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Corso veloce di filosofia per viaggiatori lenti (e curiosi) a cura di Enzo Galbiati.

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1 Corso veloce di filosofia per viaggiatori lenti (e curiosi) a cura di Enzo Galbiati

2 Programma del corso I ciclo: introduzione ai concetti principali (filosofia, amore, bellezza, verità) alla metodologia e agli autori più importanti. Che è lo stesso che dire: Metafisica, Etica, Estetica, Logica. Ma anche Politica. II ciclo: presentazione dellestetica o filosofia del bello (brutto) o filosofia dellarte. III ciclo: presentazione delletica / delle etiche. IV ciclo: politica cioè di nuovo allintroduzione, alla filosofia.

3 T. S. Eliot, Little Gidding, V, 26-29, in Four Quartets, Londra, 1958: "We shall not cease from exploration / And the end of all our exploring / Will be to arrive where we started / And know the place for the first time Noi non dobbiamo cessare di esplorare perché il fine di tutta la nostra esplorazione sarà quello di arrivare là dove cominciammo e di conoscere quel posto per la prima volta

4 Programma del III ciclo I Incontro (Venerdì 6 maggio): DallEstetica allEtica. Percezione, emozione e passione. Introduzione alla filosofia di Soren Kierkegaard e alla sua opera Enten- Eller. II Incontro (Venerdì 13 maggio): di nuovo Kierkegaard: vita etica e vista estetica; come testo il Don Giovanni di W.A. Mozart / L. Da Ponte. Un primo orientamento fra i concetti di peccato, di bene e di male. III Incontro (Venerdì 20 maggio): Etica ed etiche: il concetto di etica (aristotelica, epicurea, utilitaristica e kantiana). IV Incontro (Venerdì 27 maggio): conclusione provvisoria: letica fra individualismo, pluralismo, tolleranza, relativismo, irrazionalismo etico. Lesempio della bioetica.

5 Estetica (1) 1. ESTETICA (inglese: Aesthetics; francese: Esthétique, tedesco: Aesthetik): la parola aesthetica ha origine dalla parola greca α σθησις (aìsthesis)che significa sensazione e dalla parola α σθάνομαι (aisthànomai) che significa percezione mediata dal senso. 2. Aristotele: Poetica, 1449 b 24: Tragedia è dunque imitazione di un'azione seria e compiuta, avente una propria grandezza, con parola ornata, distintamente per ciascun elemento nelle sue parti, di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni.

6 Estetica (2) Tre aspetti dellesperienza estetica sono evidenziati nella definizione di tragedia offerta da Aristotele: 1.percezione / sensazione / affezione cioè la modificazione passiva che luomo subisce tramite i sensi da parte degli oggetti esterni; 2.emozione (la tragedia depura dalle emozioni); 3.passione (in greco πάθος – pathos, in latino passio), nel senso di azione di controllo e di direzione esercitata da una emozione determinata sull'intera personalità di un uomo. Ci concentriamo solo sulle emozioni.

7 Tu chiamale se vuoi emozioni... Riguardo alle emozioni, nel corso della storia della filosofia si riconoscono due tradizioni contrapposte: 1.le teorie che riconoscono un significato alla emozioni e le considerano manifestazioni o segni di situazioni obiettive in cui l'uomo viene a trovarsi sia in rapporto al mondo che con gli altri uomini; 2.le teorie che negano ogni significato alle emozioni considerandole vane opinioni; tipica al riguardo la posizione dello stoicismo; 3.fuori dalla filosofia, si sono occupati delle emozioni sia la psicologia che le scienze della vita, influenzando fra l'altro anche lEsistenzialismo.

8 Emozioni (1) Con questo termine si intende ogni stato, movimento, affetto o condizione per il quale l'uomo avverte il valore, l'importanza, la portata, che una situazione determinata ha per la sua vita, i suoi bisogni e i suoi interessi. Aristotele (Etica Nicomachea, II, 4, 1105 b 21): emozione è ogni affezione ( πάθος – pathos, affectus) dell'anima che sia accompagnata dal piacere e dal dolore, essendo questi ultimi il segno del valore che ha per la vita dell'animale il fatto o la situazione cui si riferisce l'affezione stessa. Nella Retorica (II, 5, 1382 a 20 e sgg.) Aristotele descrive mirabilmente l'emozione della paura.

