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IL SETTIMO UOMO Haruki Murakami IL SETTIMO UOMO © Massimo Monciardini per la traduzione in italiano © Francesco Pancaldi

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1 IL SETTIMO UOMO Haruki Murakami IL SETTIMO UOMO © Massimo Monciardini per la traduzione in italiano © Francesco Pancaldi per la trasposizione grafica in Miscrosoft PowerPoint

2 2 'Era un'onda enorme, e per un pelo non mi portò via.', disse il settimo uomo, quasi in un sussurro. 'Accadde un pomeriggio di settembre, quando avevo dieci anni.' L'uomo fu l'ultimo a raccontare, quella sera. Le lancette erano oltre le dieci. Il piccolo gruppo stretto in circolo udiva il vento ululare nel buio, all'esterno, spirando verso ovest. Scuoteva gli alberi, sbatteva le finestre e passava oltre la casa con un ultimo fischio. 'Era l'onda pi ù grande che avessi mai visto in vita mia', disse. 'Un'onda strana. Un vero e proprio gigante', fece una pausa, 'mi mancò di poco, ma al mio posto inghiott ì tutto quello che pi ù mi stava a cuore e lo spazzò via, in un altro mondo. Ci misi anni per ritrovarlo, e riprendermi da quell'esperienza, anni preziosi che non potrò mai avere indietro'. Il settimo uomo era sulla cinquantina. Magro, alto, con i baffi, vicino all'occhio destro aveva una cicatrice corta ma profonda, come quella provocata da una piccola lama. Macchie rigide e ispide di bianco punteggiavano i suoi capelli corti. Sul viso aveva l'espressione che di solito ha chi non riesce a trovare le parole che vorrebbe. In questo caso, però, sembrava che quell'espressione fosse l ì da molto prima, come se facesse parte di lui. Indossava una semplice camicia blu sotto la giacca grigia di tweed, e di tanto in tanto portava la mano al colletto. Nessuno dei presenti sapeva il suo nome, n é quello che facesse per vivere. Si schiar ì la gola, e per qualche istante rimase in silenzio.. Gli altri aspettavano. 'Nel mio caso si trattò di un'onda', disse. 'Non ho modo di sapere, ovviamente, quello che sar à per ciascuno di voi. Ma nel mio caso prese la forma di un'onda gigantesca. Si presentò a me un giorno, di colpo, senza preavviso. E fu devastante.' Sono cresciuto in una citt à costiera della provincia di S. Era una cittadina tanto piccola che dubito che qualcuno di voi la conosca, anche se dovessi dirvene il nome. Mio padre era il dottore del paese, cos ì la mia infanzia fu piuttosto comoda. Fin dai miei primi ricordi, al mio fianco c'era il mio miglior amico, un bambino che chiamerò K. Eravamo vicini di casa e frequentavamo la stessa scuola, lui un anno indietro. Eravamo come fratelli, andavamo e tornavamo da scuola insieme, giocavamo sempre insieme quando rientravamo a casa.

3 3 Non litigammo nemmeno una volta, durante la nostra lunga amicizia. Io avevo anche un fratello, di sei anni maggiore, ma per la differenza di et à e quella tra le nostre personalit à non fummo mai davvero vicini. Il mio vero affetto fraterno era per il mio amico K. K. era un bimbetto fragile, pelle e ossa, chiaro di carnagione e con un viso tanto bello da sembrare quasi quello di una bambina. Aveva una specie di difetto di pronuncia, che lo avrebbe fatto sembrare ritardato a chi non lo conoscesse bene. E poich é era tanto fragile, ebbi sempre il ruolo del suo protettore, a scuola e a casa. Ero abbastanza ben piantato, e atletico, e gli altri bambini mi rispettavano. Ma la ragione principale per cui mi piaceva passare il tempo con K. era la sua dolcezza, la sua purezza di cuore. Non era per niente ritardato, ma a causa del suo problema non andava bene a scuola. Nella maggior parte delle materie se la cavava appena. Nelle lezioni di disegno, però, era fantastico. Bastava dargli una matita o i colori, e disegnava quadri tanto pieni di vita da stupire persino l'insegnante. Vinse premi in una gara dopo l'altra, e sono sicuro che sarebbe diventato un pittore famoso se avesse perseverato nella sua arte fino all'et à adulta. Gli piacevano i paesaggi marini. Andava sulla spiaggia per ore, a dipingere. Spesso mi sedevo al suo fianco e guardavo il movimento veloce e preciso del pennello, chiedendomi come facesse, in pochi secondi, a creare forme e colori tanto vivaci, l à dove, fino a quel momento, c'era stata solo carta bianca. Ora mi rendo conto che si trattava di puro talento. Un anno, a settembre, un violento tifone colp ì la nostra costa. La radio lo annunciò come il peggiore degli ultimi dieci anni. Le scuole chiusero, e tutti i negozi abbassarono le saracinesche in preparazione alla tempesta. Fin dal mattino presto, mio padre e mio fratello giravano per casa inchiodando le serrande anti- tempesta, mentre mia madre passò la giornata in cucina, preparando cibi di emergenza. Riempimmo d'acqua bottiglie e brocche, e impacchettammo i nostri oggetti pi ù preziosi negli zaini, in caso di evacuazione. Per gli adulti, i tifoni erano un fastidio, e una minaccia da affrontare quasi ogni anno, ma per noi bambini, lontani come eravamo dalle preoccupazioni pratiche, era tutto un grande circo, una meravigliosa occasione di divertimento. Subito dopo mezzogiorno il colore del cielo cominciò a cambiare, all'improvviso. C'era qualcosa di strano, di irreale. Ero fuori, sotto il portico, e guardavo il cielo, quando il vento cominciò

