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Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica e di comunità Clinica psicoanalitica dell’ascolto Anno accademico 2010-2011 Docente: Prof. Franco Borgogno.

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1 Corso di laurea magistrale in Psicologia clinica e di comunità Clinica psicoanalitica dell’ascolto Anno accademico Docente: Prof. Franco Borgogno

2 Selezione delle diapositive utilizzate come sussidi didattici per il corso di «Clinica psicoanalitica dell’ascolto» (docente: Prof. Franco Borgogno). Le diapositive fanno riferimento a due dei quattro testi d’esame: F. Borgogno, Psicoanalisi come percorso, Boringhieri, Torino, 1999 (slide relative ai capp. 1, 2, 3, 4, 9, 10, 11); D. Sacchi, Theodor Reik e il «terzo orecchio. Introduzione all’ascolto psicoanalitico», Centro Scientifico Editore, Torino, 2010.

3 Clinica psicoanalitica dell’ascolto Argomento generale del corso «L’ascolto psicoanalitico: prospettive teoriche e cliniche» Qual è l’apporto che le diverse teorie e pratiche psicoanalitiche hanno dato e continuano a dare alla comprensione dei processi coinvolti nell’ascolto clinico e al miglioramento della capacità di ascolto dello psicologo? Il corso si propone di rispondere a questo interrogativo sia presentando, nel loro percorso storico, i contributi che alcuni degli autori psicoanalitici più influenti e originali hanno offerto all’esplorazione della relazione terapeutica, sia discutendo materiale clinico portato dal docente e da altri clinici di diversa età professionale.

4 Clinica psicoanalitica dell’ascolto Struttura del corso Mercoledì: lezioni teoriche. Presentazione e approfondimento degli argomenti trattati nei quattro testi d’esame: F. Borgogno, Psicoanalisi come percorso, Boringhieri, F. Borgogno, La signorina che faceva hara-kiri, e altri saggi, Boringhieri, F. Borgogno, The Vancouver Interview, Borla, D. Sacchi, Theodor Reik e il «terzo orecchio». Introduzione all’ascolto psicoanalitico, Centro Scientifico Editore /Edi-ermes, Venerdì: presentazione e discussione di casi clinici

5 Clinica psicoanalitica dell’ascolto «L’ascolto psicoanalitico: prospettive teoriche e cliniche» Sul concetto di «percorso» Il concetto di «percorso» a cui viene fatto riferimento è quello messo a fuoco da Franco Borgogno, che ne ha più volte sottolineato la dimensione clinica, storica, investigativa. Leggere lo scritto di un autore «nel percorso» significa immedesimarsi immaginativamente con lui, mettersi cioè «al suo posto», porsi nel contesto affettivo e culturale del periodo storico in cui l’autore scriveva. Se pensiamo alla storia personale e professionale di un autore come a un percorso, immedesimarsi con l’autore nel momento in cui scriveva l’opera che stiamo leggendo significa allora ripercorrere immaginativamente un momento della sua vita, individuando collegamenti tra i «luoghi» da cui era partito e quelli in cui sarebbe arrivato, collegamenti che all’autore, nel momento della scrittura, erano per forza di cose sconosciuti.

6 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 1: Charcot oggetto pieno di valore per Freud (I) parole chiave: osservazione, esperienza, oggetto interno, oggetto pieno di valore riferimenti cronologici Sigmund Freud ( ). Ottobre febbraio 1886: soggiorno di studio a Parigi, alla Salpêtrière, presso Jean-Martin Charcot. marzo 1886: soggiorno di studio (pediatria) a Berlino, presso Adoph Baginski. riferimenti bibliografici S. Freud (1886). Relazione sui miei viaggi di studio a Parigi e a Berlino, in OSF 1. S. Freud (1891), Ipnosi, in OSF 1. S. Freud ( ), Prefazione e note alla traduzione delle “Lezioni del martedì della Salpêtrière” di J.-M. Charcot, in OSF 1. S. Freud (1893), Charcot [necrologio], in OSF 2.

7 Capitolo 1: Charcot oggetto pieno di valore per Freud (II) Nella relazione di Freud sul suo soggiorno alla Salpêtrière sorprendono soprattutto due elementi: 1. La descrizione che Freud fa delle qualità e dell’abito mentale di Charcot contiene molte caratteristiche che ancor oggi si ritengono qualificare un buono psicologo clinico. 2. Il ritratto che Freud fa di Charcot si discosta sotto molti aspetti da quella che secondo altri autori era la reale figura del neurologo francese: possiamo quindi ipotizzare che tale ritratto rispecchiasse uno specifico “ideale” di Freud, di cui egli stesso non era all’epoca ancora consapevole.

8 Caratteristiche di Charcot (secondo Freud) che anticipano le qualità richieste a uno psicologo clinico (I) 1) Interesse per la conoscenza dell’unicità e della specificità del caso singolo. Di conseguenza primato dell’esperienza e dell’osservazione rispetto alla teoria: «La théorie c’est bonne, ma ça n’empêche pas d’exister» 2) Disponibilità paziente all’osservazione: coraggio nel non liquidare, ricorrendo ad alibi di comodo, ciò che non si comprende. Nel caso degli isterici di fine Ottocento, ad esempio, i medici accusavano questi pazienti di simulazione e dichiaravano i loro sintomi estranei alle competenze mediche. Oggi riconosciamo in questo genere di atteggiamenti degli “stratagemmi” di cui il terapeuta si serve per difendersi da quanto è sconosciuto e diverso, una difesa che di fatto impedisce l’osservazione.

9 Caratteristiche di Charcot (secondo Freud) che anticipano le qualità richieste a uno psicologo clinico (II) 3) Disponibilità a dedicare tempo ed energia ai malati, ad avvicinarli con attenzione calda e intensa. 4) Capacità di sopportare il distacco e il discredito della scienza ufficiale pur di raggiungere e realizzare il proprio ideale di verità, pur di dar credito alla propria esperienza personale, ai propri talenti, ai propri oggetti interni. 5) Consapevolezza del fatto che conoscere implica fatica, pazienza, attesa e dolore: emozioni quali sfiducia, fiducia, dubbio, delusione, entusiasmo permeano durante il rapporto terapeutico tanto il paziente quanto il terapeuta.

10 «Oggetto pieno di valore» Un “oggetto pieno di valore” è un modello interiore che orienta il nostro agire e ci sostiene di fronte alle situazioni di isolamento, solitudine, disperazione. Questo modello interiore, corrispondendo a modelli genitoriali pieni di valore e creatività, si forma a partire dal contesto ambientale di crescita, ivi compreso il contesto di crescita professionale. Per quanto riguarda Freud e il campo della sua nuova esplorazione scientifica, Charcot fu senza dubbio per lui il primo rappresentante esterno di tale modello.

11 Il ruolo delle prime pazienti di Freud nell’elaborazione di un nuovo atteggiamento di ascolto clinico Bertha Pappenheim (Anna O.) Fanny Moser (Emmy von N.): Ilona Weiss (Elizabeth von R.) 1892 Miss Lucy R.: 1882 Katharina: 1893 Anna von Lieben (Cäcilie M., la «Lehrmeisterin»): tra il 1897 e il S. Freud e J. Breuer, Studi sull’isteria, , OSF 1.

12 Libera associazione* (I) [*Nel 1892 (maggio) quando Freud ne parla per la prima volta è chiamata «conversazione spontanea e guidata dal caso», OSF 1, p. 220, cfr. e leggere p. 225] «Metodo che consiste nell’esprimere senza discriminazione tutti i pensieri che vengono in mente sia a partire da un elemento dato (parola, numero, immagine di un sogno, rappresentazione qualsiasi), sia in modo spontaneo» J. Laplanche – J.-B. Pontalis (1967), Enciclopedia della psicoanalisi, 1984, p. 294

13 Libera associazione (II) «Libera» in questo caso non sta per «indeterminata»: l’idea è che, eliminando la selezione volontaria dei pensieri, funzione della seconda censura (conscio/preconscio), si possano osservare gli effetti dell’azione della prima censura (inconscio/ preconscio), e, attraverso di essi, le difese inconsce: «quando si rinuncia alla rappresentazioni finalizzate coscienti, il predominio sul decorso rappresentativo passa a rappresentazioni finalizzate celate» (Freud, Interpretazione dei sogni, 1899, OSF, p. 485)

14 Psicoanalisi come superamento dell’ipnosi: la sintesi di D. Winnicott (1961) “Freud, oltre ad essere insoddisfatto dei propri risultati e di quelli dei colleghi, si accorse che se eliminava un sintomo per mezzo dell’ipnotismo, non poteva avanzare nella propria comprensione del paziente; perciò rielaborò il setting dell’ipnosi in un setting in cui poteva lavorare insieme al paziente, impostando il lavoro su un piano di parità, e lasciando che il tempo portasse i suoi frutti. Il paziente veniva ricevuto ogni giorno, a un’ora stabilita, e non c’era fretta di rimuovere i sintomi, essendo emersa un’altra priorità: rendere capace il paziente di rivelarsi a se stesso. In questo modo anche Freud raccoglieva una serie di informazioni, che utilizzava a due livelli: per dare al paziente un’interpretazione del materiale da lui portato in seduta; e per la graduale creazione di una nuova scienza, quella che ora chiamiamo psicoanalisi e che avrebbe potuto essere chiamata psicologia dinamica.” Da «Psychoanalysis and Science: friends or relations?» (1961), in Home is where we come from» (1986), p. 14.

15 Il retaggio della pratica ipnotica (I) Gli antecedenti “ipnoterapeutici” della psicoanalisi ebbero comunque una grande importanza: 1) da un punto di vista clinico; e 2) da un punto di vista teorico: 2a): per la teoria del funzionamento dell’apparato psichico; 2b): per la teoria del’ascolto

16 Il retaggio della pratica ipnotica (II) Sul piano clinico: osservazione di fenomeni di “rimozione”, “dissociazione”, “resistenza”; prime intuizioni sull’importanza della relazione medico-paziente e sulle caratteristiche di quest’ultima.

17 Il retaggio della pratica ipnotica (III) Sul piano teorico: parallela elaborazione dei primi tentativi di descrizione del funzionamento psichico (nei termini della prima topica); prime intuizioni di una nuova teoria dell’ascolto (attenzione uniforme e immedesimazione / identificazione).

18 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 2: Sulla via di un modo di pensare psicoanalitico: uno scritto di Freud sconosciuto (I) parole chiave: percorso, immedesimazione, storia della malattia versus storia di vita, ipnosi, «discesa verso le madri». riferimenti cronologici aprile 1886: di ritorno da Parigi e da Berlino, Freud apre a Vienna il suo studio medico di specialista in malattie nervose. autunno 1887: Freud adotta la tecnica dell’ipnosi, alla quale gradualmente affianca, a partire dal maggio 1899, la tecnica delle libere associazioni (paziente Emmy von N.) : progressivo abbandono, da parte di Freud, del ricorso all’ipnosi. riferimenti bibliografici S. Freud (1892). Un caso di guarigione ipnotica, in OSF 1. S. Freud (1890). Trattamento psichico, in OSF 1. S. Freud (1891). Ipnosi, in OSF 1.