9 Emozioni (2) Per gli Stoici le emozioni invece non hanno alcun significato o funzione, poiché la natura ha provveduto in modo perfetto alla conservazione ed al bene degli esseri viventi dando agli animali l'istinto e agli uomini la ragione. Le emozioni non sono provocate da nessuna forza naturale: sono opinioni e giudizi dettati da leggerezza e perciò fenomeni di stoltezza ed ignoranza consistenti nel giudicare di sapere ciò che non si sa. Il saggio ne è immune, proprio perché è saggio, cioè vive secondo ragione (Cicerone, De finibus, III, 48).

10 Sulla posizione di Aristotele si attestano S. Tommaso, Hobbes, i moralisti inglesi e francesi del 1600 e 1700 e in qualche modo Kant. Al riguardo S. Agostino nel De Civitate Dei, XIV, 6 – 9. Sulla posizione degli Stoici troviamo Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hegel e Schopenhauer. Le scienze della vita e la psicologia hanno dato interpretazioni diverse della natura e struttura delle emozioni, classificandole sulla base di principi fisiologici, neurologici, biologici, sociologici, psicoanalitici, comportamentali. Emozioni (3)

11 La teoria di Darwin offre una lettura evoluzionistica delle emozioni basate su tre principi: 1.principio delle abitudini associate (se mostro i denti esprimo emozione della collera); 2.principio dell'antitesi (se mi rannicchio esprimo emozione di autodifesa; l'aprirsi del corpo esprime l'emozione contraria); 3.principio dell'azione diretta del sistema nervoso per cui alcune reazioni (contorcersi per il dolore) sono un'intensa reazione fisiologica che poi diverrà un'abitudine associata. L'evoluzionismo darwiniano giustificherebbe così l'ipotesi che nelle emozioni vi siano delle componenti primitive tra cui il controllo esercitato su di esse dalle parti più antiche del cervello. Emozioni (4)

12 Le emozioni agiscono sia come motivo che come concomitante del comportamento motivato: un'emozione paurosa spinge alla fuga, così come un'emozione gioiosa promuove una ricerca della sua ripetizione. Fra le emozioni che promuovono un comportamento ricordo: 1.la paura che promuove una tendenza ad evitare situazioni in cui è probabile che si manifesti l'oggetto o l'evento temuto (luoghi chiusi o aperti, alcuni tipi di insetti – ragni, api, lo sporco, le malattie); la forma patologica è la fobia; 2.il pianto che promuove comportamenti connessi al rapimento che può destare l'ascolto di una musica o la contemplazione di un panorama, alla partecipazione affettiva al dolore altrui, al cordoglio che, espresso, produce sollievo. Emozioni: lo sguardo della psicologia (1)

13 3.la gelosia che, come emozione carica del timore di perdere l'affetto di una persona a favore di un terzo che interviene nella situazione affettiva, promuove comportamenti di controllo, reazioni violente, atteggiamenti ostili, dove l'emozione non agisce solo come stato di eccitazione dell'individuo, ma anche come motivazione di determinati comportamenti; 4.l'ira che, come frustrazione dell'attività che tende a uno scopo, è riscontrabile in ogni sequenza motivazionale interrotta; risvegliata, l'ira scatena una attività di rappresaglia contro l'oggetto o la persona ritenuti responsabili dell'interruzione della sequenza; Emozioni: lo sguardo della psicologia (2)

14 5.il riso che, come emozione piacevole in se stessa, promuove comportamenti in grado di ottenerlo; sottesa al riso c'è una scarica di tensione che l'organismo avverte come piacevole e ne va alla ricerca; 6.l'ansia che è una paura senza oggetto e quindi indeterminata che condiziona i comportamenti in modo positivo se i valori di ansia sono a livello basso, in modo destrutturante quando sono a livello elevato dove tutto sembra minaccioso ed inevitabile (angoscia). Emozioni: lo sguardo della psicologia (3)

15 Proprio sull'importanza delle emozioni come caratteristica essenziale dell'esistenza umana nel mondo, come parte della sostanza stessa dell'uomo, è sottolineato dalla corrente filosofica novecentesca dell'Esistenzialismo e in particolare da Martin Heidegger. Heidegger vede nelle emozioni non già dei fenomeni accompagnatori degli atti di conoscenza e di volontà, bensì modi di essere fondamentali dell'esistenza (dal latino: ex sistere: stare fuori) appunto in quanto è un'esistenza nel mondo, un Esser-ci (Da-sein). Analizza a questo proposito la paura che ritiene costitutivo dell'esistenza inautentica cioè gettata nel mondo e abbandonata alle vicende di esso (Sein und Zeit, § 30). Lo sguardo della filosofia del 900 sulle emozioni (1)