4 4 ad ululare e la pioggia a picchiare sulla casa con uno strano suono secco, come manciate di sabbia. Allora chiudemmo l'ultima serranda anti-tempesta e ci riunimmo tutti in una stanza della casa oscurata, ascoltando la radio. Quella particolare tempesta non portava molta pioggia, annunciava, ma il vento stava causando gravi danni, scoperchiando le case e capovolgendo navi. Molte persone erano state uccise o ferite dai detriti portati dal vento. Raccomandavano continuamente di non uscire di casa. Ogni tanto l'edificio cigolava e traballava come se una mano enorme lo stesse scuotendo, e a volte si udiva un forte schianto, qualcosa di pesante che colpiva le serrande. Mio padre ipotizzò che fossero tegole, soffiate via dai tetti dei vicini. Per pranzo mangiammo riso e frittata preparati da mia madre, aspettando che il tifone se ne andasse. Ma non dava segno di andarsene. La radio disse che aveva perso velocit à nel momento in cui aveva incontrato la riva nella provincia di S., ed ora si stava avviando a nord est con il passo tranquillo di un mezzofondista. Il vento continuava il suo ululato selvaggio, come se stesse cercando di sradicare tutto quello che sorgeva sulla terra. Era passata forse un'ora, con il vento al peggio, quando tutto piombò nel silenzio. All'improvviso la calma fu tale che si ud ì un uccello cantare, in lontananza. Mio padre socchiuse una porta e sbirciò fuori. Il vento era cessato, e non pioveva. In cielo c'erano spesse nubi scure, con qualche squarcio azzurro. Gli alberi del cortile gocciolavano ancora per la forte pioggia. "Siamo nell'occhio del ciclone", mi disse mio padre. "Rimarr à tutto cos ì quieto per un po', forse quindici o venti minuti, una specie di intervallo. Poi torner à il vento, come prima." Gli chiesi se potevo uscire. Rispose che potevo fare un giro, se non andavo lontano. "Ma voglio che rientri subito, al minimo segno di vento." Uscii in esplorazione. Era difficile credere che ci fosse stata una tempesta selvaggia fino a pochi minuti prima. Guardai il cielo. Il grande 'occhio' della tempesta sembrava essere lass ù, e fissava noi in basso con sguardo freddo. Ma naturalmente non esisteva un 'occhio': eravamo solo nel punto al centro del vortice d'aria, l'unico temporaneamente calmo. Mentre gli adulti valutavano i danni alla casa, scesi alla spiaggia. La strada era ingombra di fronde spezzate, con alcuni

