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Prof.ssa AMODIO SILVANA LA LINEA PETRARCHESCA NEL NOVECENTO.

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Presentazione sul tema: "Prof.ssa AMODIO SILVANA LA LINEA PETRARCHESCA NEL NOVECENTO."— Transcript della presentazione:

1 prof.ssa AMODIO SILVANA LA LINEA PETRARCHESCA NEL NOVECENTO

2 Per cominciare …. Nella poesia del XX sec. è possibile scorgere una linea petrarchesca,con esiti vastissimi e differenti, in quanto il poeta fondatore della nostra tradizione lirica ha rappresentato e rappresenta un inevitabile punto di riferimento. Ma la presenza di Petrarca tra i lirici del Novecento non deve essere ricercata solo sul piano dei temi, dello stile, delle forme metriche e del linguaggio; occorre esaminare in che modo si operi il recupero e la rielaborazione di motivi tematici e formali e soprattutto fino a che punto il riferimento a forme letterarie tradizionali scaturisca dal bisogno di rinnovarne il significato.

3 Petrarca e Ungaretti Giuseppe Ungaretti Giuseppe Ungaretti ( ) riprende linclinazione del Petrarca a un continuo lavoro sulla parola poetica, condividendone lansia inesauribile di limare il testo, di apportarvi nuove varianti, che riescano ad esprimere tutte le potenzialità del lessico. La sua raccolta LAllegria conobbe una lunga fase di elaborazione durata un trentennio. Un esempio di rifacimento: la lirica ALBA. Click sulle parole sottolineate.

4 GIUSEPPE UNGARETTI BIOGRAFIA Nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto da genitori lucchesi; trascorre in Africa il periodo dell'infanzia e dell'adolescenza. Nel 1912 si trasferisce a Parigi, ove prende contatto con figure importanti della cultura indigena e con alcuni scrittori italiani (Palazzeschi, Savinio, Soffici) di casa in quelle terre. Tornato in Italia nel 14, si abilita all'insegnamento del francese e di lì a poco parte per la guerra, soldato semplice di fanteria: un'esperienza, quella della trincea, destinata a riverberarsi con forza nei suoi componimenti. Nel 1917 esce la sua prima raccolta poetica, "Il porto sepolto", con una limitatissima tiratura; segue, nel 1919, "Allegria di naufragi". Dopo aver lavorato quale corrispondente da Parigi del "Popolo d'Italia", nel 1933 pubblica "Sentimento del tempo", forse l'opera sua più conosciuta. Nel 1936 si stabilisce in Brasile, rivestendo per alcuni anni il ruolo di docente universitario, e nel 1939, a nove anni di età, gli muore il figlio Antonietto: da questa dolorosa esperienza, nasceranno le liriche de "Il dolore" (1947). Nel 42 è nuovamente in Italia, ove ottiene la cattedra di letteratura moderna e contemporanea all'Università di Roma. In seguito, egli licenzia le raccolte de "La terra promessa" (1950), "Un grido e paesaggi" (1952), "Il taccuino del vecchio" (1960); nel 61, appare il volume di prose "Il deserto e dopo". Successivamente alla sua scomparsa, avvenuta a Milano nel 1970, viene data alle stampe la raccolta postuma "Saggi e interventi" (1974).

5 ALBA TESTO Zampilli di matasse radiose spioventi in masse sinuose di perle PARAFRASI Le nuvole dellalba sembrano esplodere come zampilli di ammassi luminosi, come morbidi agglomerati di perle. SIGNIFICATO Si tratta di ununica immagine metaforica, ispirata dallimpressione visiva improvvisa di unalba luminosa. VARIANTI Spioventi al posto di pioventi Masse sinuose al posto di malie sinuose Le modifiche apportate dal poeta sul piano lessicale perfezionano sul piano fonico il gusto dellALLITTERAZIONE e rendono in modo più efficace lesplosione di luce dellalba.

