens tempus longum se esse non posse.

35 S.AGOSTINO CAPUT Et tamen, domine, sentimus intervalla temporum, et comparamus sibimet, et dicimus alia longiora et alia breviora. Metimur etiam, quanto sit longius aut brevius illud tempus quam illud, et respondemus duplum esse hoc vel triplum, illud autem simplum aut tantum hoc esse quantum illud. Sed praetereuntia metimur tempora, cum sentiendo metimur; praeterita vero, quae iam non sunt, aut futura, quae nondum sunt, quis metiri potest, nisi forte audebit quis dicere metiri posse quod non est? Cum ergo praeterit tempus, sentiri et metiri potest, cum autem praeterierit, quoniam non est, non potest… CAPUT 26 33...Ipsum ergo tempus unde metior? An tempore breviore metimur longius, sicut spatio cubiti spatium transtri? Sic enim videmur spatio brevis syllabae metiri spatium longae syllabae atque id duplum dicere. ita metimur spatia carminum spatiis versuum, et spatia versuum spatiis pedum, et spatia pedum spatiis syllabarum, et spatia longarum spatiis brevium: non in paginis -- nam eo modo loca metimur, non tempora -- sed cum voces pronuntiando transeunt, et dicimus: “Longum carmen est, nam tot versibus contexitur; longi versus, nam tot pedibus constant; longi pedes, nam tot syllabis tenduntur; longa syllaba est, nam dupla est ad brevem”. Sed neque ita comprehenditur certa mensura temporis, quandoquidem fieri potest, ut ampliore spatio temporis personet versus brevior,

36 S.AGOSTINO si productius pronuntietur, quam longior, si correptius. ita carmen, ita pes, ita syllaba. Inde mihi visum est nihil esse aliud tempus quam distentionem: sed cuius rei, nescio, et mirum, si non ipsius animi. Quid enim metior, obsecro, deus meus, et dico aut indefinite:” Longius est hoc tempus quam illud” aut etiam definite: “Duplum est hoc ad illud”? Tempus metior, scio; sed non metior futurum, quia nondum est, non metior praesens, quia nullo spatio tenditur, non metior praeteritum, quia iam non est. Quid ergo metior? An praetereuntia tempora, non praeterita? Sic enim dixeram. CAPUT 27 34. Insiste, anime meus, et adtende fortiter: deus adiutor noster; ipse fecit nos, et non ipsi nos. Adtende, ubi albescet veritas. ecce puta vox corporis incipit sonare et sonat et ecce desinit, iamque silentium est, et vox illa praeterita est et non est iam vox. Futura erat, antequam sonaret, et non poterat metiri, quia nondum erat, et nunc non potest, quia iam non est.Tunc ergo poterat, cum sonabat, quia tunc erat, quae metiri posset. Sed et tunc non stabat; ibat enim et praeteriebat. An ideo magis poterat? Praeteriens enim tendebatur in aliquod spatium temporis, quo metiri posset, quoniam praesens nullum habet spatium. Si ergo tunc poterat, ecce puta altera coepit sonare et adhuc sonat continuato tenore sine ulla distinctione: metiamur eam, dum sonat; cum enim sonare cessaverit, iam praeterita erit et non erit, quae possit metiri. Metiamur plane et dicamus, quanta sit. Sed adhuc sonat, nec metiri potest nisi ab initio sui, quo sonare coepit, usque ad finem, quo desinit.

37 S.AGOSTINO Ipsum quippe intervallum metimur ab aliquo initio usque ad aliquem finem. Quapropter vox, quae nondum finita est, metiri non potest, ut dicatur, quam longa vel brevis sit, nec dici aut aequalis alicui, aut ad aliquam simpla vel dupla, vel quid aliud. Cum autem finita fuerit, iam non erit. Quo pacto igitur metiri poterit? et metimur tamen tempora, nec ea, quae nondum sunt, nec ea, quae iam non sunt, nec ea, quae nulla mora extenduntur, nec ea, quae terminos non habent. Nec futura ergo nec praeterita nec praesentia nec praetereuntia tempora metimur, et metimur tamen tempora. 35. Deus creator omnium: versus iste octo syllabarum brevibus et longis alternat syllabis: quattuor itaque breves, prima, tertia, quinta, septima, simplae sunt ad quattuor longas, secundam, quartam, sextam, octavam. Hae singulae ad illas singulas duplum habent temporis; pronuntio et renuntio, et ita est, quantum sentitur sensu manifesto. Quantum sensus manifestus est, brevi syllaba longam metior eamque sentio habere bis tantum. Sed cum altera post alteram sonat, si prior brevis, longa posterior, quomodo tenebo brevem, et quomodo eam longae metiens applicabo, ut inveniam, quod bis tantum habeat, quandoquidem longa sonare non incipit, nisi brevis sonare destiterit? Ipsamque longam num praesentem metior, quando nisi finitam non metior? Eius autem finitio praeteritio est. Quid ergo est, quod metior? Ubi est qua metior brevis? Ubi est longa, quam metior? Ambae sonuerunt, avolaverunt, praeterierunt, iam non sunt: et ego metior fidenterque respondeo, quantum

38 S.AGOSTINO exercitato sensu fiditur, illam simplam esse, illam duplam, in spatio scilicet temporis. Neque hoc possum, nisi quia praeterierunt et finitae sunt. Non ergo ipsas, quae iam non sunt, sed aliquid in memoria mea metior, quod infixum manet. 36. In te, anime meus, tempora mea metior. Noli mihi obstrepere; quod est; noli mihi obstrepere turbis affectionum tuarum. In te, inquam, tempora metior. Affectionem, quam res praetereuntes in te faciunt, et cum illae praeterierint, manet, ipsam metior praesentem, non ea quae praeterierunt, ut fieret; ipsam metior, cum tempora metior. Ergo aut ipsa sunt tempora, aut non tempora metior. Quid cum metimur silentia et dicimus illud silentium tantum tenuisse temporis, quantum illa vox tenuit, nonne cogitationem tendimus ad mensuram vocis, quasi sonaret, ut aliquid de intervallis silentiorum in spatio temporis renuntiare possimus? Nam et voce atque ore cessante, peragimus cogitando carmina et versus, et quemque sermonem motionumque dimensiones quaslibet, et de spatiis temporum, quantum illud ad illud sit, renuntiamus non aliter, ac si ea sonando diceremus. Si voluerit aliquis edere longiusculam vocem, et constituerit praemeditando; quam longa futura sit, egit utique iste spatium temporis in silentio, memoriaeque commendans coepit edere illam vocem, quae sonat, donec ad propositum terminum perducatur: immo sonuit et sonabit; nam quod eius iam peractum est, utique sonuit, quod autem restat, sonabit, atque ita peragitur, dum praesens intentio futurum in praeteritum traicit deminutione futuri crescente praeterito, donec consumptione futuri sit totum praeteritum.

39 S. AGOSTINO CAPUT 28 37. Sed quomodo minuitur aut consumitur futurum, quod nondum est, aut quomodo crescit praeteritum, quod iam non est, nisi quia in animo, qui illud agit, tria sunt? Nam et expectat et adtendit et meminit, ut id quod expectat per id quod adtendit transeat in id quod meminerit. Quis igitur negat futura nondum esse? Sed tamen iam est in animo expectatio futurorum. Et quis negat praeterita iam non esse? Sed tamen est adhuc in animo memoria praeteritorum. Et quis negat praesens tempus carere spatio, quia in puncto praeterit? Sed tamen perdurat attentio, per quam pergat abesse quod aderit. Non igitur longum tempus futurum, quod non est, sed longum futurum longa expectatio futuri est, neque longum praeteritum tempus, quod non est, sed longum praeteritum longa memoria praeteriti est.

40 DANTE DIVINA COMMEDIA PURGATORIO, C 11, vv.103-108
…Che voce avrai tu più, se vecchia scindi Da te la carne, che se fossi morto Anzi che tu lasciassi il “ pappo” e ‘l “dindi”, Pria che passin mill’anni? Ch’è più corto Spazio a l’etterno, ch’ un muover di ciglia Al cerchio che più tardi in cielo è torto… Dante nel “Convivio” dice che il Cielo delle stelle fisse compie la sua completa rotazione in 360 secoli. Dunque anche la gloria dell’arte è breve e vana come conferma Oderisi da Gubbio, esponente dell’Arte della Miniatura. Il tempo terreno è relativo, assoluta è solo l’eternità.

41 PETRARCA RERUM VULGARIUM FRAGMENTA, CCLXXII (Rime in morte di Laura)
La vita fugge, et non s’arresta una hora, Et la morte vien dietro a gran giornate, Et le cose presenti et le passate Mi danno guerra, et le future anchora; E ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora, Or quinci or quindi, sì che ‘n veritate, Se non ch’ i’ ò di me stesso pietate, I’ sarei già di questi pensier fora Tornami avanti, s’alcun dolce mai Ebbe ‘l cor tristo; et poi da l’altra parte Veggio al mio navigar turbati i venti; Veggio fortuna in porto, et stanco omai Il mio nocchier, et rotte arbore et sarte, E i lumi bei che mirar soglio, spenti. Nel “Canzoniere” per la prima volta viene introdotto il tempo della storia, anche se si tratta di storia interiore, ricostruita dalla memoria. Lo schema dell’opera non è più ascensionale, come quello della Divina Commedia, ma progressivo. Tuttavia questa dimensione temporale è vissuta in contrasto con quella religiosa e ultraterrena, perché avvertita come “vana” in quanto non finalizzata alla salvezza dell’anima. Punti di contatto sono presenti fra Petrarca e S. Agostino, col quale il poeta dialoga nel “Secretum” e che considera la sua guida spirituale.

42 POLIZIANO RISPETTI, XXVII, XXVIII XXVII
Tu sei de’ tuo belli anni ora in sul fiore, Tu sei nel colmo della tua bellezza; Se di donarla non ti fai onore, Te la torrà per forza la vecchiezza: Ché ‘l tempo vola e non si arreston l’ore, E la rosa sfiorita non si aprezza. Dunque allo amante tuo fanne un presente: Chi non fa quando può, tardi si pente. XXVIII El tempo fugge e tu fuggir lo lassi, Che non ha el mondo la più cara cosa; E se tu aspetti che ‘l maggio trapassi, Invan cercherai poi di côr la rosa. Quel che non si fa presto, mai poi fassi: Or che tu puoi, non istar più pensosa. Piglia el tempo che fugge pel ciuffetto, Prima che nasca qualche stran sospetto.

43 CIRO DI PERS OROLOGIO A RUOTE Mobile ordigno di dentate rote
Lacera il giorno e lo divide in ore Ed ha scritto di fuor con fosche note a chi legger le sa: “Sempre si muore”. Mentre il metallo concavo percuote Voce funesta mi risona al core Né del fato spiegar meglio si puote Che con voce di bronzo il rio tenore. Perch’io non speri mai riposo o pace Questo che sembra in un timpano e tromba Mi sfida ogn’or contro a l’età vorace E con que’ colpi onde ‘l metal rimbomba Affretta il corso al secolo fugace E, perché s’apra, ogn’ or picchia a la tomba. Importanti i significanti: assonanze e ripetizioni. –ate,-ote, serie di dentali, or- rovesciato in ro- e ripetuto in tutto il sonetto come suono tipico di “more”, parola chiave di tutto il componimento, come “or”, che sta per “ora”. Tutti i suoni riproducono il martellio che scandisce il trascorrere del tempo.

44 SHAKESPEARE SONETTO 19 Tempo divoratore, spunta gli artigli al leone,
E fa’ che la terra divori la sua dolce progenie, Strappa le zanne aguzze alle fauci crudeli del tigre, E ardi nel suo sangue la fenice imperitura, Alterna nel tuo volo stagioni tristi e liete, E fa quanto tu sai. Tempo dal rapido piede, Al vasto mondo e alle sue dolcezze fuggitive: Ma uno, il più orrendo delitto, io ti vieto, Oh, non incider le tue ore nella fronte del mio amore, Non tracciarvi linee con la tua vetusta penna, Lascialo intatto nella tua carriera, Qual modello di bellezza per coloro che verranno. Oppure fa’ del tuo peggio, vecchio Tempo a dispetto del tuo oltraggio Nei miei versi l’amor mio vivrà giovane in eterno.

45 BELLI ER CAFFETTIERE FISOLOFO L’ommini de sto monno so ll’ istesso
Che vvaghi de caffè nner mascinino: C’uno prima, uno doppo, e un antro appresso, Tutti cuanti però vvanno a un distino. Spesso muteno sito, e ccaccia spesso Er vago grosso er vago piccinino, E ss’incarzeno tutti in zu l’ingresso Der ferro che li sfraggne in polverino. e ll’ ommini accusi vviveno ar monno Misticati pe mmano de la sorte Che sse li ggira tutti in tonno in tonno; e mmovennose oggnuno, o ppiano, o forte, Senza capillo mai caleno a ffonno Pe ccascà nne la gola de la morte.

