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Per un pittore medievale era "in maestà" una figura rappresentata frontalmente, seduta su un trono, nel pieno della propria potenza. In origine questo.

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Presentazione sul tema: "Per un pittore medievale era "in maestà" una figura rappresentata frontalmente, seduta su un trono, nel pieno della propria potenza. In origine questo."— Transcript della presentazione:

1 Per un pittore medievale era "in maestà" una figura rappresentata frontalmente, seduta su un trono, nel pieno della propria potenza. In origine questo tipo di rappresentazione era riservata soprattutto alla raffigurazione di Cristo Re, ma nel corso del Duecento essa fu adottata più spesso per la figura della Madonna, la cui immagine seduta, col bambino in grembo, divenne in breve tempo la "Maestà" per antonomasia. In genere si dipingevano su tavole daltare che erano il completamento delle chiese. La Madonna era rappresentata in trono col bambino tra le braccia, spesso circondata da angeli e santi. Tra i più grandi autori ricordiamo, oltre a Cimabue e Giotto, due pittori senesi: Duccio da Buoninsegna e Simone Martini, entrambi della prima metà del Trecento. La loro pittura nelle Maestà non era influenzata dalle innovazione giottesche ma dominata in parte da caratteri bizantini di frontalità e stilizzazione delle figure. In tutte è presente un dimensionamento gerarchico. MAESTA’

2 Cimabue, Madonna di Santa Trinità Giotto, Madonna di Ognissanti 1310

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4 [a] Sotto le vesti di Vergine e Bambino si indovinano corpi compatti e ben definiti.

5 [b] I due personaggi principali hanno dimensioni maggiori degli altri.

6 [c] Gli elementi verticali del trono danno la sensazione di leggerezza…

7 [d] e anche i trafori laterali, attraverso i quali si vedono i personaggi dello sfondo.

8 [e] Gli angeli in primo piano introducono un ulteriore elemento di profondità prospettica.

9 [f] I due vasi panciuti con rose e gigli sono realizzati con un forte naturalismo.

10 Duccio di Buoninsegna, Maestà La 'Maestà' per l'altare maggiore del Duomo di Siena, dipinta sia sulla fronte che sul retro, da sempre considerata il capolavoro di Duccio, risale agli anni della piena maturità del pittore. Ci sono pervenuti sia il contratto tra l'Opera del Duomo e il maestro (del 1308) che la notizia della fastosa processione con cui, il 9 giugno 1311, la cittadinanza di Siena accompagnò la grandiosa pala in cattedrale.

11 Il primo elemento che colpisce della 'Maestà' è la sua straordinaria complessità: una tavola di più di quattro metri sul lato maggiore, dipinta sia davanti che dietro, ricca d'oro e di splendidi colori. Nel Medioevo, infatti, l’altare maggiore era assai scostato dalla parete, così molte pale erano dipinte dietro per essere visibili dai fedeli quando si spostavano dietro l’altare. La parte anteriore, con la figura monumentale della Madonna, accompagnata da un corteggio di angeli e santi, alla quale si rivolgono supplici i quattro protettori di Siena, era rivolta verso la navata, mentre in quella posteriore c’erano quattordici scomparti con le storie della Passione di Cristo.

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13 La Madonna è in trono con il Bambino in braccia tra file di santi, ma la frontalità è apparente. Il trono è aperto come un libro, ma non ha prospettiva. La Madonna è al centro della composizione e si staglia su uno sfondo d’oro, proprio della tradizione bizantina. Ha dimensioni maggiori delle altre figure da cui si distacca per il suo isolamento e per la diversità del colore.

14 I santi ai lati sono collocati simmetricamente su file successive, formando due onde ritmiche convergenti verso il centro. Ai pedi della Madonna i 4 santi protettori della città: Ansano, Savino, Crescenzio e Vittore. Duccio ricerca un effetto cromatico di insieme, in cui disegno e colore si fondono armoniosamente e non un effetto volumetrico. In tutto il dipinto domina il colore, quello caldo e luminoso delle vesti, quello d’oro del fondo.

15 A pochi mesi dalla posa della Maestà di Duccio di Buoninsegna sull’altar maggiore del Duomo di Siena, avvenuta nel 1311, il Comune decise di affidare l’esecuzione dell’affresco di analogo soggetto per il Palazzo Pubblico a Simone Martini, che lo condusse a termine nel Il dipinto murale occupa l’intera parete nord della più vasta e importante sala del palazzo, quella - detta anche ‘delle Balestre’ o ‘del Mappamondo’ – destinata alle assemblee del Consiglio Generale della città. La rappresentazione della Madonna in maestà, racchiusa da una cornice dipinta con eleganti motivi vegetali, sulla quale si dispongono venti tondi contenenti altrettante figure, è ambientata sotto un elegante baldacchino da parata sorretto da alcuni santi.

16 C’è una più chiara e solida impostazione prospettica

17 La Vergine è seduta sul trono, immaginata come una vera e propria “regina cortese”, attorniata dal suo celeste seguito di arcangeli, angeli e santi che le fanno ala da ambo i lati. Questa Maestà ripete lo stile compositivo di Duccio: ma se in questo ogni figura, ogni colore, ogni segno esprimeva la certezza di una perfezione raggiunta, nel dipinto di Simone tutto è fremito, aspirazione a una perfezione ancora più alta ma irraggiungibile.

18 Alle influenze gotiche d’oltralpe recepite da Simone si aggiunge e si compenetra la meditazione sulle novità giottesche in tema di rappresentazione dello spazio, percepibile di primo acchito nel baldacchino, così bene articolato prospetticamente, e nella dislocazione delle figure attorno al trono, che fingono di occupare uno spazio in profondità e hanno infranto il rigido ordine specularmente simmetrico mantenuto nella Maestà di Duccio.

19 La collocazione dei personaggi sotto il baldacchino ricalca quella che avrebbero potuto assumere gli spettatori di un torneo cavalleresco medioevale, come spesso veniva raffigurato anche in miniature e dipinti. Questo testimonia come il maestro senese, pur rappresentando un soggetto religioso, si ispiri anche a temi profani. Non è un caso, del resto, che l'affresco si trovi nel Palazzo Pubblico, sede del governo della città, e non in una chiesa. Anche la committenza era civile, la qual cosa configura l'opera come una specie di risposta laica alla Maestà di Duccio, nell'ambito della continua contrapposizione allora esistente tra il potere comunale e le gerarchie religiose I colori sono stesi a campiture larghe e omogenee, con pochi effetti di chiaroscu­ro. Le aureole, il trono e le vesti di Maria e del Bambino sono impreziositi da decorazioni geometriche e floreali dorate. Lo sfondo è, come già in Giotto, di un blu intenso, il che contribuisce a dare un rilievo ancora maggiore al gruppo compatto dei personaggi. Martini toglie alle proprie rappresentazioni ogni attributo realistico. Questo non significa, comunque, che egli non tenga conto della realtà, della quale riproduce anche tutta la varietà delle forme e dei colori. Al contrario, piuttosto, egli cerca di interpretare e arricchire la realtà con la raffinatezza del disegno.

20 La figura non è piatta come in Duccio né solida come in Giotto: fluttua in una spazialità indefinita. In essa i colori non si distendono in zone smaltate come in Duccio né si costruiscono in masse plastiche come in Giotto: si succedono in ondate ritmiche, più pallidi o più intensi

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