19 Rileggendo «nel percorso» (cfr. slide successiva) il breve resoconto di Freud di un caso di trattamento ipnotico di una sua paziente, possiamo cogliere almeno tre punti essenziali: 1) Freud costruisce le sue ipotesi di partenza apprendendo dalle vicende emozionali che accompagnavano il suo incontro con i pazienti. 2) Occorre tempo perché le iniziali percezioni preconsce dello psicologo clinico divengano concezioni consapevoli e, in seguito, attrezzatura teorica utile al suo quotidiano lavorare. 3) Nei suoi primi passi di psicoanalista Freud fu specificamente ricettivo rispetto al legame madre-neonato. Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 2: Sulla via di un modo di pensare psicoanalitico: uno scritto di Freud sconosciuto (II)

20 «Leggere nel percorso» Leggere lo scritto di un autore «nel percorso» significa immedesimarsi immaginativamente con lui, mettersi cioè «al suo posto», porsi nel contesto affettivo e culturale del periodo storico in cui l’autore scriveva. Se pensiamo alla storia personale e professionale di un autore come a un percorso, immedesimarsi con l’autore nel momento in cui scriveva l’opera che stiamo leggendo significa allora ripercorrere immaginativamente un momento della sua vita, individuando collegamenti tra i «luoghi» da cui era partito e quelli in cui sarebbe arrivato, collegamenti che all’autore, nel momento della scrittura, erano per forza di cose sconosciuti.

21 Un caso di guarigione ipnotica (1892) (I) Si tratta della prima descrizione completa, da parte di Freud, di un trattamento, e non solo dei sintomi presentati da un paziente. Freud offre cioè riferimenti precisi circa i tipi di intervento di volta in volta da lui adottati. Il paziente è una madre che non riusciva ad allattare il suo bambino: più insisteva nel provare ad allattarlo, più veniva colta da sintomi di vomito e dolori addominali che le impedivano di alimentarsi essa stessa.

22 Un caso di guarigione ipnotica (1892) (II) Freud procede a due interventi di suggestione ipnotica: Intervento del primo giorno : «Non abbia paura, lei diverrà un’ottima nutrice che farà crescere magnificamente il suo bambino. Il suo stomaco è assolutamente calmo, il suo appetito aumenta, lei desidera ora di pranzare». Risultato: remissione temporanea dei sintomi, che si ripresentano però il giorno dopo. Intervento del secondo giorno, «più energico e più fermo»: «Dica ai suoi familiari in tono un po’ sdegnato: dove hanno nascosto il cibo? Hanno forse l’intenzione di affamarla? Come può provvedere al nutrimento del bambino se non le si dà nulla?». Risultato: remissione più duratura dei sintomi, che si ripresenteranno solo in occasione dell’allattamento del figlio successivo.

23 Un caso di guarigione ipnotica (1892) (III) Commenti sui due interventi di suggestione ipnotica eseguiti da Freud: Nel primo intervento Freud rassicura la paziente sulla sua capacità di madre, riproponendo, probabilmente, ciò che l’ambiente circostante aveva fatto in quei frangenti. Il secondo giorno Freud non si limita a questo: dando credito alle sensazioni della paziente, intravede dietro la madre rifiutante e vomitante una bambina impaurita che la propria madre affamava e sadicamente angustiava; intuitivamente, cioè, comincia a portare al centro della sua attenzione non tanto la storia della malattia – il suo decorso sintomatico, come ancora faceva Charcot – quanto piuttosto la storia di vita ovvero la dimensione esistenziale della paziente. Freud, in sintesi, fu più persona, capace di sintonizzarsi nei moti e nei sentimenti altrui, anche se non aveva a quel tempo gli strumenti emotivi e concettuali per poter valorizzare appieno le sue intuizioni, che peraltro neppure coglieva coscientemente (cfr. slide «Leggere nel percorso»).

24 Un caso di guarigione ipnotica (1892) - La «discesa verso le madri» - (I) L’espressione fa riferimento a una scena del Faust di Goethe (parte II, atto I, scena «Galleria oscura»), in cui Mefistofele offre a Faust la chiave con cui carpire alle «Madri» che abitano nelle profondità della terra, il segreto degli «schemi» (Schemen) ideali che determinano la realtà. Joseph Breuer che per primo, in un capitolo degli Studi sull’isteria ( ), adoperò l’espressione «discesa verso le madri», se ne era servito in senso metaforico, per indicare la ricerca dell’originario punto di congiunzione tra psichico e somatico, secondo lui collocato nelle strutture del sistema nervoso centrale. Freud la riprenderà in diversi scritti e lettere in un senso più letterale, collegandola alle madri reali, al «legame primario», e quindi alla necessità, da parte dello psicologo clinico, di rivolgere la dovuta attenzione all’importanza delle prime relazioni di accudimento.

25 Un caso di guarigione ipnotica (1892) - La «discesa verso le madri» - (II) Questo interesse di Freud per il legame «madre-bambino» è già riconoscibile nel modo in cui egli descriveva, nel 1890, le caratteristiche la relazione tra medico e paziente (rapport) nel corso dell’ipnosi: «Mentre l’ipnotizzato si comporta verso il mondo esterno solitamente come un dormiente, vale a dire se ne è distolto con tutti i suoi sensi, egli è sveglio per la persona che lo ha trasferito in ipnosi, ode e vede soltanto questa, la comprende e le dà risposta. Questo fenomeno, che si chiama rapport nel caso dell’ipnosi, trova un corrispettivo nel modo in cui dormono alcune persone, per esempio la madre che nutre il suo bambino». […] «Ma dire che il mondo dell’ipnotizzato si limita per così dire all’ipnotizzatore, non basta. A ciò si aggiunge che il primo diventa perfettamente arrendevole verso il secondo, ubbidiente e credulo in maniera quasi illimitata.» […] «Una credulità quale quella che l’ipnotizzato riserva al suo ipnotizzatore, fuori dall’ipnosi, si trova nella vita reale soltanto nel bambino rispetto agli amati genitori …».

26 Un caso di guarigione ipnotica (1892) - La «discesa verso le madri» - (III) Fu dunque nel suo accostarsi all’ipnosi che Freud, fin dal 1890, cominciò a cogliere intuitivamente: A) l’importanza della dimensione relazionale di ogni intervento psicoterapeutico; B) l’importanza della matrice di questa dimensione relazionale: il rapporto «madre-bambino» Con il passaggio alla psicoanalisi Freud continuò a ritenere del tutto centrali sia la relazione sia le vicende primarie del rapporto bambino-madre. Ne è prova la sua creazione del setting, che si fonda su tali dimensioni, nell’offrire al paziente una situazione di sviluppo fondata sulla regolarità e sulla costanza delle cure in cui gli stimoli imprevedibili sono ridotti al minimo.

27 Un caso di guarigione ipnotica (1892) - La «discesa verso le madri» - (IV) Oggi sappiamo che i livelli arcaici e primitivi dell’ipnosi e della suggestione non sono affatto facilmente superabili dal metodo psicoanalitico, come Freud riteneva e come tutti abbiamo a lungo continuato a ritenere. Riavvicinandoci in questi ultimi anni alle intuizioni di Ferenczi, ci siamo sempre più resi conto della loro generale incidenza e di quanto il particolare e intimo contatto con una mente in crescita e in formazione solleciti e stimoli nella coppia psicoanalitica il versante ipnotico suggestivo.

28 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 3: Il caso clinico del piccolo Hans come scritto di tecnica (I) parole chiave: evoluzione della tecnica, controtransfert, capacità di secondo sguardo, ascolto dell’ascolto riferimenti cronologici A) : Freud pubblica i suoi casi clinici più famosi: Dora (1905, scritto nel 1901), il piccolo Hans (1909); l’Uomo dei topi (1909); il presidente Schreber (1911); l’Uomo dei lupi (1914). B) : Progressiva organizzazione internazionale del movimento psicoanalitico e successive defezioni di A. Adler (1911), W. Stekel (1912) e C. G. Jung (1913). riferimenti bibliografici S. Freud (1901) Frammento di un’analisi d’isteria (Caso clinico di Dora), in OSF, vol. 4. S. Freud (1909), Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans), in OSF, vol. 5. S. Ferenczi (1912), Sintomi transitori nel corso dell’analisi, in Opere, vol. 1. P. Heimann (1949), Il controtransfert, in Bambini e non più bambini, Borla, Roma, F. Borgogno (2006), Little Hans updated. Omaggio a un «invisible man», Rivista di psicoanalisi, 4, pp

29 Alcuni possibili livelli di lettura del caso del «piccolo Hans» Illustrazione della validità delle teorie psicoanalitiche elaborate in precedenza da Freud (complesso edipico, rivalità fraterna, angoscia di castrazione, curiosità infantile e pulsioni erotiche pregenitali). Illustrazione della capacità dell’analisi di «rendere il paziente capace di rivelarsi a se stesso» (Winnicott), di «far crescere le strutture occorrenti a rendere possibile l’esplorazione di sé e dei propri sentimenti» (Eigen). Lettura nel «percorso»: il «caso clinico del piccolo Hans» come indizio dell’evoluzione della tecnica di ascolto, evoluzione legata alla crescente consapevolezza dell’importanza della concreta dimensione relazionale dell’incontro terapeutico. Contestualizzazione storica: la conoscenza del contesto reale della situazione familiare del piccolo Hans pone nuovi interrogativi.

30 Cenni sulla struttura del «Caso clinico del piccolo Hans» (1908) Il testo è diviso in tre parti, che compongono una cornice formale tradizionale di tipo medico: 1) «Introduzione» anamnesi 2) «Malattia e analisi» analisi 3) «Epicrisi»* sintesi valutativa * Esperienza che si ricava dall'osservazione completa di una patologia dall'origine alla conclusione.

31 Cenni sulla struttura del «Caso clinico del piccolo Hans» (1908) Il contenuto, ovvero l’insieme dei fatti selezionati ritenuti significativi ai fini della comprensione del caso presentato, è composto principalmente da: Dialoghi (tra Hans e suo padre e tra Hans e sua madre) Sogni e fantasie a occhi aperti di Hans Descrizioni dei comportamenti di Hans Commenti, del padre di Hans e di Freud

32 Tabella cronologica di riferimento (caso del piccolo Hans)* Aprile 1903Nascita di Hans Primavera-autunno 1906Prime annotazioni del padre Estate 1906Prima villeggiatura a Gmunden Autunno 1906Minaccia di evirazione Ottobre 1906Nascita della sorellina Hanna Gennaio 1907Primo sogno Aprile 1907 (4 anni)Trasloco nel nuovo appartamento Estate 1907Seconda villeggiatura (episodio del cavallo che morde Gennaio 1908Episodio della caduta del cavallo e scoppio della nevrosi 30 Marzo 1908Visita di Hans e del padre nello studio di Freud Maggio 1908Conclusione dell’analisi (cfr. OSF, 6, p. 479)

33 (citazioni) «Si potrebbe dire che per via dell’analisi non solo il paziente ma anche la sua fobia ha preso nuovo coraggio e osa mostrarsi (p. 512)». «Dobbiamo ciò nondimeno osservare che sono stati i genitori a estrarre dal materiale patogeno attivo in Hans il tema dell’interesse per il fapipì. Fin qui egli si limita a seguirli, senza ancora intervenire in modo autonomo nell’analisi. L’analisi si è assai allontanata dai cavalli, e la spiegazione che le donne non hanno il fapipì, è atta, dato il suo contenuto, ad accrescere piuttosto che diminuire la preoccupazione di Hans di conservare il suo». (p. 569)

34 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 3: Il caso clinico del piccolo Hans come scritto di tecnica (II) Lo scopo dichiarato dello scritto di Freud sul piccolo Hans è quello di fornire una prova - attraverso la descrizione di un trattamento psicoanalitico di un bambino – della validità delle teorie sulla sessualità che egli aveva presentato nel 1905 (complesso edipico, rivalità fraterna, angoscia di castrazione, curiosità infantile e pulsioni erotiche pregenitali). Rileggendo il caso alla luce del percorso globale di Freud come studioso e come terapeuta, e concentrando la sua attenzione sul modo in cui Freud si accosta alle vicende cliniche del piccolo Hans, Borgogno evidenzia come questo scritto, al di là dello scopo espresso a livello manifesto, contenga numerose tracce di quello che possiamo definire l’inizio di un importante punto di svolta della tecnica clinica e, più in particolare, l’inizio di un profondo e sostanziale mutamento nell’atteggiamento di ascolto adottato dallo psicologo clinico.

