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Capital in the 21st century Thomas Piketty Lezione 7 bis 28/10/2014 Sistemi Economici Comparati Anno accademico 2014-2015 Prof.sa Renata Targetti Lenti.

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1 Capital in the 21st century Thomas Piketty Lezione 7 bis 28/10/2014 Sistemi Economici Comparati Anno accademico Prof.sa Renata Targetti Lenti

2 Riferimenti - Piketty T. (2014), Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano, 2014, Introduzione (Thomas Piketty, Le Capital au XXI siècle, Editions de Seuil, Paris, pagg.970, euro 25,00; Capital in the Twenty-First Century, Cambridge, MA.: Belknap Press/, Harvard University Press, april 2014, pagg Milanovic, The return of “patrimonial capitalism”: review of Thomas Piketty’s Capital in the 21st century, Journal of economic literature, June 2014, (forthcoming) https://www.gc.cuny.edu/CUNY_GC/media/CUNY-Graduate- Center/PDF/Centers/LIS/Milanovic/papers/2014/Piketty_book3.pdf

3 Perché il libro ha avuto tanto successo? Aumento diseguaglianze in molti paesi, sia ricchi che in via di sviluppo Rallentamento crescita (nei paesi ricchi) Per Brandolini i dati sono «il perno del volume, un elemento distintivo che gli dà originalità e vigore». Per Stiglitz il lavoro di Piketty «è un contributo fondamentale» al pensiero economico. Krugman si è detto «affascinato» dalla lettura di una “magnificent, sweeping meditation on inequality”. Per Solow questo è “a serious book”. Per Sala-I-Martin «Piketty has written a fascinating book of great impact….The data presented are important, however it is biased and often wrong.” 3

4 Oggetto: l’analisi della diseguaglianza nella ricchezza patrimoniale e nella distribuzione personale dei redditi, nel lungo periodo a partire dal 18° secolo in 20 paesi. Si tratta dei risultati di uno studio collettivo, iniziato da Piketty 15 anni fa con riferimento alla Francia e proseguito con alcuni colleghi (Atkinson a Oxford, Saez a Berkeley) per analizzare i casi degli USA e del Regno Unito. Al fine di preparare il volume sono stati pubblicati alcuni articoli preliminari. Tabelle e grafici sono disponibili sul sito:

5 Natura e fonti dei dati Le serie storiche riguardano due tipi di informazioni 1)Dati sulla distribuzione dei redditi personali in quei paesi occidentali dove esiste da tempo un’imposta personale sui redditi, ma anche in Cina, in India ed in molte nazioni dell’America Latina. Le serie storiche sono basate principalmente sui dati fiscali. Questa fonte è la sola che consente di stimare i redditi più elevati. 2) Raccolta di dati sulla ricchezza/patrimoni. Questi dati sono stati stimati, partendo dalle statistiche sulle imposte di sucessione che permettevano di quantificare la trasmissione per via ereditaria dei patrimoni, e dunque non solo la dinamica della formazione delle diseguaglianze patrimoniale, ma anche il peso delle eredità. Questo tipo di informazione è molto più antica e cioè dalla seconda metà dell’800. Accanto ai dati sui patrimoni sono stati raccolti quelli sui redditi da capitale di varia natura (affitti, dividendi, interessi, plusvalenze). Il valore dei redditi medi è stato desunto dalla contabilità nazionale. I dati sono stati uniformati in modo da renderli compatibili nel tempo e nello spazio.

6 Per lungo tempo, le autorità fiscali di molti paesi hanno pubblicato sintetiche informazioni sulla distribuzione dei redditi dei contribuenti. Kuznets ha mostrato come se ne potessero derivare risultati importanti rapportandole ai totali della popolazione e dei redditi tratti dai censimenti e dai conti nazionali. Questi dati sono le tabulazioni per classi di reddito delle entrate assoggettate alle imposte personali sui redditi. Piketty le ha impiegate per stimare la quota di reddito dei contribuenti più ricchi dapprima in Francia, poi negli Stati Uniti insieme a Emanuel Saez e infine coordinando con Anthony Atkinson. Si tratta di un progetto internazionale che ha portato alla costruzione del “World Top Incomes Database” (WTID), una ricca e innovativa banca dati liberamente accessibile.

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8 Contenuto del volume 1)La prima parte contiene le principali definizioni che saranno utilizzate nel testo. Il capitale è in realtà ricchezza/patrimonio. E’ costituito da capitali industriali e commerciali, capitali finanziari, capitali immobiliari, incluse le abitazioni di proprietà, capitali agricoli. 2)La seconda parte analizza la dinamica del rapporto capitale/reddito in Europa e in alcuni altri paesi come il Giappone e gli Stati Uniti. 3) La terza parte discute la struttura e la dinamica della diseguaglianza nella distribuzione del capitale e dei redditi. 4) La quarta parte, infine contiene alcune proposte di politica economica che possono essere sintetizate nella revisione dell’imposta personale sul reddito per renderla maggiormente progressiva, l’introduzione di una imposta patrimoniale sui grandi patrimoni, di un’imposta mondiale sul capitale.

