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PF II. GIORGIO BASSANI IL GIARDINO CHE NON C’È

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Presentazione sul tema: "PF II. GIORGIO BASSANI IL GIARDINO CHE NON C’È"— Transcript della presentazione:

1 PF II. GIORGIO BASSANI IL GIARDINO CHE NON C’È
ANNO SCOLASTICO Il giardino di casa Finzi - Contini, per esempio, non è mai esistito in fondo a Ercole I d’Este...

2 Crediti ANNO SCOLASTICO 2006-2007
SULLE ORME DEGLI ESTENSI TRA TERRA E ACQUA: docente di riferimento Silvana Onofri. PFII : classe V B, liceo classico L. Ariosto. Docente referente Silvana Onofri. Hanno collaborato: Paola Correggioli, Daniela Igliozzi. Si ringraziano per la consulenza scientifica: Arch’è Associazione Culturale Nereo Alfieri; Paola Bassani, storica dell’arte e Presidente della Fondazione GiorgioBassani. Gli Istituti alberghieri O. Vergani di Ferrara e R. Brindisi di Comacchio provvedono ai cestini con prodotti locali e/o a una degustazione di piatti tipici. Docenti referenti: Maura Tortonesi e Cinzia Soffritti.

3 PF II. GIORGIO BASSANI. IL GIARDINO CHE NON C’È TRE GIORNI
La città di Ferrara, caratterizzata sin dal medioevo dalla presenza di una Comunità ebraica estremamente radicata sul territorio e che ospiterà fra poco il museo della Shoah, ha in Giorgio Bassani il proprio cantore. La Ferrara di Bassani è una città reale e se il turista trova, a ridosso delle mura estensi, al posto del giardino dei Finzi Contini, un quartiere moderno, ha tuttavia la possibilità di ricostruire, attraverso le parole di Bassani, i luoghi del romanzo: lo spazio fisico della Magna Domus e del Barchetto del Duca sui sedimi della delizia di Belfiore, la tomba dei Finzi Contini nel cimitero ebraico, la scuola dell’adolescenza nell’antico Borgo dei Leoni, il club tennistico negli orti della Palazzina di Marfisa d’Este, e la biblioteca da cui vennero allontanati gli ebrei in seguito alle Leggi Razziali. Anche “Il giardino” è ancora presente nella città, basta sapere dove cercarlo. E ancora Bassani ci accompagnerà a Codigoro, alla Fondazione Giorgio Bassani e, sulle tracce dell’Airone, nel Parco Regionale del Delta del Po, tra quelle valli che mantengono ancora il sapore del passato, per la cui tutela Giorgio Bassani, Presidente di Italia Nostra, si è battuto. Giorgio Bassani ( ) Biografia inserire 3

4 PFII1. PRIMA GIORNATA Il giardino che non c’è
Attraverso un orienteering letterario andremo alla ricerca, come “archeologi dell’immaginario”, delle tracce di un giardino che non è mai esistito, ma a cui Bassani ha dato realtà topografica, mantenendo spesso anche i nomi dei luoghi. Ci accorgeremo che non tutto appartiene alla fantasia bassaniana, ma che in questa parte dell’ Addizione Erculea, campagna dentro alla città, dove il tempo sembra essersi fermato, c’è ancora, nella toponomastica, il Barchetto del Duca, i “montarozzi” così simili a quelli etruschi, il casale del Perotti con gli stessi alberi da frutto e, lì vicino, “quell’orto degli ebrei”, in cui Bassani ha voluto essere sepolto.

5 PFII-1. PERCORSO DI VISITA Orienteering letterario o in alternativa trekking urbano
MATTINA: Accoglienza all’Ariosto: presentazione delle tre giornate. 1. Tra le pagine di un archivio: Giorgio studente tra pagelle, registri e compagni di scuola. Orienteering letterario: 2. Il luogo del Giardino; 3. Il torrione del Barco; 4. Belfiore e Barchetto del Duca; 5. Corso Ercole I d’Este; 6. La Certosa; 7. Le mura degli Angeli; 8. Il Cimitero Ebraico (visita); 9. Il casale del Perotti. Sosta pranzo: Azienda Agricola Principessa Pio (cestino Vergani). POMERIGGIO: 10. Mura orientali; 11. Tennis club Marfisa (visita); 12. Casa Bassani; 13. Palazzo Pendaglia. Cena a Palazzo Pendaglia o in struttura convenzionata: degustazione di piatti ebraici; pernottamento in ostello o albergo a tre stelle, prima colazione.

6 1. Tra le pagine di un archivio storico, Giorgio Bassani studente
Foto degli anni del Liceo conservate nell’atrio Bassani: 1. la parte maschile della classe prima delle lezioni in piazzetta Tasso, a.s 2. Squadra di calcio del Liceo, a.s 3. Gita scolastica a Pomposa a classi miste, a.s.

7 Io, proprio io, che non avevo subìto l’umiliazione del rinvio a ottobre neanche una volta […] La vista mi si annebbiò. Guardai di nuovo: e il cinque rosso, unico numero in inchiostro rosso di una lunga filza di numeri in inchiostro nero, mi si impresse nell’anima con la violenza e col bruciore dì un marchio infuocato. (Il giardino… pp. 350,351)

8 IMPARIAMO DIVERTENDOCI orienteering letterario o, in alternativa, trekking urbano
Variante dell’orienteering classico: alle regole consuete si affianca la lettura dei brani bassaniani relativi ai luoghi che costituiranno i punti di ritrovo. L’orienteering, o corsa di orientamento, è una prova a cronometro in terreno vario in cui il concorrente, con  carta e bussola, deve raggiungere il traguardo passando per una serie di punti di controllo (lanterne) da raggiungere nell’ordine e nel numero dato. Il tracciato di gara è stampato con colore rosso sulla carta ed è formato da: indica il punto di partenza; indica i punti di controllo; indica i punti di arrivo. Strumenti: bussola, testimone, lanterna, punzonatrice, cartina muta.

9 ORIENTEERING: esempi di lanterne con foto d’epoca delle mura e i corrispettivi luoghi attuali
4 7 LE MURA DEGLI ANGELI

10 I luoghi del Giardino …per quel che si riferisce in particolare a casa Finzi-Contini, sebbene vi si acceda anche oggi da Corso Ercole I – salvo però, per raggiungerla, dover poi percorrere più di mezzo chilometro supplementare attraverso un immenso spiazzo poco o nulla coltivato –; sebbene essa incorpori tuttora quelle storiche rovine di un edificio cinquecentesco, un tempo residenza o “delizia” estense […] il parco sterminato che circondava casa Finzi-Contini prima della guerra, e spaziava per quasi dieci ettari fin sotto la Mura degli Angeli, da una parte, e fino alla Barriera di Porta San Benedetto, dall’altra, […] oggi non esiste più, […] (Il giardino… p. 326) IL BARCHETTO DEL DUCA E LA DELIZIA DI BELFIORE

11 5. Il Barchetto del duca 2. …i viali, tra maggiori e minori, sviluppando nel loro complesso una dozzina di chilometri, […] avevamo sfiorato il campo di tennis, attraversato il piazzale davanti alla magna domus […], ripercorrendo in senso inverso, di là dallo scuro ponte di travi che attraversava il canale Panfilio, il viale d’accesso: e questo fino al tunnel delle canne d’India e al portone di corso Ercole I. […] finimmo dai Perotti, che abitavano in una casa colonica vera e propria, con annesso fienile e stalla, a mezza strada fra la casa padronale e la zona dei frutteti. (Il giardino… p. 406,407,410) IL BARCHETTO DEL DUCA IPOTESI DI RICOSTRUZIONE DEL” BARCHETTO DEL DUCA” 1 Portone d’ingresso su corso Ercole I d’Este 2 Le mura degli Angeli 3 La “magna domus” 4 I “vecchioni” 5 La “hütte” 6 Campo da tennis 7 Roseto 8 Canale Panfilio 9 Ponte di travi 10 Rimessa 11 Casale dei Perotti 12 Tunnel di canne

12 3. Il Torrione del Barco …una di quelle piccole, erbose montagnole coniche, non più alte di due metri e con l’apertura d’ingresso quasi sempre interrata, nelle quali è abbastanza frequente imbattersi facendo il giro delle mura di Ferrara. A vederle, assomigliano un po’ ai montarozzi etruschi della campagna romana; in scala molto minore, s’intende. Senonché la camera sotterranea, spesso vastissima, a cui qualcheduna di esse dà ancora adito, non ha mai servito da casa per nessun morto. (Il giardino… p. 361,362) IL TORRIONE DEL BARCO Gli antichi difensori delle mura vi riponevano armi: colubrine, archibugi, polvere da sparo, eccetera. E forse anche quelle strane palle da cannone di marmo pregiato che nel Quattrocento e nel Cinquecento avevano reso così temuta in Europa l’artiglieria ferrarese, e delle quali si può vedere tuttora qualche esemplare in Castello, messo là come ornamento del cortile centrale… (Il giardino… p. 362)

13 5. Corso Ercole I d’Este. …questa strada di Ferrara è così nota agli innamorati dell’arte e della poesia del mondo intero che ogni descrizione che se ne facesse non potrebbe non risultare superflua. Siamo, come si sa, proprio nel cuore di quella parte nord della città che fu aggiunta durante il Rinascimento all’angusto borgo medioevale, e che appunto per ciò si chiama Addizione Erculea. (Il giardino… p. 325)

