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Geosviluppo 2.

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Presentazione sul tema: "Geosviluppo 2."— Transcript della presentazione:

1 Geosviluppo 2

2 Filmato Mobutu all’ONU
Mobutu Sese Seko, nome completo Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga (letteralmente "Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo") precedentemente noto come Joseph-Désiré Mobutu nato nel 1930 a Lisala e morto a Rabat nel 1997è stato dittatore dello Zaire (Repubblica Democratica del Congo (ex Congo Belga, poi Congo-Kinshasa (vs Repubblica del Congo (ex congo Francese o Congo Brazzaville) Primo ministro dopo aver assassinato Lumumba (1961 indipendenza) Presidente dopo aver deposto Kasa-Vubu Filo occidentale, poi amico dei sovietici, Dittatore efferato, muore dopo 30 anni di potere, di affari con le grandi multinazionali, di CLEPTOCRAZIA

3 Dunque nascono delle teorie che contrastano economicamente e politicamente il sistema
Negli anni Settanta nell’ottica di costruire processi di sviluppo propri al modello della modernizzazione, nasce la teoria della dipendenza che, nell’adottare i concetti della crescita endogena come possibile innesto di una dinamica economica virtuosa, propugna per i paesi del sottosviluppo la massima occupazione della forza lavoro come ricetta in grado di promuovere l’integrazione sociale e, da questa, la pratica democratica e di partecipazione al potere con il conseguente rovesciamento delle oligarchie filo-occidentali.

4 Tali teorie condivisero le cause del sottosviluppo nell’accumulazione originaria determinatasi attraverso l’epoca coloniale e la specializzazione forzata nella produzione di beni primari; ma intesero le politiche di sviluppo come mera interruzione delle condizioni di subalternità, pur non identificando un modello in grado di condizionare, se non in maniera velleitaria, i rapporti di forza. Alcuni studiosi sociali, tra cui geografi, sociologi, economisti e politologi, avanzarono nell’elaborazione delle teorie della dipendenza distinguendosi in due approcci distinti: rivoluzionario il primo; riformista il secondo.

5 Per i “rivoluzionari” la sola alternativa al sottosviluppo era la distruzione del sistema capitalistico in tutte le forme adottate nei Sud del mondo, laddove, per i “riformisti”, si trattava di riformulare le logiche all’interno dei sistemi. La soluzione delle condizioni di povertà dei paesi poveri erano determinate dallo sfruttamento delle “periferie” da parte del “centro”: nell’impossibilità di interrompere i flussi di scambio non v’era che da rifiutare i modelli libero-scambisti, osservare l’inadeguatezza dei processi di crescita basati sull’industrializzazione e sull’innovazione tecnologica e rompere con l’Occidente. Invece: aggiustamento strutturale, privatizzazioni, banca mondiale e FMI

6 Aggiustamento strutturale è un termine utilizzato per descrivere i cambiamenti nelle politiche implementati nei PVS. Detti conditionalities i programmi di AS sono il presupposto per ottenere nuovi finanziamenti da FMI e BM o per avere tassi di interesse minori. Si tratta di dimostrare che il denaro prestato sarà speso in conformità con gli obiettivi del finanziamento. Gli Structural Adjustment Programs - sono creati per promuovere la crescita economica, generare reddito, e ripagare il debito che i paesi hanno accumulato. Attraverso le condizionalità, i Programmi di Aggiustamento Strutturale implementano generalmente programmi e politiche di "libero mercato". Questi programmi comprendono cambiamenti sia interni (in particolare privatizzazioni e deregolamentazioni), sia esterni, specialmente la riduzione delle barriere commerciali. I paesi che falliscono nell'esecuzione di tali programmi possono essere soggetti a una severa disciplina fiscale. I critici sostengono che le minacce finanziarie ai paesi poveri equivalgono a un ricatto, al quale le nazioni povere non hanno altra scelta che accondiscendere. E privatizzare significa…

7 Osservando il processo dell’assunzione delle decisioni negli organismi del credito internazionale ci accorgiamo che il peso dei paesi partecipanti non è equilibrato, ma risponde a logiche stabilmente squilibrate. All’interno del Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, le decisioni assunte risentono dei vincoli statutari, voluti al momento della sua fondazione, che prevedono il diritto di voto negli organi collegiali proporzionale al valore delle quote di partecipazione al fondo stesso. Tale meccanismo concede un privilegio ai maggiori “azionisti” che, in definitiva, sono i paesi più ricchi e politicamente potenti (vedi scheda 2.3).