16 Corrispondente alla paura ma sul piano dell'esistenza autentica, cioè dell'esistenza che non si abbandona al mondo e alle sue vicende ma cerca di comprenderlo nella sua totalità, è l'altra situazione emotiva fondamentale: l'angoscia. Mentre si ha paura davanti a qualcosa che è dentro il mondo e che può essere rimosso, l'angoscia si prova solamente di fronte al mondo come tale. L'angoscia non è provocata da un particolare fatto od evento, ma dal semplice trovarsi nel mondo, cioè dalla situazione originaria e fondamentale dell'esistenza umana, quella che apre primariamente il mondo in quanto mondo (Sein und Zeit, §§ 43 e 50). Lo sguardo della filosofia del 900 sulle emozioni (2)

17 Heidegger non nega l'importanza delle altre emozioni che però appartengono al livello dell'esistenza inautentica o anonima, cioè dell'esistenza rivolta non già a comprendersi e a possedersi in questa comprensione, ma a vivere quotidianamente nella cura, ovvero alla preoccupazione suggerita dai bisogni propri o altrui. All'utilizzazione delle cose e al prendersi cura del mondo, che sono i due aspetti essenziali dell'essere nel mondo, sono connesse ovviamente tutte le emozioni e gli affetti umani e che perciò sono rigettati da Heidegger sul piano inautentico della banalità quotidiana. Per Heidegger però l'esistenza inautentica non è apparenza, illusione o realtà diminuita, ma necessario modo d'essere dell'esistenza stessa. Esistenza anonima

18 Heidegger riprende espressamente il concetto di angoscia dal filosofo danese Soren Aabye Kierkegaard (1813 – 1855): Ci sono uomini il cui destino deve essere sacrificato per gli altri, in un modo o nell'altro, per esprimere un'idea, ed io con la mia croce particolare fui uno di questi. Una volta la mia situazione era questa. Ciò che mi gravava sulle spalle era quel tormento chio posso chiamare il mio pungolo nella carne: tristezza, affanno dellanima quanto a mio padre; affanno nel cuore quanto alla ragazza amata e a tutto ciò che vi si riferiva. Così pensavo che, in confronto degli uomini in generale, potevo dire di aver addosso un fardello piuttosto pesante. Frattanto trovai tanta gioia spirituale nella mia attività, che anche quel peso che consiste nel dolore del proprio peccato non mi faceva tuttavia chiamare la vita che menavo, una sofferenza. Kierkegaard: la vita (1)

19 Mancato matrimonio con Regine. Nel 1840 si fidanzò con la diciottenne Regine Olsen ma, dopo circa un anno, ruppe il fidanzamento. Forse Kierkegaard era attirato dalla vocazione religiosa, o forse non voleva ingannare la ragazza, avendo il timore ossessivo che la maledizione divina potesse gravare anche sulla famiglia che egli avrebbe formato insieme a lei. Regine Olsen si disse pronta a tutto pur di sposarlo, ma Soren fece il possibile per apparirle disgustoso, in modo che cadesse su di lui la colpa della rottura del fidanzamento, che peraltro gli procurò rimpianto per tutta la vita. Kierkegaard: la vita (2)

20 Lotta contro la Chiesa luterana ufficiale della Danimarca, contro lhegelismo, contro i moti rivoluzionari del Opere più significative: Sul concetto di ironia ( tesi di laurea) Enten-Eller, tradotta anche con Aut –Aut (1843) Timore e tremore (1843) Briciole di filosofia (1844) Il concetto dell'angoscia (1844) Postilla conclusiva non scientifica (1846) La malattia mortale (1849) Scuola di cristianesimo (1850) Diario (1834 – 1855) Kierkegaard: la vita (3)

21 L'esistenza e il Singolo / soggettività Le tre modalità esistenziali: vita estetica, etica e religiosa Il paradosso della fede Possibilità, salto, decisione, angoscia e disperazione Vita Kierkegaard: concetti fondamentali EssenzaNecessitàUniversalità SceltaPossibilitàSoggettivitàEsistenza Paradosso in rapporto a Dio Disperazione in rapporto allio Angoscia in rapporto al mondo