14 Ampio; diritto come una spada dal Castello alla Mura degli Angeli; fiancheggiato per quanto è lungo da brune moli di dimore gentilizie; con quel suo lontano, sublime sfondo di rosso mattone, verde vegetale, e cielo, che sembra condurti davvero all’infinito: corso Ercole I d’Este è così bello, tale è il suo richiamo turistico, che l’amministrazione social-comunista, responsabile del Comune di Ferrara da quasi quindici anni, si è resa conto della necessità di non toccarlo, di difenderlo con ogni rigore da qualsiasi speculazione edilizia o bottegaia, insomma di conservarne integro l’originario carattere aristocratico.”… (Il giardino… p. 325)

15 6. La Certosa …In piazza della Certosa dal lato di via Borso. E’ là dove tutti quanti sono sempre andati a filare (non so i tuoi genitori, ma i miei ai loro tempi ci andavano anche loro). (il giardino…, p. 434)

16 8. Il cimitero ebraico …io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello. Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo i muri di cinta e di divisione... (Il giardino… p. 322) Ma qui, qui, in questo orto perduto, qui è il mio paradiso. L’orto Scordami qui, disteso coi più vecchi, assopito nel campo tutto arreso a uno sguardo infinito Commiato

17 …e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi-Contini […] La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale […] con tanto e simile marmo a disposizione, candido di Carrara, rosa-carne di Verona, grigio maculato di nero, marmo giallo, marmo blu, marmo verdino […] Ne era venuto fuori un incredibile pasticcio in cui confluivano gli echi architettonici del mausoleo di Teodorico di Ravenna, dei templi egizi di Luxor, del barocco romano, e persino, come palesavano le tozze colonne del peristilio, della Grecia arcaica di Cnosso. (Il giardino… pp. 322, 323, 324)

18 9. Il casale del Perotti Per gli alberi da frutta, ai quali era riservata una larga fascia di terreno al riparo dai venti del nord ed esposta al sole immediatamente a ridosso della Mura degli Angeli, Micòl nutriva un affetto molto simile – avevo notato – a quello che mostrava nei riguardi di Perotti e di tutti i membri della sua famiglia. […] Un’altra volta finimmo dai Perotti, che abitavano in una casa colonica vera e propria, con annesso fienile e stalla, a mezza strada tra la casa padronale e la zona dei frutteti. (Il giardino p. 408, 409, 410) AZIENDA AGRICOLA PRINCIPESSA PIO Così le mele erano «i pum», i fichi «i figh», le albicocche «il mugnàgh», le pesche «il pèrsagh». Non c’era che il dialetto per parlare di queste cose. (Il giardino… p. 409) ORTI DELLA PRINCIPESSA PIO

19 10. Le mura orientali Da bambino […] andavo a sporgermi dal parapetto delimitante il piazzale dalla parte della campagna, e guardavo giù, nel baratro profondo trenta metri. Lungo la parete strapiombante stava quasi sempre salendo o scendendo qualcuno: contadini, manovali, giovani muratori, ognuno con la bicicletta a tracolla; e vecchi, anche, baffuti pescatori di rane e pesci-gatto, carichi di canne e di ceste: tutta gente di Quacchio, di Ponte della Gradella […] che avevano fretta e piuttosto che passare da Porta San Giorgio o da Porta San Giovanni (perché da quel lato i bastioni erano intatti, a quell’epoca, senza brecce praticabili per una lunghezza di almeno cinque chilometri), preferivano prendere, come dicevano, «la strada della Mura». (Il giardino… p. 358) BASTIONE DI SAN TOMMASO

20 11. Il tennis club Marfisa d’Este
Casa Bassani Era vero, o no – mi aveva chiesto subito, trascurando qualsiasi preambolo […] –, era vero, o no, che io e «tutti gli altri», con lettere firmate dal vice-presidente e segretario del Circolo del Tennis Eleonora d’Este, marchese Barbicinti, eravamo stati dimessi in blocco dal club: «cacciati via», insomma? […] dunque il giovedì, la lettera che «accoglieva» le mie dimissioni da socio del Circolo del Tennis Eleonora d’Este mi era effettivamente pervenuta. (Il giardino… pp. 366,375)

21 12. CASA BASSANI Da bambino, quando la mamma […] mi conduceva sul Montagnone, e lei si sedeva nell’erba del vasto piazzale di fronte a via Scandiana dall’alto del quale si poteva scorgere il tetto di casa nostra appena distinguibile nel mare di tetti attorno alla grande mole della chiesa di Santa Maria in Vado… (Il giardino… p. 358) …a Pasqua […] durante le lunghe cene […] a cui convenivano parenti e amici in una ventina; ma anche a Kippùr, quando gli stessi parenti e amici tornavano da noi per sciogliere il digiuno. […] Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi. (Il giardino… pp. 331,478) …mio padre […] rievocante […] il Segretario Federale [che] gli aveva annunciato […] di essere costretto a «cancellarlo» dalla lista degli iscritti al Partito […] il Presidente del Circolo dei Negozianti lo aveva convocato per comunicargli di dover considerarlo «dimissionario». (Il giardino… p. 479)

22 PFII-2 SECONDA GIORNATA I luoghi dell’esclusione
Sarà ancora Bassani ad accompagnarci alla ricerca dei luoghi da cui gli ebrei sono stati rinchiusi o allontanati. In bicicletta percorreremo le strette strade tortuose della città medioevale e quelle ampie e rettilinee dell’Addizione Erculea: il Ghetto, con le sue sinagoghe e le sue piccole botteghe artigianali, la scuola di Vignatagliata, la biblioteca Ariostea a Palazzo Paradiso, il vecchio liceo di via Borgo dei Leoni e infine il Castello Estense, davanti al quale avvenne l’eccidio della notte del ’43.

23 PFII-2. PROPOSTA DI PERCORSO in bicicletta
MATTINA: Il ghetto ebraico e via Mazzini. Via Vittoria. Via Vignatagliata e la scuola della Comunità. 4. La Sinagoga di via Mazzini. 5. La biblioteca Ariostea a Palazzo Paradiso. 6. Per le strette strade medioevali. 7. Sosta pranzo al Parco Massari, nel cuore dell’Addizione Erculea (cestino Vergani). POMERIGGIO: 8. Il Castello Estense e la notte del ’43. 9. Il Duomo e il Giudizio Universale del Bastianino: i pittori dell’Officina ferrarese. Cena con degustazione di piatti tipici; pernottamento in ostello o albergo a tre stelle, prima colazione. 10. Ariosto di sera: proiezione del cortometraggio l’Airone di C. Bornazzini.

24 1. Il ghetto ebraico …panini imburrati all’acciuga, al salmone affumicato, al caviale, al fegato d’oca, al prosciutto di maiale; di piccoli vol-au-vents ripieni di battuto di pollo misto a besciamella; di minuscoli buricchi usciti certo dal prestigioso negozietto cascèr che la signora Betsabea, la celebre signora Betsabea (Da Fano) conduceva da decenni in via Mazzini a delizia e gloria dell’intera cittadinanza. (Il giardino… p. 391) La bottega della Nuta

25 6. Via Vittoria e le strade della città medioevale
…«quelli di via Vittoria», tanto per fare un esempio? Con questa frase ci si riferiva di solito ai membri delle quattro o cinque famiglie che avevano il diritto di frequentare la piccola, separata sinagoga levantina, detta anche fanese, situata al terzo piano di una vecchia casa d'abitazione di via Vittoria, ai Da Fano di via Scienze, ai Cohen di via Gioco del Pallone, ai Levi di piazza Ariostea, ai Levi-Minzi di viale Cavour, e non so a quale altro isolato nucleo familiare: tutta gente in ogni caso un po’ strana, tipi sempre un tantino ambigui e sfuggenti… (Il giardino… pp. 342, 343) LA SINAGOGA SPAGNOLA Via Ragno via Cammello

26 2. Via Vignatagliata e la scuola ebraica
Quando stava di casa in ghetto, al numero 24 di via Vignatagliata, nella casa dove, resistendo alle pressioni dell'altezzosa nuora trevigiana impaziente di traslocare al più presto al Barchetto del Duca, aveva voluto ad ogni costo morire, andava lui stesso a far la spesa ogni mattina in piazza delle Erbe con la sua brava sporta sotto il braccio: proprio lui che, soprannominato appunto per questo «al gatt», la sua famiglia l’aveva tirata su dal niente. (Il giardino… p. 330) I BANCHI VUOTI LA SCUOLA DI VIGNATAGLIATA …e Fanny, mia sorella, appena tredicenne, costretta a proseguire il ginnasio nella scuola israelitica di via Vignatagliata?