46 FOSCOLO I SEPOLCRI vv.279-295 ALL’AMICA RISANATA vv.85-96
…Proteggete i miei padri. Un dì vedrete E tu onore di pianti, Ettore, avrai Mendico un cieco errar sotto le vostre Ove fia santo e lagrimato il sangue Antichissime ombre, e brancolando Per la patria versato, e finché il Sole Penetrar negli avelli, a abbracciar l’urne, Risplenderà su le sciagure umane. E interrogarle. Gemeranno gli antri Secreti, e tutta narrerà la tomba Ilio raso due volte e due risorto Splendidamente su le mute vie Per far più bello l’ultimo trofeo Ai fatati Pelidi. Il sacro vate, Placando quelle afflitte alme col canto, I Prenci Argivi eternerà per quante Abbraccia terre il gran padre Oceano. ALL’AMICA RISANATA vv.85-96 …Ebbi in quel mar la culla, Ond’io, pien del nativo Ivi erra ignudo spirito Aer sacro, su l’Itala Di Faon la fanciulla, Grave cetra derivo E se il notturno zeffiro Per te le corde eolie, Blando sui flutti spira E avrai divina i voti Suonano i liti un lamentar di lira: Fra gl’inni miei delle insubri nepoti

47 LEOPARDI DIALOGO FRA UN VENDITORE DI ALMANACCHI E UN PASSEGGERE
…Passeggere: Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso , fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’ è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Con l’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? Venditore: Speriamo… LE RICORDANZE …Dico Nerina or più non gode; i campi, L’aria non mira. Ahi tu passasti, eterno Sospiro mio: passasti: e fia compagna D’ogni mio vago immaginar, di tutti I miei teneri sensi, ii tristi e cari Moti del cor, la rimembranza acerba. L’INFINITO …e mi sovvien l’eterno, E le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio; E il naufragar m’è dolce in questo mare.

48 LEOPARDI Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
…Nasce l’uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento Per prima cosa; e in sul principio stesso La madre e il genitore Il prende a consolar dell’esser nato… …Che si pensosa sei, tu forse intendi, Questo viver terreno, Il patir nostro, il sospirar, che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante,… …Ma tu per certo, Giovinetta immortal, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, Che degli eterni giri, Che dell’esser mio frale, Qualche bene o contento Avrà fors’altri; a me la vita è male… Ma più perché giammai tedio non provi… Dimmi perché giacendo A bell’agio, ozioso, S’appaga ogni animale; Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?… Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, E’ funesto a chi nasce il dì natale.

49 VIRGINIA WOOLF GITA AL FARO I, 5 (traduzione di G. Celenzo).
…Alzò gli occhi … vide la stanza, vide le seggiole e le parvero logore assai. Le loro viscere, come aveva detto Andrea qualche giorno avanti, erano tutte sparse pel piantito; ma d’altronde, si domandava lei, a che sarebbe giovato comprar…Stuoie, brande,spettri decrepiti di seggiole…là potevano ancora far giuoco; e così una o due fotografie e un po’ di libri. I libri, pensava lei, spuntavano come funghi. Lei non aveva tempo di leggerli… nemmeno quelli a lei dedicati dal poeta in persona:”Per colei i cui desideri son legge”…E l’opera di Croon sul Pensiero…non potevano, né l’una né l’altra, esser mandate al Faro. Certo, ella rifletteva, doveva pur venire il giorno in cui la casa fosse così mal ridotta da render necessario qualche provvedimento. Se i ragazzi avessero imparato a pulirsi i piedi…I granchi doveva pur permetterli…e se Jasper intendeva di far la minestra coll’alghe… le collezioni di Rosa… E ne resultava (così ella concluse con un sospiro, abbracciando in un solo sguardo l’intiera stanza dal pavimento al soffitto, mentre continuava a tenere il calzerotto contro la gamba di Giacomo) che, d’estate in estate, tutto si logorava sempre di più…Ma soprattutto le porte le davan noia…Entrando di notte nelle camere delle domestiche le trovava serrate come forni, eccetto quella di Maria, la ragazza svizzera…eppoi al suo paese (così aveva detto) “le montagne son tanto belle”. La sera avanti, guardando fuor della finestra aveva detto…Suo padre stava morendo laggiù…

50 JAMES JOYCE ULISSE (Traduzione diR. De Angelis) Monologo interiore di Mrs Bloom …Un bel sollievo dovunque si sia non tenersi l’aria in corpo chissà se quella braciola di maiale che ho preso col tè dopo era proprio fresca con questo caldo non ho sentito nessun odore sono sicura che quell’uomo curioso dal norcino è un gran furfante spero che quel lume non fumi mi riempirebbe il naso di sudiciume meglio che rischiare che mi lasci aperto il gas tutta la notte non potevo riposar tranquilla nel mio letto a Gibilterra mi alzavo anche per vedere ma perché diavolo mi preoccupo tanto di questo per quanto la cosa mi piace d’inverno fa più compagnia. Oh Signore poi era un freddo boia quell’inverno che avevo dieci anni o giù di lì sì avevo quella gran bambola con quei vestiti buffi addosso sempre a vestirla e svestirla quel vento gelido che veniva di scivolo giù dalle montagne la come sidice Nevada sierra Nevada in piedi davanti al fuoco con quello straccetto di camicia corta tirato su per scaldarmi mi piaceva ballonzolare vestita in quel modo e poi tornar di corsa a letto sono sicura che quel tale di faccia stava là tutto il tempo a guardare con le luci spente d’estate e io nuda come Dio m’ha fatta saltellavo per la stanza ero innamorata di me a quel tempo poi spogliata davanti alla toilette mi truccavo e mi davo la crema solo che quando si arrivava alla cerimonia del vaso spegnevo la luce anch’io così si era in 2 Addio al sonno per stanotte però speriamo che non si metta a imbrancarsi con quegli studenti di medicina…

51 MARCEL PROUST LA STRADA DI SWANN. (Traduzione Natalia Ginzburg)
Così per molto tempo, quando, stando sveglio di notte, ripensavo a Combray, non ne rividi mai se non quella specie di lembo luminoso, che si tagliava in mezzo a tenebre indistinte, simili a quelle che la vampa d’un fuoco di bengala o qualche proiettore elettrico illuminano e sezionano in un edificio, di cui le altre parti restino nel buio…come se Combray non fosse consistita che in due piani riuniti da un’angusta scala, e come se là non fossero mai state che le sette di sera…Ma, poiché quel che avrei ricordato mi sarebbe stato offerto soltanto dalla memoria volontaria, la memoria dell’intelligenza, e poiché le notizie che essa dà sul passato non mi serbano nulla…Tutto questo in verità era morto per me. Morto per sempre? Forse. Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto son prigioniere entro qualche essere inferiore…perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che…veniamo in possesso dell’oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi. Così è per il passato nostro. E’ inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori del suo campo e del suo raggio di azione in qualche oggetto materiale…che noi non supponiamo. Quest’oggetto vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo.

52 MARCEL PROUST …Quando in una giornata d’inverno…macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione di un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di “maddalena”. Ma nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario…Bevo un secondo sorso in cui non trovo nulla di più che nel primo…E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa (bevanda), ma in me. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Cercare? Non soltanto: creare. (l’animo) Si trova di fronte a qualcosa che ancora non è, e che esso solo può rendere reale, poi far entrare nella sua luce…non so che sia, ma sale adagio adagio: sento la resistenza, e odo il rumore delle distenze traversate. Certo ciò che palpita in fondo a me dev’essere l’immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me. E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di “maddalena” che la domenica mattina a Combray…quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio…Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo…subito la vecchia casa grigia sulla strada…e con la casa la città…

53 UNGARETTI SOLDATI Si sta come d’autunno Sugli alberi Le foglie
(Bosco di Courton 1918)

54 QUASIMODO ED E’ SUBITO SERA Ognuno sta solo sul cuor della terra
Trafitto da un raggio di sole: Ed è subito sera. (Acque e terre 1930) Il dolore del vivere lo allontana da Catullo a cui lo aveva avvicinato “subito sera” e la contrapposizione luce / buio.

55 SABA SERA DI FEBBRAIO Spunta la luna. Nel viale è ancora
Giorno, una sera che rapida cala. Indifferente gioventù s’allaccia; Sbanda a povere mète. Ed è il pensiero Della morte che, in fine, aiuta a vivere. ( Ultime cose, 1943)

56 GIUDICI UNA SERA COME TANTE
Una sera come tante, e nuovamente Una sera come tante (quante ne resta a morire Noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro di sere come questa?) e non tentato da nulla, Settimo piano, dopo i soliti urli dico dal sonno, dalla voglia di bere, I bambini si sono addormentati, o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle, E dorme anche il cucciolo i cui escrementi né dalle mie impiegatizie frustrazioni: Un’altra volta nello studio abbiamo trovati Mi ridomando, vorrei sapere, Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti Se un giorno sarò meno stanco, se illusioni Una sera come tante, e i miei proponimenti siano le antiche speranze della salvezza; Intatti, in apparenza, come anni o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente Or sono, anzi più chiari, più concreti: la sorte di ogni altro, non volgare Scrivere versi cristiani in cui si mostri letteratura ma vita che si piega al suo vertice, Che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti; senza né più virtù né giovinezza. Due ore almeno ogni giorno per me; Potremo avere domani una vita più semplice? Basta con la bontà, qualche volta mentire Ha un fine il nostro subire il presente?

57 Ma che si viva o si muoia è indifferente, che il nostro domani era già ieri da sempre.
Se private persone senza storia La verità chiedeva assai più semplici tempre. Siamo, lettori di giornali, spettatori Ride, il tranquillo despota che lo sa: Televisivi, utenti di servizi; mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo. Dovremmo essere in molti, sbagliare in molti, C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà. In compagnia di molti sommare i nostri vizi, (La vita in versi 1965) Non questa grigia innocenza che inermi ci tiene Qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene. E’ nostalgia di futuro che mi estenua, Ma poi d’un sorriso si appaga o di un come se fosse! Da quanti anni non vedo un fiume in piena? Da quanto in questa viltà ci assicura La nostra disciplina senza percosse? Da quanto ha nome bontà la paura? Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura che dice: domani, domani…pur sapendo GIUDICI TEMPO LIBERO Dopo cenato amare, poi dormire, Questa è la vita più facile: va da sé Lo stomaco anche se il vino era un po’ grosso. Ti rigiri, al massimo straparli. Ma chi ti sente?– lei dorme più di te, Viaggia verso domani a un vecchio inganno: La sveglia sulle sette, un rutto, un goccettino -- e tutto ricomincia -- amaro di caffè. (La vita in versi 1965)

58 Index MAPPA 1 Ciclica Rappresentazione Grafica Misurazione Lineare
1° Livello Ciclica Rappresentazione Grafica 2°Livello Misurazione Lineare 3°Livello Orologio biologico Novecento Psichica 4°Livello 5°Livello Scienza Romanticismo Epoche Filosofia Barocco Guccini Musica Definizione Help Rinascimento Italiani Tenco Medioevo Lucio Dalla Index Bibliografia Autori Tipologie Mappa Età Antica Testi latini Latini Plauto Epoche Catullo Orazio Seneca S.Agostino Le foglie Caratteristiche stile MAPPA 1

59 Rappresentazione Grafica
MAPPA 2 Index Tenco Musica Autori Mappa Definizione HELP Testi Bibliografia Lucio Dalla Italiani Guccini Latini Scienza Filosofia Plauto Catullo Orazio Seneca S.Agostino Misura Tipologie Epoche Le foglie Stile Ciclica Età antica 1° Livello Medioevo Lineare 2°Livello Rinascimento 3°Livello Psichica 4°Livello Barocco 5°Livello Orologio biologico Romanticismo Novecento Rappresentazione Grafica

60 FRANCESCO GUCCINI Un altro giorno è andato E un altro giorno è andato,la sua musica ha finito, quanto tempo è ormai passato e passerà! Le orchestre di motori ne accompagnano i sospiri, l'oggi dove è andato l'ieri se ne andrà. Se guardi nelle tasche della sera ritrovi le ore che conosci già, ma il riso dei minuti cambia in pianto ormai e il tempo andato non ritroverai. Giornate senza senso, come un mare senza vento, come perle di collane di tristezza; Le porte dell'estate dall'inverno son bagnate, fugge un cane come la tua giovinezza. Negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te, ma il tuo poeta muore e l'alba non vedrà e dove corra il tempo chi lo sa? Nel sole dei cortili i tuoi fantasmi giovanili corron dietro a delle silvie beffeggianti: si è spenta la fontana, si è ossidata la campana, perché adesso ridi al gioco degli amanti? Sei pronto per gettarti sulle strade, l'inutile bagaglio è dentro in te, ma temi il sole e l'acqua prima o poi cadrà e il tempo andato non ritornerà. Professionisti acuti fra i sorrisi ed i saluti ironizzano i tuoi dubbi sulla vita. Le madri dei tuoi amori sognan trepide dottori, ti rinfacciano una crisi non chiarita. La sfera di cristallo si è offuscata, e l'aquilone tuo non vola più. Nemmeno il dubbio resta nei pensieri tuoi e il tempo passa e fermalo se puoi. Se i giorni ti han chiamato tu hai risposto da svogliato, il sorriso degli specchi è già finito. Nei vicoli e sui muri quel buffone che tu eri è rimasto solo a pianger divertito. Nel seme al vento afferri la fortuna, al rosso saggio chiedi i tuoi perché, vorresti alzarti in cielo a urlare chi sei tu, ma il tempo passa e non ritorna più. E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito, quanto tempo è ormai passato e passerà! Tu canti nella strada frasi a cui nessuno bada, il domani come tutto se ne andrà. Ti guardi nelle mani e stringi il vuoto: se guardi nelle tasche troverai gli spiccioli che ieri non avevi ma, il tempo andato non ritornerà. "...Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo chiude la borsa e c'è il sospetto che sia triviale l'affanno e l'ansimo dopo una corsa, l'ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita, il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa che chiami vita." (Francesco Guccini, "Lettera")

61 LE FOGLIE Nella letteratura europea esistono numerosissimi esempi di raffronto fra gli uomini e le foglie, e in molti emerge il variare del motivo di similitudine, vale a dire del tertium che accompagna i due elementi in paragone. ILIADE VI, Sul campo di battaglia si incontrano per la prima volta il greco Diomede e Glauco, greco d'origine ma naturalizzato licio e alleato coi Troiani. Diomede chiede allo sconosciuto avversario chi sia, perché teme di trovarsi di fronte un dio. Risponde Glauco: La razza degli uomini è simile alle foglie: Il vento le getta a terra e altre ne rinascono Nella selva che germoglia a primavera. Così le generazioni degli uomini: una nasce, l’altra scompare. traduzione di S. Quasimodo Il tertium comparationis sembra qui la mancanza di un rapporto fra una generazione (di uomini o di foglie) e quella precedente, che si è estinta. Da notare tuttavia che subito dopo Glauco racconta la storia di suo nonno Bellerofonte, ed è proprio la constatazione di un'antica amicizia fra la stirpe di Glauco e quella d Diomede a determinare la conclusione dell'episodio.

