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L’illuminismo: la disputa tra Nettunisti e Plutonisti

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Presentazione sul tema: "L’illuminismo: la disputa tra Nettunisti e Plutonisti"— Transcript della presentazione:

1 L’illuminismo: la disputa tra Nettunisti e Plutonisti
Il settecento è un’epoca cruciale per la vulcanologia. Il metodo speculativo viene soppiantato da quello pragmatista, basato su osservazioni dirette dei fenomeni e sullo studio di campagna. Due opposte idee si vanno affermando sull’origine del basalto, del granito e dei vulcani: quella dei Nettunisti e quella dei Plutonisti. I Nettunisti erano sostanzialmente convinti che il calore vulcanico fosse un accidente di scarsa importanza, derivando da combustioni superficiali sotto l'influsso dell'acqua marina, dei venti, dell’attrito o dell'elettricità e che le rocce ignee fossero il prodotto di processi chimici. Queste convinzioni erano basate sia sull’osservazione di fenomeni di combustione di giacimenti superficiali di carbone, sia sul fatto che in laboratorio era possibile sviluppare calore facilmente per mezzo di fenomeni di idratazione esotermica, e che era possibile ottenere sali acidi e basici combinando alogenuri e metalli. Da questo retaggio nettunista deriva ancora oggi l’uso di dire che una roccia ignea è "acida" o "basica". Prof. Enrico Baldoni

2 Fu proprio Abraham Gottlob Werner (1749-1817), padre del Nettunismo,
a dare un grosso contributo alla fondazione della geologia come una nuova scienza, grazie ai suoi studi sulle rocce, i minerali e le sequenze stratigrafiche (una disciplina che egli chiamò Geognosia). Sebbene non avesse mai viaggiato, diede per scontato che la sequenza di rocce da lui osservata in Sassonia fosse la stessa in tutto il resto del mondo. Infatti pensava che tutta la Terra fosse stata coperta da un unico oceano e che da tale oceano fossero precipitati chimicamente tutti i minerali e le rocce, strato dopo strato. Egli considerava i fenomeni vulcanici accidenti geologici minori e riconobbe come ignei solo l'ossidiana, la pomice e i tufi, mentre sostenne che il basalto e il granito fossero anch’essi dei precipitati chimici dell’acqua marina. La monolitica teoria di Werner, almeno inizialmente, riscosse consensi anche tra alcune menti particolarmente brillanti come quella di Alexander von Humboldt (“Sui basalti del Reno”) e Johann Wolfgang von Goethe. Prof. Enrico Baldoni

3 Tra i primi ad opporsi decisamente alla scuola Nettunista
sassone e ad essere violentemente attaccati da questa, furono il naturalista svedese Jöns Jacob Berzelius e l’ungherese Johann Ehrenreich von Fichtel ( ). Due personalità svettano tra i Plutonisti e pongono il fondamento della moderna vulcanologia: James Hutton ( ) e William Hamilton ( ) Hutton era un industriale chimico, che basò le proprie teorie geologiche sull’esperienza in fabbrica e sulle osservazioni piuttosto che su idee preconcette. Le sue ricerche in Scozia gli avevano reso evidente che non solo il granito era una roccia ignea, ma che era riuscito a penetrare gli strati sedimentari sovrastanti. Hutton vedeva la terra come un pianeta dinamico che funzionava come una macchina azionata dal calore endogeno e intuì che nessuna sorgente di calore superficiale sarebbe stata in grado di produrre i fenomeni vulcanici. In un ciclico ripetersi i fiumi erodevano i continenti e trasportavano i sedimenti negli oceani, mentre il calore profondo espandeva il pianeta, sollevando di nuovo i depositi marini compattati e li ritrasformava in continenti. Hutton postulò che questo processo richiedesse molto tempo e non il breve spazio posto dalla Genesi. Tuttavia, nonostante avesse intuito i meccanismi basilari del metamorfismo e del magmatismo limitò il suo studio alla geologia scozzese, pubblicando, solo due anni prima della morte, il volume Teoria della Terra. Prof. Enrico Baldoni

4 William Hamilton fu ambasciatore d'Inghilterra presso la
corte di Napoli fin dal 1764, scalò il Vesuvio in eruzione molte volte e si preoccupò di analizzare e inviare a Londra le rocce del Vesuvio che ora costituiscono la famosa Collezione Hamilton (Natural History Museum). Le sue lettere alla Royal Society, accompagnate da accurati acquerelli e schizzi delle fasi eruttive del Vesuvio, sono il primo studio, dettagliato e basato su osservazioni continuative, delle attività e delle modificazioni di un vulcano in eruzione. Anche Hamilton comprende che il fuoco vulcanico non deriva da combustioni superficiali e illustra chiaramente la crescita progressiva dei vulcani per accumulo di lave e piroclasti. Descrive i vari tipi di lava e formazioni colonnari al Vesuvio. Inoltre Hamilton interpreta correttamente le varie fasi eruttive, precorrendo la spiegazione dei fenomeni freatomagmatici, e identifica i segni premonitori di nuove eruzioni. Hutton può essere considerato il primo geologo moderno Hamilton è senz'altro il primo vulcanologo della storia Prof. Enrico Baldoni Prof. E. Baldoni

5 Alla fine del settecento, le teorie Nettuniste appaiono ormai
chiaramente superate a ricercatori come Déodat de Gratet de Dolomieu ( ),Desmaret ( ) Montlosier ( ) e Spallanzani ( ) che intuiscono chiaramente la natura dei fenomeni magmatici. Spallanzani è una figura certamente prominente nel panorama scientifico dell’epoca. Circa la metà del suo trattato in sei vol. " Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell’Appenino“, pubblicato nell’ultimo decennio del 1700 in varie lingue, è dedicato allo studio dei vulcani italiani e in particolare di quelli eoliani. Intanto anche iniziali sostenitori del modello Werneriano come Alexandre von Humbolt e Léopold Von Buch ( ), in base alla propria esperienza in zone vulcaniche attive o estinte, devono ricredersi e finiscono per convincersi che i basalti e i graniti sono prodotti dal raffreddamento di masse magmatiche Prof. Enrico Baldoni


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