8 Scheda 2.3 - La Banca Mondiale
La Banca Mondiale rappresenta la più importante istituzione di credito internazionale insieme al Fondo Monetario Internazionale. Il nucleo originario del gruppo di organismi finanziari in seguito definito «Banca Mondiale» fu la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS), la cui costituzione fu decisa contemporaneamente a quella del Fmi durante la conferenza di Bretton Woods tenutasi nel A Bretton Woods si riunirono i delegati di moltissimi paesi per assumere le decisioni inerenti il nuovo ordine mondiale conseguente alla seconda Guerra Mondiale. La Banca Mondiale «finanzia lo sviluppo», ovvero mette in pratica le indicazioni del Fondo Monetario, e presta denaro a tassi particolarmente favorevoli ai paesi del Terzo Mondo. Si tratta di un’istituzione che garantisce il prestito e il debito dei paesi in via di sviluppo. In seno alla Banca Mondiale, ogni paese dispone di un numero di voti proporzionale al capitale versato alla Banca (un dollaro = un voto). Nel 2004 i 5 maggiori azionisti risultavano essere gli Stati Uniti (16,4%), il Giappone (7,9%), la Germania (4,5%), la Francia (4,3) e la Gran Bretagna (4,3%). Del resto la composizione stessa del Consiglio dei 24 Direttori esecutivi (organo che ha il compito, tra l’altro, della concessione dei prestiti) corrisponde alla stessa logica: gli stessi cinque grandi donatori più Cina, Arabia Saudita, Federazione Russa sono rappresentati da un loro membro permanente, mentre gli altri 16, generalmente paesi industrializzati, rappresentano raggruppamenti di Stati (quello italiano svolge lo suo ruolo anche per la Grecia, Malta, Portogallo, Albania e Timor-est). Tale organismo, d’altra parte, assume le sue decisioni con maggioranze altamente qualificate (85 %) e appare chiaro come, gli Stati Uniti da soli o pochi paesi europei compatti, possano agevolmente esercitare un diritto di veto e reiterare, così, la logica che protegge i donatori più dei beneficiari. Anche la consuetudine consolidata di nominare alla Presidenza della Banca un cittadino statunitense riprova la concentrazione del potere nelle mani dei paesi più forti e conferma il sistema spartitorio, dal vago sentore coloniale, di controbilanciare il peso internazionale con la Presidenza del Fondo Monetario Internazionale sempre appannaggio di un europeo.

9 Gli scopi della Banca sono:
(i) contribuire alla ricostruzione ed allo sviluppo dei territori dei paesi membri favorendo l'investimento di capitali per scopi produttivi, ivi compreso il ripristino delle economie distrutte o danneggiate dalla guerra, la riconversione degli insediamenti produttivi alle necessità della pace e stimolando lo sviluppo delle strutture produttive nei paesi meno sviluppati. (ii) promuovere l'investimento privato straniero per mezzo della fornitura di garanzie o mediante la partecipazione a prestiti ed altri investimenti effettuati da investitori privati; quando capitali privati non siano disponibili in termini ragionevoli, integrando, a condizioni ragionevoli, gli investimenti privati con la fornitura di finanziamenti a scopo produttivo e per mezzo di capitale proprio, di fondi raccolti e di altre risorse proprie. (iii) promuovere lo sviluppo bilanciato ed a lungo termine del commercio internazionale ed il mantenimento dell'equilibrio nelle bilance dei pagamenti incoraggiando gli investimenti internazionali per lo sviluppo delle risorse produttive nei paesi membri, aiutando in tal modo l'aumento della produttività, degli standard di vita e delle condizioni lavorative nei territori degli stessi.

10 (iv) organizzare i prestiti effettuati o le garanzie concesse in relazione a prestiti internazionali attraverso altri canali in maniera tale che i progetti più utili ed urgenti, per grandi o piccoli che siano, vengano trattati per primi. (v) condurre le proprie operazioni con il dovuto riguardo agli effetti degli investimenti internazionali sulle condizioni degli affari nei territori dei paesi membri e, nell'immediato dopoguerra, favorire una transizione regolare da un'economia di guerra ad un'economia di pace. La Banca sarà guidata in tutte le sue decisioni dagli obiettivi qui stabiliti.

11 In molti consessi internazionali, anche se gli indirizzi strategici sono assunti in maniera democratica, il potere e il peso diplomatico dei “grandi” vincola fortemente le scelte e le politiche. E’ il caso dei progetti e nelle politiche adottate dalla molte istituzioni del credito internazionale nei quali si riproduce un meccanismo di esclusione collegato al grado di rappresentanza politica ed economica dei paesi meno potenti che implica l’elusione di modelli culturali che pure parrebbero più consoni agli interessi dei poveri che alle esigenze dei ricchi. Il consesso mondiale articola così in maniera strutturale le sue ineguaglianze laddove la protezione di interessi forti interviene attraverso forme di “embargo” magari risalenti a conflitti economici e politici, dichiarati o latenti, e che sfociano talvolta in veri e propri conflitti militari. Si ravvisano, cioè, alcuni casi in cui l’esclusione (che può essere meramente ideologica prima ancora che politica) produce reazioni di forma varia: economica, militare, tecnologica, come accaduto nei casi di Cuba, Corea del Nord, Iran o Sierra Leone. A questi casi altri probabilmente seguiranno soprattutto in quei territori, ad esempio le regioni sub-sahariana e mediorientale, dove la povertà coesiste con risorse naturali di grande interesse strategico e con complesse questioni etnico-politiche (Saharawi, Berberi, Tuaregh, Palestinesi, Curdi, Armeni, nel Myanmar o in Tibet).