5 5 spessi rami di pino che un adulto da solo avrebbe faticato a sollevare. C'erano tegole fracassate dappertutto, auto con i parabrezza incrinati e persino la cuccia di un cane, rotolata in mezzo alla strada. Come se fosse scesa dal cielo una mano enorme, a schiacciare tutto quello che aveva trovato sul suo cammino. K. mi vide passare, e usc ì. 'Dove vai?', chiese. 'Solo a dare un'occhiata alla spiaggia', risposi. Senza una parola, mi segu ì. Ci venne dietro anche il suo cagnolino bianco. 'Nel momento in cui sentiamo il vento torniamo dritti a casa', dissi, e K. assent ì in silenzio. La spiaggia era a duecento metri da casa. Era delimitata da un frangiflutti in cemento - una grossa diga, alta quanto lo ero io allora. Dovemmo salire qualche scalino per arrivare a vedere l'acqua. Giocavamo l ì quasi tutti i giorni, e non c'era parte di quel luogo che non conoscessimo bene. Nell'occhio del tifone, però, tutto aveva un aspetto diverso: il colore del cielo e del mare, il rumore delle onde, l'odore della marea, tutta la distesa della spiaggia. Restammo sulla cima del frangiflutti per qualche momento, osservando la scena senza scambiare parola. Si supponeva che fossimo nel mezzo di un grande tifone, ma le onde erano stranamente smorzate. E il punto in cui si frangevano sulla spiaggia era molto pi ù lontano del solito, pi ù di quanto lo fosse con la bassa marea. La sabbia bianca si stendeva davanti a noi fino a dove riuscivamo a vedere. Tutto quello spazio enorme dava l'impressione di una stanza senza mobili, ad eccezione di una striscia di detriti lungo la riva. Scendemmo dal muro e camminammo sull'ampia spiaggia, esaminando quello che era stato depositato l ì. Giocattoli di plastica, sandali, pezzi di legno che probabilmente avevano fatto parte di qualche mobile, abiti, bottiglie strane, casse rotte con scritte in lingue straniere e altri oggetti meno riconoscibili: era una specie di grande negozio di caramelle. La tempesta doveva aver portato tutto ciò da molto lontano. Tutte le volte che qualcosa d'insolito attirava la nostra attenzione, lo raccoglievamo per guardarlo da tutte le parti e quando avevamo finito il cane di K. veniva a dargli una bella annusata. Non potevamo essere stati impegnati in quel gioco per pi ù di cinque minuti, quando mi accorsi che l'acqua era risalita, e mi

6 6 sfiorava. Senza un suono o un avvertimento, il mare aveva allungato all'improvviso la sua lunga lingua liscia sulla spiaggia, fin dove ero io. Non avevo mai visto nulla di simile prima. Anche se ero un bambino, ero cresciuto in riva al mare e sapevo quanto sapesse essere spaventoso l'oceano, conoscevo la violenza selvaggia con cui poteva colpire senza preavviso. Cos ì avevo prestato attenzione a tenermi ben lontano dalla linea dell'acqua. Nonostante questo, le onde erano scivolate fino a pochi centimetri da dove stavo. E allora, di nuovo senza un suono, il mare si ritirò - e rimase indietro. Le onde che mi si erano avvicinate erano tanto poco minacciose quanto può esserlo un'onda, un risciacquo delicato sulla sabbia della spiaggia. Ma c'era qualcosa di sinistro - qualcosa che ricordava il tocco della pelle di un rettile - che mi aveva dato un brivido alla schiena. La mia paura era del tutto priva di fondamento - e del tutto reale. Seppi all'istante che erano vive. Le onde erano vive. Sapevano che ero l à, e mi volevano prendere. Mi sentivo come se un'enorme bestia antropofaga fosse in agguato nell'erba alta, sognando il momento in cui mi sarebbe balzata addosso per farmi a pezzi con i suoi denti aguzzi. Dovevo scappare. 'Me ne vado', gridai a K. Era a non pi ù di dieci metri in l à sulla spiaggia, accucciato, mi voltava le spalle e osservava qualcosa. Ero sicuro di aver gridato abbastanza forte, ma sembrò che la mia voce non gli fosse arrivata. Probabilmente era tanto assorbito da quello che aveva trovato che non si accorse che l'avevo chiamato. K. era fatto cos ì. Si concentrava sulle cose al punto di dimenticare tutto il resto. Oppure non avevo gridato forte quanto avessi creduto. Ricordo che la mia voce suonava strana, come se fosse di un altro. Allora udii un rimbombo profondo. Sembrò scuotere la terra. In effetti, prima di quel brontolio avevo udito un altro suono, uno strano gorgoglio, come se una gran quantit à d'acqua sgorgasse da un buco nel terreno. Prosegu ì per un attimo, poi si fermò e allora udii quello strano rimbombo. Nemmeno questo bastò per far alzare lo sguardo a K. Era ancora accucciato, guardava con concentrazione totale qualcosa ai suoi piedi. Probabilmente non ud ì il rumore. Non so come abbia potuto non accorgersi di quel suono che scuoteva la terra. Può sembrare strano, ma potrebbe essere un suono che solo io udivo, un genere speciale di suono. Non lo sent ì nemmeno il cane di K, e sapete quanto sensibile sia l'udito dei cani.