35 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 3: Il caso clinico del piccolo Hans come scritto di tecnica (III) In che cosa consiste essenzialmente questo mutamento di atteggiamento da parte di Freud? Nel fatto che, sulla scorta del costante lavoro autoanalitico di quegli anni e avvalendosi del suo ruolo di supervisore, Freud si mostra capace di identificarsi in modo mobile ed elastico sia con il bambino sia con l’analista e di prestare così una nuova e inedita attenzione ai diversi livelli della comunicazione tra psicologo clinico e paziente (cfr. slides successive su «capacità di secondo sguardo» e «ascolto dell’ascolto»). In questo modo Freud giunge a: 1) cogliere le inadeguatezze degli atteggiamenti autoritari e impositivi del terapeuta (del padre di Hans, ma anche di se stesso nelle sue esperienze cliniche anteriori, vedi caso di Dora). 2) riconoscere i diritti, le ragioni e le doti di vivace perspicacia del bambino Hans (e attraverso lui, più in generale, di ogni paziente).

36 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 3: Evoluzione della tecnica Il concetto di «percorso» si rivela utile anche ad accostarsi alle considerazioni relative alla tecnica clinica. Il tono, la qualità e i contenuti specifici delle osservazioni cliniche di Freud nel caso del piccolo Hans, lasciano intravedere: 1) sia i suoi tentativi riusciti di progressiva correzione della tecnica dell’ascolto clinico, tentativi spesso solo accennati, che Borgogno chiama «lampi di progresso futuro» (p. 57) (vedi slide successiva su «secondo sguardo» e «ascolto dell’ascolto»), 2) sia i limiti di questi tentativi, limiti costituiti dalla persistente negligenza da parte di Freud nel considerare le vicende reali del quotidiano ambiente familiare del piccolo Hans.

37 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Capitolo 3: Capacità di secondo sguardo e di ascolto dell’ascolto Secondo sguardo Possiamo immaginarlo come una sorta di «passo indietro» dello psicologo clinico che gli permette di osservare da una prospettiva più consona l’evoluzione della relazione terapeutica, che lo dota cioè «di un più profondo equilibrio fra partecipazione e osservazione, rendendolo più attrezzato a distinguere e separare il proprio contributo da quello del paziente», permettendogli così di «soccorrere e dare rappresentazione responsiva a bisogni, fantasie, problemi, conflitti interni ed esterni portati in seduta da quest’ultimo (p. 49). Listening to listening = «Ascolto dell’ascolto» La capacità dello psicologo clinico di prestare attenzione al modo in cui le sue comunicazioni al paziente vengono da quest’ultimo assimilate e rielaborate nel corso dell’analisi. Questo tipo di ascolto «richiede all’analista di considerare maggiormente, per capire i propri interventi e le proprie sottostanti identificazioni inconsce, gli utili suggerimenti che provengono dal paziente» (p. 50). «Il paziente narra di come l’analista lo ha ascoltato» (cfr. cap. 11, p. 191).

38 Borgogno «Little Hans updated» (2006) (ulteriori limiti dell’analisi del piccolo Hans) Non diversamente da quanto farà per molto tempo la maggior parte dei suoi allievi, Freud omette di considerare la specificità del reale contesto familiare del bambino Hans, contrassegnato non solo dalla grave crisi nei rapporti tra i genitori (che avrebbero di lì a poco divorziato), ma da ancor più gravi inadeguatezze del comportamento della madre nei confronti di Hans e della sua sorellina. Come già aveva fatto con Dora (in questo caso, quindi, senza avviare nessuna evoluzione tecnica), Freud favorisce la censura e il diniego dell’importanza determinante di questi comportamenti genitoriali, contribuendo così al disconoscimento delle reali esigenze del piccolo Hans, esigenze che avevano trovato espressione nella forma della sua patologia fobica.

39 Riassumendo (1): Il caso del piccolo Hans mostra, da una parte, «lampi di progresso futuro», dall’altra evidenti limiti e carenze nella tecnica clinica e analitica: A) di setting B) di ascolto (delle comunicazioni del paziente, della sua specificità di bambino, della specificità dell’ambiente di crescita che egli portava nella relazione analitica, peraltro una relazione molto sui generis e impropria) C) di uso dell’interpretazione, un uso che, salvo rare eccezioni, si riduce a «suggestioni di contenuto» [segue]

40 Riassumendo (2): Più in generale tutti questi limiti possono essere ricondotti all’attenzione all’epoca ancora scarsa per il complesso funzionamento della relazione analitica e in particolare per le ricadute del comportamento dall’analista sul paziente.

41 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999), cap. 4 – «Evoluzione della tecnica psicoanalitica: un omaggio a Paula Heimann» (I) Parole chiave: evoluzione della tecnica, controtransfert, «levare e porre», funzioni dell’interpretazione, «no entry», «responsività» dello psicologo clinico Riferimenti cronologici Paula Heimann: 1899 (Danzica, Germania) – 1982 (Londra) 1925: si laurea in medicina; : analisi con T. Reik a Berlino; 1933: si trasferisce a Londra; 1935: analisi con M. Klein; : Controversial Discussions (a cui partecipa per il gruppo kleiniano con due contributi); 1955: lascia il gruppo kleiniano ed entra tra gli «Indipendenti»; Riferimenti bibliografici P. Heimann (1949), Il controtransfert, in Heimann, P. Heimann (1970), Natura e funzione dell’interpretazione, ibid., P. Heimann (1981), La sfida di Freud al coraggio e alla creatività dell’individuo. P. Heimann (1989), A proposito di bambini e non più bambini, Borla 1992 (raccolta dei saggi più significativi dell’Autrice).

42 Borgogno, Psicoanalisi come percorso (1999) - Cap. 4: (II) Lo studio dedicato da Borgogno a Paula Heimann illustra e approfondisce, attraverso l’esame del percorso umano e professionale della grande psicoanalista, tre temi di fondo di Psicoanalisi come percorso: 1) l’importanza dell’evoluzione storica del pensiero degli autori; 2) la messa in luce di come l’autonomia di pensiero e la capacità di svincolarsi da circostanze e figure della propria esistenza ritenute non confacenti e lesive delle proprie possibilità di sviluppo, debbano essere obiettivi di fondo di ogni cura terapeutica: «la nostra più grande felicità è la personalità» (Heimann, 1981); 3) l’importanza, per lo psicologo clinico, di un costante lavoro di working-through dei propri vissuti controtransferali, del modo cioè in cui la sua presenza, la sua personalità e il suo atteggiamento influiscono sulla relazione terapeutica e sulla cura del paziente.

43 1) Importanza dell’evoluzione storica del pensiero degli autori: il caso di Paula Heimann Gran parte della letteratura dedicata a Paula Heimann tende a ridurre il suo pensiero complesso e sfaccettato sulla fenomenologia del transfert e sul funzionamento soggettivo dello psicologo clinico ai due fondamentali contributi dedicati dall’autrice a questi argomenti prima della sua presa di distanze da Melanie Klein e dal gruppo kleiniano, nel 1955: «Il controtransfert», del 1949; e «La dinamica delle interpretazioni di transfert», del Eppure il valore straordinario della sua opera completa dal 1939 al 1981 consiste proprio, oltre al contenere molteplici e stimolanti spunti teorici innovativi su diversi argomenti, nell’offrire un interessante spaccato del pensiero psicoanalitico e delle sue vicissitudini, permettendoci di assistere e partecipare al percorso professionale e umano di uno psicologo clinico (pp ).

44 2) «La nostra più grande felicità è la personalità» (P. Heimann, «La sfida di Freud al coraggio e alla creatività dell’individuo», 1981) Da questa convinzione, valida secondo la Heimann per ogni individuo, discende che gli psicologi clinici devono considerare le «resistenze» del paziente anche nel loro aspetto di atti di libertà, per cui non devono precipitarsi a volerle a tutti i costi immediatamente affrontare e interpretare, senza valorizzarne l’importanza. Borgogno individua in questa frase e in questo atteggiamento clinico la chiave della personale ispirazione di fondo di P. Heimann, e del fine a cui si adoprò con i suoi pazienti: renderli autonomi, pensanti, interiormente svincolati da circostanze e personaggi della loro esistenza ritenuti non confacenti e lesivi del loro pieno sviluppo (p. 71).

45 3) Importanza clinica centrale del controtransfert: l’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (I) Nel 1949 Paula Heimann, correggendo decisamente la tradizionale concezione di Freud e della stessa Klein, richiamò l’attenzione della comunità psicoanalitica sull’utilità del controtransfert come «strumento di lavoro» clinico. La Heimann, tuttavia, non smise mai di approfondire ed estendere la sua concezione delle dinamiche controtransferali, e la sua riflessione su questo tema si arricchirà costantemente, secondo le tappe illustrate sinteticamente nelle slides successive.

46 L’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (II) 1955: «La dinamica delle interpretazioni di transfert» P. Heimann riconosce che il traffico affettivo che si verifica nella seduta è «a doppio senso», e che quindi da una parte lo psicologo clinico può influenzare il transfert in modo benefico o dannoso, e dall’altra il paziente è capace non solo di percezioni distorte, ma anche di critiche realistiche, che non possono essere più liquidate come «mere resistenze». Il paziente, come tutti gli individui, ha un comportamento complesso: e quindi non tutto patologico, non tutto regredito, non tutto angoscia, non tutto ripetizione; e comunica non solo riferendosi all’analista e all’hic et nunc, ma anche al suo corpo, al suo Sé, al suo mondo interno, al suo mondo esterno, al suo passato e ai suoi oggetti alieni.

47 L’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (III) 1955: «La dinamica delle interpretazioni di transfert» La risposta emozionale dell’analista non si rivolge più soltanto alla fantasia inconscia, ma all’Io del paziente, di cui investiga i tratti distintivi a partire da una serie di domande che caratterizzeranno la futura pratica psicoanalitica della cosiddetta Scuola britannica. (segue)

48 L’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (IV) 1955: «La dinamica delle interpretazioni di transfert» Domande dello psicologo clinico Chi parla (quando parla il paziente)? Perché? A chi? Che cosa sta facendo il paziente in questo momento? Perché lo sta facendo? In che modo tutto questo rappresenta una risposta a un precedente interpretazione (o a un altro evento)? Considerando i sentimenti del paziente, che cosa ha significato per lui questa interpretazione?»

49 L’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (V) 1964: «Osservazioni sul concetto psicoanalitico di lavoro» non è soltanto il paziente che può distruggere la squadra di lavoro (come invece affermava la Klein), ma può farlo anche lo psicologo clinico, attraverso interpretazioni troppo sature o «troppo brillanti», non rispettose dell’intelligenza e delle necessità evolutive del paziente, interpretazioni che tentano di colonizzarlo, promuovendo idealizzazioni dello psicologo che arrestano l’autonomia e la libertà di pensiero del paziente.