6 Petrarca e Saba Il triestino Umberto Saba ( ) è lunico fra i poetiUmberto Saba del Novecento a organizzare la propria esperienza biografica e poetica in un corpus unitario, oggetto di una continua elaborazione e denominato, allo stesso modo di Petrarca, Canzoniere. Nella sezione intitolata Autobiografia il poeta racconta, in 15 sonetti, che ricalcano le formule della poesia petrarchesca, le esperienze sentimentali e letterarie più significative della propria vita. Un esempio: il sonetto Quando nacqui mia madre ne piangeva

7 UMBERTO SABA BIOGRAFIA Umberto Saba nasce a Trieste nel 1883 da madre ebrea che viene abbandonata dal marito e di questa situazione ne soffre crescendo tra conflitti familiari ed una infanzia segnata dalla malinconia e dalla lontananza dal padre, girovago ed eterno scontento. La carriera scolastica è alquanto irregolare, abbandona il ginnasio e frequenta solo per poco tempo l'Imperial Regia Accademia di commercio e nautica, interrompendola per impiegarsi in una azienda commerciale. Si imbarca come mozzo su un mercantile. Adotta, al posto del cognome paterno (Poli), lo pseudonimo Saba (che in ebraico vale per: pane). Nel 1911 sposa Lina da cui avrà una figlia. Dopo la prima guerra mondiale apre a Trieste una piccola libreria antiquaria che sarà l'attività pratica di tutta la sua vita e gli consentirà di vivere modestamente e di dedicarsi alla produzione poetica. Nel 1921 compone Il Canzoniere e dopo qualche anno Preludi, Autobiografia e I prigioni. Nel 1928 la rivista Solaria lo impone all'attenzione nazionale con un "Omaggio a Saba" ma l'affermarsi della stagione ermetica provoca il silenzio della critica sulla poesia di Saba. La sua fama sarà riconosciuta con i massimi consensi solo nell'ultimo dopoguerra. Le leggi razziali lo costringono a lasciare l'Italia e dopo un soggiorno a Parigi ritorna nel nostro paese e vive nascosto presso alcuni amici a Firenze e a Roma. D'altra parte non va dimenticato che degli anni nei quali scrisse le ultime cose ne passò sette sotto la minaccia razziale. È da sottolineare che Saba fu un fermo antifascista, per naturale disposizione del suo sentire, assai vicino alle posizioni della sinistra anche se con una ferma e serena coscienza di un poeta che per mezzo secolo ha realizzato una poesia che nel panorama del Novecento italiano è la più ricca di valori umani e sociali. È inoltre emblematico ricordare che Saba, già nel 1911, nel panorama letterario e culturale che gli si presentava davanti si sentiva "di un'altra specie". Nel 1945 ne Il Canzoniere (che Saba voleva intitolare Chiarezza), edito da Einaudi, viene raccolta e selezionata la sua produzione. Il 25 agosto del 1957 muore a Gorizia.

8 Quando nacqui mia madre ne piangeva Quando nacqui mia madre ne piangeva, sola, la notte, nel deserto letto. Per me, per lei che il dolore struggeva, trafficavano i suoi cari nel ghetto. Da sé il più vecchio le spese faceva, per risparmio, e più forse per diletto. con due fiorini un cappone metteva nel suo grande turchino fazzoletto. Come bella doveva essere allora la mia città: tutta un mercato aperto! Di molto verde, uscendo con mia madre, io, come in sogno, mi ricordo ancora. ma di malinconia fui tosto esperto; unico figlio che ha lontano il padre. TEMI Il sonetto si costruisce intorno ai temi ricorrenti nel Canzoniere di Saba: lamore per la madre, le origini semitiche, la bellezza di Trieste, la vita semplice e brulicante dei suoi quartieri popolari, la dolorosa assenza del padre. In altre liriche Saba ricorre a moduli e forme che richiamano passi precisi della poesia petrarchesca, rivisitata, scomposta rielaborata e piegata ad esprimere una nuova sensibilità. Es. Lincisore vs Benedetto sia l giorno …

9 Il recupero ironico del petrarchismo GOZZANO Con la raccolta Colloqui del poeta torinese Guido GozzanoGuido Gozzano sinaugura un recupero ironico delle formule petrarchesche. Gozzano gioca con il suo modello e ne recupera forma cadenze, ritmi e linguaggio per svuotarli dei contenuti alti e sostituirli con una realtà semplice e prosaica. Il primo colloquio sintitola Il giovenile errore, espressione che richiama volutamente il celebre verso (v.3) del primo sonetto del Canzoniere Voi chascoltate. CONFRONTI.