7 7 Mi dissi che dovevo correre da K., afferrarlo e portarlo via da l ì. Era l'unica cosa da fare. Sapevo che l'onda stava per arrivare, K. no. Con la stessa lucidit à con cui sapevo quel che avrei dovuto fare, mi vidi correre in direzione opposta - a perdifiato verso la diga, da solo. Quel che mi fece agire cos ì, ne sono certo, fu la paura, una paura tanto travolgente che mi tolse la voce e mise in moto le gambe, per conto loro. Corsi incespicando nella sabbia morbida fino al frangiflutti, poi mi voltai per chiamare K. 'Corri, K., Vieni via! Arriva l'onda!' Questa volta la voce funzionò bene. Il brontolio era cessato, mi accorsi, e finalmente K. mi sent ì urlare ed alzò lo sguardo. Ma era tardi. Un'onda che somigliava a un serpente gigantesco, con la testa alzata in posizione per colpire, correva verso la spiaggia. Non avevo mai visto nulla di simile in vita mia. Doveva essere alta quanto un edificio di tre piani. Senza alcun rumore (nel mio ricordo, almeno, le immagini sono mute) si alzò dietro a K., oscurando il cielo. K. mi guardò per qualche istante, senza capire. Poi, come se avesse avvertito qualcosa, si voltò e vide l'onda. Cercò di correre, ma non c'era tempo per correre. In un solo istante l'onda lo inghiott ì. L'onda si abbatt é sulla spiaggia, frangendosi in un milione di altre onde che si alzarono nell'aria e ricaddero sul frangiflutti dove ero io. Riuscii ad evitare l'impatto tuffandomi dietro il muro. Gli spruzzi mi inzupparono i vestiti, nulla di pi ù. Con affanno tornai ad arrampicarmi sulla diga e osservai la spiaggia. A qual punto l'onda era cambiata e con un urlo selvaggio stava precipitando indietro verso il mare. Sembrava un gigantesco zerbino, tirato da qualcuno all'altro capo della terra. Sulla riva non c'era traccia di K., n é del cane. C'era solo la spiaggia vuota. L'onda si era ritirata trascinando via tanta acqua che sembrava aver scoperto il fondo dell'intero oceano. Ero solo, in piedi sul frangiflutti, paralizzato Calò di nuovo il silenzio. Un silenzio disperato, come se il suono stesso fosse stato strappato via dal mondo. L'onda aveva ingoiato K. ed era scomparsa lontano. Restavo fermo, chiedendomi cosa fare. Dovevo scendere in spiaggia? K. poteva essere l à da qualche parte, sepolto nella sabbia... Preferii non abbandonare la sicurezza del muro. Sapevo per esperienza che le grandi onde spesso arrivano a due o tre per volta. Non so quanto tempo sia passato - forse dieci o venti secondi di vuoto sinistro - quando, come avevo previsto, giunse la