50 L’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (VI) Dal 1969 («Postscriptum a “La dinamica delle interpretazioni di transfert”») in poi: il controtransfert, la risposta emozionale dello psicologo al paziente, non è solo strumento di conoscenza e comprensione, ma anche e prima ancora mezzo di incontro, di un incontro che ha come obiettivo non tanto la scoperta di un significato, ma la condivisione di un’esperienza in cui il paziente è di per sé significativo. In questo modo muta la concezione stessa del lavoro terapeutico: da 1) indagine nel paziente a 2) esplorazione con il paziente, fino a 3) ricerca del paziente

51 Mutamento progressivo della concezione del lavoro terapeutico nell’opera di P. Heimann Da Indagine nel paziente a Esplorazione con il paziente a Ricerca del paziente

52 Il «punto di arrivo» del percorso di P. Heimann: dal «levare» al «porre» (I) Nei lavori della sua avanzata maturità, dedicati alle molteplici funzioni delle interpretazioni e al complesso e variegato processo conoscitivo dell’analista (ambito che l’autrice esplora sviluppando alcune intuizioni del suo primo analista, T. Reik), Paula Heimann ci propone l’ideale di uno psicologo clinico francamente attivo, che non si limita a decifrare e interpretare le rappresentazioni del paziente, ma gli offre con il setting, con la sua presenza vigile e partecipe e con le sue parole, ben di più. Richiamandosi a una passata formulazione teorica di Freud (cfr. slide successiva), Borgogno riassume questo radicale mutamento dicendo che lo psicologo clinico che la Heimann ha in mente in questi ultimi anni è uno psicologo che non confina il suo ruolo al classico «levare», ma che si prende anche la responsabilità di «porre», attingendo alle proprie doti di «naturalezza», «umanità», «coraggio», «apertura alla vita e al vivere» (p. 84).

53 Dal «porre» al «levare»: citazione freudiana (da Psicoterapia, 1904) dall’Amleto «Ebbene, guardate ora, come dappoco voi mi stimate! Voi vorreste sonare su di me […] vorreste strappare il cuore del mio mistero; vorreste sonarmi dalla mia nota più bassa fino alla cima del mio registro; e c’è di molta musica, una voce eccellente, in questo piccolo organo, e pure voi non potete farlo parlare. Per il sangue di Cristo, credete che io sia più facile a sonarsi d’uno zufolo? Chiamatemi col nome dello strumento che volete; benché voi mi pizzichiate, voi non potete sonarmi».

54 Funzioni dell’interpretare e del tacere: dal «richiamo al contatto» al «no entry» (I) A partire dai suoi lavori degli anni ’70, Paula Heimann non si sofferma più esclusivamente sui contenuti delle interpretazioni, ma pone l’accento sulle funzioni che lo psicologo clinico svolge e sui metamessaggi che egli veicola interpretando o stando zitto. Le interpretazioni possono svolgere ad esempio funzione di: (vedi slide successiva)

55 Funzioni dell’interpretare e del tacere: dal «richiamo al contatto» al «no entry» (II) Le interpretazioni possono ad esempio svolgere funzione di: «conferma e testimonianza del desiderio del paziente di avere un rapporto»; dimostrazione di come lo psicologo «cerchi di capire il paziente nella sua specificità e lo inciti a partecipare all’incontro, al pensiero, alla novità, al gioco in cui consiste qualsivoglia terapia»; «richiamo al contatto» e «alla reciprocità»; ma possono anche svolgere, tuttavia, funzioni di segno opposto…

56 Funzioni dell’interpretare e del tacere: dal «richiamo al contatto» al «no entry» (III) Lo psicologo clinico, cioè, attraverso le interpretazioni e i suoi silenzi può altresì porre un divieto, un no-entry (divieto d’accesso) al paziente; può cioè dire al paziente l’equivalente di: «fatti più in là», «così non mi piaci», «queste cose non le voglio proprio sentire, non devi parlarne», questo è un qualcosa che non rientra negli argomenti che qui si devono affrontare», «se ti esprimi così sei cattivo», «stai esagerando», «mi fai soffrire»…* [Per queste citazioni, cfr. F. Borgogno, The Vancouver Interview, pp ]

57 Sulla spontaneità dello psicologo clinico (I) Il tema dell’importanza della spontaneità dell’analista è affrontato dalla Heimann in uno specifico scritto del 1978, ma già in altri lavori precedenti dello stesso decennio sono presenti importanti osservazioni in proposito.

58 Sulla spontaneità dello psicologo clinico (II) Uno psicologo clinico che «si permette di pensare ad alta voce», (di mettere cioè a disposizione del paziente quello che possiamo chiamare un «nome provvisorio» che segnala qualcosa che concerne «il filo inconscio dei propri pensieri» [cap. 4, p. 86]), «indica al paziente ch’egli non si ritiene onnisciente e lo invita a dividere con lui i suoi pensieri recando i suoi contributi al lavoro di scoperta della verità» (1975)

59 Sulla spontaneità dello psicologo clinico (III) Secondo la Heimann, «il formulare verbalmente qualcosa che ancora non si intende chiaramente non creava soltanto “collegamenti fra l’analista e il paziente, e all’interno della psiche del paziente”, ma stimolava e facilitava gli stessi processi di pensiero dell’analista producendo in lui nuovi pensieri» (cap. 4, p. 87) (cfr. Heimann, «Natura e funzione dell’interpretazione», p. 336).

60 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 4: «Evoluzione della tecnica psicoanalitica: un omaggio a Paula Heimann» (I) Parole chiave: evoluzione della tecnica, controtransfert, «levare e porre», funzioni dell’interpretazione, «no entry», «responsività» dello psicologo clinico Riferimenti cronologici Paula Heimann: 1899 (Danzica, Germania) – 1982 (Londra) 1925: si laurea in medicina; : analisi con T. Reik a Berlino; 1933: si trasferisce a Londra; 1935: analisi con M. Klein; : Controversial Discussions (a cui partecipa per il gruppo kleiniano con due contributi); 1955: lascia il gruppo kleiniano ed entra tra gli «Indipendenti». Riferimenti bibliografici P. Heimann (1949), Il controtransfert, in Heimann, P. Heimann (1970), Natura e funzione dell’interpretazione, ibid., P. Heimann (1981), La sfida di Freud al coraggio e alla creatività dell’individuo. P. Heimann (1989, A proposito di bambini e non più bambini, Borla 1992 (raccolta dei saggi più significativi dell’Autrice).

61 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 4: «Evoluzione della tecnica psicoanalitica: un omaggio a Paula Heimann» (II) Lo studio dedicato da Borgogno a Paula Heimann illustra e approfondisce, attraverso l’esame del percorso umano e professionale della grande psicoanalista, tre temi di fondo di Psicoanalisi come percorso: 1) l’importanza dell’evoluzione storica del pensiero degli autori; 2) la messa in luce di come l’autonomia di pensiero e la capacità di svincolarsi da circostanze e figure della propria esistenza ritenute non confacenti e lesive delle proprie possibilità di sviluppo, debbano essere obiettivi di fondo di ogni cura terapeutica: «la nostra più grande felicità è la personalità» (Heimann, 1981); 3) l’importanza, per lo psicologo clinico, di un costante lavoro di working-through dei propri vissuti controtransferali, del modo cioè in cui la sua presenza, la sua personalità e il suo atteggiamento influiscono sulla relazione terapeutica e sulla cura del paziente.

62 1) Importanza dell’evoluzione storica del pensiero degli autori: il caso di Paula Heimann Gran parte della letteratura dedicata a Paula Heimann tende a ridurre il suo pensiero complesso e sfaccettato sulla fenomenologia del transfert e sul funzionamento soggettivo dello psicologo clinico ai due fondamentali contributi dedicati dall’autrice a questi argomenti prima della sua presa di distanze da Melanie Klein e dal gruppo kleiniano, nel 1955: «Il controtransfert», del 1949; e «La dinamica delle interpretazioni di transfert», del Eppure il valore straordinario della sua opera completa dal 1939 al 1981 consiste proprio, oltre al contenere molteplici e stimolanti spunti teorici innovativi su diversi argomenti, nell’offrire un interessante spaccato del pensiero psicoanalitico e delle sue vicissitudini, permettendoci di assistere e partecipare al percorso professionale e umano di uno psicologo clinico (pp ).

63 2) «La nostra più grande felicità è la personalità» (P. Heimann, La sfida di Freud al coraggio e alla creatività dell’individuo, 1981) Da questa convinzione, valida secondo la Heimann per ogni individuo, discende che gli psicologi clinici devono considerare le «resistenze» del paziente anche nel loro aspetto di atti di libertà, per cui non devono precipitarsi a volerle a tutti i costi immediatamente affrontare e interpretare, senza valorizzarne l’importanza. Borgogno individua in questa frase e in questo atteggiamento clinico la chiave della personale ispirazione di fondo di P. Heimann, e del fine a cui si adoprò con i suoi pazienti: renderli autonomi, pensanti, interiormente svincolati da circostanze e personaggi della loro esistenza ritenuti non confacenti e lesivi del loro pieno sviluppo (p. 71).

64 3) Importanza clinica centrale del controtransfert: l’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (I) Nel 1949 Paula Heimann, correggendo decisamente la tradizionale concezione di Freud e della stessa Klein, richiamò l’attenzione della comunità psicoanalitica sull’utilità del controtransfert come «strumento di lavoro» clinico. La Heimann, tuttavia, non smise mai di approfondire ed estendere la sua concezione delle dinamiche controtransferali, e la sua riflessione su questo tema si arricchirà costantemente, secondo le tappe illustrate sinteticamente nelle slides successive.

65 L’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (II) 1949 («Il controtransfert»): controtransfert come «strumento di lavoro», generato però essenzialmente dalla personalità del paziente («La dinamica delle interpretazioni di transfert»): riconoscimento che il traffico affettivo che si verifica nella seduta è «a doppio senso», e che quindi da una parte lo psicologo clinico può influenzare il transfert in modo benefico o dannoso, e dall’altra il paziente è capace non solo di percezioni distorte, ma anche di critiche realistiche, che non possono essere più liquidate come «mere resistenze». Il paziente, come tutti gli individui, ha un comportamento complesso: e quindi non tutto patologico, non tutto regredito, non tutto angoscia, non tutto ripetizione; e comunica non solo riferendosi all’analista e all’hic et nunc, ma anche al suo corpo, al suo Sé, al suo mondo interno, al suo mondo esterno, al suo passato e ai suoi oggetti alieni.

66 L’evoluzione della concezione del controtransfert nell’opera di P. Heimann (III) 1964 («Osservazioni sul concetto psicoanalitico di lavoro»): non è soltanto il paziente che può distruggere la squadra di lavoro (come invece affermava la Klein), ma può farlo anche lo psicologo clinico, attraverso interpretazioni troppo sature o «troppo brillanti», non rispettose dell’intelligenza e delle necessità evolutive del paziente, interpretazioni che tentano di colonizzarlo, promuovendo idealizzazioni dello psicologo che arrestano l’autonomia e la libertà di pensiero del paziente. Dal 1969 («Postscriptum a “La dinamica delle interpretazioni di transfert”») in poi: il controtransfert, la risposta emozionale dello psicologo al paziente, non è solo strumento di conoscenza e comprensione, ma anche e prima ancora mezzo di incontro, di un incontro che ha come obiettivo non tanto la scoperta di un significato, ma la condivisione di un’esperienza in cui il paziente è di per sé significativo. In questo modo muta la concezione stessa del lavoro terapeutico: da 1) indagine nel paziente a 2) esplorazione con il paziente, fino a 3) ricerca del paziente

67 Il «punto di arrivo» del percorso di P. Heimann: dal «levare» al «porre» (I) Nei lavori della sua avanzata maturità, dedicati alle molteplici funzioni delle interpretazioni e al complesso e variegato processo conoscitivo dell’analista (ambito che l’autrice esplora sviluppando alcune intuizioni del suo primo analista, T. Reik), Paula Heimann ci propone l’ideale di uno psicologo clinico francamente attivo, che non si limita a decifrare e interpretare le rappresentazioni del paziente, ma gli offre con il setting, con la sua presenza vigile e partecipe e con le sue parole, ben di più. Richiamandosi a una passata formulazione teorica di Freud (cfr. slide successiva), Borgogno riassume questo radicale mutamento dicendo che lo psicologo clinico che la Heimann ha in mente in questi ultimi anni è uno psicologo che non confina il suo ruolo al classico «levare», ma che si prende anche la responsabilità di «porre», attingendo alle proprie doti di «naturalezza», «umanità», «coraggio», «apertura alla vita e al vivere» (p. 84).