27 4. La Sinagoga di via Mazzini
…almeno due volte all’anno, a Pasqua e a Kippùr, ci presentassimo coi nostri rispettivi genitori e parenti stretti davanti a un certo portone di via Mazzini […] ampia, gremita di popolo misto, echeggiante di suoni d’organo e di canti come una chiesa – e così alta, sui tetti, che in certe sere di maggio, coi finestroni laterali spalancati dalla parte del sole al tramonto, a un dato punto ci si trovava immersi in una specie di nebbia d’oro –, c’era la sinagoga italiana. […] E poiché i nostri banchi erano vicini, prossimi laggiù in fondo al recinto semi circolare delimitato torno torno da una ringhiera marmorea al centro del quale sorgeva la tevà, o leggìo, dell’officiante, e tutti e due in ottima vista del monumentale armadio di nero legno scolpito che custodiva i rotoli della Legge, i cosiddetti sefarìm, valicavamo insieme anche il sonoro pavimento a losanghe bianche e rosa della grande sala. (Il giardino… pp. 341,342,343) E LE LAPIDI Gli altri nel settembre del ’43, furono presi dai repubblichini.. Dopo una breve permanenza nelle carceri di via Piangipane, nel novembre successivo furono avviati al campo di concentramento di Fòssoli, presso Carpi e di qui, in seguito, in Germania. (il giardino…, p.577)

28 5. La biblioteca Ariostea a Palazzo Paradiso
Avevo avuto la bella idea […] di trasferirmi con carte e libri nella sala di consultazione della Biblioteca Comunale di via Scienze: un posto che bazzicavo fino dagli anni del Ginnasio, e dove mi sentivo un po’ come a casa. […] quella mattina mi era venuta la bella idea di passarla in biblioteca. Senonché avevo avuto appena il tempo di sedermi a un tavolo della sala di consultazione […] che uno degli inservienti […] mi si era avvicinato per intimarmi di andarmene, e subito. (Il giardino… p. 462)

29 8. Sosta pranzo al Parco Massari
PANINO ALL’OLIO CON SALAME ALL’AGLIO E FRUTTA DI STAGIONE INSALATA DI RISO, UN FRUTTO SFILATINO CON FORMAGGIO E VERDURE, UN FRUTTO

30 9. Il Duomo e il Giudizio Universale del Bastianino
Non conosceva l’Officina ferrarese, un’opera che aveva suscitato tanto rumore, nel ’33, all’epoca della Mostra del Rinascimento ferrarese […] Per svolgere la mia tesi io mi sarei fondato sulle ultime pagine dell’Officina […] un gruppo di pittori ferraresi della seconda metà del Cinquecento e del primo Seicento: lo Scarsellino, il Bastianino… (Il giardino… p. 402)

31 10. L’eccidio Castello Percorso di visita
…l’intimo ribrezzo che sempre provavo a imbattermi in certe “brutte musare” raccolte davanti al Caffè della Borsa, in corso Roma, o scaglionate lungo la Giovecca… (Il giardino… p. 436) Percorso di visita Caffè della Borsa

32 PFII 3. TERZA GIORNATA I luoghi dell’Airone
Sulle tracce de L’Airone, ancora una volta accompagnati dalle parole di Bassani, ci sposteremo da Ferrara a Goro, attraversando una pianura padana mai monotona, con le sue ampie terre coltivate, le idrovore, i canali e quelle valli del Delta che mantengono ancora il sapore del passato, e per la cui tutela Giorgio Bassani, Presidente di Italia Nostra, si è battuto.

33 PFII-3.PERCORSO DI VISITA birdwatching e battello
MATTINA: 1. Partenza da Ferrara, seguendo la strada percorsa da Edgardo Limentani, il protagonista de “L’Airone”. 2. Codigoro: Fondazione G. Bassani visita allo studio dello scrittore: i libri e i manoscritti. 3. Visita all’Abbazia di Pomposa. Sosta pranzo, cestino R. Brindisi. POMERIGGIO: 4. Valle di Canneviè e Porticino, i Casoni di valle e i Lavorieri del delta (birdwatching). 5. In battello sino a Volano e Goro. Partenza

34 2. Codigoro - Fondazione Giorgio Bassani: lo studio e i manoscritti
Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga –, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara… (Il giardino… p. 317)

35 3. L’Abbazia di Pomposa …giunse in vista dell’abbazia di Pomposa […] Eh già – si diceva, fissando le rosse, antiche pietre del monastero –. Con quella torre campanaria, da un lato, capace come un silo da granaglie; con quella chiesa nel mezzo che più che una chiesa faceva venire in mente un fienile; con quegli altri fabbricati disadorni, sulla destra, disposti come case coloniche intorno all’aia… (L’Airone p. 752)

36 3. Oasi Caneviè Porticino: i casoni di valle e i lavorieri
Sorpassò l’isolato lavoriero di Caneviè, dove una volta davano anche da mangiare […] Sorpassò Porticino, un nome a cui come sempre non corrispondeva niente… (L’Airone p. 753)

37 5. A Goro e a Volano Vedeva, là, ai limiti del piatto territorio di acque e di isolotti […] A destra, dalla parte del Po Grande e della sua foce, la buia massa compatta del bosco della Mesola. A sinistra le vuote distese della Valle Nuova, e delle altre valli, più oltre. Infine Volano, dinanzi a sé, dopo il ponte, le due file parallele di povere case, alcune ancora col tetto di paglia e canne intrecciate… (L’Airone p. 754) I LUOGHI DELL’AIRONE Verniciato di scuro, slanciato come una gondola ma dal fondo piatto, era uguale identico a quelli di prima della guerra. […] Il vento fischiava tra i salici e le tamerici stillanti della riva, curvava le esili, grige canne piumate che ricoprivano alcuni isolotti dirimpetto. (L’Airone pp. 761, 762)

38 Sulle orme degli Estensi tra terra e acqua
E’ COSTITUITO DA TRE PERCORSI FORMATIVI FLESSIBILI personalizza il tuo percorso di visita e per il preventivo rivolgiti a Zainetto Verde puoi scegliere tra ostello e albergo a tre stelle IL PROGETTO PF I - NEREO ALFIERI: ARCHEOLOGIA E TERRITORIO PFII – GIORGIO BASSANI E IL GIARDINO CHE NON C’E’ PF III - RICCARDO BACCHELLI: IL MULINO DEL PO

39 GIORGIO BASSANI (4 marzo 1916 – 16 aprile 2000)
Appartenente ad una benestante famiglia di origine ebraica, compie gli studi liceali al Liceo Classico L. Ariosto di Ferrara, la città in cui è ambientata l’intera sua opera narrativa. Iscrittosi all’Università di Bologna, si laurea in lettere con una tesi sul Tommaseo, diretta da C. Calcaterra. Nel 1943, uscito dal carcere in cui era stato rinchiuso per le sue idee politiche, si trasferisce a Roma, dove diventa redattore di "Botteghe oscure" e di "Paragone" e collaboratore di vari periodici ("La Fiera letteraria", "Il mondo", "Nuovi Argomenti"). Nel 1940 esordisce pubblicando un volume di prose narrative, Una città di pianura, sotto lo pseudonimo di Giacomo Marchi. La sua fama è legata soprattutto alla narrativa, che culmina nel romanzo Il giardino dei Finzi-Contini (1962), l’opera di più complessa architettura. La tematica dominante delle sue opere è quella della rappresentazione ed interpretazione della società italiana negli anni del fascismo e dell’immediato dopoguerra. La storia sociale e civile penetra sempre più decisamente nelle creazioni successive, Una lapide in via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, e soprattutto in Una notte del ’43. Nelle sue opere coesistono tutti i volti della città estense: la Ferrara della comunità ebraica, quella della cultura cattolica, la città dei ricchi borghesi e quella delle classi più umili. I luoghi, le strade, le piazze citati nei romanzi appartengono al quotidiano, ma acquistano particolare significato: corso Ercole I d’Este non è soltanto l’asse dell’Addizione Erculea, ma "dritto come una spada" (da Il Giardino dei Finzi-Contini) conduce verso casa Finzi-Contini; il muretto del Castello "lungheggiante in piena luce la fossa del Castello" (da Una notte del ’43) riprende i colori scuri e drammatici del giorno dell’eccidio in cui morirono undici cittadini; le Mura degli Angeli sono il luogo di piacevoli passeggiate, oggi come allora, ma anche il rifugio del protagonista de Il giardino dei Finzi-Contini dopo aver appreso la notizia della bocciatura in matematica: "Mi fermai sotto un albero, uno di quegli antichi alberi, tigli, olmi, castagni...". Questi e molti altri luoghi appaiono nella narrativa di Bassani come la sinagoga con le lapidi che ricordano le deportazioni, nel racconto Una lapide in via Mazzini e la casa natale che compare nel breve romanzo Dietro la porta. Muore a Roma il 16 aprile 2000 ed è sepolto, per sua volontà, nel cimitero ebraico di Ferrara.

40 GIORGIO BASSANI STUDENTE DELL’ARIOSTO
Giorgio Davide Mameli Bassani frequenta i cinque anni di ginnasio inferiore e superiore e i tre di liceo al Regio Liceo-Ginnasio Ludovico Ariosto di Ferrara, il Guarini dei suoi romanzi, dal 1926 al 1934 , anni che saranno fondamentali per la sua formazione culturale e civile. E’ nella antica sede di via Borgo Leoni, un severo edificio dai muri spessi e dagli alti soffitti e così vicino al cuore della città che si aveva l’abitudine di suonare il finis delle lezioni in corrispondenza del tocco dell’orologio della torre del Castello, che il giovane Bassani si avvicina alla poesia, impara ad amare Dante e scopre la letteratura italiana contemporanea. Ed è nell’aula posta in fondo ad un tetro corridoio, le cui finestre aprivano sul triste cortile abitato da gatti famelici della chiesa del Gesù, che, in prima liceo inizia a frequentare le lezioni di Francesco Viviani, il professore di greco e latino, a cui, studente universitario, manifesterà profonda gratitudine per l’insegnamento morale ricevuto e per l’amore per la libertà e per la giustizia che l’intellettuale antifascista gli aveva trasmesso attraverso la lettura dei classici. E sarà anche raccontando del teatrino provinciale del suo liceo, che Giorgio Bassani nel “Giardino dei Finzi Contini”, ma soprattutto in “Dietro la Porta”, inizierà a parlare in prima persona. Su richiesta di Paola Bassani , consapevole che quegli anni di scuola sono stati capitali per la crescita morale del padre e per la costruzione della sua personalità di uomo e d’artista, sono stati recuperati, nell’archivio storico del Liceo Ariosto, numerosi ed inediti documenti a cui si sono si sono aggiunte fotografie d’epoca e testimonianze di amici e compagni di scuola che, insieme ai puntuali riferimenti nei suoi scritti agli anni dell’adolescenza, hanno fornito altri frammenti con cui ricomporre la figura del giovane Bassani e dell’ambiente in cui è cresciuto. SCHEDA A CURA DI SILVANA ONOFRI