10 GUIDO GOZZANO BIOGRAFIA Guido Gustavo Gozzano (che si fa poi chiamare soltanto Guido) nasce a Torino il 19 dicembre del Si iscrive alla facoltà di legge, ma non giunge mai a laurearsi, preferendo interessarsi di letteratura seguendo - all'università di Torino - i corsi di Arturo Graf, insieme ad un gruppo di giovani con i quali successivamente costituisce il gruppo dei crepuscolari torinesi. Lo scrittore, di salute malferma, non riesce mai ad ottenere un lavoro fisso, ma partecipa comunque attivamente alla vita culturale e mondana della Torino di inizio secolo. Nel 1907 rivela il suo desiderio di rifugiarsi nella poesia con la pubblicazione de La via del rifugio. Qui, lontano da mire intellettualistiche, rivela la sua originalità. Sempre nel 1907 inizia una relazione con la scrittrice Amalia Guglielminetti, ma le sue condizioni di salute peggiorano e lo portano alla tubercolosi. Nel 1911 appare il suo libro più importante: I colloqui, i cui componimenti vengono disposti in tre sezioni: Il giovenile errore, Alle soglie e Il reduce. Per tutto il corso della sua vita Gozzano collabora a giornali e riviste con recensioni letterarie, fiabe per bambini (ricordiamo I tre talismani del 1914 e La principessa si sposa del 1917, postuma), raccolte di articoli (Verso la cuna del mondo, del 1917, postuma) e novelle (L'altare del passato del 1918 e L'ultima traccia del 1919, entrambe postume). Muore a Torino il 9 agosto 1916.

11 CONFRONTI Nel colloquio Il giovenile errore la riflessione sul tempo è ben lontana dal condurre il poeta alla vergogna o al pentersi e si risolve in un invito ironico a godere delle tiepide gioie di una modesta quotidianità. Nella lirica dal titolo Elogio degli amori ancillari, proprio nella sezione Il giovenile errore Gozzano riutilizza in un contesto di giocosa sensualità linizio di un austero sonetto petrarchesco Amor mi manda quel dolce pensero/ che secretario anticho è fra noi due (CLXVIII) in questo modo: Allor che viene con novelle sue/ ghermir mi piace lagile fantesca/ che secretaria antica è fra noi due

12 Il petrarchismo rovesciato: ZANZOTTO, QUASIMODO, VALERI La ripresa ironica e giocosa delle tradizionali strutture petrarchesche giunge fino ai poeti contemporanei. Nella raccolta Il Galateo in bosco (1978) il poeta veneto Andrea Zanzotto Andrea Zanzotto (1921) intitola una sezione Ipersonetto per alludere alla rielaborazione amplificata ed esasperata di una forma metrica codificata che produce un effetto di profondo rinnovamento. Salvatore Quasimodo Salvatore Quasimodo ( ) e Diego Valeri (1887-Diego Valeri 1976), invece, recuperano il locus amoenus e gli spazi solitari con unirrequietezza nuova, un nuovo turbamento esistenziale. Leggiamone due testi esemplificativi: Vento a Tindari, Quel pomeriggio dolce.Vento a TindariQuel pomeriggio dolce