22 Il titolo in danese Enten-Eller (in latino Aut – Aut, in italiano o …oppure) rinvia ai principi logici aristotelici di identità (A = A; una cosa è identica a se stessa), del terzo escluso (o A o non A; una cosa può essere qualcosa o non quel qualcosa) e di non contraddizione (non esiste A e non A allo stesso tempo; una cosa non può essere sia vera che falsa allo stesso istante) e alla loro interpretazione hegeliana. Nella Scienza della logica (1812) Hegel aveva criticato i principi della logica aristotelica così: il principio di identità è impreciso perché una cosa è sempre più di se stessa, il principio del terzo escluso è impreciso perché una cosa può essere sia se stessa che molte altre e il principio di non contraddizione è impreciso perché ogni cosa nell'esistenza è sia se stessa sia non se stessa. La dialettica quantitativa hegeliana si può riassumere nella formula "et-et", mentre la dialettica qualitativa kierkegaardiana nella formula "aut-aut", che sta a indicare la scelta esclusiva di uno degli opposti. Kierkegaard: Enten-Eller (1)

23 Pseudonimi: leditore Victor lEremita, lesteta (A.) e il Giudice in pensione Wilhelm (B.) A. scrive: Diapsalmata (=ritornelli): la prima sezione di Enten è una raccolta di molti aforismi, epigrammi, aneddoti e meditazioni sulla modalità estetica della vita. Gli stadi erotici immediati, ovvero il musicale-erotico: è un saggio che discute l'idea che la musica esprima lo spirito della sensualità. A. valuta alcune figure del teatro operistico di Mozart. Saggi letti davanti al Symparanekromenoi (=compagnia della morte): il primo saggio parla di tragedia antica e moderna; il secondo, Silhouettes, parla delle eroine moderne, l'Elvira di Mozart e la Gratchen (Margherita) di Goethe; il terzo intitolato Il più infelice discute la domanda ipotetica: "chi merita di essere definito più infelice di chiunque altro?. Il primo amore: in questa parte, Kierkegaard esamina il concetto di 'primo amore' come l'apice dell'estetico, usando i suoi concetti di "chiusura e di demoniaco; Kierkegaard: Enten-Eller (2)

24 A. scrive infine: La rotazione delle colture: un tentativo di teoria di prudenza sociale. Se in agricoltura si fa la rotazione delle colture per mantenere il suolo fertile e pieno di nutrienti, allo stesso modo in questo testo la rotazione delle colture si riferisce al bisogno dell'esteta di mantenere interessante la sua vita, per evitare sia la noia, sia soprattutto il bisogno di affrontare le responsabilità della vita etica. Il diario del seduttore, scritto dal seduttore Johannes (chiaro riferimento al Don Giovanni di Mozart): questa sezione illustra come l'esteta mantiene l'interessante come il suo valore più alto e come, per soddisfare le sue riflessioni voyeuristiche, manipola la sua situazione da noiosa ad interessante. Lui usa ironia, artificio, capriccio, immaginazione e prepotenza per escogitare possibilità soddisfacenti dal punto di vista poetico; non è così interessato all'arte della seduzione come invece è interessato alla creazione delle sue divertenti possibilità. Kierkegaard: Enten-Eller (3)

25 B. cerca di convincere A., con tre lettere, del valore dello stadio etico della vita: anche una persona etica può ancora apprezzare i valori estetici. La differenza è che la ricerca del piacere è temperata da valori etici e responsabilità. Le lettere di B. sono: La validità estetica del matrimonio: la prima lettera tratta della validità estetica del matrimonio e difende il matrimonio come stile di vita. L'equilibrio tra l'estetico e l'etico nellelaborazione della personalità: la seconda lettera tratta la scelta etica del bene, o di se stessi, e del valore di fare scelte vincolanti nella vita. Ultimatum: il volume finisce nelledificazione nel pensiero che: contro Dio siamo sempre nell'errore. Kierkegaard: Enten-Eller (4)

26 Lo stadio estetico è quello in cui l'uomo manifesta indifferenza nei confronti dei principi e dei valori morali. L'esteta non crede nelle leggi etiche tradizionali. Ritiene invece fondamentali e primari i valori della bellezza e del piacere e a essi subordina tutti gli altri valori (anche e soprattutto quelli morali). Lesteta è teso solo al soddisfacimento di sempre nuovi desideri e considera il mondo come uno spettacolo da godere. Si lascia vivere momento per momento. Vive nellistante, cioè vive per cogliere tutto ciò che vi è dinteressante nella vita, trascurando tutto ciò che è banale, ripetitivo e meschino. Il suo motto è la massima del poeta latino Orazio: carpe diem (cioè "cogli lattimo", vivi alla giornata e credi nel domani il meno possibile). Enten: lo stadio estetico (1)