41 ORIENTEERING L’Orientamento o Orienteering, è uno sport nato nei paesi scandinavi a fine ‘800 e la prima gara ufficiale si è svolta a Stoccolma nel E’ un’attività che si svolge in ambiente naturale e principalmente in terreno aperto, nel bosco, nei parchi ma anche nei centri storici cittadini. Nei paesi del nord Europa sono decine di migliaia i praticanti di questa attività mentre in Italia l’Orienteering è uno sport ancora poco conosciuto e praticato; la prima gara di corsa orientamento si è svolta in Trentino nel1974. L'orienteering è una prova a tempo in cui il concorrente, con l'ausilio di una carta speciale molto particolareggiata e della bussola, deve raggiungere nel minor tempo possibile il traguardo passando attraverso una serie di punti di controllo che vanno raggiunti in un ordine prestabilito. Il materiale necessario La cartadel terreno di gara è un tipo particolare di carta topografica, realizzata da cartografi con apposito software, in scale variabili (1:15 000, 1:10 000, 1:5000) partendo da mappe catastali, carte IGM (Istituto Geografico Militare) e rilievi diretti. Si tratta di carte estremamente precise in cui segni convenzionali e colori, validi in tutto il mondo, sono specifici e funzionali al tipo di terreno rappresentato: in marrone sono rappresentate le forma del terreno (dislivelli, buche, avvallamenti) in azzurro l’idrografia (laghi, fiumi, zone paludose) in nero sono segnate le costruzioni dell’uomo (strade, edifici, recinti) in bianco, giallo e verde la vegetazione, ogni colore indica il grado di percorribilità del terreno che consente di procedere a diverse andature in rosso il tracciato di gara Sulla carta è sempre indicata la denominazione del luogo di gara, la scala, l’equidistanza, la freccia del nord, le linee meridiane orientate nord-sud e la legenda, oltre al percorso tracciato che è diverso per ogni categoria di atleti. Sono anche indicati, a titolo di informazione, la data di elaborazione della cartina, i nomi dei rilevatori e del disegnatore ed eventuali enti che ne hanno curato la pubblicazione. La scala delle carte di Orientamento è 1: per le gare elite ma si possono realizzare carte 1: per gare di staffetta o di distanze brevi. Nella didattica si usano anche scale crescenti (1:2.500, 1:5.000, 1:7.500). Nelle carte con scala 1: cm. sulla carta corrisponde a 100 m. reali sul terreno.La parte alta della carta deve corrispondere al nord magnetico, pertanto i lati della carta devono essere paralleli al nord magnetico e il testo e i numeri devono essere scritti da est verso ovest. La legenda è inserita in ogni carta e costituisce un promemoria sia per quanto riguarda l’uso dei colori sia per i simboli descritti. E’ indispensabile per definire gli oggetti particolari. Il tracciato di gara è stampato sulla carta ed è formato da un triangolo equilatero che indica il luogo di partenza, un cerchio doppio che indica il luogo d'arrivo e da una serie di cerchietti numerati progressivamente che indicano i punti di controllo e l'ordine in cui bisogna raggiungerli. Questi simboli sono in colore rosso magenta. I punti di controllo sono indicati sul terreno dalla cosiddetta "lanterna", segnale bianco-arancione a tre facce, che viene posato dal tracciatore della gara nel punto esatto del terreno che corrisponde al centro del cerchietto sulla carta.  Ogni lanterna ha un proprio codice di identificazione (un numero o delle lettere alfabetiche) ed una pinza punzonatrice che consente di lasciare un segno particolare diverso da quello delle altre lanterne sul testimone. Il testimone è costituito da un cartoncino resistente all’acqua con caselle numerate per le punzonature. Viene consegnato ad ogni concorrente prima della partenza insieme alla descrizione dei punti di controllo e al codice di ciascuna lanterna del proprio percorso. Quando l’atleta giunge al posto di controllo, si assicura di aver raggiunto la lanterna giusta controllando il codice di identificazione e con la pinza punzonatrice timbra il testimone. La punzonatura deve essere effettuata nella casella corrispondente al numero riportato in cartina a fianco del cerchietto frequentato (punto 1 casella 1, punto 2 casella 2, ecc). All'arrivo, attraverso il controllo del testimone, è possibile appurare se il concorrente è passato per tutti i punti di controllo del suo percorso. Su ogni cartellino sono stampati: 1..nome e cognome del concorrente; 2.nome della società/scuola; 3. tempo di partenza. La bussola non è fondamentale quanto la capacità di lettura della carta, ma è utile in partenza per orientare la carta e durante il percorso in caso di indecisione. Ci sono bussole speciali per orientisti, da polso o a dito. SCHEDA A CURA DI ANNA BAZZANINI E PAOLA CORREGGIOLI

42 MURA DEGLI ANGELI Le mura rossettiane, dette anche mura degli Angeli dalla porta omonima, sono state costruite dal 1493 al 1505 per volontà di Ercole I, dall’ architetto ducale Biagio Rossetti e sono un’applicazione delle strategie difensive del tempo. Questo tratto di mura, caratterizzato da cortine a tratti merlate e da torrioni, aveva un ampio vallo esterno e uno, molto più piccolo, interno. Da quest’ultimo si elevava un terrapieno, che aveva funzioni innovative in ambito militare e urbanistico: gli alberi ad alto fusto, generalmente olmi che vi erano piantati, smorzavano l’impatto dei proiettili sparati dal vallo esterno, oltre a rendere gradevole l’ambiente e preparare il passaggio graduale dalla città alla campagna circostante. Un camminamento di ronda interno alle mura andava dalla Porta di S. Benedetto alla Porta di San Giovanni.

43 Il GIARDINO DI BELFIORE E IL BARCHETTO
Dall’angolo della già detta Montagnola fino a…S. Benedetto, non era singolarità maggiore del Palazzo di Belfiore nel quale, oltre le bellezze della fabbrica si vedevano parimente, Giardini, Vigne, Boschi, Peschiere, Fruttari… ( Penna 1621) Questo complesso venne progettato e costruito, fuori dalle mura urbane, da Bartolino da Novara fra il 1390 e il 1392 per volontà di Alberto V d’Este; era una residenza di campagna, dall’aspetto ancora medioevale, all’interno di una vasta estensione di terre coltivate e cinta da mura di difesa. Modificato ed ampliato sia da Lionello, che vi aveva fatto costruire il suo Studiolo sia da Borso, alla metà del ‘400 era ornato con pitture e arazzi in cui la natura dipinta, ricca di piante rare e animali esotici rimandava a quei giardini edenici, dove l’aristocrazia della corte si dà convegno per le cacce le uccellagioni i tornei. Partendo dal Castello si poteva raggiungeva la delizia attraverso la via Larga, che portava al serraglio del Barco, il Barchetto, e alle recinzioni di Belfiore; si incontrava un prato per tornei ed esercitazioni, e verso ovest un orto con piante e fiori, infine, un fitto bosco. Il grande orto garantiva l'approvvigionamento di frutta e verdura, uno spazio recintato ospitava gazzelle e caprioli, una colombara forniva prezioso concime per campi e orti e le peschiere garantivano anche l’acqua per l’irrigazione. Dopo la guerra contro Venezia durante la quale fu fortemente danneggiata, la delizia, finalmente compresa entro le mura rossettiane , fu ristrutturata e ampliata per volontà di Ercole I. Vennero edificati i bagni termali per il benessere della corte, un Padiglione, costruito sul modello di quello dei giardini del Castello, loggiati e porticati di gusto rinascimentale aprivano su cortili e orti e il rapporto interno- esterno era esaltato anche dai cicli pittorici con soggetto agreste e di caccia, mentre dal cortile era possibile vedere il broilo con i suoi animali. Sabatino degli Arienti, che ha lasciato una descrizione dettagliata dell’edificio e degli affreschi con scene di caccia e animali esotici, evidenzia l’aere mite e temperato, da conservar lieta e convalescente l’humana vita che faceva di Belfiore una residenza estiva particolarmente apprezzata. Dopo il trasferimento della famiglia d’Este a Modena, tutto il complesso di Belfiore venne dato in affitto; nella prima metà del ' 600, demolito il palazzo, non vi era più traccia di questa delizia come entità fisica, ma il suo sedime storico, rimase a lungo riconoscibile nel frazionamento fondiario di tutta la zona: nella pianta del Bolzoni del 1747 i giardini sono stati trasformati in orti di varie estensioni e in prati di proprietà della Principessa Pio. Negli spazi di Belfiore e del Barchetto, Giorgio Bassani ha collocato il suo giardino immaginario e solo nel secondo dopoguerra, con la costruzione del quartiere Arianuova, la zona è stata completamente edificata.

44 IL TORRIONE DEL BARCO Gli scavi archeologici effettuati negli anni ’80 e per la realizzazione del quale Giorgio Bassani, presidente di Italia Nostra si è battuto, hanno riportato alla luce, sotto gli strati di terra e la fitta vegetazione che lo copriva, il Torrione del Barco, un’importante struttura militare composta da un torrione rotondo e da un corpo avanzato verso sud; all’interno del torrione, coperto da una grande volta, è stato ripristinato un pavimento a conca convergente al centro, , in cui probabilmente venivano fatti rotolare i proiettili “artifiziati” . Anche Michelangelo ebbe modo di studiare questo esempio di architettura militare “di transizione” quando, nel 1529, venne inviato a Ferrara dalla Repubblica fiorentina proprio per un sopralluogo sulle mura. Il recupero ed il restauro del torrione del Barco sono stati curati dalla Soprintendenza di Ravenna, a partire dal 1983; dopo una preliminare operazione di pulizia e l’eliminazione degli interri, è stato realizzato un sistema di percorsi inclinati che collegano il torrione alle Mura, rendendo così accessibile uno spazio destinato a manifestazioni all’aperto.