13 ANDREA ZANZOTTO Andrea Zanzotto è nato a Pieve di Soligo (Treviso) nel E considerato dalla critica come uno dei più importanti poeti del secondo Novecento (Premio Viareggio 1979, Premio Librex-Montale 1983, Premio "Feltrinelli" dell'Accademia dei Lincei 1987 per la poesia). Nelle sue prime opere, Dietro il paesaggio, Elegia ed altri versi, Vocativo, Zanzotto ritorna con continua passione sui fiumi, sui boschi, sui cieli, sulle stagioni dell'amata campagna veneta, esprimendone l'estasiata scoperta attraverso una parola che si fa creazione di analogie e alfabeti metafisici, di tracce dell'assoluto, di verità ricavate e rivelate da nomi e apparenze, mentre il soggetto, ricondotto totalmente al gioco linguistico che lo crea e lo distrugge, è al centro di un'angoscia cosmica di ascendenza leopardiana. Con le IX Elegie, Zanzotto muta di colpo lapparenza del suo discorso poetico, spostandosi verso lautoironia, lo sperimentalismo formale e la percezione dellinvadenza drammatica e nevrotizzante della nuova realtà industrializzata e consumistica: un ossessionante viaggio attraverso loscuro e delirante mondo contemporaneo che porta ad abbandonare le linee luminose dei paesaggi dei primi libri, per descrivere un inferno lucido, meccanico e sconvolgente. La ricerca continua delle opere successive: con La beltà, Gli sguardi i fatti e Senhal, Zanzotto, avvalendosi delle tecniche di esplorazione psicologica e, contemporaneamente, di una serie di mirabili invenzioni verbali, compie un viaggio nelle profondità del mondo interiore, impossibilitato alla chiarezza e alla comunicabilità ma, al tempo stesso, animato da uninesausta tensione comunicativa, arrivando alla rappresentazione delle angosce e delle ossessioni del modo contemporaneo attraverso una forma verbale fredda, che carica di forma inquisitiva ed accusatoria ogni istante del discorso. Il rimescolio sempre più originale e vorticoso di materiali linguistici prosegue nelle raccolte più recenti: da Pasque a Filò, in antico dialetto trevigiano, a Il galateo in bosco (1978) è un continuo alternasi di latino, provenzale, formulari dei "mass media", dialetto veneto e "petèl", in una combinazione verbale che però non è mai gioco fine a se stesso, costituendo piuttosto una sorta di segnale linguistico dei momenti più complessi e intricati del nostro inconscio. ( riduzione da Il Porto ritrovato)

14 SALVATORE QUASIMODO Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) nel Compiuti gli studi medi in Sicilia, nel 1919 si trasferisce a Roma, dove si iscrive al Politecnico. Interrompe presto gli studi per problemi economisti e comincia a lavorare (vari impieghi: disegnatore tecnico, commesso, ecc.); intanto studia le lingue classiche da autodidatta. Nel 1926 si impiega presso il Genio Civile e si trasferisce a Reggio Calabria. Nel 1929 sì trasferisce a Firenze, dove Elio Vittorini, suo cognato, lo introduce negli ambienti letterari. L'anno dopo pubblica Acque e terre. Nel 1931 si trasferisce a Imperia dove conosce Sbarbaro, nel 1934 a Milano. Del 1936 è la raccolta Erato e Apóllion.Nel 1938 si licenzia dal Genio civile e comincia a lavorare nell'editoria. Collabora a «Letteratura» e a «Corrente», per le cui edizioni pubblica nel 1940 le traduzioni dei Lirici, l'opera sua oggi considerata più importante, che subito suscita vivaci clamori. Per chiara fama l'anno dopo è nominato professore di letteratura italiana al Conservatorio di Milano, cattedra che terrà fino alla morte. Gli anni successivi, che lo vedono collaborare a vari quotidiani e periodici, sono scanditi essenzialmente dall'uscita delle altre raccolte poetiche: Ed è subito sera (1942, raccoglie la precedente produzione); vari volumi di traduzioni (dai Vangeli, da Catullo, da Omero); La vita non è sogno (1949); Il falso e vero verde (1956); La terra impareggiabile (1958); Dare e avere (1966). Ottiene vari riconoscimenti che culminano nell'assegnazione del premio Nobel nei 1959, che suscita però vivaci polemiche in patria. Negli ultimi anni continua l'attività di traduttore, compie viaggi all'estero per tenere conferenze; riceve la laurea honoris causa dall'Università di Messina nel Muore a Napoli per emorragia cerebrale nel 1968.