12 ma non è corretto pensare che gli interessi e l’egoismo dei più ricchi rappresentino la sola categoria interpretativa per la comprensione e la valutazione delle relazioni tra il Nord ricco e il Sud povero. Vi sono almeno altre due categorie: una “sana” e una “deviata”. La prima discende dai rapporti fra tutto ciò che vi è di tensione politica, scientifica, culturale e umanitaria volontaria, da una parte (altra cosa è il volontariato organizzato e la cooperazione allo sviluppo), e il sistema delle reali necessità materiali, sociali, culturali che i popoli del sottosviluppo esprimono, dall’altra.

13 La seconda, che potremmo definire “cooperazione collusa”, discende dai rapporti fra le forze dei paesi sviluppati e le elite dei paesi sottosviluppati che, per perpetuare se stesse, altro non possono se non cooperare collusivamente per la perpetuazione del sottosviluppo.

14 dobbiamo fare ricorso a entrambe le categorie che discendono da realtà confuse. I Paesi industrializzati collaborano con i più arretrati tramite aiuti e progetti di cooperazione allo sviluppo. Le società più ricche sostengono il mondo sottosviluppato attraverso accordi di due tipi: bilaterali e multilaterali. Una forma corrente di cooperazione è quella in cui i progetti di aiuto prevedono l’obbligo, per il paese beneficiario, di utilizzare le somme ricevute acquistando beni e servizi presso imprese del paese “donatore”.

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16 2.3. Teorie e pratiche del “contro-sviluppo”
la risoluzione strategica o politica dei rapporti con i paesi delle economie più avanzate è impossibile (i paesi centrali sono in grado di reiterare facilmente le posizioni dominanti in quanto economicamente, politicamente, militarmente più forti (S. Amin, 1997), Ma tali teorie produrranno soprattutto una grande ricaduta negli approcci allo sviluppo:

17 Nella parte applicativa delle teorie sud-centriche, infatti, piuttosto che procedere con programmi imitativi, definiti e gestiti dall’alto, si tendeva a promuovere la capacità di autogestione dei processi da parte delle popolazioni locali. Appariva necessario che i percorsi di crescita fossero prodotti dal basso e attraverso il riconoscimento e il soddisfacimento dei bisogni delle comunità, garantendo l’equità dei processi e, soprattutto, il rispetto delle tradizioni, degli ambienti, delle competenze, delle conoscenze delle popolazioni. piuttosto che produrre crescita attraverso l’accumulazione e lo sfruttamento delle risorse, avanzare decisamente nella disponibilità di cibo, abitazioni, salute, scuole, conoscenza, e fare in modo che tale soddisfazione primaria producesse sviluppo sostenibile e durevole.

18 A partire da quest’approccio, che pure ha trovato eco applicative nei paesi in via di sviluppo, nell’ultimo decennio del XX secolo, si sono evolute concezioni non solo critiche nei confronti dei modelli e delle ricette dello sviluppo e del superamento del sottosviluppo, quanto in grado di porre in discussione il dogma positivista dello sviluppo stesso. Si tratta di criteri che, nel superamento degli equilibri geopolitici del finire degli anni Ottanta e nella conseguente globalizzazione di nuove pratiche e dinamiche economiche, hanno portato gli osservatori maggiormente progressisti a promuovere la conoscenza critica delle concezioni del benessere, dell’accumulazione, dello scambio.

19 Il contesto in cui maturano tali evoluzioni concettuali risponde
a cause di natura politica e geo-strategica, a considerazioni inerenti l’impatto della crescita economica nell’ambiente naturale, negli eco-sistemi, nella interrelazione tra uomo e spazio. Si tratta di posizioni teoriche ambientaliste o ecologiste che muovono dalla considerazione che lo sfruttamento incontrollato e poco assennato delle risorse arrivi a inficiarne lo stesso effettivo svolgimento. L’accertamento dei cambiamenti climatici avvenuti, la fragilità ecologica estesa alla globalità del pianeta, la dissipazione delle risorse naturali, favoriscono la maturazione di organizzazioni socio-economiche in grado di garantire condizioni di partenza almeno paritarie alle generazioni future.

20 In questo “clima”, tra le posizioni che più riguardano l’evoluzione delle teorie della crescita, matura il concetto di decrescita, elaborato da Serge Latouche, che sintetizza il superamento della visione quantitativista dello sviluppo invertendo il segno della cosiddetta “crescita illimitata”, discutendolo dal punto di vista delle risorse del sistema: “il processo di irreversibilità delle trasformazioni di energia sotto diverse forme, infatti, e il fenomeno dell’entropia hanno conseguenze dirette sull’economia che si fonda su questo tipo di trasformazioni” (Latouche, 2007, p. 8).