62 LE FOGLIE ILIADE XXI, 462-466 ODISSEA IX, 51-52
Posidone propone ad Apollo di intervenire in battaglia a favore dei Greci; Apollo rifiuta dicendo: "O Enosigeo, non diresti che sono assennato se combattessi insieme con te per dei miseri mortali, che simili a foglie ora sono in rigoglio,lucenti, e mangiano il frutto della terra, ora periscono esanimi". Il tertium in questo caso è la brevità della vita mortale, contrapposta all'immortalità degli dei. Qui evidentemente il tertium è il gran numero, ma bisogna anche notare che le foglie sono osservate sul nascere (così come i nemici sopraggiungono al mattino), per cui fa parte del tertium anche lo spuntare quasi improvviso dei fiori e dei nemici. ODISSEA IX, 51-52 C’è qui un brevissimo paragone coi Ciconi giunti a vendicare la scorreria di Odisseo e dei suoi compagni: Vennero poi al mattino numerosi come le foglie e i fiori che nascono a primavera"

63 LE FOGLIE AL MODO DELLE FOGLIE Mimnermo
Al modo delle foglie che nel tempo Fiorito di primavera nascono E ai raggi del sole rapide crescono, Noi simili a quelle per un attimo Abbiamo diletto del fiore dell’età Ignorando il bene e il male per dono dei Celesti. Ma le nere dee ci stanno sempre a fianco, L’una con il segno della grave vecchiaia E l’altra della morte. Fulmineo precipita il frutto di giovinezza, Come la luce d’un giorno sulla terra, E quando il suo tempo è dileguato È meglio la morte che la vita. traduzione di S. Quasimodo L'antecedente immediato, dal punto di vista concettuale, è certo l’ Iliade. XXI, con un ribaltamento di situazione per cui la misera condizione umana è osservata dagli uomini stessi, non dagli dei. Anche il tertium è comunque leggermente diverso: più che la precarietà della vita è in questione la brevità del tempo che val la pena di vivere, il tempo della giovinezza e della gioia.

64 LE FOGLIE ENEIDE VI, 309-312: GEORGICHE IV 473-475
…quam multa in silvis autumni frigore primo / lapsa cadunt folia, aut ad terram gurgite ab alto / quam multae glomerantur aves, ubi frigidus annus / trans pontum fugat et terris inmittit apricis… …quante foglie scosse cadono nelle selve al primo freddo d’autunno, o quanti uccelli dall’alto mare si addensano in terra, quando la fredda stagione li mette in fuga oltremare e li spinge nelle regioni assolate… Che il tertium sia il numero non pare da porsi in dubbio, dato l'uso di quam multa: ma a differenza del caso consimile di Od.IX, le foglie numerose sono osservate alla fine della loro stagione, non all'inizio, in rapporto con la situazione dei defunti (nel successivo caso degli uccelli si aggiunge anche il tema della migrazione). Invece in Georg. IV, 471 segg., dove s'incontrano alcuni versi identici al testo dell'Eneide, la similitudine risulta dimezzata, e le foglie sono introdotte solo come elemento accessorio del tema degli uccelli (ricordiamo che il rapporto cronologico fra i due passi è discusso): GEORGICHE IV …Quam multa in foliis avium se milia condunt,/ vesper ubi aut hibernus agit de montibus imber… …quante migliaia di uccelli si nascondono tra le foglie, quando la sera o la pioggia invernale li fa scendere dai monti…

65 LE FOGLIE DIVINA COMMEDIA (Inf. III, vv. 112-117):
…Come d'autunno si levan le foglie l'una appresso dell'altra, infin che il ramo vede alla terra tutte le sue spoglie; similemente il mal seme d'Adamo: gittansi di quel lito ad una ad una per cenni, come augel per suo richiamo… P. B. Shelley Ode to the West Wind (1819) quinta e ultima stanza. "Fa di me la tua lira, come lo è anche la foresta: che importa se le mie foglie cadono come le sue! Il tumulto delle tue potenti armonie trarrà da entrambi un profondo tono autunnale, dolce anche se triste. Sii tu, o fiero spirito, il mio spirito! Sii tu me, o impetuoso! Guida i miei pensieri morti su per l'universo, come foglie appassite per affrettare una nuova nascita! E, per l'incantesimo di questo verso, diffondi, come ceneri e faville da un focolare inestinguibile, le mie parole fra l'umanità! Sii attraverso le mie labbra per la terra addormentata la tromba di una profezia! O vento, se viene l'inverno, può essere lontana la primavera?" Dante tiene presente la similitudine virgiliana del VI dell’Eneide quando deve riproporre la medesima situazione: l'attesa delle anime in procinto d'imbarcarsi sulla navicella di Caronte. Il tertium comparationis è però cambiato rispetto all'esempio virgiliano. Si tratta del modo con cui avviene il distacco - dal ramo, dalla riva per entrare nella barca - vale a dire in successione ordinata, rispondendo, nel caso delle anime, al muto appello di Caronte. Analogamente anche la similitudine degli uccelli è modificata. L'idea centrale è quella della rinascita: delle foglie-pensieri, così come della natura-umanità nella profezia finale.

66 LE FOGLIE F. Tjutčev (Le foglie) 1830
Stiano alti tutto l'inverno | I pini e gli abeti, | E di neve e bufere | Dormano avvolti | Il loro scarno verde, | Come gli aghi di un riccio, | Se mai non ingiallisce, | Pure non è mai fresco. | Noi, popolo lieve, | Fioriamo e splendiamo | E solo per breve tempo | Siamo ospiti dei rami. | Tutta la splendida estate | Siamo state in bellezza, | Abbiamo giocato coi raggi, | Immerse nella rugiada. | Ma è finito il canto degli uccelli, | E i fiori sono sfioriti, | Più pallidi sono i raggi, | E gli zefiri sono lontani. | Perché dunque invano pendere e ingiallire? | Non è forse meglio per noi | Volar via con i venti? | O venti furiosi, | Più veloci, più veloci, | Più veloci strappateci via | Dai rami noiosi! | Strappateci, portateci via, | Non vogliamo aspettare. | Volate, volate! | Voleremo con voi." Si avverte un'eco di Mimnermo, anche se la similitudine diviene metafora, e il noi iniziale del poeta greco si ritrova, all'inizio della seconda strofa del poeta russo, direttamente riferito alle foglie. Il tertium è anche per Tjutčev la brevità del tempo lieto, al termine del quale è meglio andarsene che restare (la metafora è qui raddoppiata rispetto a Mimnermo, con l'introduzione per contrasto degli alberi sempreverdi). Il tema del vento richiama indubbiamente Shelley, ma il motivo della rinascita non sembra presente.

67 LE FOGLIE Una breve similitudine s’incontra nel poeta francese A. de Lamartine: è tratta dalla poesia Souvenir, la nona delle Méditations poétiques (1820), di cui costituisce la seconda strofa: …Vedo i miei rapidi anni accumularsi dietro a me, come la quercia intorno a sé vede cadere le sue foglie avvizzite… Nonostante la brevità del testo, si può dire che il tertium comparationis è duplice: c'è in prevalenza l'idea della rapidità del tempo e della vecchiaia; ma anche l'idea di numero è presente, giacché le foglie morte restano, non sono portate via dal vento, e si accumulano sulle precedenti. Un'eco dantesca possibile nell'immagine dell'albero che vede le foglie a terra, anche se il contesto è diverso Nella lirica di G. Ungaretti Soldati (1918), il tertium è il modo di stare: precario, in attesa del distacco.

68 G. D’ANNUNZIO LA SABBIA DEL TEMPO Come scorreva la calda sabbia lieve
MADRIGALI DELL’ESTATE (Alcyone) Come scorreva la calda sabbia lieve Per entro il cavo della mano in ozio, Il cor sentì che il giorno era più breve. E un’ansia repentina il cor m’assalse Per l’appressar dell’umido equinozio Che offusca l’oro delle piagge salse. Alla sabbia del Tempo urna la mano Era, clessidra il cor mio palpitante, L’ombra crescente d’ogni stelo vano Quasi ombra d’ago in tacito quadrante. Il trascorrere del tempo è rappresentato, oltre che dai richiami a strumenti di misura del tempo (la clessidra, la meridiana) dal veloce scorrere della sabbia tra le dita in ozio suggerisce la constatazione che l’estate, la stagione più ricca e piena, è finita. Da ciò nasce l’ansiosa consapevolezza dell’inesorabile trascorrere verso la morte: la sabbia della mano-clessidra diventa per analogia, la sabbia stessa del tempo, misurato con ansia dal cuore dell’uomo che, nell’allungarsi dell’ombra, avverte insieme l’inizio del vicino autunno e l’approssimarsi della fine definitiva.

69 TIPOLOGIE TEATRO: LA PALLIATA. Età arcaica ( 241a.C./ 78a.C.)
La palliata si rifà alla tradizione della commedia greca che i grammatici antichi chiamarono “commedia nuova”(IV-III sec., Menandro e il piccolo mondo berghese greco visto nella sua quotidianità), distinguendola dalla “commedia antica”(quella di Aristofane, caratterizzata da stretto legame con l’attualità del V sec. ateniese) e dalla “commedia di mezzo”(caratterizzata dalla parodia mitologica; unico esempio latino è l’Anfitrione), per cui il suo tema principale è l’amore, profondamente vissuto e spesso sofferto: i maggiori rappresentanti latini sono Plauto e Terenzio. Si chiama così perché gli attori che recitavano indossavano una tunica, su cui veniva portato un mantello, detto “pallium” perché di foggia greca. La palliata manteneva comunque certi atteggiamenti caratteristici delle primitive rappresentazioni italiche (fescennini e atellana). POESIA: LA LIRICA. Età cesariana (78a.C/ 44a.C.) Nel I secolo l’individuo tende ad affermarsi rispetto alla collettività: in politica si affermano le varie dittature e poteri personali, nella storia del pensiero, in polemica con la tradizione, l’epicureismo di Lucrezio, in poesia, in polemica col poema epico, la lirica soggettiva e autobiografica. Si affermano i “poetae novi”, così definiti ironicamente da Cicerone, che fanno emergere l’individuo in un incontro fra esperienze letterarie alessandrine e concezioni poetiche attuali: si privilegiano i temi eruditi e lo studio della forma artistica nella elaborazione di antiche leggende e nella imitazione di modelli

70 TIPOLOGIE alessandrini, dai quali i poeti apprendono la cesellatura del verso e lo stile raffinato. La polemica verso la tradizione è la stessa sostenuta da Callimaco nel l’età ellenistica contro gli epigoni di Omero: ai poemi contrapponeva l’epillio cioè il breve poemetto epico-lirico, che non rifiuta i temi eroici ma li umanizza nel loro momento più quotidiano. L’ideale del “labor limae” era già presente nei circoli scipionici ed ora viene maggiormente esaltato e precisato. Naturalmente questi poeti hanno il senso di appartenere ad una élite sociale privilegiata e spesso le poesie sono indirizzate o dedicate proprio ad appartenenti a questa cerchia. CATULLO. La poesia di Catullo si ispira alla cultura ellenistica: ha preso molto dagli alessandrini, ma anche dalla lirica greca arcaica (Saffo), anche se poi ha rielaborato molto gli schemi tradizionali adattandoli alla mentalità romana e accentuandone quindi il realismo e la drammaticità. Alcune delle poesie che Catullo scrive sono epigrammi sul modello greco, ma spesso il motivo epigrammatico diventa lirico, perché il poeta se ne appropria completamente distaccandisi dalla freddezza formale alessandrina. Tipicamente alessandrini invece sono alcuni finali a sorpresa che Catullo utilizza, anche se talvolta finisce comunque col modificarli con espressioni di pathos pacatamente idillico. Se ad esempio parla di natura, non si limita al quadretto idillico che fa da sfondo, ma supera la pura contemplazione per entrare in contatto con essa, come del resto fanno anche Lucrezio e Virgilio. Forse fra i greci la maggior fonte d’ispirazione è Saffo, ma tanto Saffo è lirica quanto Catullo è drammatico, a sottolineare la drammatica lotta del poeta con se stesso: Catullo dunque rivive trasformandoli temi e motivi perché ritrae

71 TIPOLOGIE la vita e il mondo con una partecipazione totale. Lo stile e la lingua aderiscono puntualmente a ciò che esprime e dunque è grande la varietà dei timbri stilistici: intimo, drammatico, lirico, epigrammatico, raffinato e popolaresco; egli ottiene diverse sfumature espressive col ritmo, con l’assonanza, con la scelta dei vocaboli ed il suo stile può divenire patetico, sarcastico o grottesco, attingendo ad elementi disparati che sa dosare con attenzione che siano termini di origine greca, che ricalcano modelli letterari o sono relativi a oggetti d’uso o termini popolari. Si trovano forme popolari come: valete abite, o forme da cui traspare il futuro sorgere dell’avverbio nelle lingue romanze, come:obstinata mente, o l’uso, tipico della commedia, dei diminuitivi: talvolta sono ironici, o esprimono commiserazione, oppure tenerezza. In alcune poesie si nota la ripetizione di alcuni versi come si trattasse di un ritornello popolaresco. Importanti sono anche le scelte metriche, più controllatamente ellenistiche nei “carmina docta” (esametri con finale con due spondei e pentametri con chiusa quadrisillaba), più varie nelle “nugae” ( strofe saffiche,asclepiadei maggiori, galliambi ). Età augustea (44a.C./ 14d.C.) Con l’epoca di Augusto la cultura passa in mano ad una cerchia che si forma intorno a lui ad opera di Mecenate, diventa potente il ceto equestre, cioè l’alta finanza, e i letterati appartengono anche a gruppi sociali non tradizionali: Orazio è figlio di un liberto e nella sua opera rivendica la sua umile origine. E’ nata una nuova élite, ma questa volta culturale e funzionale al progetto di Augusto.