27 Il tipo dell'esteta è per Kierkegaard il "seduttore", rappresentato dal personaggio di Don Giovanni, il leggendario cavaliere spagnolo prototipo del libertino, immortalato nell'omonima opera di Mozart. Don Giovanni non si lega a nessuna donna particolare perché vuole poter non scegliere: il seduttore è sciolto da ogni impegno o legame e vive nell'attimo, cercando unicamente la novità del piacere. Don Giovanni seduce migliaia di donne senza riuscire ad amarne davvero nessuna. Don Giovanni è la figura che incarna la sensualità, lerotico. Non a caso, questo personaggio è immortalato dalla musica. La musica, infatti, è la più sensuale delle arti, perché si rivolge direttamente ai sensi, senza passare attraverso il concetto, la parola. Enten: lo stadio estetico (2)

28 Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni (catalogo K 527) è un'opera lirica (dramma giocoso) in due atti, del compositore salisburghese Wolfgang Amadeus Mozart. È la seconda delle tre opere italiane che egli scrisse su libretto di Lorenzo Da Ponte, un librettista dell'epoca al servizio dell'imperatore d'Austria; essa precede Così fan tutte (K 588) e segue Le nozze di Figaro (K 492). L'opera venne composta tra il marzo e l'ottobre del 1787, quando Mozart aveva 31 anni. Kierkegaard afferma che il Don Giovanni di Mozart è "un lavoro senza macchia, di ininterrotta perfezione". Enten: lo stadio estetico (3)

29 Enten: lo stadio estetico (4) Il mito di Don Giovannni: Tirso da Molina Molière Byron Trama e personaggi del Don Giovanni di W.A Mozart / L. Da Ponte Tre assaggi dallopera: Ouverture (Andante con moto - Allegro); LAria: Madamina, il catalogo è questo (Leporello); Il Duettino: Là ci darem la mano (Zerlina, Don Giovanni).

30 " Madamina, il catalogo è questo" - Leporello in Atto I, Scena V Madamina, il catalogo è questo, Delle belle che amò il padron mio, Un catalogo egli è che ho fatt'io, Osservate, leggete con me. In Italia seicento e quaranta, In Alemagna duecento e trentuna, Cento in Francia, in Turchia novantuna, Ma in Ispagna son già mille e tre. V'han fra queste contadine, Cameriere, cittadine, V'han contesse, baronesse, Marchesane, principesse. E v'han donne d'ogni grado, D'ogni forma, d'ogni età. Nella bionda egli ha lusanza Di lodar la gentilezza, Nella bruna la costanza, Nella bianca la dolcezza. Vuol d'inverno la grassotta, Vuol d'estate la magrotta; È la grande maestosa, La piccina è ognor vezzosa. Delle vecchie fa conquista Pel piacer di porle in lista. Sua passion predominante È la giovin principiante. Non si picca se sia ricca, Se sia brutta, se sia bella, Purché porti la gonnella, Voi sapete quel che fa. Enten: lo stadio estetico (5)

31 Là ci darem la mano" – Duettino, in Atto I, Scena IX Zerlina e Don Giovanni: Là ci darem la mano, Là mi dirai di sì, Vedi, non è lontano, Partiam, ben mio, da qui. Zerlina: Vorrei, e non vorrei, Mi trema un poco il cor Felice è ver sarei, Ma può burlami ancor. Don Giovanni: Vieni, mio bel diletto! Zerlina: Mi fa pietà Masetto. Don Giovanni: Io cangierò tua sorte Zerlina: Presto non son più forte. Zerlina e Don Giovanni: Andiam, andiam, mio bene, A ristorar le pene D'un innocente amor Enten: lo stadio estetico (6)

32 Consapevole della disperazione connessa alla vita estetica, l'uomo può decidere di cambiare tipo di esistenza, optando per la vita etica. Nello stadio etico l'uomo vive conformemente a ideali morali e cerca di assumersi delle responsabilità. Sceglie fra il bene e il male e accetta i compiti seri della famiglia, del lavoro, dell'impegno nella società, dell'amor di patria e affronta serenamente i sacrifici necessari per restare fedele a tali compiti. Nellillustrare questo tipo di vita, Kierkegaard ha presente il momento delleticità descritto da Hegel, cioè il momento in cui lo spirito oggettivo si incarna nelle istituzioni della famiglia, della società civile e dello Stato. Eller: lo stadio etico (1)