21 Il problema è agevolmente comprensibile se si prendono in analisi le modificazioni ambientali che si determinano a monte e a valle del sistema produttivo del capitalismo attuale: “spreco frenetico di risorse, accelerazioni nella frequenza di catastrofi naturali, cambiamenti climatici globali, guerre per il petrolio e per l’acqua” di una crescita infinita in un sistema finito (terra) Oltre a ciò, la crescita economica ha prodotto il saccheggio senza limiti della natura, l’occidentalizzazione del mondo, la scomparsa di comunità e minoranze indigene, il “paradosso del grasso” come anche una paradossale “creazione della povertà”: prima delle politiche di sviluppo le popolazioni africane, per quanto povere agli occhi dell’Occidente opulento, non presentavano i tassi di mortalità per fame registrati negli ultimi trent’anni.

22 “La teoria economica neoclassica contemporanea nasconde sotto un’eleganza matematica la sua indifferenza per le leggi fondamentali della biologia, della chimica e della fisica, soprattutto quelle della termodinamica” (Cochet, 2005). L’idea di “decrescere” significa indurre l’inversione di tendenza dello sviluppo abbandonandone i dettami teorici e operativi della “ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale e le disastrose conseguenze per l’ambiente”. La decrescita, così, non è definita come un processo oppositivo alla crescita quanto una pratica atea in riferimento alla “religione dello sviluppo" e del progresso modernista.

23 Si tratta di un processo che si rifà a grandi pensatori ideali del Terzo Mondo, e che potrebbe partire dall’attivazione di un circolo virtuoso determinato dalla prospettiva delle “Otto R” (figura 2.2).

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25 Partendo dalla Rottura (più culturale che economica) dei legami tra il Nord (ricco) e il Sud (povero), l’avvio di un processo generale di rigenerazione si compone delle pratiche del Ridistribuire; Ridurre; Restituire Rinnovare; Ritrovare; Reintrodurre; Recuperare; Rivalutare, Riconcettualizzare; Ristrutturare, Rilocalizzare, tutti obiettivi interdipendenti tra loro e in grado di avviare il circolo virtuoso di una decrescita serena” (Latouche, 2007, p. 198). Il grande limite di tale teoria, per quanto affascinante e innovativa, emerge nella premessa che il Nord si dimostri disponibile a Restituire il “maltolto” al Sud negli anni di colonizzazione, dipendenza e dominio e a “manifestare un senso di giustizia più elevato della sola necessità di ridurre l’impatto ecologico”, ma che non pare prossimo, né agevole da praticare, né facile da accettare.

26 non si tratta di un processo esclusivamente economico, strategico o evolutivo, quanto finalizzato alla cancellazione del sottosviluppo intesa nel superamento della crescita. tale processo si presenta semplice nelle intenzioni programmatiche quanto arduo nelle determinazioni attuative, in particolare per la difficoltà di individuare i soggetti deputati a operare tale rimodulazione della logica delle relazioni tra uomini, delle connessioni tra territori, degli equilibri tra forze.

27 Ciò significa indagare su chi detiene (o debba detenere) oggi, il potere e la forza di indirizzare in senso “equilibrativo” e sostenibile le logiche dell’organizzazione economica e sociale: le organizzazioni sovranazionali politiche ed economiche (ONU, UE, OSA, MERCOSUR, NAFTA, LEGA ARABA, ASEAN, WTO, OECD, ecc.); le organizzazioni internazionali del credito e dello sviluppo (FMI, BM, UNDP, BCE, ecc.); i grandi operatori dell’economia a capitale pubblico e privato (imprese e enti globali, multinazionali, ecc.); gli Stati nazionali e, tra questi, soprattutto i più “grandi”; le istanze locali (regioni, territori, etnie, comunità ecc.); le associazioni o i singoli cittadini più sensibilizzati o “militanti”; le organizzazioni confessionali di qualsiasi religione; gli enti di ricerca e i loro studiosi; ecc.

28 Questa lista di operatori del sistema internazionale è solo rappresentativa di tutte le altre sfere della contemporaneità e può, per questo, allungarsi, ma nella sua composizione “partizionale” (“partitionelle”, Lussault, 2008, p. 38) denuncia, a nostro avviso, la natura ancora frazionabile del mondo attuale, composto di soggetti/oggetti differenti: l’economico (produzione e distribuzione di beni); il politico (istituzioni, norme, regole); il religioso (la morale piuttosto che il trascendente); l’individuale (le sfere della singolarità personale); il sociale (ciò che ha a che vedere con il comunitario); l’ecologico (ciò che è della “natura”, il fisico e il biologico); lo spaziale (territorio, equilibri, dis-egualità, scambi). Tale razionalizzazione, che è artificiale quanto legata alla strutturazione delle discipline scientifiche ottocentesche, si rende inevitabile nella condizione occidentale del pensare la società moderna, per quanto non le corrisponda affatto: “ogni realtà sociale, quale quella che si comprende nel quotidiano, combina sempre tutte le dimensioni” (ibidem, p. 39).