72 TIPOLOGIE ORAZIO. La lirica di Orazio si rifà ai greci ed in particolare ad Alceo, visto come poeta dell’amore e del convito, dello slancio vitalistico che scaccia la tristezza, ma anche come poeta immerso nelle lotte politiche. Resta comunque forte anche l’influenza di Archiloco, Saffo e Anacreonte. E’ importante anche il rapporto con la lirica alessandrina: quasi sempre la convenzionalità è comunque in funzione della saggezza, del distacco dalle passioni, della malinconia. Importante è anche la filosofia, intesa come meditazione raccolta su poche conquiste della saggezza: la coscienza della brevità della vita, la necessità per l’uomo di non inseguire il futuro, ma di appropriarsi delle gioie del momento, per potersi fabbricare, di fronte alla morte incalzante e alla sventura, lo scudo dei beni già goduti, della felicità già vissuta. Il poeta è saggio perché non è tormentato dalla follia umana e traduce la sua inquietudine in accettazione del destino.La perfezione dello stile è caratteristica della lirica Oraziana: il poeta ha imparato la lezione callimachea, la cura paziente dello stile, ma non ha rinunciato al contatto col mondo dell’individuo, alla sfera quotidiana, che aveva rappresentato l’acquisizione più importante del callimachismo romano. Tutti i modelli sono stati arricchiti di note accentuatamente romane. Della novità della sua opera il poeta è pienamente consapevole non solo della poesia greca ma anche della sua precedente poesia: la poesia delle odi è più mossa nella sua varietà tonale, più multicorde; ma l’atteggiamento del poeta è uniforme, pacato ed equilibrato, senza eccessi. I temi a Orazio

73 TIPOLOGIE I DIALOGHI Età Postaugustea (14d.C./ 68d.C.)
più congeniali sono anche nelle Odi quelli autobiografici e il suo mondo non ha nulla di stereotipato, Orazio nelle sue opere si impadronisce di un concetto solo se il suo pensiero vi trova risonanze appropriate.Le Odi rappresentano per lui una esperienza stilistica importante. I DIALOGHI Età Postaugustea (14d.C./ 68d.C.) La raccolta di opere senechiane di argomento filosofico ha ricevuto il titolo di dialoghi, termine che richiama il senso originario che la parola ha in greco di “ragionamenti” o “argomentazioni” (“dialegomai” o “dialettica”), come forma infatti assomigliano a delle epistole filosofiche, anche perché ogni opera è rivolta a un destinatario (Paolino, Polybio etc.), rispondendo all’esigenza di “iuvare alios”, tipica della filosofia di Seneca. I dialoghi di Seneca non seguono dunque il raffinato modello platonico, ma mirano piuttosto a stabilire un colloquio più intimo con l’interlocutore nell’intento tutto romano di concretizzare la teoria. LA LETTERA FILOSOFICA. E’ un genere letterario-filosofico nuovo per la cultura latina. Seneca la usa non per trasmettere semplici notizie sullo stato di salute fisica di chi scrive, ma come veicolo di informazioni e consigli sulla salute spirituale, l’unica che conti. Seneca si richiama

74 TIPOLOGIE polemicamente al genere di scrittura epistolare il cui modello principe era stato Cicerone (Ep. 118,1-2): “…non farò come quel valente oratore che fu Cicerone, che comandava ad Attico di scrivergli quello che gli passava per la testa, anche se non aveva niente da dirgli…”Nelle epistole di Seneca non sono più argomento di scrittura le futilità della vita quotidiana ( lotte politiche, brighe elettorali ), ma le vere questioni che contano, quelle della vita interiore. Nel contrapporsi a Cicerone Seneca ha comunque un modelli prestigiosi a cui ispirarsi, quello di Epicuro, scrittore di lettere ai discepoli mirate alla formazione spirituale di essi, ma anche, prima di lui, quello di Bione di Boristene, imitato anche dai cinici, che contrapponevano, all’esposizione schematica sul piano concettuale, continue trovate sul piano della comunicazione, quello di Menippo di Gadara, soprattutto per la critica della stoltezza umana e delle aberrazioni del vivere sociale e infine quello di Fabiano, uomo capace di adattare, attraverso la retorica e la diatriba i temi della filosofia al livello del lettore comune, come ci dice nel “De Brevitate vitae” (10, 1)Seneca stesso.Seneca intende dunque fare delle lettere indirizzate a Lucilio uno strumento di crescita interiore, il mezzo più semplice ed amichevole di avviarlo alla riflessione filosofica, per condurlo a vivere la propria vita con coscienza e responsabilità. Giocando sul luogo comune della lettera come sostituto di un colloquio a viva voce con gli amici, Seneca trasforma queste occasioni di scrittura in altrettante piccole discussioni

75 TIPOLOGIE sulle più importanti questioni della vita che, con l’efficacia della semplicità delle parole usate, accompagneranno l’inerlocutore all’acquisizione della sapienza. Qui a differenza di quanto avviene nei Dialoghi siamo di fronte ad un avviamento alla filosofia, come dimostra la lunghezza crescente e la maggiore vicinanza ai ritmi e all’impianto del trattato che si registra col procedere della raccolta. Il linguaggio epistolare è di tono intimo e sommesso (submissiora varba), e la forma delle epistole dimostra la mancanza di una sistematicità di pensiero che Seneca non vuole e che esclude legami col trattato e il protrettico La forma delle lettere ricalca la scia della diatriba che nasce come rapporto dialogico-colloquiale tra il filosofo e un pubblico più o meno vasto. Tipica è l’introduzione di un interlocutore fittizio, la cui presenza oltre a conferire vivacità al procedere dell’argomentazione, testimonia proprio del carattere parlato, di colloquio amichevole, che viene impresso al ragionamento. Forse è questo lo strumento più adatto per avvicinare l’uomo all’abitudine alla riflessione. In Seneca l’interlocutore fittizio cede il posto al destinatario dell’opera come mostrano i Dialoghi, ma spesso la concretezza individuale sfuma entro contorni più grenerici di una semplice funzione narrativa. Caratteristico è l’uso di imperativi ed esortativi, il ricorso alle spiegazioni per metafora o ancora di più per similitudine (spesso con esempi mutuati dalla natura), l’enunciato sentenzioso-proverbiale, caratterizzato dall’incisività del messaggio e dal contenuto ricavato da un fondo di sapere popolare, il ricorso agli exempla. Soprattutto si è riconosciuto il legame

76 TIPOLOGIE LETTERATURA CRISTIANA ( IV/ V sec.d,C)
con la diatriba nella mancanza di schemi fissi. La diatriba tende a modellarsi sull’uditorio, sui suoi interessi e i suoi bisogni messi in luce dal momento particolare e procede per libere associazioni. L’impressione è quella di un andamento del pensiero non lineare, ma ad espansioni variabili per dimensioni che talvolta finiscono per impadronirsi dell’asse portante del discorso. Per Seneca si è parlato (A.Traina) dunque di stile drammatico, concretizzato nell’immagine di una prosa che rinuncia a qualsiasi tentativo di comporre il pensiero entro una costruzione armonica qual era quella ciceroniana e lascia libero spazio agli elementi di tensione. All’esposizione basata sull’ipotassi molto articolata,testimone di un assetto gerarchico tra le idee oltre che tra gli enunciati, si sostituisce la paratassi, impalcatura programmaticamente policentrica, come policentrica è divenuta la visione del mondo. La tensione stilistica è affidata ai parallelismi, improvvisamente interrotti da forti effetti di variatio, di opposizioni, di anafore e ripetizioni, climax ascendenti o discendenti, a riflettere tensioni spirituali non risolte. La forma espressiva è caratterizzata dalle funzioni emotiva e conativa e per questo la frase lascia via via spazio all’elemento che emotivamente prevale, risultando particolarmente viva. LETTERATURA CRISTIANA ( IV/ V sec.d,C) Nel IV-V secolo la letteratura cristiana subisce un continuo e profondo processo di trasformazione, non solo sotto l’aspetto teologico, ma anche per quel che riguarda

77 TIPOLOGIE LE CONFESSIONI
l’atteggiamento dei Cristiani di fronte al mondo pagano, all’impero, ai valori culturali della classicità. Parallelamente lo stile degli scrittori cristiani si evolve attraverso diverse forme ed esperienze, arrivando a trascendere le forme retoriche e classicheggianti per giungere alla creazione di nuove forme espressive più adatte all’anima cristiana. LE CONFESSIONI Radicale è il rinnovamento spirituale e stlistico operato da S.Agostino, che apre la via alla problematica religiosa più inquietante e moderna, trasformando il problema religioso nel dramma della propria anima. Al rinnovarsi e all’approfondirsi della problematica corrisponde un nuovo stile, che scardina gli schemi della sintassi classica e diventa tutto spirituale. L’indagine sul mistero dell’anima rientra nel solco della tradizione latina, da Catullo a Seneca, ma in Agostino questa indagine si approfondisce e si dilata enormemente, fondendosi con i grandi misteri del cosmo e di Dio.Il senso del divenire dell’anima, così importante nella letteratura moderna, trova il suo primo vero archetipo nelle “Confessioni”: Catullo, Seneca e magari Apuleio, sono ancora lontani dal sistematico e costante sviluppo che il tema dell’”itinerario” spirituale assume in S.Agostino. Difficile dunque collegare le “Confessioni” ad uno de tradizionali generi letterari: si parla talvolta di autobiografia interiore, un genere comunque senza precedenti nelle letterature classiche, che avevano conosciuto piuttosto opere autobiografiche esterne. Anche rispetto ai “Ricordi” di Marco Aurelio esse si differenziano nettamente, per la dinamicità e

78 TIPOLOGIE per l’itinerario proposto, segnato da aspre lotte e conquiste spirituali progressive. L’ispirazione non è tanto narrativa quanto lirica, secondo uno stile vivace che, dalla rievocazione del fatto autobiografico si eleva alla preghiera distaccata ma commossa, o alle leggere volute dell’inno.Si può tentare di rintracciare qualche presupposto letterario ideale nelle primitive comunità cristiane, dove il penitente “confessava” in chiesa ad alta voce le proprie colpe e riconosceva la grandezza di Dio: S. Agostino potrebbe aver concepito l’opera come atto di umiltà e strumento di edificazione, come inno di lode a Dio, di ringraziamento per il superamento del travaglio interiore. Le pagine sul tempo appartengono ai libri non narrativi ma introspettivi (X-XIII) , dove si parla dello stato in cui si trova l’animo dell’autore nel momento in cui scrive: si intrecciano qui meditazioni sul tempo, che di fronte all’eternità immutabile di Dio è solo misura dell’anima nel suo moto fra il ricordo del passato e l’attesa del futuro, ma anche dei limiti del conoscere, del mistero della creazione, delle Sacre Scritture, della Trinità etc. Per quanto riguarda lo stile S.Agostino realizza una sintesi fra biblico e retorico che rende originale l’opera anche sul piano formale rispetto alle letterature classiche. S.Agostino supera la dicotomia derivata dalla condanna della retorica come scoria del paganesimo e il rifiuto delle scuole retoriche di considerare modello formale le Sacre Scritture: si appropria infatti del linguaggio biblico e in particolare dello stile dei Salmi, armonizzandolo con il patrimonio retorico dei propri mezzi tecnico espressivi; frequente è dunque nell’opera l’impiego di mezzi retorici come apostrofe, parallelismo, isocolia, antitesi, ma anche di citazioni dotte, quasi sempre bibliche.