68 Sul «levare» e «porre»: citazione freudiana (da Psicoterapia, 1914) dall’Amleto «Ebbene, guardate ora, come dappoco voi mi stimate! Voi vorreste sonare su di me […] vorreste strappare il cuore del mio mistero; vorreste sonarmi dalla mia nota più bassa fino alla cima del mio registro; e c’è di molta musica, una voce eccellente, in questo piccolo organo, e pure voi non potete farlo parlare. Per il sangue di Cristo, credete che io sia più facile a sonarsi d’uno zufolo? Chiamatemi col nome dello strumento che volete; benché voi mi pizzichiate, voi non potete sonarmi».

69 Funzioni dell’interpretare e del tacere: dal «richiamo al contatto» al «no entry» (I) A partire dai suoi lavori degli anni ’70, Paula Heimann, oltre a soffermarsi sui contenuti delle interpretazioni, pone l’accento sulle funzioni che lo psicologo clinico svolge e sui metamessaggi che egli veicola interpretando o stando zitto. Le interpretazioni possono svolgere ad esempio funzione di: «richiamo al contatto» e «alla reciprocità»; «conferma e testimonianza del desiderio del paziente di avere un rapporto»; dimostrazione di come lo psicologo «cerchi di capire il paziente nella sua specificità e lo inciti a partecipare all’incontro, al pensiero, alla novità, al gioco in cui consiste qualsivoglia terapia»; ma anche, tuttavia, funzioni di segno opposto…

70 Funzioni dell’interpretare e del tacere: dal «richiamo al contatto» al «no entry» (II) Lo psicologo clinico, cioè, attraverso le interpretazioni e i suoi silenzi può altresì porre un divieto, un no-entry (divieto d’accesso) al paziente; può cioè dire al paziente l’equivalente di: «fatti più in là», «così non mi piaci», «queste cose non le voglio proprio sentire, non devi parlarne», questo è un qualcosa che non rientra negli argomenti che qui si devono affrontare», «se ti esprimi così sei cattivo», «stai esagerando», «mi fai soffrire»…* [Per queste citazioni, cfr. F. Borgogno, The Vancouver Interview, pp ]

71 Sándor Ferenczi ( ): alcuni riferimenti cronologici Sándor Ferenczi: Miskolc, – Budapest, : si laurea in medicina a Vienna; : conosce prima Jung e poi Freud; 1909: si reca con entrambi in America per accompagnare Freud durante le sue conferenze alla Clark University; 1913: fonda la Società psicoanalitica ungherese; 1919: sposa Gizella Palos; : ricopre la carica di presidente dell’IPA; 1927: secondo viaggio in America, per sostenere (senza successo) gli psicoanalisti non medici; 1933: dopo due anni di gravi complicazioni neurologiche, muore a Budapest a causa di un’anemia perniciosa.

72 Sándor Ferenczi ( ): alcuni riferimenti bibliografici (1908) Il significato dell’eiaculazione precoce, in Opere, vol. 1. (1909) Introiezione e transfert, in Opere, vol. 1. (1912) Sintomi transitori nel corso dell’analisi, in Opere, vol. 1. (1919) La tecnica psicoanalitica, in Opere, vol. 2. (1924) Prospettive di sviluppo della psicoanalisi (con O. Rank), (1924) Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità. (1926) Controindicazioni della tecnica psicoanalitica attiva, in Opere, vol. 3. (1928) L’elasticità della tecnica psicoanalitica (1928) L’adattamento della famiglia al bambino, in Opere, vol. 4. (1929) Il bambino mal accolto e la sua pulsione di morte, in Opere, vol. 4. (1930) Principio di rilassamento e neocatarsi, in Opere, vol. 4. (1931) Analisi infantili con gli adulti, in Opere, vol. 4. (1932) Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino. Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione, in Opere, vol. 4. (1932) Diario clinico

73 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 8: L’elasticità della tecnica come progetto e percorso psicoanalitico di S. Ferenczi (I) Parole chiave: prospettiva relazionale, «resto di vita», «ovvio», incontro tra due menti, elasticità della tecnica riferimenti cronologici Sándor Ferenczi: Miskolc 1873 – Budapest : si laurea in medicina a Vienna; : conosce prima Jung e poi Freud; 1909: si reca con entrambi in America per accompagnare Freud durante le sue conferenze alla Clark University; : ricopre la carica di presidente dell’IPA; 1927: secondo viaggio in America, per sostenere (senza successo) gli psicoanalisti non medici; 1933: dopo due anni di gravi complicazioni neurologiche, muore a Budapest a causa di un’anemia perniciosa. riferimenti bibliografici S. Ferenczi (1908), Il significato dell’eiaculazione precoce, in Opere, vol. 1. S. Ferenczi (1912), Sintomi transitori nel corso dell’analisi, in Opere, vol. 1. S. Ferenczi (1928), L’elasticità della tecnica psicoanalitica, in Opere, vol. 4.

74 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 8: L’elasticità della tecnica come progetto e percorso psicoanalitico di S. Ferenczi (I) Alcuni antecedenti della concezione della psicologia clinica progressivamente elaborata da Ferenczi possono essere individuati nelle intuizioni freudiane relative al «dialogo tra i due inconsci» (1912), alla necessità di una sincera e profonda disponibilità relazionale («soltanto il cuore può incontrare il mistero di un altro cuore» [1904]), alla valorizzazione e al «rispetto» delle risposte fornite dal piccolo Hans al padre-terapeuta (1908, vedi cap. 3). Queste intuizioni, dallo stesso Freud in seguito trascurate, vengono rielaborate da Ferenczi in un modello secondo il quale la conoscenza clinica «è transito bidirezionale tra paziente e terapeuta», entrambi coinvolti in un discorso il cui soggetto si stabilisce in parte all’insaputa stessa dei due interlocutori. La prima chiara prefigurazione di questo modello, già intuibile nel suo primo scritto psicoanalitico sul significato dell’eiaculazione precoce (1908), è presentata da Ferenczi in uno scritto del 1912: «Sintomi transitori nel corso dell’analisi» (vedi slide successiva).

75 S. Ferenczi (1912), «Sintomi transitori nel corso dell’analisi» Nella lettura proposta da Borgogno, la rilevanza di questo testo di Ferenczi non consiste unicamente, come era già stato osservato, nel mettere in luce, anticipando Georg Groddeck e Wilhelm Reich, l’importanza del «discorso del corpo», ma nel descrivere con precisione, nell’ambito della relazione paziente-terapeuta, la «ricaduta» sull’altro del proprio silenzio e della propria parola, sottolineando come la reazione del paziente non informi soltanto sul suo particolare ascolto ma su quello dello psicologo clinico, suggerendo in tal modo un’utile correzione al procedere stesso del trattamento.

76 «Ovvio», «resti di vita», «elasticità della tecnica» Nella progressiva esplorazione dell’importanza centrale di questa dimensione relazionale dell’esperienza clinica, che – come notava già nel trova una sua manifestazione privilegiata nei «sintomi transitori» nel corso del trattamento, Ferenczi descriverà in modo sempre più critico e puntuale una serie di aspetti della relazione clinica e dello sviluppo psicologico individuale che tendono per la loro stessa natura ad essere disconosciuti. Questi aspetti rimandano a due categorie: 1) quella dell’«ovvio» e 2) quella dei «resti di vita» (vedi slides successive). Il riconoscimento da parte dello psicologo clinico dell’importanza di questi aspetti nel costituirsi della relazione terapeutica è premessa indispensabile per l’atteggiamento clinico che Ferenczi nel 1928 descriverà come «elasticità della tecnica» (vedi slide successive)

77 L’«ovvio» come fonte dell’inconscio dissociato e rimosso (I) L’ambito privilegiato dall’elaborazione teorica di Ferenczi corrisponde all’area fenomenica che possiamo definire «l’ovvio», che egli considerò una fonte importante dell’inconscio dissociato e rimosso: un’area di esistenza e di realtà che viene data per scontata e in quanto tale non viene più osservata, conosciuta e riconosciuta.

78 L’«ovvio» come fonte dell’inconscio dissociato e rimosso In generale quest’area corrisponde a quelle dimensioni, funzioni e operazioni mentali di base che proprio perché fondanti la vita psichica e la sua comprensione, divengono automatiche e non sono perciò più fatte oggetto di riflessione e discussione e neppure nominate. In particolare, nell’ambito della relazione terapeutica, ricadono in tale area quei comportamenti di routine e di assetto ordinario di lavoro che possono in effetti contenere (come Ferenczi mostrerà nel Diario clinico) un aspetto di sopraffazione e di violenza subdola e sottile, o più semplicemente, mascherare pigrizia, insensibilità, indifferenza e ambiguità, poco rispettose del paziente e del metodo psicoanalitico stesso (Cap. 8, p. 148). La tacita approvazione di tali comportamenti da parte della stessa comunità professionale contribuisce alla loro persistenza e riproduzione acritica.

79 Lo psicologo clinico come importante «resto di vita» del paziente (I) Ferenczi chiamerà i «resti diurni» (ovvero gli eventi che stanno all’origine di sogni e sintomi sia durante la relazione terapeutica sia nella storia e nella vita quotidiana dell’individuo) «resti di vita», per evidenziare il fatto che essi vengono in prima istanza innestati dalla situazione clinica contingente e dall’ambiente familiare di cui fanno parte. Per quanto lo riguarda, egli stesso si considererà, rispetto ai pazienti, «resto di vita» importante, e pur sempre fallibile e limitato: implicato cioè nelle vicende che i pazienti descrivono, vicende in parte potenzialmente create da qualcosa che potrebbe riguardare la sua stessa persona.

80 Lo psicologo clinico come importante «resto di vita» del paziente (II) Così, approfondendo in modo coerente le intuizioni presentate nel 1912 in «Sintomi transitori nel corso dell’analisi», Ferenczi insisterà a più riprese sull’acutezza percettiva dei pazienti e sul loro indispensabile contributo allo sviluppo dell’interpretazione del working through, anche quando questo contributo viene chiamato dallo psicologo clinico «resistenza» (cap. 8, p. 156). Ne consegue che il rispetto del punto di vista del paziente, prima ancora che generico principio di ordine etico, è coerente atteggiamento scientifico che tiene conto del fondamento relazionale della relazione terapeutica. L’«elasticità della tecnica» (vedi slide successiva) diventa allora una necessità intrinseca per il proficuo e fecondo sviluppo della cura.

81 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 10: Il primo scritto di Ferenczi come biglietto di visita (I) Parole chiave: «biglietto di visita», prospettiva relazionale, incontro tra due menti (accoppiamento psichico), spazio di vita e di analisi, «immedesimazione» e «risposta» riferimenti cronologici Sándor Ferenczi: Miskolc 1873 – Budapest : si laurea in medicina a Vienna; : conosce Jung e, successivamente, Freud; 1909: si reca con entrambi in America per accompagnare Freud durante le sue conferenze alla Clark University; : ricopre la carica di presidente dell’IPA; 1927: secondo viaggio in America, per sostenere (senza successo) gli psicoanalisti non medici; 1933: dopo due anni di gravi complicazioni neurologiche, muore a Budapest a causa di un’anemia perniciosa. riferimenti bibliografici S. Ferenczi (1908), Il significato dell’eiaculazione precoce, in Opere, vol. 1. S. Ferenczi (1912), Sintomi transitori nel corso dell’analisi, in Opere, vol. 1.