8 8 seconda ondata. Un altro ruggito gigantesco scosse la spiaggia e di nuovo, dopo che il suono si fu dissolto, un'altra onda alzò la testa per colpire. Torreggiò sopra di me, coprendo il cielo, come una scogliera mortale. Stavolta, però, non corsi via. Rimasi inchiodato in cima alla diga, in trance, in attesa dell'attacco. A cosa sarebbe servito scappare, pensai, ora che K. era stato preso? O forse fui solo sopraffatto dal terrore, incapace di muovermi. Non sono sicuro di cosa mi tenne l ì fermo. La seconda ondata era grande quanto la prima, se non di pi ù. Cominciò a cadere dall'alto, sulla mia testa, perdendo la forma come un muro di mattoni che si sgretola. Era cos ì imponente da non sembrare nemmeno pi ù un'onda reale. Era una cosa che veniva da un altro mondo lontano, che per caso aveva preso la forma di un'onda. Mi preparai per il momento in cui l'oscurit à mi avrebbe preso. Non chiusi nemmeno gli occhi. Ricordo che sentivo con incredibile chiarezza il mio cuore che batteva. Nel momento in cui mi fu davanti, però, l'onda si arrestò. All'improvviso, fu come se avesse esaurito l'energia, interrompendo il suo moto in avanti, e fu semplicemente l à, ferma nello spazio, sbriciolandosi nell'immobilit à. E proprio sulla cresta, dentro la sua lingua crudele e trasparente, vidi K. Alcuni di voi potrebbero dire che è impossibile da credere, e non li biasimo. Io stesso ho problemi ad accettarlo, persino adesso. Non sono in grado di spiegare quel che vidi meglio di quanto possiate fare voi, ma so che non fu un'illusione, non fu un'allucinazione. Vi racconto in tutta onest à quel che avvenne in quel momento, quel che accadde davvero. Sulla cresta dell'onda, come dentro una specie di capsula trasparente, galleggiava il corpo di K., sdraiato su un fianco. Ma non è tutto. Mi guardava diritto negli occhi, e sorrideva.. L à, proprio davanti a me, cos ì vicino che avrei potuto allungare il braccio e toccarlo, c'era il mio amico, il mio amicoK. che, solo pochi momenti prima, era stato portato via dall'onda. E mi sorrideva. Non con un sorriso normale - era un ghigno enorme, disteso, che andava letteralmente da un orecchio all'altro. I suoi occhi freddi, gelati, erano fissi nei miei. Non era pi ù il K. che conoscevo. E il suo braccio destro era teso verso di me, come se avesse voluto prendermi per mano e tirarmi in quell'altro mondo in cui si trovava. Solo un po' pi ù vicino e sarebbe riuscito ad afferrarmi.

9 9 Ma non ci riusc ì, K., e allora mi sorrise un'altra volta, il ghigno pi ù ampio ancora. Credo di aver perso conoscenza, a quel punto. Il mio ricordo successivo mi vede a letto nella clinica di mio padre. Non appena fui sveglio, l'infermiera andò a chiamare mio padre che venne di corsa. Prese il polso, studiò le pupille e mi mise una mano sulla fronte. Cercai di muovere il braccio, ma non riuscivo a sollevarlo. Bruciavo per la febbre, ed avevo la mente annebbiata. Apparentemente stavo lottando da qualche tempo con una febbre violenta. 'Hai dormito per tre giorni', disse mio padre. Un vicino che aveva assistito alla scena mi aveva raccolto e portato a casa. Non erano riusciti a trovare K. Volevo dire qualcosa a mio padre, dovevo dirgli qualcosa. Ma la lingua gonfia e intorpidita non era in grado di articolare le parole. Mi sentivo come se una qualche specie di creatura si fosse stabilita nella mia bocca. Mio padre mi chiese di dirgli il mio nome, ma prima di ricordarmi come mi chiamassi persi di nuovo conoscenza, ed affondai nell'oscurit à. In tutto rimasi a letto per una settimana, a dieta liquida. Vomitai pi ù volte, con attacchi di delirio. Pi ù tardi mio padre mi confessò che ero stato tanto male che aveva temuto danni neurologici permanenti, per lo shock e la febbre. Bene o male, comunque guarii. Almeno fisicamente. Ma la mia vita non sarebbe pi ù stata la stessa. Non trovarono mai il corpo di K., e nemmeno quello del cagnolino. Di solito, quando qualcuno annegava nella zona il corpo veniva depositato dal mare qualche giorno dopo in una piccola cala ad est. Il corpo di K. non ci arrivò mai. Le onde probabilmente l'avevano portato in alto mare, troppo lontano per tornare a riva. Dev'essere sceso sul fondo dell'oceano, dove è stato mangiato dai pesci. La ricerca durò molto a lungo, grazie alla collaborazione dei pescatori del posto, ma alla fine si esaur ì. Senza corpo, non ci fu mai un funerale. Mezzi impazziti, i genitori di K. cominciarono a vagare ogni giorno su e gi ù per la spiaggia, oppure si chiudevano in casa a cantare inni e preghiere. Per quanto grande sia stato il colpo per loro, tuttavia, non mi rimproverarono mai di avere portato il figlio in spiaggia nel mezzo di un tifone. Sapevano che avevo sempre amato e protetto K. come se fosse stato mio fratello minore. Anche i miei genitori