79 TIPOLOGIE I RICORDI DIVINA COMMEDIA
Scritti in greco, perché greche sono la cultura, la lingua e la mentalità dominante nell’epoca in cui vive. Il titolo originale è “A se stesso”: l’opera, che si presenta come una specie di breviario spirituale e che sembra non avere precedenti nell’antichità, raccoglie meditazioni , moniti e brani diversi, collegati dall’ unitarietà del pensiero dell’autore, d’ispirazione stoica ma lontano da ogni sistematicità. DIVINA COMMEDIA E’ un poema di difficile collocazione quanto al genere: infatti in esso confluiscono il poema didascalico e allegorico, l’enciclopedia, la profezia apocalittica, la commedia intesa come genere teatrale, la tragedia, l’epica, la satira sarcastica, l’invettiva e la lirica elegiaca; tutto è tenuto insieme dalla struttura narrativa che caratterizza l’opera.Dante adotta lo schema della “visione” dei regni oltremondani, tipico della cultura medievale (Libro delle tre scritture), ma si ricollega anche al poema allegorico (Roman de la Rose). A questo si aggiunge l’apporto della letteratura didattico-enciclopedica (Trésor) e lo schema del viaggio (che rimanda al romanzo cavalleresco del ciclo bretone, ma anche alla letteratura mistica, ai libri profetici della Bibbia e all’Apocalisse di Giovanni). Soprattutto per i primi canti dell’Inferno è evidentissimo il legame col modello classico della discesa agli Inferi di Enea del libro VI dell’Eneide di Virgilio.

80 TIPOLOGIE LA LIRICA OCCIDENTALE.
La lirica occidentale nasce in Provenza nel XII, XIII sec. E’ caratterizzata dal fatto di porre in primo piano l’Io, sia reale che lirico, inteso comunque come persona comune e non straordinaria. E’ una poesia fatta di stati d’animo: i temi tipici di questo genere sono infatti intimistici o comunque legati ad emozioni . Fondamentale e caratteristico nella lirica è il tema del ricordo e, di conseguenza, il tema dell’infanzia. La lirica dunque è poesia di stati d’animo, parla dell’intimo del poeta e solo nella prima metà dell’Ottocento la si è interpretata diversamente, come espressione corale dei sentimenti di tutto un popolo. Nei secoli passati le forme più diffuse di lirica sono state il sonetto ed il madrigale, ma più in generale la lirica è contraddistinta da una grande musicalità che tende a ricreare atmosfere. CANZONIERE Il titolo originale è in latino medievale e ci indica una certa sufficienza nei confronti del volgare. L’opera raccoglie sonetti (il sonetto è costituito da 2 quartine e due terzine di endecasillabi: le quartine hanno rima alternata o incrociata, le terzine hanno rima variabile), ma anche canzoni, ballate e sestine, tutte forme metriche ampiamente presenti nella tradizione lirica precedente ( dai trovatori provenzali ai rimatori siciliani agli stilnovisti). L’opera riflette la crisi di un’epoca nel tentativo per ora impossibile di conciliare umano e divino.

81 TIPOLOGIE I RISPETTI Sono brevi componimenti lirici, di carattere popolaresco, caratterizzati dalla semplicità delle immagini e del linguaggio. Si dividono in rispetti continuati (ottave legate fra loro) e rispetti spicciolati (ottave isolate) ed in essi compare il tema della bellezza femminile (col tipico topos della rosa) e della sua caducità. POESIA CIVILE La poesia civile non è un vero e proprio genere codificato, di solito si definisce civile la produzione che elabora temi civili, cioè legati ai problemi politici e sociali degli uomini. Fra i temi più significativi spiccano quelli della libertà, della giustizia, della pace. Il poeta anche se parla in prima persona si fa portavoce di un ideale collettivo. Di solito la poesia civile, poiché nasce da un’incontenibile e sincera esigenza di giustizia, ha una struttura argomentativa cui si associa un tono convincente ed entusiastico, finalizzato a convincere il lettore della validità delle opinioni espresse. Numerose sono le sfumature che differenziano componimenti definiti genericamente poesia civile: talvolta assumono toni lirici perché il poeta si esprime con toni di dolore e intima sofferenza anche su tematiche civili. I SEPOLCRI Nella prima edizione vengono definiti “carme” dunque, in senso classico, genere di

82 TIPOLOGIE poesia impegnata e solenne, che trae ispirazione dall’impegno civile e politico. Sono però definiti dall’autore anche “epistola”, per la presenza di un destinatario esplicito (Pindemonte) e per il caratteristico metro sciolto (l’endecasillabo). L’intento dimostrativo, nel procedere per argomentazioni ed esempi, lo avvicina al testo filosofico e caratterizza l’opera insieme alla fortissima carica attualizzante che pone in stretto rapporto il passato e il presente. L’opera è suddivisa in quattro parti: 1) vv.1-90, 2) vv , 3) vv , 4) vv ODE Ha origini greco-latine, ma viene ripresa nel Rinascimento come variante della canzone. A sua volta ebbe numerose varianti e fu utilizzata ampiamente nel ‘700 dal Parini, a cui sembra rimandare il testo in questione. L’orientamento classicistico è testimoniato nel testo sia dai riferimenti a Omero (inno quinto a Venere), sia all’elegiaco Properzio, ma filtra anche il travaglio spirituale del poeta romantico e affiora la caratteristica sintesi di passione romantica e di classica compostezza tipica del Foscolo. OPERETTE MORALI Sono dialoghi o prose continuate e si dicono morali inquanto esprimono, attraverso finzioni allegoriche, la sconsolata meditazione leopardiana sull’uomo e sul suo destino, sul sogno di una felicità impossibile e sull’inevitabilità del disinganno. Leopardi le definisce “Dialoghi

83 TIPOLOGIE Satirici alla maniera di Luciano” (Luciano di Samosata), nelle cui beffarde situazioni e nella cui satira corrosiva e irriverente si rispecchia l’intelligenza spregiudicata dello scrittore e la crisi della sua epoca. Le Operette Morali (dove è molto usata l’ironia e la tecnica dell’accumulo spesso indirizzata a sostenere una tesi), sono dunque un’opera filosofica, ma si distinguono perché hanno un carattere del tutto originale: infatti la prosa in cui sono stese è risultato della fusione effettuata fra immagini (proprie della poesia) e concetti filosofici. CANTI Sono suddivisibili per filoni, uno di tipo patriottico-civile-filosofico (Canzoni) e uno evocativo-sentimentale-esistenziale(Idilli), ma il titolo allude al carattere lirico-melodico riscontrabile nei testi. Dal punto di vista metrico Leopardi resta saldamente legato alla tradizione (endecasillabi e settenari), utilizzando la canzone e il verso sciolto, ma valorizza al massimo il rapporto tra metrica e sintassi, producendo un nuovo effetto musicale. IDILLI Sono chiamati così da Leopardi sulla scia dei componimenti di Mosco da lui tradotti, ma sono venuti ad assumere un valore nuovo per la forte impronta soggettiva che li caratterizza, anche se ciò non esclude un orientamento riflessivo o filosofico-argomentativo.

84 TIPOLOGIE ROMANZO DEL NOVECENTO
Nasce da due fenomeni paralleli: distruzione delle strutture narrative ottocentesche e proposta di rifondazione di nuove forme. Nuovi sono anche i temi: la nevrosi, la memoria, la malattia, la dimensione onirica, l’inettitudine. Alcuni autori, soprattutto quelli della generazione degli anni ottanta dell’ottocento, non si limitano a distruggere i vecchi schemi, ma ne producono di nuovi, basandosi sulla tecnica del “flusso di coscienza” del monologo interiore, sulle “intermittenze del cuore” e sul lavoro della memoria, sul romanzo-saggio, sulla destrutturazione della trama. Questo fenomeno si collega sia al clima culturale (Bergson, Nietzsche e Freud), sia al momento storico (età dell’Imperialismo), che hanno prodotto un senso di incertezza e di crisi d’identità dell’intellettuale che, non riconoscendosi più nei vecchi schemi, basati sulle certezze, ha dunque bisogno di nuove forme per esprimersi. POESIA DEL NOVECENTO La poesia si caratterizza agli inizi del Novecento per la dialettica fra Espressionismo e Simbolismo classicista. Successivamente tende a predominare il ritorno a forme poetiche più tradizionali anche se rinnovate dalla lezione delle avanguardie. In Italia esistono tre filoni fondamentali: una linea “novecentista”, perché considerata tipica del Novecento italiano (Ungaretti e gli ermetici) e una doppia linea “antinovecentista”, alternativa (Saba e Montale). Nuova, anche se con legami alla tradizione “antinovecentista”, appare la linea poetica di Giudici dominata dall’ironia e dall’autonomia dell’io poetico rispetto all’autore.

85 NOTE A PLAUTO Anfitrione.vv.529-530 Cistellaria.v.75 e seg.
Giove invaghitosi di Alcmena, moglie del re di Tebe, Anfitrione, approfittando dell’assenza del re impegnato nella guerra contro i Teleboi, ne assume le sembianze e trascorre la notte accanto alla donna, una notte che egli prodigiosamente allunga. Zeus è atteso da Mercurio che lo ha accompagnato nell’ impresa, travestito da Sosia, servo di Anfitrione. Trascorsa la notte Giove se ne va e dice ad Alcmena:”Tornerò subito” e Alcmena risponde:”Subito è un’eternità”. Cistellaria.v.75 e seg. Selenia e Ginnasio, due eteree, affermano che l’amore è una malattia. Ginnasio afferma:”Verrà il medico” e Selenia risponde:”Verrà è parola lenta” Mercator. V.896 Charino chiede notizie dell’amata e Eutico afferma:”Te lo dirò”. Charino ribatte:”E’ troppo lunga l’attesa per chi ama” Mostellaria.v.338 Filolachete dice: “Tornerò subito”, e Filematio, l’amata, risponde:”Codesto subito è tanto” Anfitrione.vv.279 e seg. Mentre aspetta Zeus, Sosia-Mercurio, riflette:-Non ho mai visto una notte più lunga di questa, tranne quella in cui fui picchiato, quella superava di molto questa”.

86 NOTE A PLAUTO Parole chiave: ventre, fame, mangiare, giorno, mezzogiorno, solario Horas: metonimia Repperit: “reperio” presuppone la volontà è diverso da “invenio” Hic: collegato alla gestualità Solarium: è l’orologio solare (meridiana), precisa horas Comminuit: dà l’idea della frantumazione ed è rafforzato da articulatim Optumum: forma arcaica come anche verissumum, quom e lubet Esses: è iterativo (edo) Estur: sta per editur Nisi quom nihil erat: battuta a sorpresa, per suscitare ilarità Soli: personificazione, ripreso da “solariis” a fine verso Lubet: piace per capriccio, diverso da “placet “ che implica ragionamento Oppletum oppidum: allitterazione che dà l’idea di pieno Reptant:frequentativo di “repo” : si trascinano come serpi Clamarat: sta per “clamaverat”.

87 NOTE A CATULLO C.VII Mi chiedi Lesbia quanti dei tuoi baci Mi basteranno, mi saranno troppi Quante le sabbie libiche distese Laggiù a Cirene fertile di silfio Tra il fiammeggiante oracolo di Giove E il sacro sepolcro dell’antico Batto, Quante stelle in silenzio nella notte Contemplano i segreti amori umani, Tante volte baciarti basterà E sarà troppo al tuo Catullo folle, Il conto che il curioso non può fare Né la lingua maligna maledire E’ definito uno dei “poetae novi”, che si ispiravano agli alessandrini (Callimaco e il” labor limae”) e si ponevano in alternativa alla produzione epico celebrativa tradizionale, ma va oltre per i temi affrontati, infatti la poesia di Catullo è ricca di maggior realismo, il suo vissuto diventa fondamentale per capire la sua poesia: le “nugae” sono dette così per il contenuto vivace, spesso legato ad occasioni concrete, racchiuso nella tecnica neoterica; il linguaggio di Catullo è però spesso quello del “sermo familiaris”, della tradizione comico-satirica, anche se innalzato con innesti di glosse e stilemi elevati. Lo stile dell’autore comunque si differenzia molto nel “LIBER”, così come si differenziano le forme metriche utilizzate ed i modelli (Saffo, Callimaco, ma anche Ennio) Apuleio nell’ “Apologia”,10 ci dice che Lesbia si chiamava Clodia ed era sposata con Quinto Metello Vivamus…amemus: espressione chiave; vivere è amare in questo mondo dove la brevis lux si contrappone alla nox perpetua una dormienda. La poesia presenta un attacco vivace: vv.1-3, cui seguono versi solenni vv.4-6 e quindi il ritorno all’entusiasmo iniziale vv Il vitalismo amoroso si oppone alla staticità della morte.