9 Al centro dell’analisi vi è la distribuzione funzionale del reddito tra redditi da capitale/rendite e redditi da lavoro. Il lavoro ha riportato al centro del dibattito economico e politico il tema della diseguaglianza e della sua perpetuazione tra generazioni attraverso la trasmissione ereditaria delle diverse forme di capitale fisico, finanziario ed umano. In un sistema caratterizzato dal capitalismo patrimoniale”, “il passato divora il futuro”. La crescita del reddito non è una condizione sufficiente per il miglioramento delle condizioni di tutti i gruppi di popolazione. Il conflitto distributivo nasce dal diverso possesso dei mezzi di produzione. Da una parte vi sono i proprietari dei mezzi di produzione, i capitalisti, che quindi comprendono anche i proprietari della terra, e dall’altra i lavoratori, che ne sono privi. La dinamica dell’accumulazione del capitale privato comporta inevitabilmente una concentrazione sempre più forte della ricchezza e del potere in poche mani

10 Il tema della diseguaglianza nella ricchezza e dei suoi effetti sulla crescita nel lungo termine era stato l’oggetto di ricerca principale per gli esponenti della scuola classica. Per Malthus la principale minaccia per la crescita viene dalla sovrappopolazione. Per Ricardo, invece, il fattore responsabile del rallentamento della crescita è individuato l’aumento della rendita. Il conflitto distributivo tra capitalisti e proprietari della terra, nel lungo periodo, ha come esito l’arresto del processo di crescita. La concorrenza tra capitalisti, per far fronte alla crescita della domanda di grano conseguente all’aumento della popolazione, provocherà la messa in produzione di terre sempre meno fertili, con conseguente abbassamento del profitto marginale in tutti i settori del sistema economico, un incremento della rendita percepita dai proprietari terrieri (principio di scarsità). In assenza di miglioramenti tecnologici, l’economia tenderebbe così verso uno stato stazionario con profitti sempre più bassi, salari corrispondenti al livello di sussistenza, e rendite crescenti.

11 Marx La differenza tra il valore dei beni prodotti da un lavoratore e il suo salario è il plusvalore (il sovrappiù dei classici), interamente di proprietà del capitalista. L’esistenza del plusvalore costituisce in effetti l’unica ragione che spinge il capitalista ad assumere manodopera. Per Marx la contraddizione fondamentale del capitalismo che dovrebbe provocare la sua caduta consiste nell’ aumento della composizione organica del capitale. Quest’aumento provoca una caduta tendenziale del saggio di profitto ed un progressivo rallentamento della crescita. Il meccanismo concorrenziale costringe i capitalisti ad investire in macchinari sempre più produttivi provocando l’espulsione dal processo produttivo di un numero crescente di lavoratori, i quali vanno a costituire il cosiddetto “esercito industriale di riserva”. Nonostante la crescita si verifica una lunga fase di stagnazione salariale. Nasce così una nuova classe sociale «il proletariato».

12 Le previsioni sulla caduta del capitalismo non si sono avverate grazie al progresso tecnologico che ha favorito un aumento della produttività. Tuttavia, il principio di «accumulazione infinita» contiene una importante intuizione. Se «il tasso di crescita della popolazione e della produttività è relativamente debole, i patrimoni accumulati nel passato assumono per loro natura un valore considerevole, potenzialmente smisurato, e destabilizzante per le società interessate» (Piketty, p.25). Tra il 1870 ed il 1914 si assiste ad una «stabilizzazione delle diseguaglianze» nella distribuzione dei patrimoni, e di conseguenza nella distribuzione dei redditi, ad un livello elevato (Piketty, p. 21). I profitti da capitale aumentano sistematicamente mentre i salari ristagnano. Solamente a partire dal 1930 si assiste ad una drastica riduzione della diseguglianza. Questa tendenza si consolida nel trentennio tra il 1945 ed gli anni 70.

13 Kuznets Simon Kuznets, già nei primi anni cinquanta, aveva rimarcato “nel suo monumentale studio sulla distribuzione dei redditi negli Stati Uniti (Shares of Upper Income Groups in Income and Savings, 1953), che mai nelle statistiche si era registrata una caduta della quota del reddito dei più ricchi paragonabile, per “dimensione e persistenza”, a quella che aveva documentato per il periodo tra il 1929 e il Le fonti sono le dichiarazioni dei redditi pubblicate dall’Ufficio delle imposte federali e stime per il periodo precedente elaborate dallo stesso Kuznets. Come appare dalla figura 1, che riporta come misura della diseguaglianza la dinamica della quota nel reddito nazionale del decile superiore negli USA, in un primo periodo compreso tra il 1910 ed il 1940 si osserva una sorta di curva ad U rovesciato corrispondente ad una crescita della diseguaglianza fino al massimo raggiunto attorno agli anni 30 ed una successiva caduta fino al Dopo un lungo periodo di stabilità la diseguaglianza ha ricominciato a crescere sistematicamente a partire dagli anni 70.