45 SAN CRISTOFORO ALLA CERTOSA
Nel 1452, Borso d'Este volle l'istituzione di un complesso monastico certosino lontano dal centro abitato, come imponeva la regola dell’ordine. La chiesa di quella Certosa era una semplice costruzione ad una navata, solo con l'Addizione Erculea di Biagio Rossetti, il raddoppiamento della città voluto da Ercole I, la Certosa ferrarese si arricchì nel 1498 della costruzione del tempio di San Cristoforo, attributo allo stesso Rossetti. Le spoliazioni napoleoniche di fine ‘700 cacciarono i monaci e dispersero il patrimonio storico artistico: infatti, con le soppressioni napoleoniche, la Certosa divenne caserma e i dipinti, che erano patrimonio della chiesa e del monastero, vennero dispersi tra varie istituzioni o finirono in mano privata. Acquisita dal Comune, la chiesa venne riaperta al culto nel 1813, mentre l’area adiacente fu adibita a cimitero pubblico, con conseguenti, pesanti manomissioni al meraviglioso complesso monastico. Nell'estate del 1944 un devastante bombardamento distrusse parte dell'abside, coro, campanile e lato destro dell'edificio; nei primi anni Settanta iniziarono i primi interventi di restauro e San Cristoforo venne riaperto al culto, sia pure in modo parziale, dato che l’abside, i transetti e le dodici cappelle laterali furono tamponate e il loro spazio divenne magazzino di una parte degli antichi arredi. Oggi, grazie al Comune di Ferrara e alla Fondazione Carife, in collaborazione con enti pubblici e privati e alle sovrintendenze territoriali e lombarda, l'edificio è stato mirabilmente restaurato sono stati ripristinati gli arredi sacri.

46 CIMITERO ISRAELITICO In via delle Vigne, dietro un alto muro fiancheggiato da alberi secolari, non lontano dal cimitero cristiano, immerso nel verde dell'Addizione Erculea, si trova l'antico "Orto degli Ebrei". L’ area fu acquistata dalla comunità ebraica ferrarese nel 1626 per sostituire il cimitero precedente, situato nei pressi della chiesa di S. Girolamo, e in seguito fu più volte ingrandita. Sulle lapidi (le più antiche risalgono all’Ottocento, quelle del Settecento vennero prelevate dall’Inquisizione e utilizzate per costruire la colonna che sostiene la statua di Borso d’Este presso il Palazzo Municipale) sono incisi nomi che ricorrono negli scritti di Giorgio Bassani: Minerbi, Finzi, Hanau, Fink, Levi, Rotstein. Giorgio Bassani ha voluto essere sepolto nel cimitero ebraico di Ferrara, accanto ai suoi familiari e sul luogo della sepoltura, a ridosso delle mura rossettiane, l’Amministrazione comunale ha fatto erigere un pregevole monumento, inserito armonicamente nell’ambiente circostante opera dello scultore Arnaldo Pomodoro e dell’architetto Piero Sartogo.

47 AZIENDA AGRICOLA PRINCIPESSA PIO
L’azienda agricola e fattoria didattica Principessa Pio, trova dimora entro la cinta muraria della città di Ferrara. Situata presso l'antica zona della Montagnola, sugli orti della Rotonda, a ridosso dei bastioni settentrionali delle mura, la tenuta ha origini cinquecentesche ed ha conservato intatto il suo doppio volto di orto e di giardino.

48 I GIARDINI DELLA MONTAGNOLA
"…eravi una piccola montagnola già piantata ad aranci, cedri, limoni e olivi, ch'era cosa di meraviglia da queste nostre parti…" ( Guarini 1621) Il Guarini ricorda che nella punta estrema nord della città, col terreno ricavato dallo scavo del vallo, alla metà del 500, viene eretto un cavaliere, dalla cui sommità viene fatta sgorgare l'acqua che, attraverso certi canaletti di pietra cotta tagliata serviva ad irrigare la zona limitrofa. La montagnola, coperta di agrumi e di ulivi, aveva alla sommità un recinto regolare con un pergolato, era costeggiata da un prato e preceduta da un un quadrone geometrico delimitato da pioppi e suddiviso in quattro parti da lunghe e larghe vie, circondate da siepi di verdure diverse coltivandosi il tutto ad ortiglia. Nelle adiacenze del Barchetto vi era un serraglio con capre, daini, lepri e altri animali selvatici che, dice il Penna servivano non solo di passatempo, ma anche di trattenimento particolarmente alle Dame quando…volevano godere lo spasso delle caccie. Nella fossa delle mura vi era un orto dei semplici e una peschiera utilizzata anche per le naumachie e in cui il 25 Maggio 1569 si era tenuto un torneo, documentato da una incisione tratta dall’Isola Beata del Tassoni, in cui si riconosce anche la Rotonda, la Porta degli Angeli e il torrione del Barco. La Rotonda, dice il Guarini, era una bella fabbrica mezzo sotterranea…fabbricata dal duca Ercole II nella quale egli talora si riduceva nei tempi estivi, attorno colture in vaso di aranci, rodafnie, gelsomoini, ma anche viti e alberi da frutto. I giardini a nord est delle mura erano già in abbandono nella metà del ‘600 con la peschiera interrata , la montagnola trasformata in poligono di tiro, la rotonda fortemente danneggiata, le colture distrutte e il tracciato delle mura modificato; qui erano gli orti della Principessa Pio e anche ora, nonostante la trasformazione di una parte della zona in cimitero della Certosa, restano spazi liberi, vigne e orti, ultima traccia di quel grande giardino anulare posto tra città e territorio.

49 LE MURA DI ALFONSO I Le mura di Alfonso I, il duca artigliere, esperto di armi e di strategia militare, sono il completamento e la modernizzazione del tracciato rossettiano e giungono sino al Baluardo di San Giorgio protetto da un “cavaliere”: il Montagnone. Le mura ora sono “terrapienate” e con una “scarpa” accentuata e, verso la campagna, l’ampio vallo, attraversato dai docili di San Rocco e di San Tommaso che facevano defluire all’esterno le acque delle fognature cittadine, è protetto dai bastioni a freccia “alla moderna”, quelli di San Rocco, di San Tommaso, della Montagna e di San Giorgio. Questi poderosi bastioni erano in grado di reggere ai pesanti bombardamenti cinquecenteschi, e sulle cannoniere, disposte strategicamente su mura e bastioni, venivano posizionate le pesanti artiglierie delle fabbriche ducali. Solo a Ferrara infatti, il duca artigliere possedeva 33 pezzi di artiglierie grossissime e depositi di armi con più di 300 bocche da fuoco di ogni genere.

50 Il GHETTO EBRAICO Con il nome di "Ghetto" si indica la zona che tra il 1624 ed il 1627 è stata chiusa da cinque cancelli e designata come unico spazio concesso agli ebrei residenti in città. Con tale provvedimento anche Ferrara si allineava alla politica papale vigente. I cancelli del ghetto vengono definitivamente abbattuti nel 1848, in seguito all'Unificazione italiana. L'area del ghetto comprende via Mazzini, via Vignatagliata, via Vittoria e piazzetta Lampronti; le finestre e le porte che davano su altre vie mantengono ancora tracce delle tamponature attraverso cui il ghetto veniva ulteriormente isolato. La caratteristica principale degli edifici è di avere avuto uno sviluppo irregolare, dovuto all'aumentata concentrazione delle abitazioni, il cui fronte interno e le aree cortilizie, si affastellarono le une sulle altre. Le case presentano decorazioni in cotto di portali, finestre e cornicioni e sono impreziosite da balconcini in ferro battuto su cui, in occasione della festa delle capanne, ad ottobre, venivano costruite capanne con tetto di di frasche. Il ghetto, che ha ospitato fino a 1800 persone, era una piccola città autosufficiente all'interno della più grande città; le scuole, l'ospizio per i vecchi, il forno per i cibi rituali, le aule delle confraternite per l'assistenza, tutto era sotto il controllo di una amministrazione parsimoniosa che con l'autotassazione provvedeva ai bisogni delle vita di tutti. All'inizio del sec. XIX su 340 famiglie solo 3-4 erano ricche, 8-10 agiate e le altre povere, con un solo pasto al giorno. Nel secolo XIX e XX la comunità ebraica ferrarese ebbe illustri rappresentanti nelle professioni liberali e intellettuali, nella politica, nella elaborazione delle nuove idee. Tra i nomi più illustri nelle arti: Giorgio Bassani, Ciro Contini, Roberto Melli, Arrigo Minerbi, Vittore Veneziani. Nel centro del ghetto, nel 1481, il banchiere romano Ser Samuel Mele donò alla comunità l'edificio delle sinagoghe perché fosse destinato alla vita religiosa e culturale; vi coesistevano tre sinagoghe, dove si celebravano riti diversi: il tempio italiano, il tedesco, il fanese (da Fano nelle Marche). Dopo le distruzioni fasciste del 1944 l'edificio delle sinagoghe è stato restaurato dalla Comunità e dalla Sopraintendenza ai Beni Ambientali e architettonici di Ravenna, Ferrara e Forlì. Vi si svolge ancora la tradizionale attività religiosa e comunitaria. In parte è museo di se stesso, grazie a una convenzione tra Comunità Ebraica, Comune e Provincia di Ferrara, con il contributo della Regione Emilia - Romagna e della Fondazione Cassa di Risparmio di Ferrara.