88 NOTE A CATULLO Senum severiorum: forse invidiosi perché ormai vecchi Orazio nell’Ars poetica dice cheil vecchio è “castigator censorque minorum” allitterazione sillabica se-se e l’omoteleuto –um, con un effetto fonico che mira forse arendere il sordo e maligno bisbiglio dei vecchi.Il verso è ricco di r e di s a dare cupezza. Omne unius…assis: tipico del linguaggio colloquiale messa in risalto dalla contrapposizione omnes-unius Soles: non è necessario intenderli come metonimìa, perché il verbo occidere rafforza il senso proprio Brevis lux: è diverso da Orazio perché qui riguarda lui e Lesbia ed esclude gli altri anche se è presente una riflessione universale ai vv.4-6. Lux monosillabico e alla fine del verso,in posizione di rilievo come Soles, indica una brusca rottura, in contrapposizione a nox, in rilievo all’inizio del v.6 ed è preceduto da un trisillabo e un bisillabo, a diminuire. Perpetua una: effetto cupo delle due u che si incontrano per la presenza della sinalefe. Asindeto che accentua la tremenda uniformità del sonno della morte. Il verso 6 è il più lento del carme a cui si oppone la velocità dei versi successivi, tutti tesi ad un irrefrenabile slancio vitalistico Dormienda:quadrisillabo che enfatizza la pesantezza del sonno Basium : e forse di origine celtica in latino sarebbe osculum. 1°apparizione in letteratura Mille…centum: il ripetersi delle stesse cifre e formule dà al verso un andamento martellante Dein:apocope Simmetria fra v e 10 (deinde e dein) Facere: desinenza lunga del futuro attestata per la prima volta è usato come termine tecnico finanziario, come conturbare (alterare i conti) Invidere:guardare contro, originariamente significava gettare il malocchio.

89 NOTE A ORAZIO CALLIMACO Odi I,9 Odi III, 29 Epodo 13,3
PER LA MORTE DI UN AMICO Qualcuno mi disse della tua morte, Eraclito, e piansi. E ricordai allora Le molte volte che parlando insieme Ci raggiunse la sera. Ora tu, amico D’Alicarnasso, sei da lungo tempo Cenere in qualche luogo. Ma vivono per sempre i tuoi “Usignoli”: Su di loro Ade che tutto rapina Non metterà le mani. (traduzione di S. Quasimodo) Odi I,9 …Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et quem Fors dierum cumque dabit, lucro adpone… Odi III, 29 …Prudens futuri temporis exitum caliginosa nocte premit deus ridetque si mortalis ultra fas trepidat… Epistole I,11,22 …Tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam grata sume manu nec dulcia differ in annum… Epistole I,4,12 …Omnem crede diem tibi diluxisse supremum: grata superveniet, quae non sperabitur hora. Epodo 13,3 …Rapiamus , amici Occasionem de die

90 NOTE A ORAZIO Tu: riproduce le movenze del parlato e rafforza l’ammonimento Quaesieris: era usato per indicare la consultazione di indovini. (quaesivieris) Leucònoe: è la fanciulla a cui si rivolge, ma il messaggio è universale.Varie sono le congetture sul nome, ma se “noe” può trovare radici in “nûs”, leukós” non viene usato di solito in greco con senso figurato di “candido”. Scire nefas: si va contro il volere degli dei. Il saggio conta solo sul presente.Ha il valore di un nesso causale. Di dederint:allitterazione Babylonios temptaris numeros: numeri babilonii, cioè i calcoli degli astrologi babilonesi. Non vuole che la donna si distragga dall’unica gioia possibile che è quella del presente Ut melius, quidquid erit, pati: massima epicurea. “Ut” è riferito all’intera frase Tribuit: perfetto, dunque la decisione è già presa. Secondo la dottrina astrologica antica il destino dell’uomo era fissato già dalla nascita Hiemes…nunc: ci danno la collocazione temporale. Siamo in inverno. Pumicibus: si intende genericamente gli scogli erosi dall’acqua e dalla salsedine Vina liques: l’operazione avveniva mediante il “colum” in metallo o un pezzo di stoffa “saccus”. Era l’operazione più rapida per togliere le impurità al vino che altrimenti si lasciava una notte all’aperto. Reseces: preso dall’agricoltura come “carpe” Fugerit: futuro perfetto indica la rapidità del tempo(usato anche da Ovidio e Lucrezio) Credula: è diverso da fidens perché accenna alla superstizione

91 NOTE A ORAZIO Primi versi dell’ode XXX: si ispirano a passi o temi dei classici dello stile sublime: Simonide e Pindaro. SIMONIDE, onore per i morti alle Termopili “…un tale funebre ammanto né la ruggine distruggerà, né il tempo che tutto doma…” PINDARO “…pronto un tesoro di inni è stato innalzato nella valle d’Apollo splendida di ricchezze: questo né pioggia tempestosa, esercito spietato di tuonanti nubi che su di esso si abbatta, né vento, colpendolo coi frammenti d’ogni genere che porta con sé, potrà spingere negli abissi del mare.” Exegi: formula tipica delle iscrizioni Monumentum: da “moneo”, ciò che serve a ricordare come una statua di bronzo (aëre) Pyramidum altius: paragone che sta per un superlativo; dà perenne resistenza al tempo

92 NOTE A ORAZIO Impotens: nel senso di sfrenato, che non è padrone di se stesso Innumerabilis temporum:la lunghezza dell’aggettivo, l’enjambement e la musicalità concorrono a dare il senso della corsa infinita e ineluttabile del tempo Non omnis morior: solo la poesia può vincere contro il tempo Libitinam: dea dei funerali e della morte nel cui tempio si teneva il registro dei morti Vitabit: non ha usato effugio, forse richiama il termine “vita” Cum tacita virgine: cerimonia alle idi di marzo in cui la vestale più anziana, nel silenzio ieratico, saliva al tempio di Giove Capitolino a pregare per il popolo: la processione si svolgeva sulla via Sacra che dalle Carene saliva al Campidoglio. L’immagine è solenne ed espressiva della sacra eternità di Roma e di riflesso illumina di una ferma luce religiosa l’ascesa del poeta verso la vetta dell’ eternità di fama. Immagine simile anche in Virgilio, Aen.IX,448. Scandere: vox poetica di stile elevato invece di ascendere Obstrepit Aufidus: Ofanto, fiume appenninico piuttosto impetuoso Danaus: mitico re dell’Apulia che regnava su un paese in cui l’acqua scarseggiava. Come il precedente, è ricordo d’infanzia che sottolinea l’umiltà d’origine esaltando le doti del poeta.

93 NOTE A ORAZIO Regnavit: costruito col genitivo, per corrispondenza con la forma greca Ex humili: si riferisce al suo prestigio di poeta e non all’influenza che gli proviene dall’amicizia con i potenti Princeps: si attribuisce il vanto di aver aperto per primo una via nuova alla poesia latina, come ribadirà nelle EPISTOLE I, 19 “ …Libera per vacuum posui vestigia princeps…”, rivendicando, come fanno spesso i latini (Lucrezio, Virgilio) ma anche i greci (Callimaco), il compito di iniziatore (ευρετήs). Aeolium: si riferisce a Saffo e Alceo. Deduxisse modos: nel senso di elaborare con cura (filatura della lana). I modi sono italici, nel senso che sono ricreati in lingua latina, con quantità sillabiche, infatti i metri usati sono greci. Melpomene: Musa del canto lirico in genere e fonte di ispirazione. Serve ad evitare una esaltazione di sé troppo diretta. Volens: propizia, ma è tipico della poesia religiosa Lauro Delphico: pianta sacra ad Apollo, dio che a Delfi, nella Grecia centrale, aveva un santuario e un celebre oracolo. E’ più prezioso dell’edera bacchica.

94 NOTE A SENECA Maior pars mortalium:nella diatriba, tipica degli stoici è usuale individuare un bersaglio polemico, in questo caso è lamaggior parte dell’umanità. Pauline: è il dedicatario dell’opera (Pompeo Paolino, prefetto dell’annona) Malignitate: è diverso dall’italiano, sta per avarizia Conqueritur: lamento corale (con- prefisso e queri=lamentarsi) che caratterizza gli erranti Quod…gignimur…quod…decurrant:anafora del quod ma i modi verbali cambiano, il primo è indicativo e il secondo congiuntivo, a indicare il passaggio dal livello della realtà al livello della soggettività erronea. In ipso vitae apparatu: paradosso: situazione assurda di chi perde il presente, rinviando sempre al futuro la pienezza del vivere. Ingemuit: lamentarsi, da ingemisco Turba…et imprudens vulgus…clarorum virorum: la lamentela caratterizza sia la massa sconsiderata, sia gli uomini apparentemente di cultura, che nello stesso modo si dolgono. Adfectus: è uno stato d’animo alterato che può degenerare in malattia, ma qui è una impressione falsata da scarsa razionalità.

95 NOTE A SENECA Non exiguum…perdidimus:antitesi fra il dato oggettivo e la responsabilità individuale Si tota bene collocaretur: verbo tecnico dell’ambito finanziario. Metafora del tempo-denaro, più volte utilizzata e ampliata da Seneca Diffluit: “dis” movimento in direzioni diverse e “fluere”, fluire stessa radice di flumen. L’immagine è completata dal “per” con accusativo del complemento di moto per luogo che dà l’idea del disperdersi. Inpeditur: verbo tecnico dell’economia che richiama la metafora del denaro Quam ire…sentimus: la relativa anticipata e la reggente presentano termini paralleli: “ire” e “transisse”, opposti per tempo e per aspetto, “intelleximus” e “sentimus” si oppongono per il tempo e per il senso diverso nello stesso significato (razionalmente / emotivamente) Sicut amplae…patet: la similitudine finale ha funzione chiarificatrice e di riepilogo. Il ragionamento è analogico: due premesse alternative e la conclusione analogica. Amplae et regiae opes, ubi…momento dissipantur Modicae, si bono…usu crescunt Aetas nostra bene disponenti multum patet

96 NOTE A SENECA Illa se benigne gessit: richiama il “de naturae malignitate conqueritur” dell’inizio, tema diatribico del lamento Vita, si uti scias, longa est: apodosi della realtà e protasi dell’eventualità, riassume nell’opposizione dei modi il senso di tutto il dialogo. Alium…alium: anafora ripresa con poliptoto (alius…alius) introduce l’accumulo di brevi frasi e si evolve nella variatio ( quosdam, quos, multos, plerosque, quibusdam). Operosa sedulitas:gli aggettivi terminanti in –osus indicano abbondanza equi crea una antitesi con “supervacuis” a determinare la paradossale follia degli occupati. Ambitio: in origine è “andare intorno” poi indica “voler figurare” e dunque “ostentare” Torquet:verbo in rapporto col nostro “torturare”, dà il senso, insieme a “defatigat” “ducit” e “consumat”, dei logoranti effetti di attività che alienano l’uomo da se stesso. Superiorum cultus: cultus è connesso a colere (coltivare) è usato nel senso di “far la corte” Voluntaria servitute: ossimoro, la servitù è condizione oggettiva, ma qui è volontaria e Seneca dice nelle Epistole che non c’è servitù peggiore. Adfectatio:di derivazione verbale:adfectare intensivo di adficio.

97 NOTE A SENECA Displicens levitas: tema della “levitas” affrontato sul piano metaforico del viaggio come dimostra il lessico: iactare=sballottare delle onde, vaga=capricciosa, riferibile al vento come inconstans=incostante. Piano metaforico ripreso anche da “quo cursum derigant”. Quaeris fortasse…inizia la parte dedicata agli occupati Otium occupatum: è quello degli alienati che non sanno appropriarsi neppure del tempo riservato a se stessi. Dall’epoca degli Scipioni a Cicerone l’”otium” (pausa fra due momenti di attività) si opponeva al “negotium” (attività pubblica in generale). Nel I sec d.C. l’opposizione rimane ma è fra “otium desidiosum” e “otium cum studiis” GLI OCCUPATI: 1) il collezionista di bronzi antichi 2) gli amanti della palestra e dei giovani atleti 3) i fissati col barbiere 4) gli amanti delle canzoni 5) i forzati dell’organizzare banchetti 6) i forzati delle passeggiate e del lasciarsi vivere 7) gli snob… Aeger est immo mortuus est: climax Soli…soli: l’anafora è un carattere distintivo dello stile di Seneca, strettamente legato all’uso della paratassi invece che dell’ipotassi. Otiosi: è contrapposto agli “occupati”

98 NOTE A SENECA Nec…adquisitum est: da evidenziare l’antitesi fra “aetas” (il tempo della vita dell’uomo) e “aevum” (il tempo in generale) Nobis… nobis: è da mettere in relazione all’anafora iniziale ( per noi…) Ad… deducimur: richiamo a Lucrezio, “De rerum natura” III, 1:” …e tenebris tantis tam clarum extollere lumen / qui primus potuisti…” Cum bene insanierint: espressione –chiave, rafforzata anche dall’uso di prefissi ed infissi verbali che moltiplicano il significato della radice (discursant, perambulaverint, districta, etc.). L’immagine di una Roma tutta affacendata si contrappone a quella dei filosofi che dispensano saggezza. Quam multi: quadruplice anafora del pronome che introduce ciascuna delle esclamative, ma solo le prime due sono seguite da una relativa con il congiuntivo (variatio). Vix … redddent:si allude alla “salutatio mattutina”, incombenza quotidiana dei “clientes” Hos…familiarissimos: riprende in funzione antitetica, il precedente “isti qui”, tipico della struttura diatribica. Nemo…non: ha qui funzione enfatica, come chiarisce anche la ripresa dell’anafora. Sui: tutto il periodo finale oppone la generosa disponibilità dei filosofi all’indifferenza

99 NOTE A SENECA altezzosa dei ricchi verso i clienti, e l’opposizione è marcata dalla simmetria tra la figura della triplice anafora negativa di “nemo” e la quadruplice anafora esclamativa di “quam multi”, del periodo precedente. Quia de illis ne desinant non est timendum:riprende la teoria epicurea della vecchiaia come tranquillo porto in cui finalmente si raggiunge il vero possesso della “vita bella” grazie alla memoria. Il ricordo dei piaceri è più persistente e più affidabile rispetto al godimento presente. Vindica te tibi: tipico del linguaggio giuridico. Importante l’uso del riflessivo: il soggetto (tu) l’oggetto (te) e il fine (tibi) coincidono. L’uso del riflessivo esprime spesso il continuo ripiegarsi del soggetto su se stesso. E’ un uso particolare che avrà ripercussioni anche nella produzione degli scrittori cristiani, apologisti e padri della Chiesa. Auferebatur…excidebat: climax sempre riferito alla metafora tempo-denaro. Strappo violento/ sottrazione subdola/ perdita per incuria, (la più grave). Ripreso anche in eripiuntur- subducuntur-effluunt.