14 Figura 1

15 La compressione degli elevati redditi del decile superiore tra il 1913 ed il 1948 deve essere considerata in larga misura di natura congiunturale come conseguenza della crisi degli anni trenta e della seconda guerra mondiale. Per Kuznets, invece, questo trend rappresentava un’evidenza decisiva per giustificare una ipotesi che propone nel 1953 in un articolo dal titolo «Economic Grwth and Income Inequality». Secondo questa ipotesi nel lungo periodo la disuguaglianza dei redditi segue un profilo a “U rovesciata” e tende quindi a diminuire man mano che lo sviluppo economico procede verso stadi più maturi, dopo essere aumentata nella prima fase dell’industrializzazione (Figura 2)

16 Figura 2

17 L'esistenza di una curva ad U rovesciata tra reddito pro-capite e l'indice di Gini era attribuita: In una 1° fase del processo di sviluppo all’aumento del risparmio delle classi più ricche, che grazie ad un processo di accumulazione si traduce in investimenti, redditi da capitale e nuovo risparmio, nonchè essenzialmente ai mutamenti intersettoriali dell'occupazione. In assenza di politiche redistributive lo sviluppo non sarà equilibrato e i benefici si concentreranno solo in determinate aree sociali. In una 2° fase, invece, la diseguaglianza diminuisce a causa dei seguenti fattori: 1) emergere di una classe media (classe operaia ed impiegatizia). 2) maggiore importanza dei redditi da lavoro rispetto a quelli da capitale.

18 L’impostazione adottata da Kuznets, e dagli autori che l’hanno seguito, può essere definita come “aggregative and reduced form in nature….and in its empirical mode the focus is on estimating this economy-wide relationship”. Quest'ipotesi ha fortemente influenzato non solo la teoria del sottosviluppo, ma anche l'impostazione dei programmi volti a fornire aiuti ai paesi in via di sviluppo giustificando un'elevata concentrazione dei redditi come funzionale al processo di crescita. Piketty critica Kuznets accusandolo di aver “innocentemente” suggerito che la diminuzione della disuguaglianza fosse dipesa dalla logica interna dello sviluppo economico “in gran parte,... la teoria della curva di Kuznets era un prodotto della Guerra Fredda” (p. 14). “La storia della distribuzione della ricchezza – scrive Piketty – è sempre stata profondamente politica e non può essere ridotta a meccanismi puramente economici” (p. 20).

19 La «contraddizione» del capitalismo L’impostazione del volume è stata definita da alcuni commentatori “classica”, nel solco di Smith, Ricardo e Marx, rivolta a spiegare il ruolo dell’accumulazione di capitale/patrimonio e della distribuzione del reddito nel processo di crescita dell’economia. Questa interpretazione sembra essere solo parzialmente corretta. In Piketty esiste certamente la convinzione che la distribuzione del reddito e la corrispondente diseguaglianza non possano che essere il risultato di un conflitto. Tuttavia, Piketty non è interessato ad analizzare gli effetti dell’accumulazione del capitale sulla crescita, ma piuttosto di come il tasso di crescita dell’economia influenzi la formazione del capitale e della diseguaglianza in relazione alla diversa dinamica tasso annuo di rendimento del capitale r e tasso annuo di crescita del prodotto/reddito nazionale g. La «contraddizione» che contraddistingue il capitalismo “patrimoniale”, è proprio la divergenza tra r e g.

20 Quando il rendimento del capitale supera il tasso di crescita del prodotto, aumenta anche la diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Questa finisce con il costituire un freno invece che uno stimolo alla crescita. Si verifica perciò una riduzione della partecipazione al processo di formazione del capitale umano da parte di una quota significativa della popolazione. Si verifica perciò una riduzione della partecipazione al processo di formazione del capitale umano da parte di una quota significativa della popolazione, e di riduce la mobilità sociale. L’accesso ai gradi più elevati dell’istruzione è infatti costoso e le categorie più povere, ma oggi anche gran parte della “classe media”, ne vengono quindi escluse. Una società più equa è, secondo Piketty, alla base di un’economia più efficiente e dinamica oltre che la condizione per l’esistenza di una società democratica.

21 Il Modello Il modello che sottende l’interpretazione di Piketty sintetizza in poche essenziali relazioni fenomeni che per loro natura sono molto complessi. La divergenza r>g implica che il capitale cresca più rapidamente del prodotto e dei salari e che renda conveniente all’imprenditore trasformarsi in rentier. Se r è in misura significativa maggiore di g «i patrimoni ereditati dal passato si ricapitalizzano più in fretta rispetto all’andamento del processo di produzione e dei redditi». I ricchi diventano sempre più ricchi. E’inevitabile, allora, che la concentrazione del capitale raggiunga livelli assai elevati, potenzialmente incompatibili con i valori meritrocatici ed i principi di giustizia sociale che costituiscono il fondamento delle nostre moderne società democratiche. Dalla democrazia si scivola verso l’oligarchia patrimoniale. (Piketty, 2014, p.51).