33 La figura del "marito", cioè delluomo che ha scelto una sola donna e ha accettato i doveri del matrimonio, è per Kierkegaard l'emblema dello stadio etico ed è contrapposta a quello del seduttore. L'uomo etico è incarnato dal Giudice Guglielmo, che ha scelto la vita etica, è un marito fedele, un professionista onesto e laborioso e un funzionario esemplare. Mentre il seduttore vive sempre nell'istante, ma perde se stesso, il marito, che ha fatto delle scelte etiche e programma in base a esse il suo futuro, sembra edificarsi una personalità. Appare pacificato e tranquillo, non vive per l'istante bensì nella continuità del tempo in cui egli non fa che riaffermare, riconfermare la sua scelta iniziale. Eller: lo stadio etico (2)

34 Tale ripetizione della scelta effettuata è indice dell'abbandono dell'eccezionalità e dell'entrata delluniversalità del dovere, in cui il dovere non è imposto bensì scelto dall'uomo etico come propria condizione. Anche la vita etica appare, però, limitata. Infatti, leticità è spesso caratterizzata dal convenzionalismo e dal conformismo. Nell'adesione a una legge generale, l'uomo che vive eticamente non riesce a valorizzare appieno la sua autentica individualità, rischia di perdersi nell'anonimato, di non trovare davvero in se stesso la sua vera e profonda personalità. Chi sceglie la vita etica e si assume delle responsabilità sociali, chi diventa, per esempio, giudice o militare, o uomo politico, fa solo ciò che fa la gente; fa solo ciò che "si" fa; pensa solo ciò che "si" pensa. Eller: lo stadio etico (3)

35 L'uomo etico, se sceglie se stesso fino in fondo, raggiunge la propria origine, cioè Dio di fronte alla cui infinitezza non può che provare inadeguatezza morale e senso di colpa. Secondo Kierkegaard il passaggio dallo stadio etico allo stadio religioso può essere predisposto dal pentimento, cioè dalla presa di coscienza di questa insufficienza. L'etica pura, che ci propone degli ideali assoluti difficili da realizzare, ci dice che dobbiamo essere sempre insoddisfatti di noi stessi, che non c'è niente nella nostra vita che sia interamente buono. Si può superare questa paralisi con lesperienza religiosa, cioè accettando per fede che, malgrado le nostre debolezze, Dio è comunque in grado di cancellare i nostri peccati e di redimerci. Così il pentimento ci prepara per il salto nello stadio religioso. Eller: lo stadio etico (4)

36 Enten-Eller: una sintesi

37 Regina Olsen fu l'oggetto delle attenzioni di Kierkegaard, così come Cordelia lo fu per Johannes il Seduttore. Da un punto di vista puramente storico e letterario, Enten- Eller può essere visto come un'autobiografia sottilmente velata degli eventi che riguardarono Kierkegaard e la sua ex fidanzata Regina. Johannes il Seduttore in Il Diario di un Seduttore tratta l'oggetto delle sue attenzioni, Cordelia, così come Kierkegaard tratta Regina: avendo rapporti amichevoli con la sua famiglia, chiedendole di sposarlo e rompendo poi il fidanzamento. Enten-Eller, quindi, potrebbe essere l'espressione poetica e letteraria della decisione di Kierkegaard tra una vita di piaceri carnali, che fu da lui sperimentata in giovane età, o la possibilità di un matrimonio con tutte le responsabilità sociali che esso comporta, o dovrebbe comportare. Enten-Eller: interpretazione biografica

38 Unaltra interpretazione diffusa di Enten-Eller lo presenta come un breviario di una scelta tra due approcci alla vita, dando per scontato che esistano modelli o linee guide che indichino quale scegliere. Le ragioni della scelta dello stile di vita etico piuttosto che quello estetico sono sensate solo se si è già impegnati in uno stile di vita etico. Suggerire l'approccio estetico come il male implica che uno abbia già accettato che debba essere fatta una distinzione tra bene e male. Analogamente, scegliere uno stile di vita estetico interessa solo all'esteta, considerando l'etica del Giudice Vilhelm come non consequenziale e preferendole i piaceri della seduzione. Enten-Eller: interpretazione esistenzialistica