82 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 10: Il primo scritto di Ferenczi come biglietto di visita (II) Rileggendo nel percorso il primo scritto psicoanalitico di Ferenczi, dedicato al «significato dell’eiaculazione precoce» Borgogno mostra come in questo breve testo siano già riconoscibili gli antecedenti di alcuni degli apporti più originali del grande clinico ungherese alla concezione della pratica psicoterapeutica e del trattamento dei pazienti. L’originale prospettiva da cui Ferenczi tratta qui i problemi socioculturali dell’accoppiamento sessuale, e in particolare le ricadute sulla donna dei comportamenti inadeguati attuati dall’uomo, prefigura infatti sotto molti aspetti – osserva Borgogno – il modo in cui Ferenczi si accosterà all’analisi e alla critica delle modalità di accoppiamento psichico al centro di ogni trattamento psicoterapeutico.

83 Incipit di «Il significato dell’eiaculazione precoce», di Sándor Ferenczi (1908) L’incipit del breve articolo «Il significato dell’eiaculazione precoce» rende già perfettamente l’idea del netto cambiamento di prospettiva che Ferenczi propone per accostarsi al mondo del disagio psichico e alla pratica psicoterapeutica. «Sulle cause fisiologiche e psichiche dell’eiaculazione precoce e sullo stato nervoso che l’accompagna esiste già una ricca letteratura. Troppo poco o affatto si parla invece delle conseguenze che questa riduzione della durata del coito provoca nella vita nervosa e psichica dell’altro sesso.» (in Opere, vol. 1, p. 4).

84 I campi di intervento clinico prefigurati da Ferenczi nel suo primo scritto analitico Traslando ed estendendo al contesto della relazione terapeutica le osservazioni di Ferenczi sugli effetti deleteri del disconoscimento della sofferenza del partner femminile conseguente a relazioni sessuali strutturalmente inadeguate, Borgogno (p. 175) può mettere in luce almeno tre dei futuri fondamentali campi d’intervento clinico privilegiati da Ferenczi: 1) La ricerca di condizioni affettive più democratiche e sincroniche nei preliminari che permettono l’incontro psicoanalitico. 2) L’enfasi sulla risposta verbale e non verbale del paziente all’atteggiamento generale dello psicologo, ovvero al suo modo di essere, di sentire e di partecipare alla seduta. 3) L’allestimento di uno spazio di legame e di pensiero che inviti il paziente al dialogo, che dia voce alle parti alienate e dissociate della sua soggettività.

85 Ruolo del contesto di crescita nella patologia psichica e di un congruo contesto terapeutico nella sua cura (I) L’influenza alienante e dissociante che il contesto socioculturale fallocentrico del primo Novecento aveva sulla donna (influenza su cui Ferenczi porta l’attenzione nel suo articolo del 1908) viene vista da Borgogno come un caso particolare di un processo più generale, che sempre Ferenczi metterà in luce: il fatto cioè che le forme di educazione improprie, lesive e traumatiche possono determinare, alla stregua di «comandi post-ipnotici», l’impossibilità per l’individuo di rappresentare e rappresentarsi aree sostanziali della propria vita. «Creano in sostanza macchie cieche», disconoscendo le risorse peculiari, i bisogni specifici e i piani di vita degli individui, in particolare di coloro che, com’è il caso dei pazienti, si trovano in una condizione obbligata di dipendenza.

86 Ruolo del contesto di crescita nella patologia psichica e di un congruo contesto terapeutico nella sua cura (II) «Spetta di conseguenza allo psicologo clinico – questo è il messaggio di Ferenczi – individuare questo insieme di forze antievolutive e opprimenti e notificarle dentro di sé e al paziente nella costruzione di uno spazio di vita e di analisi più agevole e più conforme alla relazione feconda: quello spazio psichico dove l’accoppiamento e il confronto sono paritari e sincronici nell’immedesimazione che permette l’autentico ravvicinamento all’altro, ma asimmetrici nella risposta, poiché è lo psicologo che per primo deve riconoscere queste forze che militano contro la crescita e il cambiamento e sapervi resistere saldamente» (cap. 10, p. 182).

87 Note sulla concezione del trauma in Ferenczi «La teoria del trauma proposta da Ferenczi non è affatto un ritorno al primo Freud della seduzione. E’ al contrario del tutto originale e assolutamente moderna per diverse ragioni: 1) La varietà dei fenomeni che ricopre; 2) le dinamiche sottili e complesse che mette in luce; 3) l’analisi dettagliata delle conseguenze del trauma sull’Io e sulla psiche della persona traumatizzata» che evidenzia» (Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 9).

88 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 9: «Un contributo di Ferenczi alla psicoanalisi infantile: la pensabilità del trauma e del traumatico» (I) La concezione ferencziana del trauma e del traumatico è il risultato di un lungo lavoro clinico che, a partire dai primi studi sui traumi infantili e sui traumi di guerra, delineerà gradualmente la complessa fenomenologia del trauma, soffermandosi in particolare, negli ultimi studi, su quello originato da diverse forme di inadeguatezza dell’ambiente relazionale di crescita.

89 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 9: «Un contributo di Ferenczi alla psicoanalisi infantile: la pensabilità del trauma e del traumatico» (II) La fenomenologia del trauma descritta da Ferenczi, nella sua impostazione schiettamente relazionale (bi- e multi-personale) e centrata «sull’urgenza di distinguere fra bisogni e desideri del bambino e dell’adulto e sulla necessità di diversificare i loro diritti e doveri» (ibid., p. 162), permette di evidenziare da una parte 1) le azioni, le omissioni e i dinieghi con cui l’ambiente di crescita inadeguato agisce sulla soggettività in formazione del bambino, azioni descritte da Ferenczi, ad esempio, in termini di: intrusioni, estrazioni, abbandoni, alienazioni… Dall’altra 2) le reazioni difensive autoplastiche del bambino a tali azioni abusanti, reazioni che Ferenczi descrive, ad esempio, come: autoscissione narcisistica, frammentazione, atomizzazione, pietrificazione, astasia, abasia, evitamento, regressione a difese arcaiche di tipo mimetico…

90 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 9: «Un contributo di Ferenczi alla psicoanalisi infantile: la pensabilità del trauma e del traumatico» (III) Il processo di fondo che caratterizza le reazioni difensive del bambino al trauma è individuato da Ferenczi in quella che definisce: «autoscissione narcisistica», forma estrema di difesa «autoplastica» con cui il soggetto scinde se stesso in una parte che «sa e vede tutto» ma non «sente», e in un’altra parte che «soffre», ma «non capisce ed è impotente e inerme nel suo muto dolore» (Borgogno, 1999, p, 172) (vedi slide seguente).

91 «Autoscissione narcisistica» «Nella situazione analitica accade talvolta che il paziente, sentendosi offeso, deluso, piantato in asso, cominci a giocare con se stesso, come fanno i bambini abbandonati. Si ha la netta impressione che essere abbandonati comporti una scissione della personalità: una parte comincia a sostenere il ruolo di padre o di madre nei confronti dell’altra e in tal modo annulla l’abbandono, lo rende per così dire un fatto non avvenuto» (Ferenczi, Principio di rilassamento e neocatarsi, 1929, p. 72)

92 Ricadute della concezione ferencziana del traumatico sulla teoria e sulla pratica dell’ascolto analitico (I) Sulla base delle sue progressive scoperte relative alla dinamica del trauma, all’incidenza patogenetica degli eventi traumatici infantili, alla loro fenomenologia e alla loro ripetizione all’interno della relazione analitica, Ferenczi assegna alle modalità e alla qualità dell’ascolto dell’analista un ruolo terapeutico fondamentale. E’ grazie alla capacità (e disponibilità) dell’analista di dar credito alle percezioni e alle sensazioni del paziente, e di aiutarlo ad esplorarle, che il paziente potrà essere fattivamente aiutato a rivivere in modo nuovo – cioè consapevole – nella relazione analitica le ripetizioni traumatiche che hanno segnato la sua esistenza, e così, a partire da questo «nuovo inizio», a superarle.

93 Ricadute della concezione ferencziana del traumatico sulla teoria e sulla pratica dell’ascolto analitico (II) Sotto questo aspetto gli inviti di Ferenczi al «tatto», all’«elasticità della tecnica», alla «fiducia nella reversibilità dei processi psichici», possono essere considerati come un ampliamento e un approfondimento dell’originaria raccomandazione fatta da Freud al clinico di mantenere un’«attenzione liberamente sospesa». Le difficoltà poste dall’adozione di questo genere di ascolto – difficoltà psicologiche, affettive ed emozionali, prima che tecniche, come ben dimostrerà anche Theodor Reik – costituiranno il tema centrale dell’ultimo scritto di Ferenczi, il Diario clinico.

94 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 11: «Sándor Ferenczi e il sogno: immagini e pensieri tra passato, presente e futuro» (I) Alla concezione freudiana del sogno come «appagamento di un desiderio», Ferenczi affianca, distinguendole, altre due funzioni: di comunicazione: «Il sogno come transito di due inconsci che dialogano» (Borgogno, 1999, p. 196); di rielaborazione e soluzione degli eventi traumatici reali: «attraverso i sogni non sono unicamente i desideri freudiani a insistere, ma la realtà e l’Io del soggetto che ricercano una via futura di vivibilità» (ibid. p. 187).

95 Borgogno, Psicoanalisi come percorso, cap. 11: «Sándor Ferenczi e il sogno: immagini e pensieri tra passato, presente e futuro» (II) Nei suoi ultimi scritti Ferenczi mette in luce come queste due funzioni siano, da un punto di vista evolutivo, più arcaiche e originarie rispetto alla funzione di appagamento dei desideri pulsionali su cui aveva portato l’attenzione Freud: «I sogni saranno da Ferenczi spiegati non più nei termini prevalenti di esaudimento di desideri pulsionali (una prospettiva, a suo avviso troppo evoluta), ma come ricerca incessante di riconoscimento e tentativo di soluzione di vicende di vita indigerite e traumatiche che non possiedono parole per essere espresse sentitamente e consapevolmente, né uno spazio interno atto a condividerle» (ibid., p. 197).

96 Sacchi, Theodor Reik e il ‘terzo orecchio’. Introduzione all’ascolto psicoanalitico (2010) Alcuni riferimenti cronologici 12 maggio 1888: nasce a Vienna. giugno 1906: morte del padre e iscrizione a Psicologia. 1909: incontro con Freud. 1913: analisi con Karl Abraham a Berlino. 1918: di ritorno dalla guerra apre lo studio clinico. 1925: processo per «ciarlataneria» (vinto due anni dopo) e «fuga» a Berlino. 1932: presenta a Wiesbaden «Nuove vie nella tecnica psicoanalitica». 1935: pubblica a Leida, in tedesco, Lo psicologo sorpreso. 1938: fugge con la famiglia a New York, dove vivrà fino alla fine della sua vita. 1948: fonda la National Psychological Association for Psychoanalysis e pubblica in inglese Ascoltare con il ‘terzo orecchio’. 1949: pubblica Fragment of a Great Confession (1949).