10 10 fecero in modo di non far mai menzione dell'incidente in mia presenza. Ma io sapevo la verit à. Sapevo che avrei potuto salvare K., se ci avessi provato. Con tutta probabilit à ce l'avrei fatta a raggiungerlo e trascinarlo via dall'onda. Ci sarebbe mancato poco, ma sono riandato spesso alla successione degli eventi e sempre sono giunto alla conclusione che ce l'avrei fatta. Però, come ho gi à detto, sopraffatto dalla paura, lo abbandonai per salvarmi, da solo. Mi addolorava ancora di pi ù constatare che i genitori di K. non mi biasimavano, e che tutti gli altri facevano estrema attenzione a non ricordarmi quel che era accaduto. Impiegai molto tempo per riprendermi dallo shock emotivo. Non andai a scuola per settimane. Quasi non mangiavo, e passavo i giorni a letto, fissando il soffitto. K. era sempre l à, sdraiato nella cresta dell'onda, mi sorrideva, mi porgeva la mano, invitante. Non riuscivo a levarmi quell'immagine dalla mente. E quando riuscivo a dormire era l à, nei miei sogni - con la differenza che, in sogno, K. saltava fuori dalla sua capsula nell'onda, mi afferrava un polso e mi trascinava dentro con lui. Facevo anche un altro sogno. Faccio il bagno nell'oceano. È un bel pomeriggio d'estate e sto nuotando tranquillo, a rana, lontano dalla riva. Il sole mi batte sulla schiena, e l'acqua è proprio bella. All'improvviso qualcuno mi afferra la gamba destra. Sento una presa gelida alla caviglia. È forte, troppo forte per liberarmene. Mi trascina gi ù, sott'acqua. Vedo il viso di K. Ha sempre quel ghigno enorme, da orecchio ad orecchio, e gli occhi inchiodati nei miei. Cerco di gridare, ma mi manca la voce. Inghiotto, e i polmoni cominciano a riempirsi d'acqua. Mi sveglio nel buio, urlante, senza fiato, madido di sudore. Alla fine dell'anno implorai i miei genitori di lasciarmi trasferire in un'altra citt à. Non ce la facevo a vivere in vista della spiaggia dove K. era stato spazzato via, e gli incubi continuavano. Se non me ne fossi andato, sarei impazzito. I miei compresero, e si organizzarono per farmi vivere altrove. Mi trasferii nella provincia di Nagano a gennaio, per vivere con la famiglia di mio padre in un paese di montagna vicino a Komoro. Terminai le scuole elementari a Nagano, e ci rimasi per le medie e le superiori. Non tornai a casa mai, nemmeno per le vacanze. I miei genitori venivano a trovarmi, di tanto in tanto. Vivo ancora a Nagano. Mi sono laureato qui in ingegneria e ho trovato lavoro in zona, per una ditta meccanica di precisione. Lavoro ancora per loro. Vivo come tutti gli altri. Come vedete

11 11 anche voi, non c' è nulla di strano in me. Non sono molto socievole ma ho qualche amico con cui vado in montagna, a fare scalate. Una volta lontano dalla mia citt à natale, non ho pi ù avuto incubi costanti. Sono rimasti parte della mia vita, comunque. Vengono ogni tanto, come esattori alla porta. Succede quando sono sul punto di dimenticare. È sempre lo stesso sogno, fin nei minimi dettagli. Mi sveglio urlando, con le lenzuola zuppe di sudore. È per questo, probabilmente, che non mi sono sposato. Non voglio svegliare con le mie urla nel mezzo della notte chi mi dorme accanto. Ho amato alcune donne, nel corso degli anni, ma non ho mai passato nemmeno una notte con una di loro. Avevo il terrore nelle ossa. Qualcosa che non avrei potuto condividere con un'altra persona. Sono rimasto lontano dalla mia citt à natale per pi ù di quarant'anni. Non mi sono mai avvicinato a quella costa - n é a un'altra. Temevo che, se l'avessi fatto, i miei sogni avrebbero potuto mutarsi in realt à. Mi era sempre piaciuto nuotare, ma da quel giorno non sono pi ù stato nemmeno in piscina. Non mi sono avvicinato neppure a fiumi e laghi profondi. Ho evitato le navi, e gli aerei per andare all'estero. Nonostante tutte le precauzioni, non sono riuscito a liberarmi dell'immagine del mio annegamento. Come la mano fredda di K., questa oscura premonizione mi ha afferrato la mente e non ha lasciato la presa. Alla fine, la scorsa primavera sono tornato a visitare la spiaggia dove K. era stato preso dall'onda. Mio padre era morto di cancro l'anno prima, e mio fratello aveva venduto la vecchia casa. Mentre riordinava, aveva trovato una scatola di cartone piena di cose della mia infanzia, e me la sped ì a Nagano. Per la maggior parte erano cianfrusaglie inutili, ma c'era un pacchetto di disegni che K. aveva dipinto e mi aveva regalato. I miei genitori li avevano probabilmente tenuti da parte come ricordo di K., ma quei dipinti non fecero altro che risvegliare l'antico terrore. Mi fecero sentire come se lo spirito di K. fosse tornato in vita per loro tramite, cos ì li rimisi velocemente nel loro involucro di carta, con l'intenzione di buttarli via. Ma non riuscii a farlo. Dopo parecchi giorni di indecisione, riaprii il pacchetto e mi costrinsi ad osservare a lungo e con attenzione gli acquarelli di K. La maggior parte erano paesaggi, scorci familiari di oceano e spiaggia di sabbia e pineta e citt à, tutti dipinti dalla mano di K. con quella chiarezza e colorazione speciali che conoscevo bene.