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NOTE A SENECA Magna pars…aliud agentibus: il periodo è costruito su tre segmenti paralleli (trikolon) tutti chiusi da “agentibus”, “magna”, “maxima” e “tota”, impostano il climax. Mortem prospicimus: evidenzia l’errore di prospettiva: il prefisso “pro” rivela il guardare in prospettiva davanti a sé Quidquid aetatis retro est mors tenet: fornisce la spiegazione dell’errore. Manus inicere: termine giuridico Crastino e hodierno: aggettivi sostantivati Imputari sibi: linguaggio finanziario Vir fortis ac sapiens: è l’ideale umano del I secolo, subentrato al cittadino romano dei tempi di Cicerone: è il saggio che esprime una controllata consapevolezza. Inpellente philosophia:è la concezione ciclica dell’eterno ritorno condivisa dagli stoici. Nausia: termine greco

101 NOTE A SENECA Esempio dello schema di comunicazione usato da Seneca
AFFERMAZIONE GENERALE: gravissimum iudicabis malum, aliquem ex his, quos amabis, amittere. DIMOSTRAZIONE MEDIANTE L’EVIDENZA: …cum interim hoc tam ineptum erit quam flere, quod arboribus amoenis et domum tuam ornantibus decidant folia. …dum virent, utere. SECONDA AFFERMAZIONE: Alium alio die casus excutiet DIMOSTRAZIONE MEDIANTE L’EVIDENZA: quemadmodum frondium iactura facilis est, quia renascuntur, sic istorum…damnum, quia reparantur, etiam si non renascuntur. OBIEZIONE DELL’INTERLOCUTORE : Sed non erunt idem CONFUTAZIONE: ne tu quidem idem eris. Omnis dies, omnis hora te mutat: sed in aliis rapina facilius apparet, hic latet, quia non ex aperto fit. SENTENZA CONCLUSIVA: nec speraveris sine desperatione nec desperaveris sine spe.

102 NOTE A S.AGOSTINO S.Agostino nel libro XI delle “Confessioni” tratta il problema della sostanza del tempo, iniziando la sua meditazione dalla domanda: “Che cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra” (Genesi 1,1) e rispondendo che non faceva nulla, perché se faceva qualcosa, faceva una creatura: il “fare” di Dio infatti è “creare”, perché se Dio fa qualcosa fuori di sé fa una “creatura”. Continua poi affermando che il tempo esiste solo in Dio e dunque non ha senso chiedersi cosa facesse Dio prima della creazione, perché “prima” è una determinazione di tempo e al tempo della creazione non esisteva il tempo. Dio ha creato il tempo, è eterno e “precede” tutti i tempi. Dunque “LA CREAZIONE NON AVVIENE NEL TEMPO MA NELL’ETERNITA’”, perché Dio permane mentre il tempo non può permanere, altrimenti non sarebbe tempo ma eternità. Allora cos’è il tempo : non è una realtà assoluta nei suoi tre segmenti: PASSATO (non esiste senza nulla che passi), FUTURO (non ci sarebbe, se nulla venisse), PRESENTE (non c’è, se nulla c’è). Il tempo potrebbe essere qualcosa “che passa”, ma se passa, passa nel tempo e dunque non è “il tempo”. Il futuro e il passato non sono e forse anche il presente non è, perché passa ( come dimostra il “paradosso dei cento anni” con cui chiarisce l’argomento dell’infinita divisibilità del tempo fino alla vanificazione del presente, che si riduce progressivamente fin quasi a scomparire). Poiché però misuriamo il tempo, misuriamo la durata di qualcosa: la dottrina del tempo diventa allora “fenomenologia della percezione del tempo”.

103 NOTE A S.AGOSTINO Il tempo presente non ha durata, perché qualsiasi durata avesse diverrebbe divisibile in passato e futuro. Anche Platone nel “Parmenide” aveva analizzato l’istante: “non c’è un momento che inizi dalla quiete ancora immobile, né dal movimento ancora in moto”…”la natura dell’istante è un assurdo che giace fra quiete e moto”. L’istante è fuori dal tempo perché se il tempo scorre, l’istante non scorre e dunque non è tempo. S. Agostino afferma inoltre che del tempo noi non misuriamo la sostanza ma “il passare”, attraverso il quale percepiamo l’estensione: PRESENTE NEL PASSATO — PRESENTE NEL PRESENTE — PRESENTE NEL FUTURO Cogliamo questi “presenti” mediante la MEMORIA, la VISIONE e l’ATTESA e li misuriamo nel passaggio (dall’attesa--alla visione--alla memoria), perché il futuro si realizza solo come presente e solo così diventa contenuto di memoria. Il tempo non si identifica col movimento degli astri (lo aveva già detto Aristotele): un corpo non può muoversi se non nel tempo, ma il movimento e il tempo non si identificano (si misura infattia nche la stasi). L’ essenza del tempo allora va cercata nelle sede in cui avviene la misurazione del passaggio, cioè nell’ ANIMO UMANO. L’animo è la sede ed il soggetto della percezione del tempo e il tempo è un’estensione dell’animo. Ciò che è realmente presente è l’ATTENZIONE dell’animo attraverso cui il futuro “trascorre” per diventare passato. Il passato e il futuro non hanno realtà oggettiva. Il Tempo è dentro di noi come una canzone

104 NOTE A S.AGOSTINO SCHEMA DELL’ESPOSIZIONE
Che ci apprestiamo a cantare e che all’inizio è tutta presente nell’attesa poi trascorre nella memoria e non è mai veramente presente se non nel suo svolgersi. SCHEMA DELL’ESPOSIZIONE XIV Che cos’è il tempo? La sostanza. Il tempo esiste poiché tende a non esistere: * il passato ormai non esiste * il futuro non esiste ancora * il presente transita, se non transitasse sarebbe eternità XV.18. Tempo lungo e tempo breve. La durata * Passato, ma non è più “ Fu lungo quel tempo al presente” * Futuro, ma non è ancora “ Sarà lungo quel tempo al presente” .19. Lunghezza del tempo presente .20. Paradosso dei 100 anni: il presente non ha estensione. Non sono

105 NOTE A S.AGOSTINO XVI Mentre passa il tempo può esser misurato perché può esser percepito, ma il presente non ha estensione. XXVI Misuriamo mediante confronto (esempio delle sillabe, poemi, versi, piedi): ma non c’è misura costante (oggettiva). Il tempo è solo una estensione dell’animo e si misura solo il passaggio. XXVII Esempio della voce per dimostrare che si misura il passaggio: la voce si può misurare dall’inizio alla fine, ma quando finisce non è più presente e se non è finita non si può misurare, dunque non si misura nemmeno il passaggio. .35. Esempio delle sillabe brevi e lunghe : misuro le sillabe non in quanto realtà, bensì in quanto immagini della memoria che posso confrontare. .36. Il presente trascina il futuro nel passato facendolo crescere con la diminuizione del futuro. XXVIII.37. Nell’animo ci sono tre momenti: ATTESA, ATTENZIONE, MEMORIA. Un lungo futuro sarà dunque una lunga attesa del futuro. Un lungo passato sarà una lunga memoria del passato.

106 LESSICO: area semantica del tempo
NOTE A S.AGOSTINO Come si nota anche dallo schema, il ragionamento procede per successivi approfondimenti,con un andamento a spirale, che pian piano si avvia a sciogliere il nodo problematico centrale. Il lessico presente nelle parti lette delle “Confessioni” non è particolarmente vario: ricorrono prevalentemente termini riferibili all’area semantica del tempo, della misurazione e dello spazio. LESSICO: area semantica del tempo Aeternitas: eternità Annus: anno Mensis: mese Dies: giorno Hora: ora (talvolta indica il tempo, Ovidio) Momentum: (moveo) indica movimento, mutamento di spazio, ma qui momento, istante perché riferito al tempo. Mora: indugio, ritardo, ma anche periodo di tempo (temporis). Initium: (ineo), inizio, principio (al plurale: principi=elementi)

107 NOTE A S.AGOSTINO LESSICO: area semantica del tempo
Consumptio: impiego, esaurimento Tempus: indica sia una parte di tempo (periodo, momento, ora) sia il tempo in generale. Futurum: il futuro; si può dire anche “reliquum tempus” o “posterum tempus”; generazioni future sono: “posteri”; in futuro si dice: “posthac” o “postea”; prevedere il futuro: “futura prespicere” Praesentia: il presente. Si trova anche “praesens tempus”; al presente: “hoc tempore”; questo momento: “hoc tempus” LESSICO: area semantica della percezione Attentio:attenzione, ma si trova anche “intentio” con il significato di applicazione, attenzione. Memoria: memoria, ricordo Expectatio: attesa.

108 NOTE A S.AGOSTINO LESSICO: area semantica dello spazio
Dimensio: misurazione, misura delle sillabe (dimetior) Distensio: tensione Deminutio: riduzione (deminuo) Intervalla: “spazi” di tempo. Loca: circostanza, punto ma anche momento, tempo. Spatium: estensione o trasl. di tempo: durata, periodo, occasione. Terminus: pietra di confine, fine. Finis: spazio/tempo: termine, confine/cessazione, ma anche morte. LESSICO: area semantica della misurazione Brevis: di spazio: corto; di tempo:breve Longus: di spazio: lungo; di tempo: duraturo. Strova anche longiscula (alterato). Ample: in larga misura (avv.) Correpte:brevemente (avv.) (corripio) Continuatus: ininterrotto, continuo

109 LESSICO: area semantica della misurazione
NOTE A S.AGOSTINO LESSICO: area semantica della misurazione Crescens: aumentato, accresciuto, da cresco Definite:con precisione (avv.) (definio), in modo determinato Indefinite: indefinitamente, in modo indeterminato (avv.) Duplum: doppio Simplum: semplice, unità Prior: primo fra due, precedente, anteriore Posterior: posteriore, seguente, successivo Producte: con allungamento (avv.) / Correpte: brevemente (avv.) [riferiti a sillabe] VERBI: di misurazione Minuo-is-minui-minutum-ere: diminuire, ridurre, consumare Cresco-is-crevi-cretum-ere: aumentare, accrescersi Divido-is-visi-visum-ere: ripartire, dividere Comparo-as-avi-atum-are: confrontare Metior-iris-memsus sum-iri (dep.): misurare

110 NOTE A S.AGOSTINO VERBI: di percezione
Memini-isti-isse: ricordarsi (difettivo) Adtendo-is tendi-tentum-ere: rivolgere l’attenzione, stare attento. Praemeditor-aris-atus sum-ari (dep.): prevedere Sentio-is-sensi-sensum-ire: percepire, rendersi conto Adsum-es-adfui-adfuturus-adesse:esserci,esser presente, stare attento. VERBI: di stato Esse: essere, ma usato spesso come “esistere” Maneo-es-mansi-mansum-ere: persistere restare Expecto-as-avi-atum-are: indugiare, attardarsi Resto-as-stiti-are: durare, persistere Perduro-as avi-atum-are: durare, resistere Absum-es-afui-afuturus-abesse: essere distante,assente, astenersi.

111 VERBI: di movimento o trasformazione
NOTE A S.AGOSTINO VERBI: di movimento o trasformazione Advenio-is-veni-ventum-ire:giungere, arrivare, sopraggiungere Avolo-as-avi-atum-are: volar via, andarsene precipitosamente Trasvolo: affrettarsi, passare Ago-is-egi-actum-ere: trascorrere Desino-is-desii-desitum-ere: cessare, terminare Extendo-is-tendi-tentum (tensum)-ere: prolungare, estendere Expleo-es-plevi-pletum-ere: completare, finire, terminare Consumo-is-sumpsi-sumptum-ere: consumare, trascorrere Cesso-as-avi-atum-are (cedo): arrestarsi, cessare Coepio-is-coepi-coeptum-ere: cominciare Transeo-is-ivi-itum-ire: passare, scorrere Praetereo-is-ii (ivi)-itum-ire: passare, andar oltre Tendo-is-tetendi-tentum (tensum)-ere: dirigersi, tendere Pergo-is-perrexi-perrectum-ere: continuare, proseguire.

112 EPOCHE MEDIOEVO RINASCIMENTO BAROCCO ILLUMINISMO e ROMANTICISMO
ETA’ ANTICA MEDIOEVO RINASCIMENTO BAROCCO ILLUMINISMO e ROMANTICISMO NOVECENTO

113 ETA’ ANTICA Il Tempo è costituisce uno dei problemi costanti della riflessione filosofica e scientifica. Alle origini del pensiero greco il concetto di Tempo, inteso come "misura del perdurare delle cose mutevoli" e "ritmica successione del divenire", si presenta legato al mito di Crono, padre di tutte le cose, e parla di "cicli del tempo" come ruota del destino in cui tutti gli uomini rinascono. Si arriverà ad un nesso fra pensiero e tempo con Aristotele egli lo descriverà come "numero del movimento secondo il prima e il poi". La relazione del tempo col pensiero e anzi la sua totale interiorizzazione e riduzione a "estensione dell'anima", a successione di stati psichici tramite la memoria e l'anticipazione, è espressa da Agostino nelle Confessioni; si passa così da un tempo della ciclicità pagana a uno lineare di stampo cristiano, che parte dalla caduta di Adamo e procede verso la dimensione del riscatto e del ritorno a Dio.