51 LE BOTTEGHE DELLA NUTA E DEL TABARÌN
Nell’antico ghetto di via Mazzini, quasi di fronte al tempio, c’era una piccolissima bottega di lecornie ebraiche, gestita da una vecchia signorina ebrea che si chiamava Nuta Ascoli. Il caviale del Po era squisito. La Nuta lo teneva fuori dalla bottega a lato della porta d’ingresso dentro un barilotto, coperto d’olio. Nella vetrina teneva appesi salami, luganiche di vitello e prosciutti d’oca e, sopra uno scaffale, marmellate, sottaceti, olive e i tigìn cioè tegamini. Tigìn Erano degli sformatini ottenuti con caviale mescolato a chiare d’uovo montate e cotti a bagnomaria. In via Mazzini c’era un altro affascinante negozio di pasticceria che apparteneva al signor Ancona detto Tabarìn. Per Purim (Sorti. Festa in ricordo della salvezza degli Ebrei di Persia per merito della regina Ester) e per Pèsach ( Passaggio. Pasqua. A ricordo dell’uscita degli ebrei dalla schiavitù in Egitto), confezionava dolci speciali di mandorle e pinoli. Quando di pomeriggio uscivo per commissioni con la mamma e passavamo davanti alla sua vetrina spesso come merenda mi comprava una pasta che si chiamava zalèt cioè gialletto. Sono semplici a farsi e molto gustosi. Zalèt Farina gialla fine e grossa 440 gr.//zucchero 210 gr.// burro 210 gr. Impastare tutto insieme e formare delle pastine come dei biscotti. Distribuirli su di una teglia unta e infarinata o foderata con la carta apposita e cuocerli in forno a 180 gradi per circa 20 minuti. TRATTO DA JENNY BASSANI LISCIA, LASTORIA PASSA DALLA CUCINA, EDIZIONI ETS.

52 LA SINAGOGA SPAGNOLA In via Vittoria n. 41 vi era la Sinagoga Spagnola che, fortemente danneggiata dalle ripetute devastazioni fasciste, venne trasformata in appartamento nel secondo dopoguerra.

53 LA SCUOLA DI VIGNATAGLIATA
Con le Leggi razziali del 1938, anche a Ferrara gli studenti ebrei vengono allontanati dalle scuole pubbliche e la comunità ebraica ferrarese, nell’edificio di Via Vignatagliata, 79 / 81, apre una scuola media in cui gli studenti israeliti vengono preparati da insegnanti ebrei, alcuni appena laureati come Matilde e Giorgio Bassani, all’esame di idoneità da sostenere presso le scuole statali. Paolo Ravenna così ricorda quegli anni: ci ritrovammo all’improvviso nelle piccole aule dell’asilo israelitico di Vignatagliata, ritornando così nel centro dell’antico ghetto… In via Vignatagliata si formò uno spirito nuovo che avrebbe improntato tutto il nostro futuro e Bassani fu tra coloro … che, aiutandoci a reagire, contribuì a determinarlo.

54 I BANCHI VUOTI Il primo ottobre dell’anno scolastico 1938/39 ventiquattro banchi delle classi ginnasiali e liceali dell’Ariosto rimasero vuoti. Appartenevano a sette studentesse e a diciassette studenti ferraresi di religione ebraica, non più ammessi a frequentare la scuola pubblica a causa delle leggi razziali. In città e nella provincia altre decine di studenti subirono la stessa sorte. Con loro anche insegnanti e presidi. Per non parlare dell’Università, dell’Amministrazione pubblica, del mondo delle professioni e del lavoro. Stupore e incredulità il sentimento più diffuso. Il 1938 anno del rendiconto? Non proprio. Quelli furono i tempi del sonno della ragione che genera mostri; gli anni della drammatica prevalenza della “banalità del male”. Certo, accade a Ferrara. Ma la storia della città e della comunità ebraica è un’altra cosa. Perché è una storia sintonizzata sull’incontro. Di più. Mentre nel 1492 la Spagna cacciava gli ebrei, con proprio decreto il duca Ercole I° invitava a Ferrara un primo nucleo di famiglie sefardite concedendo loro ampi privilegi commerciali. E per tutto il cinquecento lo Stato Estense svolse il ruolo di vero e proprio territorio rifugio nei confronti di ebrei spagnoli o portoghesi fuggiti a roghi dell’Inquisizione. A Ferrara potevano ritornare a praticare il loro culto e anche svolgere un’intensa attività culturale testimoniata da importanti edizioni a stampa di opere della tradizione ebraica, la BIBLIA ESPANOLA è tra le più famose. Quindi Ferrara come luogo di incontro e accoglienza.Né era una novità. Basti pensare che in tutta la regione Emilia Romagna, Ferrara è l’unica città in cui c’è stata una presenza continuativa di una comunità ebraica a partire dai primi del XIII secolo. Con la morte di Alfonso II e la devoluzione dello Stato Estense alla Chiesa (1598) si conclude certamente la fase più felice dell’incontro, anche perché dopo quella data numerosi ebrei lasciarono la città. Soprattutto dal 1627 venne istituito il Ghetto le cui barriere furono abbattute solo due secoli dopo nel Tuttavia la comunità ebraica, seppure mortificata dalla riduzione dei diritti e nella segregazione dello spazio continuò, sia a mantenere costanti rapporti con la società civile della città, sia a maturare una propria fiorente vita culturale. Né furono prese sul serio, forse non solo da parte della comunità, le“prediche coatte” che gli ebrei erano costretti ad ascoltare prima nella Cappella Ducale, in seguito nell’oratorio di San Crispino. Cessati i limiti imposti, con lo Stato unitario ha ripreso vigore l’integrazione tra ebrei ferraresi e tessuto sociale cittadino. Di nuovo le scuole pubbliche sono state frequentate, di nuovo all’appello delle lezioni del Liceo Ariosto hanno risposto allievi che di nome facevano MINERBI, LAMPRONTI, BASSANI, LEVI. Non è un caso se a una famiglia ebraica Ferrara deve il suo più illustre narratore del Novecento, quel Giorgio Bassani che ha indicato ai suoi cittadini le radici per crescere e le ali per volare. TRATTO DA G. MORI: La comunità ebraica e la società civile: Ferrara l’incontro e il rendiconto

55 LA SINAGOGA Dal 1485 la casa di via Mazzini è il centro della Ferrara ebraica. A quell‘ epoca gli ebrei non avevano ancora un luogo stabile dove riunirsi e pregare. Vi provvide (Mes)ser Mele (Melli), originario da Roma, figlio di Salomone, che da Mantova si era trasferito alla corte degli Estensi per svolgere attività finanziaria. Il benefattore, non avendo figli decise di impegnare tutto il suo patrimonio, 1000 ducati, per l'acquisto dell'edificio di via Mazzini (un tempo via Sabbioni), che alla sua morte fu destinato "per sempre a comune uso degli ebrei". Da allora l'edificio è rimasto il punto di riferimento ebraico della città, con le sue tre sinagoghe, la Scola tedesca e quella fanese, ancora in funzione, e quella Italiana. Ora ospita anche il Museo Ebraico. Sulla facciata sono state poste due lapidi con i nomi delle 96 vittime ferraresi dell’Olocausto. TRATTO DA:

56 LE LAPIDI DI VIA MAZZINI
La guerra e le deportazioni non hanno arrecato mutamenti di primaria grandezza nella collocazione dei luoghi ebraici di Ferrara. Quegli avvenimenti estremi hanno però introdotto una modalità profondamente nuova nell'osservarli. Le devastazioni fasciste iniziate nel 1941 e ripetute tra il 1943 e il 1944 arrecarono gravi danni sia all'edificio comunitario di via Mazzini sia alla sinagoga spagnola di via Vittoria. Irreparabili furono soprattutto le distruzioni del patrimonio librario e dell'archivio. Tuttavia gli spazi non furono stravolti. Nel secondo dopoguerra, dal punto di vista materiale, ci sarebbero stati gli estremi per ricostruire. La comunità colpita troppo duramente nel numero e nello spirito non ebbe però la forza di intraprendere questa via. In quegli anni anche nella nostra città l'attenzione per una rinascita ebraica era peraltro in gran parte rivolta al sorgere dello stato d'Israele. La sinagoga italiana - prima della guerra chiamata Tempio maggiore - non fu più ripristinata e divenne una sala di riunioni con tanto di caminetto, la sinagoga di via Vittoria fu trasformata in appartamento. Vi fu però un intervento fondamentale. Esso parrebbe secondario da un punto di vista strettamente urbanistico, quella modifica introduce invece una percezione radicalmente diversa. Si tratta delle due grandi lapidi su cui sono scritti i nomi di molte decine di deportati (e qui il pensiero va a un celebre racconto di Bassani) poste sulla facciata dell'edificio di via Mazzini. Chi passa vede e sempre più di frequente legge. Chi entra da quella porta divenuta una specie di "arco di desolazione" è indotto a ricordare. Nulla sarà davvero come prima. Quelle lapidi da sole ridefiniscono la percezione di tutti i luoghi ebraici presenti nella nostra città. TRATTO DA PIERO STEFANI, Il PESO DELLE LAPIDI,

57 PALAZZO PARADISO E LA BIBLIOTECA ARIOSTEA Edificato nel 1391 per volontà di Alberto V d'Este, il palazzo passò in seguito a diversi proprietari finché, nel 1567, il cardinale Ippolito II d'Este lo diede in affitto al Magistrato dei Savi per trasferirvi tutte le facoltà universitarie. Nel 1586 il Comune acquistò definitivamente l'immobile. Alla fine del XVI secolo iniziarono radicali lavori di trasformazione, con lo spostamento del prospetto da via Gioco del Pallone a via delle Scienze e la costruzione della torretta con orologio e del portale marmoreo. Nel 1753 fu qui fondata la Biblioteca Civica, poi intitolata all'Ariosto. Nel 1963 la sede dell'università fu spostata e il Palazzo rimase sede della Biblioteca, che conserva preziosi manoscritti, incunaboli, codici miniati, cimeli dell'Ariosto e di altri famosi scrittori. All'interno i restauri hanno riportato alla luce decorazioni del '600, '700, '800 ed hanno anche permesso la riscoperta di lacerti di affreschi più antichi. Di particolare interesse sono la tomba dell'Ariosto, disegnata dall'Aleotti nel 1612, il grandioso scalone d'onore ed il Teatro Anatomico entrambi del XVIII secolo.

