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CESARE PAVESE. "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante,

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Presentazione sul tema: "CESARE PAVESE. "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante,"— Transcript della presentazione:

1 CESARE PAVESE

2 "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti". da La luna e i falò

3 Durante il fascismo ciascuno di noi frequentò e amò damore la letteratura di un popolo, di una società lontana, e ne parlò, ne tradusse, se ne fece una patria ideale. Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi

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5 LAVORARE STANCA (1936) Tematiche: campagna vs città ozio vs lavoro evasione vs impegno Infanzia vs maturità uomo vs donna

6 LAVORARE STANCA (1936) infanzia momento magico della scoperta dei sensi maturità aspirazione difficile equilibrio rimpianto per linnocenza perduta colpa e fallimento Città = luogo dellinautenticità e della solitudine Collina = manifestazioni vitali e sede dei valori perduti

7 Dentro il crepuscolo doro la bruna terra celando …………………………………………………………………………… Illanguidiva la sera celeste sul mare: Pure i dorati silenzi ad ora ad ora dellale varcaron lentamente in un azzurreggiare … Lontani tinti dei vari colori Dai più lontani silenzi Ne la celeste sera varcaron gli uccelli doro: la nave D. Campana, da Viaggio a Montevideo

8 Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa, lacqua verde filtrò nel mio scafo di abete e dalle macchie rosse di vomito e di vino mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi A. Rimbaud, da Il battello ebbro Non capisci […] che il sacro e il divino accompagnano anche voi, dentro il letto, sul campo, davanti alla fiamma? Ogni gesto che fate ripete un modello divino. Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini. C. Pavese, da Le Muse, (Mnemosine parla ad Esiodo) in Dialoghi con Leucò

9 logosmythos parola parola sacra razionaleparola generatrice elemento maschileelemento femminile legge le donne raccontano leggende

10 Ognuno è sensibile allidea dellinfinito, e già Leopardi ne ha chiarito loperazione … Fonte della poesia è sempre un mistero, unispirazione, una commossa perplessità davanti a una terra incognita C. Pavese in Stato di grazia Molte sere trascorsi così, solo nella stanza, in attesa, […] assorto in quellaltissimo silenzio del vuoto, che la foschia del crepuscolo attutiva a poco a poco e riempiva C. Pavese in Viaggio di nozze

11 Molte sere trascorsi così, solo nella stanza, in attesa, […] assorto in quellaltissimo silenzio del vuoto, che la foschia del crepuscolo attutiva a poco a poco e riempiva. C. Pavese, da Viaggio di nozze solitario canto dellartigian, che riede a tarda notte ……. … lontanando muore a poco a poco..tutto è pace e silenzio, e tutto posa il mondo G. Leopardi, da La sera del dì di festa

12 Destate, quando luva matura, nella vigna non si sente un filo muovere: se uno sta zitto è come urlasse tanto forte da non sentir più […]. Allora mi giunse nellaria vaga una voce, e non era più il fiume. Si levava lontano, di là da quei prati, di là dalle nuvole – una voce di collina e di vigna, come un coro smorzato C. Pavese, da Viaggio di nozze

13 Conoscevo le case, conoscevo i negozi. Fingevo di fermarmi a guardare le vetrine, ma in realtà esitavo, mi pareva impossibile dessere stata bambina su quegli angoli e insieme provavo come paura di non essere più io C. Pavese, da Tra donne sole Quello era tutto il mio passato, insopportabile eppure così diverso, così morto. Mero detta tante volte in quegli anni – e poi più avanti, ripensandoci -, che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna, per tornare un giorno in quelle viuzze dovero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, lammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E cero riuscita, tornavo; e le facce la piccola gente eran tutti scomparsi

14 Rosetta, stupita, mi disse che non sapeva nemmeno lei perché era entrata nellalbergo quel mattino. Cera anzi entrata contenta. Dopo il veglione si sentiva sollevata. Da molto tempo la notte le faceva ribrezzo, lidea di aver finito un altro giorno, di essere sola col suo disgusto, di attendere distesa nel letto il mattino, le riusciva insopportabile. Quella notte almeno era già passata. Ma poi proprio perché non aveva dormito e gironzava nella stanza pensando alla notte, pensando a tutte le cose sciocche che nella notte le erano successe e adesso era di nuovo sola e non poteva far nulla, a poco a poco sera disperata e trovandosi nella borsetta il veronal… Voleva stare sola, voleva isolarsi dal baccano; e nel suo ambiente non si può star soli, non si può far da soli se non levandosi di mezzo


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