39 Enten-Eller: interpretazione kantiana

40 Il peccato è la trasgressione intenzionale di un comando divino, quindi non di una norma morale o giuridica (in questo caso si parlerebbe di colpa, errore, reato, delitto) ma di una norma che si ritiene imposta o stabilita dalla divinità. Quindi i due elementi del peccato sono: 1. Carattere divino/religioso della norma / divieto. 2. Lintenzione di violare questa norma / divieto. S. Kierkegaard, La malattia mortale, II, cap. 1. SantAgostino, Contra Faustum, XXII, 27. San Tommaso, Summa Theologiae, II, 1. q. 71, a. 6). Il Peccato

41 Del concetto di male (in greco antico: τò κακ ν, latino malum, inglese Evil, francese Mal, tedesco Böse) sono state date due diverse interpretazioni nel corso della storia della filosofia: 1. nozione metafisica del male per cui esso è: a) o non essere di fronte allessere (che è il bene); b) oppure una dualità dellessere, un dissidio o un contrasto interno allessere stesso, cioè come lotta fra due principi antagonisti. Soluzione seguita dalla religione persiana di Zoroastro (che contrapponeva alla divinità del bene Ahura Mazda lantividinità Ahriman che è invece il principio del male), dai Manichei, da Jakob Böhme e da Schelling. 2. nozione soggettivistica del male secondo al quale esso è loggetto di un appetizione negativa o di un giudizio negativo. Il Male

42 . Il male come non essere La concezione metafisica del male come non essere di fronte allessere (che è il bene) appare con gli Stoici: ritenendo che lesistenza dei mali condiziona quella dei beni (cosicché non ci sarebbe giustizia se non ci fossero offese, non ci sarebbe verità se non ci fossero menzogne, ecc.), gli Stoici pensavano che i cosiddetti mali non sono veramente tali perché sono necessari alleconomia e allordine delluniverso. Il punto di vista stoico equivale a considerare buona ogni cosa esistente e a ridurre il male al non essere (Marco Aurelio, Ricordi, V, 8). Questa riduzione è esplicita nel Neoplatonismo (Plotino, Enneadi, I, 8, 3 e 5). Lidentificazione del male con il non essere diviene tradizionale nella filosofia cristiana (due esempi: SantAgostino, De Civitate Dei, XI, 22 e Confessionum libri, VII, 12; San Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 48 a. 1 e a. 2), ma anche in Leibniz, Hegel, Gentile e Croce.

43 La seconda concezione del male è quello che lo considera non già come realtà o irrealtà, ma come loggetto negativo del desiderio o in generale del giudizio di valutazione. Per tutti Kant (Critica della ragion pratica, cap. 2): I soli oggetti di una ragione pratica sono il bene e il male. Con il primo si intende un oggetto necessario della facoltà del desiderare, con il secondo un oggetto necessario della facoltà di aborrire, ma entrambi secondo il solo principio della ragione. Ciò che noi dobbiamo chiamar bene deve essere un oggetto della facoltà di desiderare a giudizio di ogni uomo ragionevole; il male deve essere oggetto di avversione agli occhi di ognuno, sicché per tali giudizi occorre, oltre il senso, anche la ragione. Il male come oggetto negativo del desiderio

44 In ambito morale, cioè nellambito dei comportamenti umani intersoggettivi, con il temine bene (greco γαθόν, latino Bonum, inglese Good, francese Bien, tedesco Gut) si indica tutto ciò che ha valore, pregio, dignità a qualsiasi titolo lo possegga. Nel corso della storia della filosofia si sono intersecati due punti di vista fondamentali al riguardo del concetto di bene (allo stesso modo dellidea di male): 1. la teoria metafisica per la quale il bene è la realtà perfetta e suprema e viene desiderato in quanto tale; 2. la teoria soggettivistica secondo la quale il bene è ciò che viene desiderato o ciò che piace ed è tale solo in questo rapporto. Il Bene

45 Il Bene come realtà perfetta (1) Il modello di tutte le teoria metafisiche del bene quale realtà perfetta e desiderabile è Platone: il dialogo Repubblica (mito della caverna: Libro VII, 514 a – 517 a):

46 Il Bene come realtà perfetta (2) Il teorema caratteristico di questa concezione del bene è quello che afferma lidentità di ciò che è bene e di ciò che esiste: difatti ogni ente in quanto tale è in atto e in quanto è in atto è perfetto; ma ciò che è perfetto è anche appetibile e buono. Il bene è desiderabile solo in quanto è realtà perfetta o perfezione reale. La teoria metafisica del bene si riconosce pertanto dal fatto che subordina la appetibilità alla realtà e da ultimo considera il bene stesso come la realtà suprema. Diversi esempi al riguardo: San Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 5, a. 1 e a. 3; Hegel, Filosofia del diritto, § 129; Gentile, Logica, I, pag. 110).