22 Nel lungo periodo il rapporto tra capitale e reddito è pari al rapporto tra il tasso di risparmio ed il tasso di crescita, ovvero β=s/g. Questa identità è facilmente derivabile dallo sviluppo di un modello del tipo Harrod-Domar. Questo significa che in una società stagnante, caratterizzata da un elevato ammontare dei patrimoni è probabile che il tasso di risparmio ecceda il saggio di crescita, e dunque il rapporto capitale reddito β risulti elevato e crescente. Se il valore di g è piccolo, in presenza di un tasso di risparmio mediamente elevato β risulterà elevato. Il peso del capitale continua ad aumentare perchè il tasso di crescita delle economie è modesto.

23 Se si considera, poi, che α = r β, ovvero che la quota del capitale nella composizione del reddito nazionale equivale al prodotto tra tasso di rendimento e rapporto capitale prodotto ne deriva che un aumento di β produce anche un aumento nella quota di capitale α. L’aumento dipenderà dall’elasticità di sostituzione σ del capitale rispetto al lavoro nella funzione di produzione Y=F(K,L). In una funzione di produzione alla Cobb-Douglas, se si accetta l’assunzione standard che il valore σ sia eguale ad 1, quando cresce β il tasso di rendimento r del capitale diminuisce nella stessa proporzione e α = r β rimane costante. Se tuttavia σ>1 il tasso di rendimento r diminuisce meno di quanto aumenti β così che anche α = r β cresce. E’ esattamente quanto è accaduto negli anni 70 e 80. Se, poi, si ipotizza che σ abbia un valore superiore ad 1 (σ=1,5) un aumento di β produrrà un significativo aumento di α

24 Il modello Harrod-Domar Il modello Harrod-Domar è volto a determinare le condizioni che assicurano che il tasso di crescita naturale Gn (che deve garantire la piena occupazione) coincida con quello garantito Gw (che corrisponde all’eguaglianza tra domanda ed offerta ottenuta sfruttando la capacità produttiva resa possibile dall’accumulazione di capitale). Il tasso di crescita naturale dipende dalla crescita demografica che è esogena. Il tasso di crescita del prodotto Gw dipende contemporaneamente da s e da β e sarà tanto più elevato quanto più alta la propensione al risparmio e quanto più basso il valore capitale-prodotto β. Y = f(K,L)  Produzione a coefficienti fissi s = S(Y)/Y propensione al risparmio β = K/Y = dK/dY rapporto capitale prodotto dY = dK / β dK=I = β dY Ricordando che S = I la condizione d’equilibrio diventa s Y t-1 = β dY  dY/Y t-1 = s/ β =Gw

25 «L’età dell’oro» Piketty documenta come per circa un trentennio, dalla ricostruzione post- bellica fino agli anni settanta, il rapido processo di industrializzazione, insieme a politiche fiscali e di spesa pubblica progressive, abbiano favorito la formazione ed il consolidamento della classe «media», il consolidamento della democrazia ed una elevata crescita in tutti gli Stati occidentali. Questa crescita sostenuta è stata favorita da alcune precise circostanze come la necessità di ricostruire la capacità produttiva distrutta dalla guerra nei paesi europei. Non solo aumentava l’occupazione insieme alla crescita del prodotto nazionale, ma si andava consolidando la cosidetta classe media costituita da operai ed impiegati grazie ad una organizzazione del lavoro di tipo fordista. In questo periodo si verifica, in tutti i paesi europei ed anche negli Stati Uniti una riduzione della diseguaglianza. Questa fase, che in una prospettiva storica di lungo periodo deve essere considerata come “eccezionale”, si inverte a partire dalla fine degli anni 90.

26 In base all’evidenza empirica raccolta Piketty afferma che il tasso di crescita dei diversi sistema economici, ed in particolare Europa e Stati Uniti è sempre stato basso, attorno al 2%. Questo accade anche nell’ultimo periodo ( ). La crescita degli anni , viene considerata eccezionale, attribuibile alle due gurre ed ai successivi periodi di ricostruzione (Figure 3). A livello mondiale il taso di crescita è stato elevato grazie al contributo di alcuni PVS come la Cina (Figura 4). Tuttavia questo ritmo è destinato a ridursi una volta che sia raggiunta la cosidetta “frontiera tecnologica”.

27 Figura 3

28 Figura 4

29 Il quadro analitico di riferimento implica che un Paese con risparmi elevati e crescita lenta accumuli, nel lungo periodo, un enorme stock di capitale e tenda, quindi, ad avere una diseguaglianza crescente. Anche in Italia la tendenza verso una sempre maggiore concentrazione dei patrimoni, evidenziata a più riprese dalla Banca d’Italia, sarebbe quindi un fenomeno strutturale e legato alla bassa crescita del nostro Paese. Ma veniamo al punto centrale di Piketty, che si riassume in un solo grafico (figura 5 e 6). Piketty mostra che il rendimento del capitale storicamente è stato nell’ordine del 4-5%, mentre il tasso di crescita si è sempre situato tra l’1,5% e il 2%. La diseguaglianza fondamentale r > g ha quindi delle solide basi empiriche. Solamente nel periodo r < g rappresenta effettivamente un’eccezione, con tassi di crescita più elevati e superiori al rendimento del capitale.