29 Ma del resto, se per Max Weber il capitalismo coincide con la razionalizzazione dell’attività economica e la separazione della sfera familiare da quella produttiva (“tra impresa e amministrazione familiare”), e dunque corrisponde “all’emancipazione dell’attività economica dai sentimenti e dagli obblighi etici di cui era intessuta la vita familiare” (Bauman, 2001b), la frammentazione funzionale del sistema concettuale delle società economiche evolute ha creato, sia pure a fatica, le sue istanze politiche di controllo per quanto confluenti: “l’economia e la politica della fase classica dell’età moderna, benché talvolta in contrasto e raramente in aperto conflitto tra loro, nell’insieme hanno collaborato e i loro effetti sono stati sinergici” (Bauman, 2001a). Il ruolo mediativo della politica nei confronti dell’economia, che ha guidato l’evoluzione delle relazioni attraverso avanzamenti e strappi successivi, oggi le due istanze paiono allontanarsi. In ragione dell’indebolimento della funzione politica, l’economico detiene la dominazione “pervasiva e articolata” (Ibidem, p. 7 ) delle regole del gioco, anche grazie alla tecnica di indirizzare la conoscenza attraverso “gli sviluppi nella ricerca, nelle invenzioni scientifiche, nelle innovazioni tecnologiche” (Marzano, 2003).

30 Tanto che: per alcuni filoni dell’economia, l’espansione del Terzo Mondo potrebbe rappresentare una minaccia allo sviluppo del centro. Ciò soprattutto attraverso il meccanismo dell’aumento del costo del lavoro in periferia che si tradurrebbe in una riduzione della produttività al centro. In altri termini: lo sviluppo dei più poveri rappresenta un rischio per la crescita dei più ricchi e, per inversione dei termini, le condizioni di sottosviluppo dei primi garantiscono lo sviluppo dei secondi. Questo tipo di analisi consente di cogliere le ragioni profonde che impediscono la inversione di tendenza nei processi che presiedono al sottosviluppo e alla povertà: 1. bisogna analizzare i meccanismi che sostanziano le politiche del finanziamento del debito e di cooperazione allo sviluppo 2. e le strutture internazionali che se ne fanno portatrici: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, la Banca Interamericana di Sviluppo, ecc.

31 2.4. Strumenti e misurazione dello sviluppo
limiti del PIL e nuovi indicatori La definizione dello sviluppo è legata ai procedimenti tecnici adottati per misurarne i livelli, per individuare le cause dei possibili limiti e le misure da adottare per il loro superamento. Si mescolano questioni procedurali e ragioni politiche.

32 Limite tecnico operativo:
la costruzione di tali indici presuppone la conoscenza di serie di dati che, in molti casi, non paiono agevolmente comparabili in ragione delle diverse tecniche di rilevamento e del grado di affidabilità che offrono le istituzioni statistiche nazionali. Limiti concettuali nell’ottica della crescita e del progresso quantitativo e nella disponibilità di beni e servizi, hanno per molti anni inteso misurare correlativamente il sottosviluppo in termini di consumi, di scambi, di beni. Del resto, l’elaborazione degli indicatori statistico-economici ha proceduto in maniera parallela all’evoluzione concettuale e teorica integrando, via via, agli originari dati quantitativi elementi valutativi attenti alle qualità e al grado di benessere (salute, istruzione, speranza di vita) raggiunto dalle popolazioni.

33 L’insieme di tali indicatori, nel loro semplice raffronto, compone un quadro sintetico comparato tra paesi e territori differenti e distanti. In tale confronto, se appare evidente che si contino “quantità” attraverso le quali “misurare” obiettive “distanze” fra paesi (ad esempio la produzione dell’acciaio o dell’energia elettrica, i consumi o i risparmi), è altrettanto verosimile che le categorie utilizzate nella formazione degli indici conducano il rischio di omologare le politiche dello sviluppo, generando in maniera indiretta la riproduzione degli schemi dominanti.

34 La condizione del sottosviluppo è stata spesso considerata come riprova di distanza culturale e sociale in base all’oggettivazione delle condizioni di vita delle popolazioni povere e attraverso una “classificazione” mai plausibile e, sempre più, fuori tempo.

35 La sinteticità degli indicatori sostanzia un modello unico di vita che modifica nel profondo le strutture delle comunità tradizionali, le identità etniche, le autonomie locali: se è reale l’attenzione posta alle questioni della povertà attraverso nuovi criteri etici, equi, solidali e sostenibili bisogna meglio spiegare le differenze (culturali, economiche, ecc.), piuttosto che “imporre” distanze quantitative che consiglierebbero solo di “dare” sviluppo, consumi, crescita, industrializzazione o, ancora, terziario banale o quaternario solo ipotetico.

36 Il livello di sviluppo economico di un paese è “quantificato” attraverso un ampio complesso di indicatori nel quale risaltano i più significativi: - PIL calcolato con riferimento all’intera economia; -   PIL pro-capite inteso come dato medio per abitante; - il tasso di crescita media annua; -   il tasso di crescita della popolazione; -   il tasso di disoccupazione lavorativa; -   il tasso di utilizzazione degli impianti; -   la variazione percentuale degli investimenti; -   il tasso della concentrazione della ricchezza.