97 Theodor Reik ( ) I tre testi di Reik sull’ascolto psicoanalitico: «New Ways in psycho-analytic technique» (1932) Lo psicologo sorpreso. Indovinare e comprendere i processi inconsci (1935) [Der überraschte Psychologe. Über Erraten und Verstehen unbewusster Vorgänge ] Ascoltare con il terzo orecchio. L’esperienza interiore di uno psicoanalista (1948) [Listening with the Third Ear. The Inner Experience of a Psychoanalyst]

98 «New ways in psychoanalytic technique» Esperienza caratteristica del lavoro analitico, secondo Reik: la «sorpresa»: «Reazione al realizzarsi di una cosa inconsciamente attesa» (Reik, 1929). Ovvero: lo stupore di fronte a un fatto che si presenta alla coscienza equivale a un ‘questa non me l’aspettavo’, con cui neghiamo che in realtà il fatto era già ben noto al nostro inconscio. Sono quindi le conoscenze provenienti dall’inconscio – un inconscio che secondo Reik comunica con gli altri inconsci e stabilisce con essi un rapporto di comprensione (1932, p. 332) – che si manifestano alla coscienza con il carattere di sorprese e che costituiscono i risultati più specifici dell’indagine psicoanalitica: “la psicoanalisi nella sua essenza è una serie di conferme di aspettative inconsce” (Reik, 1932a, p. 326).

99 «New ways in psychoanalytic technique» Di conseguenza la prima ed essenziale regola tecnica per un corretto ascolto clinico consisterà allora nel non intralciare il prodursi delle sorprese: “la prima cosa che dobbiamo fare in analisi è affidarci all’inconscio e riconoscere che l’unico opportuno principio guida per la nostra tecnica è lasciarci sorprendere” (ibid., p. 330). Ma cosa intende Reik «affidarsi all’inconscio»?

100 ‘Attenzione liberamente fluttuante’ secondo Reik: «pensare è perdere il filo» (1932) “Il nostro consiglio al futuro analista è di non aggrapparsi al pensiero conscio, ma, come si suggerisce anche al paziente, di lasciare che le associazioni avvengano in lui. Nel processo analitico la riflessione equivale a un’interruzione dell’attività del cercare, a beneficio del controllare e verificare. “Pensare è perdere il filo” diceva un poeta francese (Paul Valéry). Se l’analista resta sordo a questo ammonimento e segue il filo dei suoi pensieri consci, cedendo prematuramente alla sua brama di connessioni logiche mentre le associazioni sono ancora in divenire, finirà probabilmente col forzare artificialmente il paziente in una direzione sbagliata; avverrà la stessa cosa se invece di seguire il proprio inconscio si mette a cercare quello che la sua conoscenza teorica gli ha insegnato che deve aspettarsi di trovare e preferisce dei dati “incasellati” [pigeon-hole information] alla viva intuizione. In tal caso sarà difficile per il paziente ricondurre l’analista, che sta cercando di portarlo alla ragione, verso l’unico corretto punto di vista, vale a dire quello della libera associazione” (Reik, 1933, p. 331).

101 «Psychoanalysis stirs us up» Mettendo a frutto il suo lavoro introspettivo Reik giunge alla conclusione che l’attenzione fluttuante, l’abbandonarsi dell’analista alle proprie libere associazioni ispirate da quelle del paziente, l’ascolto di ciò che il paziente dice e delle proprie voci interne, non erano un esercizio mentale emotivamente neutro, una performance intellettuale, ma un atteggiamento che attivava fin nell’intimo le proprie emozioni profonde mettendo così in gioco non solo la propria paura e il proprio coraggio, ma anche la propria capacità di far tesoro delle sofferenze passate (ibid., p. 334). “La psicoanalisi”, avrebbe sintetizzato nel 1948 (TE, p. 235), “ci mette in subbuglio [stirs us up]; è un processo emozionale”. La riluttanza dell’analista ad affidarsi all’attenzione fluttuante è una riluttanza ad accettare il subbuglio emotivo che ne deriva, ma è solo dall’ascolto di questa reazione interiore alle comunicazioni del paziente che nasce la possibilità di comprenderlo e di aiutarlo a comprendersi. L’applicazione preventiva di una qualsivoglia teoria alle comunicazioni del paziente non è una scorciatoia per comprenderlo, è una strada per aggirarlo.

102 «New ways in psychoanalytic technique» Due punti fondamentali nella concezione di Reik dell’attenzione liberamente fluttuante: 1) concepirla come un metodo funzionale al «dialogo tra gli inconsci». 2)Mostrarne le difficoltà di applicazione, dovute alle richieste che pone alla capacità dell’analista di accettare con fiducia e rigore lo specifico subbuglio emotivo prodotto dall’ascolto clinico.

103 Lo psicologo sorpreso (1935): due domande (scomode) di fondo A) «Come è possibile la psicologia?», ovvero “come so quello che so sulla vita interiore degli altri?”, o “che criteri abbiamo per valutare se un’idea che viene allo psicoanalista corrisponde davvero a una situazione inconscia e non sia invece il semplice frutto della sua fantasia, di un suo desiderio arbitrario o di un suo preconcetto?” (SP, p. 156). B) «Perché è necessaria la psicologia»?

104 Lo psicologo sorpreso (1935): due domande di fondo Per rispondere alle due domande di fondo Reik comincia con il descrivere, sulla base delle proprie esperienze introspettive, i metodi di conoscenza dello psicoanalista: 1) introspezione 2) attenzione liberamente fluttuante 3) illuminazione reciproca degli inconsci

105 – Theodor Reik – Metodi di conoscenza dello psicoanalista: 2) Attenzione liberamente fluttuante (I) L’espressione tedesca resa comunemente con “attenzione fluttuante” è gleichschwebende Aufmerksamkeit, che a lettera significa “attenzione uniformemente sospesa” (gleich = stesso, identico; schwebend = sospeso). L’aggettivo tedesco ha una duplice connotazione, in quanto gleich (= stesso, identico) indica una distribuzione uniforme, mentre schwebend non significa solo sospeso, ma anche volteggiante, o ruotante, come volteggia una ballerina o come ruota un pianeta. La traduzione inglese più comune, evenly poised (o suspended) attention, comunque adeguata, sottolinea più l’equilibrio, la posatezza, che il movimento, ma Reik sente più vicina al tedesco l’espressione freely floating attention, “attenzione liberamente fluttuante” (SP, pp ; TE, p. 157)

106 – Theodor Reik – Metodi di conoscenza dello psicoanalista: 2) Attenzione liberamente fluttuante (II) Nell’ottica di Reik l’attenzione liberamente fluttuante costituisce il recupero di una predisposizione naturale, e di un modo «infantile», di guardare il mondo (cfr. Ferenczi 1915, Analisi dei paragoni), un modo che rende il bambino, così come l’analista, più esposto alle sorprese, ma anche più capace di rischiarare la realtà delle cose. Resta comunque, secondo Reik, una forma di attenzione «attiva», orientata alla «ricognizione» e che opera per forza di cose in alternanza e in parallelo con l’attenzione «deliberata», ovvero quella rivolta a oggetti prefissati.

107 – Theodor Reik – Metodi di conoscenza dello psicoanalista: 3) Illuminazione reciproca degli inconsci (I) “Pensate a che strana situazione: la regione più profonda e vitale del nostro sé è inaccessibile alla nostra coscienza contemplativa e indagatrice. Per poterla comprendere psicologicamente occorre che si rifletta in un’altra persona” (SP, p. 237; TE, p. 464).

108 – Theodor Reik – Metodi di conoscenza dello psicoanalista: 3) Illuminazione reciproca degli inconsci (II) Processo di comprensione psicologica involontario e inconscio reso possibile dalla situazione analitica, che, secondo Reik, permette all’analista in atteggiamento di attenzione liberamente fluttuante di cogliere aspetti inconsci non solo del paziente ma anche propri. E’ basato sulla naturale predisposizione dell’uomo all’introiezione e all’identificazione con l’altro.

109 – Theodor Reik – Metodi di conoscenza dello psicoanalista: 3) Illuminazione reciproca degli inconsci (III) “Mentre cercavo di sondare la natura delle reazioni psicologiche della mia paziente, un mio vissuto personale [an experience of my own] è stato posto in luce e ha avuto accesso alla coscienza, e questa comprensione psicologica a cui sono pervenuto così tardivamente mi ha aiutato a sua volta a comprendere molte cose della mia paziente che fino ad allora avevo solo a malapena intuito” (SP, p. 234). La comprensione del proprio vissuto personale e dell’analogo vissuto della paziente (ovvero i maltrattamenti dei rispettivi figli e i conseguenti sentimenti di colpa) è resa possibile dalla luce che ognuno di questi vissuti getta sull’altro, come due specchi posti di fronte che ravvivano i raggi luminosi che passano da uno all’altro. L’analista si avvale di questo «riflesso che si ripete» tra i due vissuti per osservare e cogliere il loro senso nascosto, che sarebbe rimasto oscuro se tali vissuti non si fossero incontrati.

110 Lo psicologo sorpreso (1935): prime risposte alle due domande di fondo (I) A) «Come è possibile la psicologia?» La psicologia è possibile grazie a introspezione, attenzione liberamente fluttuante e illuminazione reciproca degli inconsci, strumenti preziosi ma segnati da limiti precisi intrinsechi, dipendenti dalla soggettività dello psicologo. I primi due sono legati alla volontà e alla consapevolezza, il terzo all’azione, alla relazione e ai tempi degli inconsci (dello psicologo e del paziente).

111 Lo psicologo sorpreso (1935): prime risposte alle due domande di fondo (II) B) «Perché è necessaria la psicologia»? Per ripristinare, sia pure parzialmente, attraverso una via indiretta, l’istintiva capacità di immediata comprensione reciproca propria, del mondo animale. E, per questa via, per intraprendere – compito specificatamente umano – un percorso verso la conoscenza di sé: “Tutti gli sforzi di comprendere gli altri hanno origine nella percezione interna e partono con il desiderio dell’io di essere meglio conosciuto. Ogni ricerca psicologica potrebbe portare il motto, Tua res agitur, ‘È di te che si parla qui’. In questo senso tutta la psicologia è una via scientifica e indiretta verso una comprensione più profonda di se stessi” (SP, p. 236; TE, p. 422).

112 Le fasi dell’intuizione clinica secondo Theodor Reik* 1) Percezione di fatti e indizi (clues) 2) Assimilazione inconscia per introiezione 3) Riemergenza dei vissuti emozionali assimilati: la response * Rielaborazione sulla base di K. Arnold (2006)

113 Le fasi dell’intuizione clinica secondo Theodor Reik 1) Percezione di fatti e indizi * Esempi di «indizi»: Prime impressioni suscitate nel clinico dal paziente. Percezioni di un’assenza. Sfumature, più o meno evidenti, nello stile di comportamento del paziente. La reazione suscitata dal comportamento del paziente nelle persone con cui viene a contatto fuori seduta. La ripetizione di indizi passati in un primo tempo inosservati. * Rielaborazione sulla base di K. Arnold (2006)

114 Le fasi dell’intuizione clinica secondo Theodor Reik 2) Assimilazione inconscia per introiezione (I) E’ resa possibile, secondo Reik, dalla naturale attitudine dell’Io inconscio a trasformarsi temporaneamente nell’altro, mediante un processo di introiezione: “tutti gli elementi essenziali alla comprensione possono essere acquisiti soltanto per mezzo dell’introiezione dell’oggetto. Questo processo di introiezione è seguito da una proiezione grazie alla quale l’Io trasformato è gettato all’esterno e percepito come oggetto psicologico. Questa sequenza – l’incorporazione del tu psicologico nell’io e la sua successiva espulsione – è tanto essenziale all’osservazione e alla ricerca psicologica quanto lo è il sistema inspirazione-espirazione per la vita dell’organismo. Essa costituisce la principale precondizione psicologica per la comprensione dei processi inconsci degli altri” (SP, p. 199; TE, p. 362).

115 Le fasi dell’intuizione clinica secondo Theodor Reik 2) Assimilazione inconscia per introiezione (II) Fattori che interferiscono con la naturale predisposizione introiettiva dell’essere umano: 1) ruolo preponderante e indebito assunto dai meccanismi razionali della mente conscia (ad esempio, l’immediata applicazione di una teoria psicoanalitica «imparata a memoria»). 2) motivazioni inconsce – resistenze dell’analista – che disattivano questa predisposizione innata, riassumibili in «una mancanza latente di disponibilità all’introiezione» (SP, p. 201; TE, p. 366).