30 Figura 5

31 Figura 6

32 L’anomalia che caratterizza il periodo risiede secondo Piketty nell’operare congiunto di due guerre, che hanno provocato distruzione di capitale fisico, e di una crisi economica senza precedenti, quella del 1929, che ha distrutto patrimoni spesso vecchi di secoli. Questo ha spezzato l’interazione tra accumulazione del capitale e rendimento provocando una riduzione significativa della diseguaglianza accompagnata da una forte crescita e da una convergenza economica tra i differenti paesi. Ma a partire dal 1970 le due curve che rappresentano l’andamento di r e di g si incrociano di nuovo, e i tassi di rendimento del capitale ridiventano più elevati del tasso di crescita Si è di nuvo in una fase storica in cui la trasmissione ereditaria è più efficace del lavoro nel produrre ricchezza. La conclusione di Piketty è quindi molto pessimistica, una sorta di catastrofismo della ragione: il recente aumento delle diseguaglianze, che tra le altre cose ha portato alla crisi del 2007, non è un’anomalia, ma un ritorno alla norma. L’eccezione è il cinquantennio d’oro

33 Figura 7

34 Figura 8

35 Figura 9

36 L’“età dell’oro” è stata caratterizzata anche da una riduzione del peso del capitale sul reddito nazionale in Francia, Germania, USA (figura 7, 8, 9). Tra il 1910 ed il 2010 si osserva una vera e propria curva ad U in Francia ed in Germania. Essa è molto meno accentuata nel caso degli Stati Uniti. Quando il capitale aumenta meno velocemente del reddito non diminuisce solo il patrimonio, ma anche la quota dei redditi da capitale sul reddito complessivo. Con la diminuzione della quota dei redditi da capitale diminuisce anche la diseguaglianza nella distribuzione personale del reddito, così come aveva documentato Kuznets (Figura 1). Occorre sottolineare che la caduta della quota del capitale deve essere attribuita anche ad alcuni fattori strutturali come l’avvio di un processo di industrializzazione e di conseguenza la riduzione del peso delle proprietà agricole.

37 Se invece, come è accaduto dal 1950 in poi nei «paesi ricchi», il processo di crescita del prodotto netto rallenta a causa di fattori esogeni (demografici o tecnologici) ed il capitale cresce più rapidamente del reddito nazionale, i rendimenti del capitale assumono un'importanza sempre maggiore rispetto ai redditi da lavoro (Figura 10). La diseguaglianza ricomincia a crescere fino a raggiungere gli elevati livelli osservati nell’ultimo decennio. Non solo aumenta la diseguaglianza, ma si innesta un circolo vizioso tra diseguaglianza e crescita. Questo è tanto più vero quanto più i redditi da capitale sono costituiti da rendite improduttive, e cioè provenienti da beni ereditati piuttosto che da beni accumulati con il risparmio originato dai redditi da lavoro. E’ importante osservare, tuttavia, che questo aumento è attribuibile quasi esclusivamento all’aumento dei prezzi e dei valori delle abitazioni.

38 Figura 10

39 La figura 11 mostra l’andamento del valore del capitale privato come quota percentuale sul reddito nazionale. Questa quota, tra il 1970 ed il 2010 aumenta sensibilmente in tutti i paesi europei considerati, ma anche negli Stati Uniti, in Canada, in Australia ed in Giappone. Anche in Italia il rapporto ricchezza privata/reddito è sensibilmente aumentato da un valore di 3 volte nel 1970 ad un valore di 7 volte nel Questa crescita è attribuibile sia all’aumento dei prezzi degli immobili sia ad un trasferimeto di ricchezza pubblica a ricchezza privata grazie alla crescita ed al collocamento del debito pubblico presso i privati. La figura 12 mostra, ad esempio, come in Italia la ricchezza publica sia sistematicamente diminuita dal 1970 al 2010 mantenendosi sempre negativa. Solamente in Canada si osserva un andamento analogo, ma in corrispondenza ad una crescita meno marcata della quota della ricchezza privata. In Italia questa quota raggiuge il livello più alto nel 2010 pari a circa 7 volte il reddito nazionale.

40 Figura 11

41 Figura 12

42 La figura 13 riporta le stime del rapporto capitale/reddito in alcuni paesi europei (Germania, Francia e Regno Unito). Il numeratore è costituito dalla ricchezza privata. Questo rapporto si è mantenuto sostanzialmente stabile attorno a valori molto elevati compresi tra 6-7 “annualità” nel periodo che corrisponde agli ultimi decenni del 1800 ed alla cosidetta “belle epoque”. Ha subito una drastica diminuzione in corispondenza al periodo interbellico per scendere a valori pari a 1,8 in Germania, a 2,2 in Francia, a 3 volte nel Regno Unito nel Ha ricominciato ad aumentare fino ad arivare a valori pari a circa 6 volte in Francia, a 5 volte nel Regno Unito ed a 4 volte in Germania. L’aumento di questo rapporto negli ultimi decenni è spiegato “con il ritorno a un regime di crescita relativamente lenta” (Piketty, p. 50). Si è così tornati ad una società a “capitalismo patrimoniale”. Si osserva, dunque, una curva ad U di grande ampiezza. Un andamento analogo lo si osserva a livello mondiale (Figura 14)