37 Il più noto indicatore del livello di ricchezza di un paese è il PIL (Prodotto Interno Lordo), in cui si sommano i valori aggiunti (vedi scheda 2.1) prodotti nell’anno. Tale indicatore si compone dei redditi prodotti dal lavoro e dal capitale interni differenziandosi dal PNL (Prodotto Nazionale Lordo) che considera la nazionalità degli operatori economici. Il PNL è, in altre parole, composto dal PIL cui sono sommate le rimesse degli emigrati e i profitti delle aziende nazionali operanti all’estero e sottratti i redditi da lavoro a da capitale degli stranieri presenti nel territorio. Entrambi gli indici possono essere ponderati col numero di abitanti (il PIL pro capite) o col numero di soggetti aventi quella nazionalità (PNL pro capite). Si tratta di indici che consentono una comparazione tra differenti paesi e, quindi, la costruzione di una gerarchia tra gli stessi.

38 Nato nel secondo dopoguerra (1947) negli Stati Uniti e, in seguito, adottato negli altri paesi a economia capitalistica, il PIL rappresenta l’indicatore di base che, calcolato in maniera omogenea, indica il valore delle economie nazionali utilizzato dall’ONU (dal 1977) come anche dall’UE e, ormai, da tutti gli organismi internazionali. Ma pone molti interrogativi circa il carattere perfettibile di questo strumento e sulla sua capacità di misurare e sintetizzare le ricchezze effettivamente create.

39 1 il PIL soffre di una carenza strutturale legata al fatto che, nel suo montante, entrano a fare parte tutti gli accadimenti che hanno una valenza economica, ma anche gli elementi che il buon senso e il vivere civile considerano negativi in rapporto alla qualità della vita. Un esempio chiaro è dato dal pendolarismo dei lavoratori che, pur essendo un fattore negativo per quanto necessario nella vita degli uomini, rappresenta un elemento positivo del PIL che risentirà della maggiore quantità di trasporti che il fenomeno comporta. Nel PIL entreranno i ricavi delle società di trasporti, ma non la fatica e le difficoltà dei lavoratori pendolari.

40 2 In una dimensione maggiormente collettiva, uno stesso tipo di limite del PIL si determina, ad esempio, nella impossibile stima contabile delle esternalità al processo produttivo determinate da altri agenti economici. E’ plausibile che si producano una serie di paradossi: 1. l’attività produttiva inquinante entra a pieno titolo nel PIL, così come ne faranno parte le spese mediche sostenute per gli effetti nefasti sulla salute. L’eventuale comportamento virtuoso di ridurre i consumi di energia e le emissioni inquinanti da parte della stessa impresa finisce per ridurre il PIL complessivo, come del resto la riduzione delle spese mediche legate alla riduzione dei fattori di tossicità. 2. l’adozione di comportamenti virtuosi nella raccolta dei rifiuti, operata soprattutto con una fase di differenziazione da parte dei cittadini (non retribuita), riduce quella quota di PIL prodotta dalla raccolta e lo smaltimento tradizionali. Si noti che le attività non mercantili offerte dalle pubbliche amministrazioni vengono contate in base al loro costo di produzione non avendo un prezzo di vendita (Huart, 2003).

41 3 carenza strutturale del calcolo del PIL, non legata alla qualità della vita quanto alla possibilità effettiva di contabilizzare tutta la ricchezza creata, è quella inerente i lavori domestici che, se svolti dagli stessi membri della famiglia non vengono contabilizzati e che compaiono, invece, nel caso in cui lo stesso nucleo familiare li affidi a un salariato. In presenza di politiche di emersione del lavoro sommerso o di agevolazione fiscale al lavoro, l’aumento di lavoratori domestici si traduce nella crescita del PIL per una massa-lavoro che già risultava svolto ma non contabilizzato (Huart, 2003, p 16).

42 Per condizioni più generali
è chiaro come al PIL sfugga tutta l’economia sommersa (informale, come il giardinaggio o il lavaggio della propria auto; o illegale, come il lavoro nero, i contrabbandi o i traffici illeciti). Questo limite assume rilievo maggiore soprattutto nelle economie dei paesi più poveri, anche se non solo di questi, nelle quali buona parte dell’economia nazionale è retta dall’auto-consumo e da attività informali e illegali. Si dimostra come il PIL sia uno strumento elaborato per contabilizzare le economie di mercato o, almeno, quei sistemi nei quali nulla sfugge al circuito monetario, rivelandosi, dunque, particolarmente INADATTO a rappresentare strutture in cui persistono, ad esempio, ampi settori informali o di agricoltura di sussistenza. In molti paesi, l’economia reale e tradizionale fa capo a questi settori che rappresentano una parte integrante del sistema formale ma anche la matrice antica e identitaria di alcune regioni e comunità. Non tenerne conto, oltre che un errore di tipo quantitativo, rappresenta una carenza di ordine concettuale nell’analisi dei processi territoriali.

43 4 il pil fa riferimento alla struttura delle statistiche e del rilevamento dei dati. Vanno considerati, infatti, gli “errori” nella loro raccolta e elaborazione che rispondono ai condizionamenti imposti dalle ingerenze politiche e dalle pratiche corruttive tipiche degli apparati amministrativi di molti paesi: l’interesse a mostrare un risultato positivo piuttosto che negativo (o viceversa) è, in alcuni casi, troppo forte per lasciare che i numeri raccontino la loro verità.