116 Le fasi dell’intuizione clinica secondo Theodor Reik 3) La response (I) “La response dell’analista è la risposta [reply] al discorso, al comportamento e all’aspetto del paziente, una risposta che comprende anche le voci interne dell’analista. Tutte le interpretazioni, tutto ciò che l’analista dice, la forma che egli dà alle sue spiegazioni e alle sue esposizioni, tutto questo è preceduto e in gran parte determinato da questa response. La response è, possiamo dire, l’esperienza interna di ciò che l’analista percepisce, prova, intuisce riguardo al paziente. E’ chiaro, sulla base di quanto fin qui detto, che la maggior parte di questa response è per sua natura inconscia, o che, in altre parole, soltanto una sua piccola parte diventa conscia” (TE, p. 269).

117 Le fasi dell’intuizione clinica secondo Theodor Reik 3) La response (II) La parte conscia della response, le sue propaggini, sono costituite dalle «impressioni, emozioni e pensieri» che emergono alla coscienza in seguito all’elaborazione inconscia del materiale comunicato dal paziente. Questa risposta emozionale alle comunicazioni del paziente è per forza di cose intrisa della personalità, del temperamento e della storia dell’analista. E’ il ricorso primario alla response che fa della comprensione analitica un processo specifico: «accostarsi fin dal primo momento al materiale inconscio del paziente utilizzando come strumenti la conoscenza conscia e la teoria psicoanalitica è pertanto una modalità di approccio sbagliata» e non analitica, dal momento che “ciò che emerge dal profondo può solo essere afferrato per mezzo di qualcosa che nasce dal profondo” (TE, p. 271).

118 Le fasi dell’intuizione clinica secondo Theodor Reik 3) La response (III): alcuni esiti di response Due esiti di response, apparentemente opposti, su cui Reik si sofferma particolarmente: 1) Il senso di caos, o di nebbia, che coglie ricorrentemente lo psicologo clinico in ascolto (e correlato «coraggio di non comprendere»: «resistete alla tentazione di capire troppo in fretta» [cfr. Bion e la «capacità negativa»]). 2) l’intervento verbale non ponderato, quello cioè al quale l’analista per primo non saprebbe sul momento trovare giustificazione.

119 La verbalizzazione della (componente conscia della) response: la polemica contro lo «psicanalese» Per Reik il dare voce, interna e – al “momento psicologico giusto” – esterna, alla response emozionale e intuitiva, il renderla in questo modo “udibile” e fruibile per entrambi i membri della coppia analitica, è il compito clinico e terapeutico principale dell’analista. Ciò che conta è che le parole con cui viene espressa siano aderenti a quel vissuto emozionale e ideativo dell’analista riattivato in lui dagli stimoli inconsci trasmessi dal materiale del paziente. E’ per questo che è fondamentale per Reik che “ciò che dobbiamo dire al paziente sia detto in parole piane. Dovremmo parlare non come psicoanalisti, ma come esseri umani. Non è il caso di fare riferimento a un ‘dispositivo per scavare’, o a ‘uno strumento ad uso agricolo’, ma dovremmo chiamare vanga una vanga (to call a spade a spade). (cfr. A.A. Semi)

120 La verbalizzazione della response: il tatto e il «terzo orecchio» secondo Theodor Reik (I) Reik, insieme a Ferenczi, è tra i primi a riflettere e a indagare sulle ricadute del comportamento dello psicologo clinico sulla relazione terapeutica e sul comportamento del paziente. Dobbiamo a Reik (1929), ad esempio, le prime osservazioni sull’effetto del silenzio dell’analista sul paziente, silenzio da lui considerato come una risposta attiva dell’analista, al pari di un intervento o di un’interpretazione.

121 La verbalizzazione della response: il tatto e il «terzo orecchio» secondo Theodor Reik (II) Il «tatto» (Takt) è definito da Reik come la «conoscenza sotterranea dei moti pulsionali dell’altro che determina i tempi del nostro dire». Esso sta alla base non solo della scelta del tempo in cui comunicare l’interpretazione, ma più in generale di tutte le interazioni umane: il tatto infatti presiede a tutte le relazioni sociali, dal momento che “i rapporti interpersonali sono governati da una certa misura nel cedere alla pulsione e nel respingere la pulsione”, misura che varia a seconda del contesto storico, culturale e sociale in cui viviamo.

122 La verbalizzazione della response: il tatto e il «terzo orecchio» secondo Theodor Reik (III) Secondo Reik, alla base del tatto dello psicologo clinico c’è, primariamente, la conoscenza che egli ha delle proprie reazioni interne (response) alle comunicazioni del paziente: «Chiunque abbia imparato a fare attenzione alle più sottili espressioni dei propri moti pulsionali e soprattutto alle proprie reazioni, dimostrerà di avere tatto senza preoccuparsi consciamente troppo delle altre persone. E qui devo sottolineare che la percezione delle voci ammonitrici e controllanti dentro di noi è di particolare utilità per lo sviluppo del tatto. Nessun tipo di ‘riguardo’ per gli altri ci sarà di aiuto se non facciamo attenzione alla voce che ci guida dentro di noi; anzi l’espressione diretta del nostro ‘riguardo’ per gli altri può essere sentita da costoro come imbarazzante, o meglio, come priva di tatto» (TE, p. 323; SP, p. 118).

123 La verbalizzazione della response: il tatto e il «terzo orecchio» secondo Theodor Reik (II) La response suscitata dalle assimilazioni inconsce delle comunicazioni del paziente è composta, oltre che dai vissuti emozionali riattivati dagli stimoli percepiti, anche da voci interne di ammonimento e controllo relative a questi vissuti (queste voci corrispondono, secondo la teoria di Reik delle origini dell’autoosservazione, alle introiezioni dei mandati genitoriali risalenti alla nostra infanzia e all’introiezione della stessa funzione di “controllo” e di “guida”, corrispondono cioè a quella che per Freud è la funzione del Super-io). La capacità di ascolto di queste voci interiori rientra in quella funzione generale di ascolto clinico che Reik chiama «terzo orecchio», che si rivela così come il principale precursore della formazione del tatto psicologico.

124 il tatto e il «terzo orecchio» Ascoltare con il «terzo orecchio» significa dunque non solo: attenzione per i toni e i sottotoni delle comunicazioni del paziente, per i ritmi interni del suo «dire»; ma anche: attenzione per i derivati consci della propria response, comprese le «voci interne» valutanti che fanno parte della storia personale dell’analista. L’«ascolto con il ‘terzo orecchio’» è per Reik, in sintesi, la capacità di tatto e contatto con gli aspetti pulsionali e difensivi (le “voci interiori”) della propria response e con i vissuti consci e inconsci trasmessi dal paziente, vissuti che fanno risuonare la response dell’analista. Questa capacità, oltre a permettere di dare significato alle comunicazioni del paziente, sostiene e mantiene la stessa relazione analitica, contribuendo a determinarne il ritmo e le possibilità di durata.

125 : Da «Lo psicologo sorpreso» ad «Ascoltare con il ‘terzo orecchio’» (I) In generale, la scelta di ripubblicare in inglese una nuova versione del testo del 1935, profondamente ampliata e rielaborata può essere ricondotta a tre fattori 1) Convinzione della validità dell’impostazione del libro del ) Desiderio di rivolgersi a un vasto pubblico di lettori. 3) Esigenza di arricchire il testo originario con riferimenti alla propria storia personale.

126 : Da «Lo psicologo sorpreso» ad «Ascoltare con il ‘terzo orecchio’» (II) Più in particolare lo spostamento d’accento testimoniato dai due titoli e sottotitoli – da: «Lo psicologo sorpreso: comprendere e indovinare i processi inconsci» (1935) a «Ascoltare con il ‘terzo orecchio’: le esperienze interiori di uno psicoanalista» (1948) – corrisponde alla centralità che Reik riconosce con sempre maggior convinzione all’esperienza soggettiva come perno ineludibile dell’ascolto clinico: è questa centralità che giustifica la sua affermazione che: “i problemi di tecnica analitica non sono semplicemente dei problemi di tecnica: le difficoltà tecniche dell’analisi sono in primo luogo e soprattutto difficoltà psicologiche” (SP, p. 3).

127 Theodor Reik: il primato dell’esperienza e il problema dell’insegnabilità dell’analisi (I) “l’essenza della psicoanalisi non può essere appresa; può solo essere vissuta. Questo è vero tanto per la tecnica, quanto per la teoria, la terapia e la ricerca” (Reik, 1940, p. 42). Con questa frase Reik stesso sintetizzò quello che considerava il cuore della sua concezione della psicoanalisi. La sua riflessione mirava a individuare e a portare alla luce il nucleo esperienziale che secondo lui contrassegnava il passaggio storico dalla psicologia tradizionale alla psicologia e alla clinica psicoanalitica. Reik, primo psicologo a laurearsi con una tesi in psicoanalisi, è forse l’autore che più di ogni altro, Freud compreso, ha vissuto e ha saputo esprimere, con il linguaggio del suo tempo, l’importanza di questa transizione epocale.

128 Theodor Reik: il primato dell’esperienza e il problema dell’insegnabilità dell’analisi (II) Da questo primato accordato all’esperienza discende, secondo Reik: A) la necessità, all’epoca ormai accettata da gran parte dell’ambiente psicoanalitico, che l’analista abbia vissuto l’esperienza di una propria analisi. Solo assimilando nel tempo dal proprio analista la capacità di attenzione fluttuante e la disponibilità all’introiezione, lo psicoanalista in formazione potrà apprendere in vivo la capacità di sviluppare successivamente la propria autoanalisi, e con essa le proprie capacità di ascolto: è questo lo strumento che l’analista deve possedere prima di qualsiasi altra competenza teorica o pratica B) che gli indicatori più importanti di un’autentica assimilazione della tecnica analitica sono l’ «indipendenza intellettuale» e la «sincerità interiore» (v. slide seguente)

129 Theodor Reik: il primato dell’esperienza e il problema dell’insegnabilità dell’analisi (III) “Il training degli analisti dovrebbe mirare, più che all’acquisizione di una conoscenza pratica e teorica, all’ampliamento dell’indipendenza intellettuale [intellectual independence]. Non si tratta tanto di acquisire un’abilità tecnica quanto piuttosto di acquisire sincerità interiore [inner truthfulness]” (SP, p. 266; TE. p. 493). Troviamo qui prefigurato un altro concetto chiave della clinica psicoanalitica di Paula Heimann, da lei sviluppato con maggior consapevolezza e riassumibile nella nota formula : «la nostra più grande felicità è la personalità» (Heimann, 1981).

130 Theodor Reik: il primato dell’esperienza e il problema dell’insegnabilità dell’analisi (IV) Secondo Reik non esiste uno strumento tecnico analitico che possa essere disgiunto dalla personalità dell’analista e che non venga quindi coinvolto nella lotta interiore tra le spinte all’espressione e le spinte alla rimozione. L’analista che farà affidamento su questi elementi tecnici considerandoli come neutri correrà allora il rischio di adeguarsi ai criteri di giudizio e valutazione introiettati inconsciamente dal proprio didatta e dalla propria scuola di appartenenza. Il fondamentale correttivo che Reik individua per opporsi a questa deriva che allontana l’analista dalla necessaria indipendenza intellettuale, è la pratica costante dell’autoanalisi, definita da Reik come la principale forma di “auto-educazione” all’ascolto psicoanalitico (TE, p. 59).


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