58 PARCO MASSARI Il parco prende il nome dall'attiguo palazzo eretto alla fine del Cinquecento ed è il più vasto dei giardini pubblici entro le mura della città. La superficie è di circa 4 ettari. Progettato nel 1780 dall'architetto ferrarese Luigi Bertelli per il marchese Camillo Bevilacqua, era un significativo esempio di giardino neoclassico attraverso il quale si procedeva per itinerari: il primo si sviluppava su un viale fiancheggiato da cento statue, rappresentanti personaggi mitologici, tra filari di cedri aranci e fiori, conduce alla fonte dedicata a Nettuno e a un terrapieno sormontato da archi che formano la prospettiva finale; il secondo percorso giungeva alle terme, all'orto botanico, al boschetto quadrangolare con quattro tempietti agli angoli e alla serra di Proserpina; il terzo conduceva al "teatro di Verzura"e alla collinetta della grotta, prospiciente a Corso porta Mare. Acquistato dai conti Massari dopo il saccheggio delle truppe napoleoniche nel 1796, il parco venne trasformato in un asimmetrico “giardino all'inglese”. Il disegno delle aiuole è ancora quello ottocentesco e molti alberi sono più che secolari: oltre ai due cedri del Libano all'ingresso, ci sono alcuni tassi, un imponente ginkgo e la gigantesca farnia presso l'ingresso di Corso Ercole I d’Este. Dal 1936 è proprietà del Comune di Ferrara, che lo ha adibito a parco pubblico e dotato di bar e di servizi. Nel Parco Massari sono state girate alcune sequenze del film “Il giardino dei Finzi - Contini” di De Sica.

59 L’ ECCIDIO DEL CASTELLO
Nella notte tra il l3 e il l4 novembre l943 il corpo senza vita del Federale di Ferrara, Igino Ghisellini, fu ritrovato appena al di là del fiume Reno, in territorio bolognese Alla notizia dell’uccisione del Federale i rappresentanti ferraresi del Partito Fascista Ricostruito , riuniti a Verona per il Congresso del partito, rientrarono in città insieme a squadre di Padova e Verona. Nella notte furono arrestate 75 persone, prelevate di forza dalle loro case (ed altre sei saranno fermate nei giorni immediatamente successivi alla strage, tra il 16 ed il 18 novembre). Tra di esse, la maestra Alda Costa, dirigente socialista, che passerà dal carcere di Ferrara a quello di Copparo e morirà il 30 aprile 1944 senza aver riavuto la libertà. Fu tra gli arrestati di ottobre e quelli della notte tra il l4 e il l5 novembre che i fascisti scelsero le persone da fucilare per rappresaglia. All’alba del 15 novembre, undici corpi erano riversi presso il Castello Estense ed in altri punti della città: si trattava di Emilio Arlotti, Mario Zanatta, Vittore e Mario Hanau, Giulio Piazzi, Pasquale Colagrande, Ugo Teglio, Alberto Vita Finzi, Cinzio Belletti, Antonio Torboli, Girolamo Savonuzzi, ricordati nelle lapidi del muretto del Castello. I loro corpi non furono rimossi se non dopo l’intervento delle autorità tedesche che accolsero l’intercessione di Monsignor Ruggero Bovelli. Dal massacro del 15 novembre nacque l’espressione fascista “ferrarizzare l’Italia". Giorgio Bassani ha narrato l’evento nel racconto “Una notte del ’43” da cui Florestano Vancini ha tratto il film “La lunga notte del ’43”.

60 Il PERCORSO DI VISITA DEL CASTELLO ESTENSE
Su progetto di Gae Aulenti, nel Castello Estense è stato allestito un unico e grande percorso documentario di storia e di arte che sostituisce degnamente gli arredi ormai perduti. Il castello non può essere concepito solo come museo , a causa della sofferta dipartita dei capolavori e opere d’arte che resero proverbiale il fasto della corte ducale e che oggi arricchiscono le collezioni di alcune fra le più prestigiose Istituzioni culturali in Europa e nel mondo, ma piuttosto, come dice l’architetto milanese, un “racconto da visitare” che si snoderà nell’arco storico che va dalla fondazione ai giorni nostri e che ripercorrerà le tappe fondamentali del cambiamento del potere a Ferrara (dagli Estensi, alle Legazioni pontificie, dall’Unità d’Italia, allo Stato repubblicano). Il castello estense è infatti, secondo l’Aulenti, “ il prodotto di una storia stratificata che copre sette secoli ” che costituisce “ il carattere stesso dell’edificio, la ragione della sua ricchezza architettonica ed anche uno dei motivi del suo fascino: questo è stato il carattere che abbiamo cercato di valorizzare, di mettere in risalto.” Così le sale sono dedicate ciascuna ad un tema, ad un periodo e ciascuna rimanda ai riferimenti culturali di quel periodo che hanno trovato espressione architettonica, artistica e culturale nella città e nel territorio : è un percorso di visita che diventa un unico grande circuito culturale, un suggestivo ed unico itinerario turistico indispensabile per la conoscenza della città e del suo territorio. Il visitatore viene invitato ” a considerare questa sua visita come il punto di partenza verso altri luoghi, monumenti, collezioni, sparsi a Ferrara e nel ferrarese”. L’allestimento, nel contempo suggestivo e funzionale, è stato pensato in funzione degli ambienti: l’appartamento dello specchio, ad esempio, è “caratterizzato dalla presenza di importanti affreschi sulle volte … il soffitto è un elemento talmente forte ma lontano che lo abbiamo sottolineato attraverso l’uso di specchi che catturano lo spettatore e lo invitano a rivolgere lo sguardo al soffitto” . TRATTO DA: GAE AULENTI, IL PERCORSO DEL CASTELLO ESTENSE DI FERRARA MILANO, 17 FEBBRAIO 2004.

61 FONDAZIONE GIORGIO BASSSANI
La Fondazione G. Bassani, fondata il 14 aprile del 2002, ha sede presso la Biblioteca Giorgio Bassani di Codigoro, nel restaurato Palazzo del Vescovo. Con queste iniziative il Comune di Codigoro, in collaborazione con l'Università degli Studi di Ferrara e l'Amministrazione Provinciale, ha inteso onorare lo Scrittore che tra l'altro, a Codigoro, ha ambientato il suo ultimo romanzo “l’Airone” scritto nel 1968. Nel Palazzo del Vescovo, è stato ricostruito lo studio dello scrittore, con il primo nucleo della sua biblioteca privata di circa volumi, carteggi e documenti vari in corso di ordinamento e studio. Vi sono conservati inoltre i manoscritti de Il giardino dei Finzi-Contini e di Una notte del '43, quaderni di diari e appunti degli anni della guerra. C'è anche un ritratto del '47 dello Scrittore, opera di Gentilini. Ci sono anche oggetti personali dello scrittore, come la macchina da scrivere Olivetti, gli occhiali, la pipa, la medaglia del Premio Strega 1956 per le Cinque storie ferraresi..