114 MEDIOEVO Nell’alto Medioevo l’idea del tempo è caratterizzata dalla visione magico-simbolica della natura, tipica della religiosità popolare. Alla natura non è riconosciuta una consistenza reale: il mondo appare come uno specchio, che riflette attraverso i fenomeni sensibili un significato spirituale e religioso che lo trascende. La realtà terrena, in quanto apparenza, segno da decifrare, non interessa. Il tempo che domina nella vita quotidiana è il tempo ciclico della natura, scandito dai lavori agricoli e sacralizzato dalle campane della chiesa che annunciano le ore canoniche e obbediscono alle esigenze della liturgia. Si perde completamente la memoria storica, il passato si confonde con il presente e il presente si congiunge con l’eternità. Manca qualsiasi senso di progresso, si pensa anzi che il futuro coincida con la fine del mondo, sia perché già S. Agostino aveva parlato di “vecchiaia” del mondo, sia perché Beda il Venerabile,il primo che nella storia del popolo degli Angli aveva adottato il computo degli anni a partire dalla nascita di Gesù Cristo, aveva affermato che erano già trascorse cinque età del mondo e che si stava vivendo la sesta e ultima. Con lo sviluppo della società comunale però cambia l’idea di tempo, ridefinita secondo criteri funzionali alla pratica dei propri guadagni: l’uso del tempo è subordinato alle esigenze economiche e tramite l’usura, all’accumulazione finanziaria, entrando in conflitto con la morale cristiana, che sosteneva che il tempo appartiene solo a Dio e non può essere oggetto di lucro. La storia si frantuma nelle cronache cittadine (Boccaccio), rompendo lo schema della narrazione degli eventi dall’origine del mondo.

115 RINASCIMENTO Nel ‘400 per la prima volta si ha la percezione precisa del passato come età diversa dal presente e dunque si fa avanti l’idea del succedersi delle epoche storiche come successione di modelli culturali diversi. L’età Comunale aveva stabilito un rapporto con il mondo antico, di cui si sentiva erede e col mondo feudale, ma era una sovrapposizione, mentre con l’Umanesimo si avverte la netta separazione, la specificità della propria epoca: il passato classico viene recuperato in quanto modello che presenta valori etici ed estetici e si differenzia dalla barbarie medievale. Per quanto riguarda poi il tempo quotidiano, rifacendosi in parte all’esperienza del mercante, Leon Battista Alberti afferma che il tempo è un possesso che si può sprecare e perdere o risparmiare e capitalizzare. “ Per questo, figlioli miei, si vuole osservare il tempo, e secondo il tempo distribuire le cose, darsi alle faccende, mai perdere un’ora di tempo”: il tempo è collegato al concetto di masserizia in quanto il tempo è denaro. L’idea di un impiego produttivo del tempo permea qualsiasi ambito, anche quello dell’educazione e degli studi. Il Guarini nel “De ordine docendi ac studendi”, insiste sulla necessità di un uso intensivo del tempo negli studi, dedicando loro il “riposo, la veglia e persino il sonno” poiché il tempo della vita è breve rispetto alla vastità del sapere richiesto dall’ideale umanistico dell’uomo integrale. Tale ossessione troverà una efficace parodia nel tempo cronometrato di Gargantuà che neppure al gabinetto verrà abbandonato dalle lezioni di Panocrate.

116 MANIERISMO E BAROCCO Nel Seicento il Tempo è percepito come precarietà perché il principio del movimento su cui si basa la nuova visione dell’universo implica l’idea di mutamento e di varietà per cui la vita non è più un viaggio, come ai tempi di Dante, ma una successione di avventure, una serie di peripezie, caratterizzate dalla varietà. Una delle immagini care al Barocco è quella del fiore appassito, o del teschio o della candela. Il Tempo è distruttore: tutto si trasforma continuamente fino ad arrivare alla morte, vera minaccia che ovunque incombe in tutta la sua desolazione. Tema tipico diventa allora quello dell’orologio nelle sue sembianze di vetro e polvere, di ombra, assunte a metafora della fragilità e della morte. Non interessa tanto la misurazione del tempo, così importante per gli ambienti finanziari e commerciali dell’epoca, o l’invenzione dello strumento, ma il suo trascorrere privo di senso verso l’inevitabile distruzione. Assimilabile al tema dell’orologio è la tipica immagine delle rovine a rappresentare la fugacità delle opere umane: la speranza nel futuro sembra del tutto scomparsa perché tutto crolla prima o poi e l’unica certezza è proprio la morte. Si precipita nella tomba fin dalla nascita: ciò che sosteneva Epicuro ritorna tragica realtà. Il tempo è “carnefice dei giorni”, come diceva il poeta spagnolo Gòngora in “Alla memoria della morte e dell’inferno”.

117 ILLUMINISMO E ROMANTICISMO
La concezione del cosmo-orologio, si rafforza con la rivoluzione industriale in Inghilterra: tutto è ridotto a meccanismo, per cui il tempo della vita è subordinato ai ritmi uniformi e massacranti del tempo di lavoro della fabbrica. La concezione del tempo si modifica alla fine del Settecento, nell’incalzare dei numerosi avvenimenti che sconvolgono quell’epoca: la storia diventa discontinuità, non è più progresso lineare e fiducioso, ma creazione, trasformazione e distruzione ciclicamente ripetuti nella visione materialistica e meccanicistica del mondo. L’unico elemento che permette all’uomo di sopravvivere alla distruzione materiale operata dal tempo è la memoria storica eticamente connotata: il tempo breve della vita individuale può esser superato da una possibilità di sopravvivenza nella memoria delle generazioni future, ma ciò è possibile solo a chi lascia eredità di affetti e di valori. I frequenti cambiamenti politici fra Settecento e Ottocento imprimono un ritmo accelerato alla storia e la vita dell’uomo viene ormai regolata fuori dal tempo della natura. L’idea della storia si lega da un lato all’idea di progresso, non più in senso illuministico, ma in una visione dialettica che recupera le contraddizioni e gli ostacoli trasformandoli in fattori di sviluppo: la figura del poeta allora assume il ruolo importante di custode e tramite dell’energia vitale perennemente creatrice della natura per cui è mago, sacerdote e profeta; ma l’uomo, non più al centro del cosmo, è anche un elemento insignificante destinato a soccombere, dopo la frattura insanabile col mondo naturale e in conseguenza alla sua estraneità al mondo ed alle emozioni da cui deriva la “noia”.

118 NOVECENTO La seconda rivoluzione industriale, per il suo stretto rapporto con la scienza e con la tecnica, rende sempre più artificiale il rapporto tra l’uomo e la natura e modifica radicalmente la percezione del tempo. La velocità diventa fattore essenziale nella vita quotidiana e dunque grande importanza acquista il “non perdere tempo”. I nuovi mezzi di locomozione cambiano continuamente la prospettiva del paesaggio e comunicano un senso della realtà come perenne divenire: la realtà perde consistenza oggettiva, durata, immobilità. La fisica sviluppando le geometrie non Euclidee, mette in crisi l’idea di tempo assoluto e Poincaré anticipa la rivoluzione operata poi da Einstein. Nietzsche afferma che non c’è una sola realtà, ma tante quanti sono i punti di vista. Bergson con la teoria della “durata”, valorizza il tempo interiore come flusso continuo di stati d’animo, ciascuno dei quali contiene il passato e preannuncia il futuro. Nel momento in cui si rafforza il tempo degli affari che tende a uniformare il tempo degli orologi a livello mondiale (nel 1912 il Meridiano di Greenwich permette di calcolare l’ora ufficiale), si afferma anche la molteplicità del tempo individuale e interiore. Nel 1896 si ha il primo spettacolo cinematografico pubblico ed è proprio il cinema la forma d’arte che meglio rappresenta la molteplicità del tempo: il tempo può essere compresso, fermato, dilatato, rovesciato, reso simultaneo. Nell’ultima parte del novecento, la mondializzazione della produzione e del mercato e la rivoluzione informatica hanno determinato da un lato l’indebolimento dei legami sociali e storici, dall’altro la distruzione dell’esperienza diretta della realtà.

119 NOVECENTO Con i futuristi all’inizio del Novecento era stata la velocità a modificare la percezione del reale, ma oggi i nuovi media diffusi capillarmente hanno determinato l’abbattimento dei due limiti del tempo: la lentezza, che oggi si può esasperare con la moviola, e la velocità, estremizzata nei videogames e nella possibilità di una simultaneità estremizzata anche di elementi molto lontani fra loro. L’oggi è caratterizzato dal dominio dell’immagine rispetto alla realtà, dunque della sua rappresentazione: viviamo in una dimensione astratta e indeterminata che ha reciso il rapporto col passato. Questo trauma è testimoniato da tutta la produzione poetica e narrativa del dopoguerra, quando il presente si impone come unico tempo per leggere il passato e il futuro. Siamo in uno stato di sospensione che dà la sensazione di vuoto: la mancanza di un’identità forte del presente e la contemporaneizzazione di ogni evento ed esperienza portano a un recupero archeologico, decorativo e scenografico della storia, ma all’incapacità di pensare il passato come orizzonte autonomo e come apporto di tradizioni e di identità. Viene a cadere ogni idea di storicità come progresso, per cui diventa impossibile oggi trovare un senso e un fine alla storia: la realtà è ormai mercato, labirinto, spettacolo.

120 HELP ! La navigazione consente percorsi differenti a seconda degli interessi e dello scopo per cui si utilizza il materiale presente. I collegamenti fra i singoli testi seguono il criterio dell’analogia, dell’approfondimento o del richiamo. Il materiale raccolto può essere liberamente utilizzato da chiunque voglia servirsene in ambito didattico. I testi utilizzati sono stati segnalati dalla prof. Sbrana e organizzati dalla prof. Vannucci, come modello operativo da proporre agli alunni anche per l’ analisi di altri temi. Rimanda all’ultima pagina visitata. Rimanda indietro di una pagina. Manda alla pagina successiva. Rimanda alla prima pagina Rimanda all’indice degli autori HELP!

121 BIBLIOGRAFIA Ronconi-Posani-Tandoi “Manuale storico della letteratura Latina” Le Monier 1976 Paratore “Storia della letteratura latina” Sansoni 1973 E. Arrobbio “Latinitatis Auctores”SEI 1992 G.B.Conte“Il libro degli autori latini” Le Monnier 2000 R.Gazich ”Seneca De brevitate vitae” Signorelli 1999 A.La Penna “Orazio le opere. Antologia.” La Nuova Italia 1973 F.Palazzi “I miti degli dei e degli eroi” Loescher Editore 1988 M.Lachantin De Gubernatis “Catullo Veronensis liber”, Torino 1947 Luperini-Cataldi-Marchiani-Marchese”La scrittura e l’interpretazione” Palumbo Ed. 1997 S. Guglielmino “Guida al novecento” Principato 1971 A.Hauser “Storia sociale dell’arte” Piccola Biblioteca Einaudi 1973 Abbagnano “Storia della filosofia” UTET A.Traina “ Lo stile drammatico del ‘filosofo’ Seneca” Patron 1974

122 PAROLE CHIAVE ED ESPRESSIONI SIGNIFICATIVE
ESEMPIO DI SCHEDA DA UTILIZZARE PER LA RACCOLTA DI INFORMAZIONI SCHEDA AUTORE EPOCA OPERA GENERE SINTESI DEL CONTENUTO NUCLEI TEMATICI PAROLE CHIAVE ED ESPRESSIONI SIGNIFICATIVE PERCEZIONE DEL TEMPO AFFINITA’ TEMATICHE CICLICA LINEARE STESSO AUTORE ALTRI AUTORI

123 LUCIO DALLA L'anno che verrà Lucio Dalla
Caro amico ti scrivo / così mi distraggo un po‘/ e siccome sei molto lontano/ più forte ti scriverò./Da quando sei partito c'è una grossa novità/ l'anno vecchio è finito ormai /ma qualcosa ancora qui non va./ Si esce poco la sera / compreso quando è festa/ e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia / vicino alla finestra/ e si sta senza parlare per intere settimane/ e a quelli che hanno niente da dire/ del tempo ne rimane. / Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione/ e tutti quanti stiamo già aspettando/ sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno / ogni Cristo scenderà dalla croce/ anche gli uccelli faranno ritorno./ Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno/ anche i muti potranno parlare/ mentrei sordi già lo fanno. / E si farà l'amore ognuno come gli va/ anche i preti potranno sposarsi / ma soltanto a una certa età / e senza grandi disturbi qualcuno sparirà / saranno forse i troppo furbi / e i cretini di ogni età. / Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico / e come sono contento / di essere qui in questo momento / vedi, vedi, vedi, vedi,/ vedi caro amico cosa si deve inventare / per poterci ridere sopra / per continuare a sperare. / E se quest'anno poi passasse in un istante / vedi amico mio come diventa importante / che in questo istante ci sia anch'io. / L'anno che sta arrivando / tra un anno passerà / io mi sto preparando / è questa la novità.


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