12 12 Erano ancora sorprendentemente vividi nonostante gli anni, ed erano stati eseguiti con abilit à anche maggiore di quanto ricordassi. Mentre sfogliavo il pacchetto, mi trovai immerso in dolci ricordi. Nei suoi dipinti c'erano i sentimenti profondi di K. bambino - il modo in cui i suoi occhi si aprivano al mondo. Le cose che facevamo insieme, i luoghi dove andavamo insieme cominciarono a tornarmi in mente con grande intensit à. E mi resi conto che i suoi occhi erano i miei occhi, che io stesso avevo guardato il mondo, allora, con lo stesso sguardo vivace e sgombro del bambino che aveva camminato al mio fianco. Da allora in poi presi l'abitudine di studiare alla scrivania uno dei dipinti di K. ogni giorno, quando rientravo dal lavoro. Potevo stare seduto per ore con un solo disegno. In ognuno di essi ritrovavo uno di quei paesaggi delicati dell'infanzia che avevo escluso dalla memoria per tanto tempo. Ogni volta che guardavo una delle opere di K., avevo la sensazione che qualcosa mi permeasse fin nel profondo della carne. Era passata forse una settimana in questo modo, quando una sera il pensiero mi colp ì all'improvviso: e se avessi commesso un terribile errore per tutti quegli anni? Mentre era l à nella punta dell'onda, di certo K. non mi guardava con odio o risentimento: non stava tentando di portarmi via con lui. E quel ghigno terribile con cui mi aveva fissato: anche quello poteva essere stato uno scherzo dell'angolo o un gioco di luci e ombre, non un atto cosciente da parte di K. Aveva probabilmente gi à perso conoscenza, oppure mi stava rivolgendo un sorriso gentile di commiato eterno. Lo sguardo di odio intenso che avevo creduto di vedergli in faccia non era altro che il riflesso del terrore profondo che si era impossessato di me in quel momento. Quanto pi ù studiai gli acquarelli di K. quella sera, tanto maggiore divenne la convinzione con cui credevo a questi nuovi pensieri. Perch é, non importa quanto a lungo fissassi il disegno, non trovai in esso altro che lo spirito innocente e gentile di un bambino. Rimasi seduto alla scrivania per un tempo molto lungo. Non c'era altro da fare. Il sole tramontò, e la pallida oscurit à della sera iniziò ad avvolgere la stanza. Poi giunse il silenzio della notte, che parve durare per sempre. Alla fine, la bilancia si spostò e il buio lasciò il posto all'alba. Il sole del nuovo giorno tingeva il cielo di rosa. Fu allora che seppi che dovevo tornare.