43 Figura 13

44 Figura 14

45 Una importante lezione che deriva dall’ “età dell’oro” è che non è necessaria una elevata diseguaglianza, come quella che si era verificata nell’800 per favorire la crescita. Al contrario per più di vent’anni una crescita sostenuta è stata accompagnata proprio dalla riduzione della diseguaglianza e, invece, tassi di crescita dell’economia bassi, negli ultimi 30 anni, sono stati accompagnati da un aumento della diseguaglianza. Europa e Giappone sono i due esempi esaminati da Piketty per comprendere come abbia potuto progressivamente crearsi una società “patrimoniale”, dove bassa natalità e bassa crescita economica rendono prevalenti le ricchezze accumulate, quasi mai reinvestite in modo efficiente e produttivo.

46 All’interno dei paesi europei l’Italia, dove gran parte del capitale è costituito da ricchezza immobiliare, rappresenta uno dei casi più significativi a questo proposito. Questa caratteristica, insieme all’invecchiamento della popolazione, spiega gran parte del calo della produttività dell’ultimo decennio. “Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito — come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI — il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche” (Piketty).

47 La dinamica della diseguaglianza ’ L’analisi di Piketty riguarda anche la relazione, troppo spesso ignorata, tra distribuzione funzionale e personale dei redditi. I redditi da capitale presentano una concentrazione maggiore, a causa della trasmissione ereditaria, rispetto a quella dei redditi da lavoro, e dunque una crescita del loro peso sul totale fa aumentare il livello della diseguaglianza. I redditi da lavoro sono, di norma, più equamente distribuiti ad eccezione dei redditi percepiti da alcune categorie di lavoratori che solo formalmente sono “dipendenti”, come ad esempio i “top manager”. Se, dunque, il reddito dei percettori più ricchi cresce più velocemente di quanto non avvenga nelle classi inferiori la disuguaglianza nella distribuzione personale dei rediti aumenta. L’aumento della diseguaglianza è avvenuto principalmente nei paesi anglosassoni (Figura 15). In USA è documentato dall’aumento dell’indice di Gini che è sistematicamente cresciuto, ad eccezione di una lieve diminuzione durante la recessione del , passando dallo nel 1968 allo nel 2012 (Figura 16). In altri paesi europei ed in Giappone la crescita è stata più contenuta (Figura 17, 18, 19).

48 Figura 15. All’interno di molti paesi, diseguaglianze dei redditi in forte aumento dagli anni ’70-’80 in poi 48

49 Figura 16

50 Figura 17

51 Figura 18

52 52 Figura 19. Indice di Gini del reddito disponibile equivalente negli ultimi 40 anni Italia: diseguaglianza del reddito alta ma stabile negli ultimi 40 anni Oggi nell’Italia del nord la diseguaglianza nel reddito è inferiore a quella della Svezia Atkinson-Morelli

53 Particolare attenzione viene dedicata da Piketty al processo di formazione dei redditi più elevati, percepiti dal 10% o addirittura dall’1% più ricco. Piketty documenta le sue affermazioni presentando la dinamica della quota di reddito nazionale percepita del decile più elevato negli USA (Figura 1). Questa quota è stata crescente tra il 40% nel 1920 ed il 50% nel 1930, ha mantenuto una certa stabilità attorno al 45% negli anni compresi tra il 1930 ed il 1940, ha subito una drastica diminuzione all’inizio degli anni 40, ha mantenuto una certa stabilità attorno al 35% durante l’età dell’oro ( ). Successivamente la quota è cresciuta sistematicamente fino a raggiungere un livello pari al 50% nel Come ha sottolineato Stiglitz (http://www.project-syndicate.org/print/the- price-of-inequality) tra il 2009 ed il 2010 il 93% dei guadagni della ripresa è stato percepito dai redditieri che si collocavano nell’1% più ricco della distribuzione. Nei paesi europei, invece, la crescita è stata più contenuta (Figura 20).

54 Figura 20

55 Negli USA le stime dei redditi delle famiglie sulla base dei dati della “Federal Income Tax”, mostrano come il reddito disponibile dell’1% più ricco della popolazione sia cresciuto più velocemente degli altri, e cioè del 15% tra il 2009 ed il 2010 con una velocità ben superiore a quella di qualsiasi altro gruppo. Anche se questo gruppo aveva subito un significativo declino tra il 2007 ed il 2009, nel 2010 aveva mostrato un recupero. In questo anno, rispetto al 1979, era cresciuto ad un tasso annuale del 3.6%. I dati raccolti dal “Census Bureau” documentano come, nel 2012 il quintile più povero di famiglie ricevesse solo il 3.4% del reddito di mercato (“money income before taxes”) equivalente, mentre il quintile più ricco ricevesse ben il 49.9%. Il 5% più ricco riceveva il 22.1%. La quota dell’ultimo quintile è passata dal 50.3% al 51.0%, quella del 5% più ricco dal 21.3% al 22.3%.