44 Tra questi, alcuni di matrice decisamente sociologica,
In alternativa al PIL, e ai suoi limiti teorici, strutturali e congiunturali sono proposti nuovi indicatori tesi all’affinamento di tecniche adatte a misurare le condizioni della vita reale. Tra questi, alcuni di matrice decisamente sociologica, la valutazione del progresso reale (Genuine Progress Indicator) che distingue nel suo procedimento la valutazione positiva delle spese virtuose (ovvero quelle in beni e servizi che aumenterebbero il benessere) e negativa (criminalità, inquinamento, incidenti, catastrofi…); l’Indice di Felicità Nazionale Lorda, proposto negli anni Ottanta dal re del Bhutan Jigme Singye Wangchuck, attraverso il quale si pretendeva di valutare, appunto, la felicità di una nazione considerandone, tra l’altro, il grado di compattezza etnica. esempi estemporanei che confermano quanto sia sentita l’esigenza di valutare le maggiori o minori “qualità della vita” e quanto tale approccio soffra di condizionamenti di ordine etico, morale, teorico, culturale. Nella mediazione tra indicatori squisitamente economici e indicatori di benessere intervengono altri tipi di indici più attenti alle condizioni esistenziali, alla qualità della vita, al benessere sociale e culturale delle popolazioni. In questo caso, com’è chiaro di natura fortemente politica, tale indicatore parve assai migliorato in conseguenza dell’espulsione dal Bhutan stesso di circa cittadini di origine nepalese e non affini alla cultura della restante popolazione.

45 L’Indice di Sviluppo Umano (ISU), definito nell’ambito dell’UNDP (United Nations Development Programme), è l’espressione, concisa e composita, frutto dell’esigenza di sintetizzare attraverso quantità quelle che in realtà sono qualità dello sviluppo. L’ISU è composto da tre serie di dati essenziali: la longevità (misurata nella speranza di vita alla nascita); i risultati scolastici (misurati per 2/3 sull’alfabetizzazione adulta e per 1/3 sul rapporto lordo di iscrizioni ai livelli di istruzione primario, secondario e terziario); lo standard di vita (misurato sul Pil reale pro capite espresso in dollari internazionali).

46 Scheda 2.4 - Procedimento calcolo dell’ISU

47 Scheda 2.5 – Indicatori principali dello sviluppo umano –

48 Mappa dell'indice di sviluppo umano (Rapporto 2007-dati 2005)

49 Mappa dell'indice di sviluppo umano (2009-dati 2007)

50 2010

51 Very High High Medium Low Data unavailable Mappa dell'indice di sviluppo umano per quartili (Report 2010, dati 2010

52 Tale indice si compone dunque di tre elementi che pur apparendo difficilmente sommabili e comparabili, attraverso un calcolo relativamente semplice (vedi scheda 2.4 ISU) riesce a offrire un quadro sinottico della situazione dello sviluppo e del sottosviluppo; come, del resto, lo consentono altri indici che si rifanno alla stessa filosofia dell’ISU: l’Indice di Povertà Umana (IPU) distinto in IPU-1 e IPU-2, relativi ai paesi sottosviluppati e sviluppati; l’Indice di Sviluppo di Genere (ISG); la Misura dell’Empowerment di Genere (MEG). Si tratta di un insieme di indicatori, legati tra loro, che configurano un complesso di procedure via via più affinate aventi l’obbiettivo di mediare il dato massimo raggiunto nel PIL con elementi più strettamente correlati alle condizioni di vita, di organizzazione, di equilibrio, di distribuzione e che hanno a che vedere sempre più con le qualità dell’esistenza (vedi scheda 2.5).

53 In termini procedurali, invertendo il senso dell’ISU, che misura lo sviluppo umano sommando i risultati medi delle “disponibilità” (in sanità, educazione, ricchezza), gli indicatori IPU (1 e 2) determinano la qualità della vita individuando il livello delle privazioni.

54 Essi considerano: nei paesi in via di sviluppo
Nei paesi ad alto reddito, ovvero i paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), e gli ex paesi gravitanti nel sistema sovietico (Europa centrale e Orientale e della Confederazione Stati Indipendenti) * Una vita lunga e sana: rischio di morire a un’età relativamente precoce, misurato dalla probabilità alla nascita di non raggiungere i 40 anni di età. * Una vita lunga e sana: rischio di morire a un’età relativamente precoce, misurato dalla probabilità alla nascita di non raggiungere i 60 anni di età. * Conoscenza: esclusione dal mondo della lettura e delle comunicazioni, misurata dal tasso di analfabetismo degli adulti. * Conoscenza: esclusione dal mondo della lettura e delle comunicazioni, misurata dalla percentuale di adulti (16-65 anni) privi di abilità funzionali di lettura e scrittura. * Condizioni di vita dignitose: mancanza si accesso all’approvvigionamento economico generale, misurata dalla media non ponderata di due indicatori: la percentuale di popolazione che non usa una fonte idrica non migliorata e la percentuale di bambini sottopeso rispetto all’età. * Condizioni di vita dignitose: misurate dalla percentuale di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà (50% del reddito mediano familiare disponibile corretto). * Esclusione sociale: misurata dal tasso di disoccupazione di lungo periodo (12 mesi o più).