15 DIEGO VALERI Diego Valeri (Piove di Sacco Roma ), uno dei principali protagonisti della poesia italiana del Novecento, iniziò la sua carriera come insegnante di Liceo e poi insegnò a lungo Letteratura Francese all'Università di Padova. La sua opera, ricca di suggestioni e di echi letterari che spaziano dai crepuscolari ai postsimbolisti francesi, raggiunge esiti poetici senz'altro tra i più felici della lirica contemporanea. Pubblicò il suo primo libro di poesie, Gaie tristezze, nel Ad esso fecero seguito numerose altre raccolte di versi, tra cui ricordiamo Umana (1915), Crisalide (1919), Ariele (1924), Poesie vecchie e nuove (1930), Scherzo finale (1937), Tempo che muore (1942), Terzo tempo (1950), Metamorfosi dell'angelo (1957), Il flauto a due canne (1958), Verità di uno (1970), Calle del vento (1975), tutte di grande lirismo e raffinato impressionismo. La sua fama di scrittore è legata anche ad opere di diverso genere, in particolare fu autore di saggi critici (Poeti francesi del nostro tempo, 1924; Montaigne, 1925; Romanzi e racconti del medioevo francese, 1944; Antichi poeti provenzali, 1954; Da Racine a Picasso. Nuovi studi francesi, 1956), di raffinate poetiche prose evocative di viaggio (Fantasie veneziane, 1934; Guida sentimentale di Venezia, 1942) ed eccellente traduttore (Lirici tedeschi, 1959; Lirici francesi 1960).

16 A te ignota è la terra ove ogni giorno affondo e segrete sillabe nutro: altra luce ti sfoglia sopra i vetri nella veste notturna, e gioia non mia riposa sul tuo grembo. Aspro è l'esilio, e la ricerca che chiudevo in te d'armonia oggi si muta in ansia precoce di morire; e ogni amore è schermo alla tristezza, tacito passo nel buio dove mi hai posto amaro pane a rompere. Tindari serena torna; soave amico mi desta che mi sporga nel cielo da una rupe e io fingo timore a chi non sa che vento profondo m'ha cercato. Tindari, mite ti so fra larghi colli pensile sull'acque dell'isole dolci del dio, oggi m'assali e ti chini in cuore. Salgo vertici aerei precipizi, assorto al vento dei pini, e la brigata che lieve m'accompagna s'allontana nell'aria, onda di suoni e amore, e tu mi prendi da cui male mi trassi e paure d'ombre e di silenzi, rifugi di dolcezze un tempo assidue e morte d'anima.

17 ANALISI DEL TESTO Come scrive Marisa Carlà: « Il tema centrale della poesia è il contrasto tra il sogno della Sicilia dellinfanzia, luogo mitico di luce e di vita, e la condizione del presente, nella grande città disumana e alienante; contrapposizione resa evidente dalluso di espressioni come paure, ombre, silenzi, morte, che definiscono la realtà attuale; e da espressioni come mite, rifugi, altra luce, che definiscono il sogno». È la contraddizione tra i sogni e la realtà. «La tristezza del poeta è profonda e spesso ritorna in lui la paura della morte; a niente vale laffetto di coloro che gli sono vicini, perché le amare necessità della vita lo hanno portato in luoghi per lui senza luce. Egli sogna nostalgicamente un ritorno magico alla sua terra; Tindari, identificata con linfanzia e la giovinezza, diventa così un sogno per evadere la realtà» (Marisa Carlà). Riccardo Marchese ha scritto: «La poesia è significativa per due motivi: 1) in essa sono riscontrabili i temi più caratteristici della poesia di Quasimodo: lamore nostalgico per la Sicilia, il senso di colpa per lallontanamento, la percezione dellesilio presente come una condanna di quella colpa. 2) sul piano formale la poesia presenta i caratteri fondamentali dello stile ermetico: linguaggio fortemente metaforico ( sfoglia), uso di analogie anche molto ardite ( vento dei pini) volute ambiguità, espressioni ellettiche, uso vago della preposizione a e uso dei sostantivi astratti. Leffetto è quello delloscurità, della vaghezza, della sospensione.

18 Quel pomeriggio dolce si andava lungo il fiume. E ci sorprese a un tratto dallaltra riva, un vasto coro, un alto rammarichio di tortore selvagge raccolte lì, chissà come, da quando. Il bel fiume era lAdda errabonda per prati e campi tra leggiere boschine di pioppi. Sopra era teso un cielo senza nubi, appena nebuloso: il bel cielo di Lombardia, così bello, così in pace. In questo componimento, tratto da Calle del vento (1975) le lusinghe di un sereno paesaggio lombardo nascondono limminente timore di un turbamento, che si insinua attraverso un solo sostantivo rammarichio, spia linguistica di un dolore sotterraneo, pronto a spezzare lincanto del momento.

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