56 L’elevata quota di reddito percepita dall’ultimo decile della popolazione riflette il peso dei redditi da capitale (Figura 20). All’interno di questo gruppo di percettori è molto elevato e dipende dalla distribuzione del capitale stesso, dalle norme sulla successione ereditaria e dalla tassazione del capitale. Non si deve trascurare poi la crescita dell’economia finanziaria e l’accresciuta mobilità dei capitali. Anche le modifiche nella “governance” delle società e la crescita delle “stock options” hanno prodotto una crescita dei rendimenti del capitale. Si sta, tuttavia, consolidando un nuovo modello basato anche su di un’elevata diseguaglianza all’interno dei redditi da lavoro. Una categoria di “lavoratori”, quella dei managers, ha progressivamente acquisito il potere di fissare le proprie remunerazioni sulla base della propria posizione di potere, spesso indipendentemente dall’effettivo contributo alla produzione dell’azienda. Si è così accresciuta la diseguaglianza anche all’interno del fattore lavoro e si spiega la crescita della quota di reddito percepita dall’1% più ricco.

57 Figura 20.Quota della ricchezza totale posseduta dal 10% più ricco nel Quota del decimo decile Variazione della quota dal 2000 al 2014 Italia51.5%Stabile Usa74.6%Stabile Fra53.1%Calo UK54.1%Aumento Ger61.7%Leggero calo Sve68.6%Stabile Global wealth report 2014

58 Le stime sui redditi delle famiglie derivate dai dati della “Federal Income Tax”, pubblicati dal Congressional Budget Office (CBO) consentono di osservare, anche, le differenze tra la distribuzione dei redditi di mercato rispetto a quello disponibile, e cioè calcolato al netto delle tasse e dei trasferimenti. Le stime documentano come nel 2010 il quintile più povero ricevesse solo il 5.1% del reddito di mercato mentre il quintile più ricco ricevesse ben il 51.9% del totale. Le due quote erano rispettivamente del 6.2% e del 48.1% se si calcolavano sul reddito disponibile.

59 In parallelo all’arricchimento progressivo dell’ultimo decile e dell’ultimo percentile della distribuzione si è verificato non solo un impoverimento del decile inferiore, ma anche della classe media. La “classe media” è definita come il 40% di popolazione che si trova tra l’ultimo decile ed il 50% inferiore, ovvero composta dal sesto, settimo, ottavo e nono decile. L’impoverimento della classe media è ben documentato da Piketty in un confronto con altri paesi come la Svezia negli anni ‘70/’80 od i paesi europei nel 2010 (tabella 1). Negli Stati Uniti, nel 2010 il sesto, settimo, ottavo e nono decile ha ricevuto solo il 30% del reddito in confronto al 45% della Scandinavia e del 40% della media europea. Questi paesi sono rispettivamente definiti a bassa diseguaglianza ed a media diseguaglianza, mentre gli Stati Uniti sono considerati paesi a diseguaglianza elevata.

60 Tabella 1

61 Se poi si definisce la classe media come quella che corrisponde al secondo, terzo, e quarto quintile (20% della popolazione), e cioè complessivamente il 60% delle famiglie, l’impoverimento appare ancora più significativo. Questo gruppo di percettori ha ricevuto, nel 2012, una quota di reddito molto inferiore rispetto al suo peso sulla popolazione, pari cioè solo al 45,7%. Tale quota si è quindi drasticamente ridotta rispetto 1968, quando era pari al 53,2%. Nello stesso tempo è diminuito, a partire dal 2007, anno in cui aveva raggiunto un picco (figura 21) il reddito mediano.

62 Figura 21

63 Un livello di diseguaglianza così elevato, che colpisce anche la classe media può diventare un fattore di freno per la crescita, se si traduce in minori opportunità per le generazioni più giovani. Già oggi il divario nei risultati delle prove di apprendimento (“test scores”) tra bambini ricchi e poveri risulta del 30-40% più ampio di quanto non fosse 25 anni fa. Anche le misure di mobilità sociale, già inferiori a quelle di molti paesi europei, continuano a restare basse

64 Un confronto con un gruppo di paesi industrializzati evidenzia come gli Stati Uniti siano caratterizzati dalla più elevata diseguaglianza proprio nella distribuzione dei redditi personali disponibili. Uno studio del LIS mostra come nel 2013 l’indice di Gini calcolato sulla distribuzione dei redditi di mercato, pari a 0,57, fosse non molto superiore a quello della Spagna o delle Nazioni Scandinave, ma inferiore a quello di molti altri paesi europei come la Germania, la Gran Bretagna, Grecia ed Irlanda (figura 22). Tuttavia la riduzione dell’indice dopo la redistribuzione risulta molto minore rispetto a quella di tutti gli altri paesi europei considerati. L’indice di Gini sul reddito disponibile si riduce solo dello 0,15%, molto meno rispetto alla Germania (0,24%) o rispetto al Lussemburgo e Norvegia (0,20%). Una crescita della diseguaglianza analoga a quella degli USA ha caratterizzato anche altri paesi europei, ed in particolare l’Italia.