55 I calcoli dell’IPU-1 e 2 sono decisamente più semplici di quelli necessari a determinare l’ISU, essendo gli indicatori utilizzati espressi in percentuale già al momento della raccolta. In linea con tale logica appaiono i due indicatori ISG e MEG che intervengono nella mediazione dell’ISU, correggendo i risultati misurando le disuguaglianze nella vita tra uomini e donne. L’ISG, in particolare, considera gli stessi aspetti componenti il calcolo dell’ISU ma ponderandoli nelle loro composizioni di genere; mentre la MEG concentra i dati circa le opportunità di emersione sociale e di occupazione di ruoli dirigenziali delle donne (e non le loro capacità), considerando tre ambiti:

56 la partecipazione politica al processo decisionale, misurata dalla percentuale di seggi parlamentari occupati da donne e uomini; la partecipazione economica e al processo decisionale, misurata da due indicatori: la percentuale di donne e di uomini che svolgono le professioni di legislatore, alto funzionario e dirigente e la percentuale di donne e uomini tra i lavoratori professionisti e tecnici. il potere sulle risorse economiche, misurato in base al reddito medio stimato femminile e maschile.

57 Molti organismi internazionali, l’UNDP e la Banca Mondiale in particolare, stilano una classifica fondata sul raffronto tra PIL pro capite dei singoli paesi raggruppandoli in tre grandi categorie, pari nel 2005 ai seguenti massimali annui come del resto avviene per il livello di sviluppo umano.

58

59 L’esame comparato degli indici consente una serie di considerazioni inerenti le condizioni di vita dei singoli paesi e la loro lettura comparativa. In prima analisi i dati e le graduatorie dell’ISU, comparati con quelli del PIL, disegnano scenari inversi. Se i paesi più poveri sono quelli a più basso ISU e i paesi più ricchi sono quelli a ISU più elevato, non mancano le incongruenze tra i valori economici e la capacità dei singoli paesi di tradurre il PIL in benessere distribuito, sia in termini positivi che negativi. Nella tabella degli indicatori alcuni paesi paiono decisamente “promossi”: Cuba, soprattutto, e poi Cile e Uruguay, e tutte le Repubbliche dell’Europa centro-orientale (Bosnia, Albania, Moldova, Armenia, Georgia, Tadzikistan…), nei quali la struttura avanzata dell’antico stato sociale persiste nel mediare PIL relativamente modesti.

60 Altri appaiono, al contrario, non in grado di trasformare la ricchezza in condizioni migliori di vita delle popolazioni: tra i paesi avanzati il Lussemburgo e gli Stati Uniti, poi gran parte dei paesi arabi produttori (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Brunei, ecc.) o meno di petrolio (Tunisia, Algeria) e gran parte dei paesi dell’Africa Sub-sahariana e meridionale (Gabon, Guinea, Sudafrica, Botswana), per i quali vale il paradosso di una ricchezza (soprattutto mineraria) che raramente appare ridistribuita.

61 Tali difformità si confermano attraverso la comparazione degli indici di povertà ISU-1 e 2, nei quali le aree a grande povertà mostrano cifre di decisa gravità in Africa sub-sahariana e meridionale. Alcune incongruenze appaiono anche tra i paesi più avanzati come in Australia, Irlanda, Giappone e Stati Uniti (tutti con un indice di povertà più alto dei rispettivi PIL).

62 Tali difformità si confermano attraverso la comparazione degli indici di povertà ISU-1 e 2 (vedi tabella 2.1), nei quali le aree a grande povertà mostrano cifre di decisa gravità in Africa sub-sahariana e meridionale. Alcune incongruenze appaiono anche tra i paesi più avanzati come in Australia, Irlanda, Giappone e Stati Uniti (tutti con un indice di povertà più alto dei rispettivi PIL).

63 La lettura degli indicatori IDG e MEG (vedi tabella 2
La lettura degli indicatori IDG e MEG (vedi tabella 2.1) promuove una serie di considerazioni di carattere maggiormente culturale relative alla capacità di distribuire equamente, tra uomini e donne, i ruoli dirigenti o le posizioni di maggiore potere. Esemplari in negativo appaiono, in questa classifica, le posizioni di Giappone, Corea, Svizzera e Irlanda (tra i paesi a più alto indice di sviluppo), e di Turchia e Brasile (tra i medi); mentre spiccano in termini positivi le posizioni di Cuba e Cina e di alcuni paesi tra i più poveri (Tanzania, Etiopia). Ma, nonostante l’interesse strategico di questo indicatore, va segnalato il notevole numero di paesi non inclusi nella graduatoria per mancanza di statistiche.

64 Correlazione tra indici per paesi


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