62 ABBAZIA DI POMPOSA Costruita accanto a un’antica chiesa del VI secolo, l’Abbazia di Pomposa nel X secolo passò dalla Santa Sede sotto la giurisdizione della Chiesa Ravennate, che avviò in questo periodo numerosi interventi di bonifica delle zone paludose circostanti, operati dai monaci Benedettini. Pomposa fu quindi elevata da Ottone III, Re di Germania ed Imperatore, ad abbazia reale, ed il suo abate esercitò oltre al potere ecclesiastico anche quello civile, con il titolo di principe dell’Impero. L’Abbazia acquistò, così, grande potenza e divenne un rinomato centro di cultura per la biblioteca sorta nell’XI secolo: vi soggiornarono uomini celebri come S. Pier Damiano, Federico I Barbarossa, Dante, Giotto e Guido d’Arezzo, che vi attuò la celebre riforma musicale introducendo l’uso delle linee nella notazione e adottando un sistema mnemonico per l’esatta intonazione dei gradi della scala (esacordo). La rotta del Po, avvenuta nel XII secolo a Ficarolo, fu l’inizio del degrado ambientale che distrusse lentamente il lavoro di bonifica attuato dai monaci. Verso la fine del ’400 le condizioni malsane dell’ambiente costrinsero quindi i Benedettini ad abbandonare il convento ed a rifugiarsi a Ferrara nel monastero di S. Benedetto, fondato appositamente per accoglierli. Nel 1654 l’Abbazia di Pomposa divenne una parrocchia della diocesi di Comacchio e dal 1802 fu utilizzata come fattoria dai Conti Guiccioli di Ravenna. Dopo l’unità d’Italia la proprietà di Pomposa passò allo Stato, che ne avviò un sistematico restauro. La Chiesa, consacrata a S. Maria, fu costruita tra il 751 e l’874 ed assume oggi un singolare risalto: presenta infatti cripta e presbiterio sopraelevati ed ospita, al suo interno, sedici colonne provenienti da antichi edifici romani e bizantini che dividono le navate della basilica. Le ultime due campate e l’atrio risalgono invece ai secoli X e XI. All’interno della Chiesa è possibile ammirare, sulle pareti della navata centrale coperta da travature in legno, affreschi risalenti alla scuola bolognese trecentesca che presentano scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, nella fascia superiore, ed immagini dell’Apocalisse e del Giudizio Universale in quella inferiore. Nella volta absidale è affrescato il “Cristo in gloria”, mentre attorno all’altare è possibile notare frammenti di mosaici pavimentali, risalenti al VI secolo, collocati originariamente in una precedente basilica ravennate. L’atrio che precede la Chiesa presenta eleganti fregi in cotto, oculi grandi e piccoli variamente decorati, rilievi in pietra e bacini ceramici, questi ultimi ripristinati. Accanto alla Chiesa si erge il Campanile, risalente al 1063 e alto 48 metri, di forme lombarde, con pianta quadrata e caratterizzato da nove ordini recanti finestre a una, due, tre e quattro luci fino alla cuspide conica del tetto. Nell’antico dormitorio del monastero è allestito il Museo Pomposiano, che si compone di pezzi provenienti dai restauri effettuati sulla Chiesa. Di interesse artistico sono, inoltre, i pilastri angolari del cortile del monastero, risalenti al vecchio chiostro, gli affreschi di scuola giottesca della Sala Capitolare e quelli trecenteschi di maestri riminesi del Refettorio. Infine, costruito di fronte alla Chiesa dopo il 1000 e profondamente modificato nel 1300, il Palazzo della Ragione era il luogo dove gli abati di Pomposa amministravano la giustizia sui territori di loro giurisdizione. SCHEDA TRATTA DA RUGGERO LUNGHI, UN PO DI PARCO.

63 L’ OASI DI CANNEVIÈ-PORTICINO
L’Oasi di Canneviè-Porticino è una piccola valle salmastra di 64 ettari, posta a ovest dell’abitato di Volano. Rappresenta oggi l’unico specchio d’acqua escluso dagli interventi di bonifica della Valle Giralda (1958) e della Valle Falce (1969), complesso vallivo che siformò per la sommersione dell’ala nord del delta medievale del Po di Volano. Il biotopo, comprensivo dei Casoni Canneviè e Porticino, è di proprietà della Regione Emilia-Romagna e viene gestito dalla Provincia di Ferrara e dal Comune di Codigoro. Nel 1998 è stato realizzato un percorso naturalistico interno, con camminatoi e capanni per l’osservazione dell’avifauna; vicino al Casone di Canneviè si trova una ricostruzione di un lavoriero da pesca. All’interno del biotopo di Canneviè-Porticino si trova un percorso naturalistico, realizzato dalla Provincia di Ferrara, dotato di cartellonistica e capanni per il birdwatching.

64 I CASONI DI VALLE I casoni di valle sono caratteristici manufatti, rappresentativi dell’originario paesaggio lagunare del Delta ferrarese, profondamente trasformato solo nel XX secolo con la bonifica meccanica. Di tipologia edilizia essenziale, i casoni e gli appostamenti servivano come presidi operativi per la pesca in valle, punto di appoggio e ricovero per la pesca stagionale o base permanente per la pesca con il lavoriero. A questo scopo venivano situati in punti strategici, accanto ai passaggi obbligati e lungo le vie di deflusso delle acque dalle singole valli al mare. Da una ricognizione storica emerge la costante presenza, nel territorio lagunare, di edifici o manufatti in legname e canna, le cui origini vanno ricondotte ai tempi di Spina. La costruzione di questi semplici edifici comportava l’uso di materiale artificiale come il legno, la canna e altre erbe palustri ricoperte da argilla, anche se non è da escludere l’esistenza di strutture in mattoni. Il termine casone è riportato frequentemente dai manoscritti del ’600 e appare spesso anche nei secoli successivi, insieme a quello di capanno, casa e, più tardi, appostamento, tra i quali vanno annoverati anche i cosiddetti casoni alle chiaviche. Documenti e carte seicentesche riportano l’esistenza di ottantasei casoni, la maggior parte costruiti di canna. Tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo diversi casoni furono demoliti e rifatti in laterizio; comunque, probabilmente non tutti i manufatti furono riadattati in cotto, in quanto, ancora durante la prima metà dell’800 esistevano numerose strutture parzialmente in canna. Le successive opere di bonifica delle valli deltizie causarono la soppressione di numerosi edifici, ma anche l’introduzione dei lavorieri in cemento armato e griglie metalliche rese inefficienti molti casoni, in seguito demoliti.Il tipico casone dei guardiani, detto in epoca recente “appostamento”, consta generalmente in due o tre ambienti: il portico centrale, una stanza adibita a cucina e una camera da letto. Più articolata si presenta invece la tipologia della casa da pesca, nella quale troviamo, oltreché il portico e la cucina, una serie di ambienti ben distinti, aventi ciascuno funzioni diverse in relazione alle mansioni esercitate dal personale: le camere riservate al caporione, al sotto­caporione, allo scrivano, ai vallanti e altri locali accessori, quali il magazzino, l’adiacenza alla cucina, il ripostiglio. Nei pressi dell’edificio si trovavano altri servizi: la cavana, costruita sulle sponde di un canale, che serviva da ricovero per le barche, il luogo comune o latrina e la tabarra, spazio adibito a magazzino e officina. Il Casone di Canneviè fa parte di un significativo complesso edilizio, situato nella valle omonima, che ben rappresenta gli insediamenti signorili di valle utilizzati, assieme alle torri di guardia, come veri e propri presidi del governo nel territorio deltizio. Malgrado alcune fonti asseriscano che il Casone sia stato costruito alla fine del ’500, dati più attendibili fanno ritenere che l’attuale edificio risalga al XVIII secolo e sia stato voluto dal Cardinale Ruffo. Tipico esempio di architettura di “valle”, il manufatto è stato profondamente ristrutturato nel corso del tempo. Attualmente è formato da un corpo unico a due piani, con la caratteristica pianta rettangolare allungata e tetto a due falde; il prospetto nord porta un bel camino aggettante, a tutta altezza. Sul retro dell’edificio c’è un esempio di lavoriero non funzionante. Vicino al Casone si trova la Palazzina di Canneviè, databile probabilmente al XIX secolo nonostante presenti linee settecentesche d’influenza veneta (nelle mappe catastali del 1810 non compare nelle forme attuali), un tempo adibita a residenza padronale o del capo-pesca. Il corpo principale consta di due piani, con la parte centrale rialzata di un piano e terminante con un semplice frontone triangolare; due grandi camini aggettanti caratterizzano i prospetti principali. Adiacenti alla Palazzina ci sono tre magazzini, costruiti in tempi diversi; faceva parte del complesso anche la casa del guardiano di valle, distrutta perché pericolante. SCHEDA TRATTA DA : RUGGERO LUNGHI, UN PO DI PARCO, QUADERNI DELL’ARIOSTO N. 30

65 VOLANO Il territorio di Volano comprendeva, fino al secolo scorso, un ampio sistema di valli salmastre formato dallo sbocco a mare del Po di Volano, importante ramo del sistema deltizio di età romana (Olana, descritto da Plinio il Vecchio), che tra il V e il XII secolo ebbe notevole importanza economica come via di comunicazione tra l’Adriatico e l’interno della Pianura Padana. Dopo la Rotta di Ficarolo (1152) e lo spostamento a nord del corso principale del fiume Po, il Porto di Volano decadde progressivamente come scalo commerciale; nel XVII secolo l’apporto del ramo di Volano, ormai interrato, non compensava più l’erosione marina, che arrivava a minacciare la sicurezza del porto. In carte del primo ’700 un porto nuovo, sulla sinistra del fiume, viene distinto dal porto vecchio con torre posto sulla sponda opposta. Dopo un’ulteriore deviazione del corso del Volano, questa volta praticata dall’uomo, nel 1872 un nuovo porto rimpiazzò il precedente sulla nuova foce. TRATTO DA RUGGERO LUNGHI, UN PO DI PARCO

66 DAI RICORDI DI GAVINO Quando ho incontrato per la prima volta Bassani, nel 1958, durante l’alluvione di Goro, egli era un distinto signore di mezza età. In quella occasione era accompagnato anche da Mario Soldati ma per me, in quel momento erano entrambi perfetti sconosciuti. Io, che sin da ragazzo ho sempre fatto la guida in valle, accompagnavo quello che era già un famoso scrittore ferrarese e non pensavo certo che i miei insegnamenti sarebbero stati riportati in un libro. L’interesse che lo scrittore manifestava era soprattutto per come si svolgeva una giornata di caccia “in botte”. Alla fine della battuta di caccia gradiva fermarsi a pranzo da Gessi a Porticino. Bassani s’interessava a diverse cose, in particolare ricordo quando un uccello che volava molto basso (un airone cinerino) attirò la sua attenzione e mi chiese che animale fosse. Mentre io rispondevo, lui sembrava affascinato dal volatile e non distaccava mai lo sguardo. E’ difficile stabilire con certezza e precisione i luoghi indicati da Bassani; alcuni sono reali e facilmente rintracciabili, altri veri, ma visti e collocati diversamente dall’autore. TRATTO DA “UN AIRONE PER CODIGORO” - Polo Scolastico Superiore di Codigoro, 2002


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