65 Figura 22

66 I ricchi risparmiano sicuramente più dei poveri e il capitale è concentrato tra i ricchi, ma la diseguaglianza nella ricchezza è diminuita (Figure 23, 24). E’ diminuita perché l’aumento di K/Y è dovuto all’incremento del valore delle case, che sono ben distribuite tra la popolazione. Lo stesso Piketty riconosce che la grande novità dopo la II guerra mondiale è la formazione di una classe media patrimoniale, che si è presa una quota importante della ricchezza prima posseduta dalle famiglie ricche. 66

67 Figura 23

68 Figura 24

69 E la quota del reddito nazionale che va ai redditi da capitale non è aumentata (Figura 25) In Italia questa quota sta addirittura diminuendo (Figura 26) Le eredità sono aumentate in % del pil, ma sono molto più disperse di un tempo tra la popolazione. Chi eredita non appartiene più solo alle fasce più ricche, ma anche alle classi medie.

70 70 Figura 25

71 71 Figura 26.

72 Come contrastare la tendenza alla crescita delle diseguaglianze? A) se l’origine di questa tendenza sta nella crescita del rapporto K/Y, allora bisogna tassare di più K (o il suo rendimento, r) per evitare che si generino dinastie patrimoniali.  imposte progressive sul reddito, sul patrimonio e sulle eredità. Per evitare che l’imposta sul patrimonio sia elusa portando K all’estero, deve essere una imposta globale. Riconosce che è utopia. Ma almeno a livello europeo… B) stato sociale (quello che già si fa, cercando di farlo meglio) Per far fronte al problema individuato da Piketty, e cioè per frenare la crescita dei redditi più elevati, che hanno un’origine eterogenea perchè eterogenea è la composizione del patrimonio sarebbero necessari una pluralità di interventi e non soltanto il ricorso alla tassazione sui patrimoni che egli auspica. 72

73 Politiche volte a rendere più efficace l’azione redistributiva non sono certamente sufficienti a ridurre la diseguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile. Per ridurre la diseguaglianza e favorire la mobilità sociale, l’istruzione da sola può non essere sufficiente, anche se risulta di importanza fondamentale. Per evitare che i gruppi che dispongono dei redditi e della ricchezza più elevati siano i soli ad acquisire posizioni di rilievo nella società, è necessario riformare il sistema fiscale adottando una tassazione progressiva non solo del reddito ma anche dei diversi tipi di ricchezza. Sarebbe necessario introdurre una imposta progressiva sui patrimoni, sulle successioni, uniformare la tassazione dei capitali a livello mondiale od almeno europeo. Una riforma del Sistema fiscale potrebbe essere efficace nel ridurre quelle distorsioni. Sono necessarie, soprattutto, la trasparenza e buone rilevazioni statistiche al fine di monitorare in maniera più efficace di quanto oggi avvenga la dinamica del reddito e della ricchezza dei diversi gruppi sociali. Solamente in questo modo sarà possibile adattare le politiche sociali ed i livelli di tassazione alle condizioni reali di un paese.

74 Piketty presenta anche stime sulla crescita della ricchezza dei “miliardari”. Essa è stata pari al 6,8% tra il 1987 ed il 2013, quella dei “milionari”, invece, è stata del 6,4%. La crescita della ricchezza mondiale media per adulto è stata del 2,1% in confronto all’aumento ben inferiore del reddito per adulto pari solo all’1,4%.

75 Il libro non dedica molto spazio a due domande importanti: 1) Qual è il ruolo del capitale nel sistema produttivo? Il capitale è fonte di sviluppo, non solo di rendite. Se tassiamo molto il capitale, cosa accade alla propensione ad investire/rischiare? Come valutare i benefici che il K apporta al sistema economico (posti di lavoro, ecc.)? Oggi i ricchi in Italia di solito sono imprenditori che hanno iniziato nuove attività, non sono eredi. 2) Piketty non spiega a quale livello la diseguaglianza diventa un problema per la democrazia.

76 Recentemente sono apparse alcune critiche al volume di Piketty, sollecitate da un intervento di Chris Giles, responsabile per la parte economica del Financial Times, circa l’attendibilità delle fonti delle evidenze empiriche nonché di alcune stime. Non è un caso che, tra le prime e più ostili critiche, vi sia stato il tentativo, non riuscito, di invalidare alcune sue stime empiriche L’apparato statistico in gran parte resiste alle critiche. Il solo caso in cui i nuovi dati di Giles non mostravano una crescita delle disuguaglianze nel tempo era la Gran Bretagna, e proprio lì risultavano meno accurati. Questi rilievi, seguiti da altrettanto numerosi articoli in difesa di Piketty, non riescono tuttavia ad indebolire significativamente l’impianto del volume e le numerose e complesse argomentazioni esposte. Secondo Piketty le considerazioni sull’aumento della diseguaglianza e sui conseguenti effetti negativi in termini di crescita tratte dall’evidenza empirica sono, certamente, il risultato di un’inferenza imperfetta, perché siamo nell’ambito delle scienze sociali. Tuttavia l’evidenza empirica presentata nel volume, relativa a numerosi paesi ed al lungo periodo, consentirà di promuovere un dibattito, ricco di spunti innovativi, fondato su basi statistiche più ampie di quanto non sia mai accaduto in passato.


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