13 13 Buttai qualcosa in valigia, chiamai per dire che non sarei andato al lavoro e presi il primo treno per la mia vecchia citt à natale. Non trovai la stessa quieta cittadina di mare che ricordavo. Una citt à industriale era sorta l ì accanto durante il rapido sviluppo degli anni sessanta, modificando radicalmente il paesaggio. L'unico negozio di souvenir presso la stazione era diventato un centro commerciale, e l'unico cinema della citt à era stato trasformato in supermercato. Casa mia non c'era pi ù. Era stata demolita qualche mese prima lasciando solo un graffio nel terreno.Tutti gli alberi del cortile erano stati abbattuti, e cespugli di canne punteggiavano il terreno nero. Anche la casa di K. era scomparsa, sostituita da un parcheggio in cemento pieno di auto di pendolari e furgoni. Non fui certo travolto dalla emozione. Quella citt à aveva da tempo cessato di essere la mia. Scesi fino alla riva e salii i gradini del frangiflutti. Dall'altro lato, come sempre, l'oceano si estendeva in lontananza, senza ostacoli, enorme; l'orizzonte una linea diritta. Anche la costa aveva lo stesso aspetto di allora: la lunga spiaggia, il moto delle onde, la gente che passeggiava sul bagnasciuga. Erano le quattro, e il sole delicato del tardo pomeriggio avvolgeva ogni cosa nella sua lunga e quasi meditativa discesa verso ovest. Appoggiai la valigia sulla spiaggia e mi sedetti l ì accanto a contemplare in silenzio il dolce paesaggio marino. Guardando quella scena, era impossibile immaginare che una volta un tifone avesse imperversato proprio l ì, che un'ondata gigantesca avesse ingoiato il miglior amico che avessi al mondo. Di sicuro, non era rimasto quasi pi ù nessuno che ricordasse quegli eventi terribili. Cominciai quasi a credere che tutto fosse stato un'illusione che avevo sognato, con dettagli vividi. In quel momento mi accorsi che l'oscurit à profonda che avevo avuto dentro era scomparsa. Di colpo. Proprio come era arrivata. Mi alzai dalla sabbia e, senza preoccuparmi di togliere le scarpe o di arrotolare l'orlo dei pantaloni, entrai nella schiuma e lasciai che le onde mi accarezzassero le caviglie. Come per riconciliarsi, pareva, le stesse onde che si frangevano sulla spiaggia quando ero bambino ora mi stavano lavando dolcemente i piedi, inzuppandomi le scarpe e i risvolti. Arrivava un'onda, lenta, poi una lunga pausa, poi un'altra onda arrivava e se ne andava. La gente che passava mi guardava in modo strano, ma non mi importava. Alzai lo sguardo al cielo. C'erano

14 14 pochi batuffoli grigi di nubi, immobili. Sembravano essere l à per me, anche se non sono sicuro del perch é lo credessi. Mi ricordai di aver guardato in alto allo stesso modo, alla ricerca dell'"occhio" del ciclone. E allora, dentro di me, l'asse del tempo sub ì una forte scossa. Quaranta lunghi anni crollarono come una casa sgangherata, mescolando il tempo antico e quello nuovo in una grande massa turbinante. I suoni si spensero, e la luce attorno a me tremolò. Persi l'equilibrio e caddi in acqua. Sentivo il battito del cuore sul fondo della gola e persi la sensibilit à di gambe e braccia. Rimasi cos ì a lungo, faccia in gi ù nell'acqua, incapace di alzarmi. Ma non avevo paura. Per niente. Non c'era pi ù nulla di cui aver paura. Quei giorni erano passati. Smisi di avere incubi. Non mi sveglio pi ù urlando nel mezzo della notte. E ora sto provando a ricominciare la mia vita. No, so che probabilmente è troppo tardi per ricominciare. Potrebbe non essermi rimasto molto da vivere. Ma, anche se arriva troppo tardi, sono grato che, alla fine, io sia riuscito a raggiungere una sorta di salvezza, a realizzare una specie di guarigione. Si, grato: avrei potuto arrivare al termine della vita senza salvarmi, gridando ancora nella notte, spaventato.' Il settimo uomo tacque e volse lo sguardo su ognuno degli altri. Nessuno parlava o si muoveva, nemmeno sembrava respirare. Tutti erano in attesa del resto della storia. Fuori, il vento era calato e nulla si muoveva. Il settimo uomo portò la mano al colletto, come se cercasse le parole. 'Ci dicono che l'unica cosa da temere sia la paura stessa; ma non ci credo.' disse. Poi, dopo un attimo, aggiunse: 'Oh, la paura c' è, sicuro. Viene a noi sotto molte forme differenti, in tempi diversi, e ci travolge. Ma la cosa pi ù spaventosa che possiamo fare in quei momenti è voltarle le spalle, chiudere gli occhi. Poich é cos ì prendiamo la cosa pi ù preziosa che abbiamo in noi e la cediamo a qualcos'altro. Nel mio caso, quel qualcosa fu l'onda.'


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