47 Il Bene è ciò che piace La teoria soggettivistica del bene è simmetricamente inversa della teoria metafisica: il bene NON è desiderato perché è perfezione e realtà suprema, ma è perfezione e realtà suprema perché è desiderato. Lessere desiderato o appetito definisce il bene. Gli Stoici furono i primi a considerare il bene esclusivamente come oggetto di scelta obbligatoria o preferenziale pertanto furono anche i primi ad introdurre nelletica la nozione di valore (Diogene Laerzio, Vitae, VII, 103 – 105). Dimenticata per tutto il Medioevo, questa concezione riemerge nel Rinascimento e nelletà moderna: Hobbes, Leviathan, I, 6; Spinoza, Ethica, III, 9, Scolio e il IV della Prefazione; Kant, Critica del Giudizio, §§ 4 e 5).

48 I due sentieri fondamentali dellEtica (greco τά ήθικά, latino Ethica, inglese Ethics, francese Éthique, tedesco Ethik) Letica è la scienza dei comportamenti umani intersoggettivi. Si distinguono due concezioni fondamentali: 1.Quella che la considera come scienza del fine cui la condotta degli uomini deve essere indirizzata e dei mezzi per raggiungere tale fine; e deduce sia il fine che i mezzi dalla natura delluomo. Per esempio: la frase Il bene è la felicità significa che la felicità è il fine della condotta umana deducibile dalla natura razionale delluomo. 2.Quella che considera letica come la scienza del movente della condotta umana e cerca di determinare tale movente in vista del dirigere o disciplinare la condotta stessa. Per esempio: la frase Il bene è il piacere significa che il piacere è il movente abituale e costante della condotta umana.

49 LEtica del fine (1): Aristotele Come visto in precedenza a proposito del bene, la concezione etica di Platone rientra a pieno titolo in questo filone. Ma è soprattutto la lezione di Aristotele a costituire il vero e proprio paradigma per quasi due millenni. Ecco i postulati: 1.lagire umano si pone sempre come fine il raggiungimento di un bene. 2.In qualche caso i beni sono ricercati in vista di altri beni (è questo il caso della ricchezza): La virtù non consiste nel possedere ricchezze ma nella coscienza di meritarle (Etica Nicomachea, I, 4). 3.Deve però esistere un bene supremo che Aristotele identifica con la felicità ( έυδαμονία ). 4.Aristotele definisce la felicità come attività dellanima secondo virtù ricavandolo dallessenza delluomo (Etica Nicomachea, I, 7) e dalla classificazione delle virtù.

50 LEtica del fine (2): Aristotele La classificazione delle virtù proposta da Aristotele si sviluppa a partire dalla sua concezione dellanima: VEGETATIVASENSITIVARAZIONALE Presiede alle funzioni riproduttive e nutritive Presiede alle funzioni sensibili Presiede alle funzioni intellettuali Presente solo negli animali, presiede alle virtù etiche (coraggio, temperanza, liberalità, magnificenza, magna- nimità, mansuetudine, GIUSTIZIA) Presente in tutti gli esseri viventi (vegetali e animali): piacere e salute come scopi finali Propria solo delluomo: virtù dianoetiche (calcolative e scientifiche): SAPIENZA

51 LEtica del fine (3): Aristotele Sulla base di questa tripartizione, Aristotele individua il piacere e la salute come scopo finale dell'anima vegetativa, risultante dall'equilibrio tra gli eccessi opposti, evitando ad esempio di mangiare troppo, o troppo poco. All'anima sensitiva egli assegna invece le virtù etiche, che sono abitudini di comportamento acquisite allenando la ragione a dominare gli impulsi, attraverso la ricerca del giusto mezzo fra passioni contrarie: ad esempio il coraggio è l'atteggiamento mediano da preferire tra la viltà e la temerarietà. Poiché lessenza delluomo è quella di essere un animale sociale /razionale / politico, l'equilibrio è ciò che deve guidare i suoi rapporti con gli altri; questi devono essere improntati al giusto riconoscimento degli onori e del prestigio derivanti dall'esercizio delle cariche pubbliche. Le diverse virtù etiche (coraggio, temperanza, liberalità, magnificenza, magnanimità, mansuetudine) sono tutte riassunte dalla virtù della giustizia.

52 LEtica del fine (4): Aristotele Quindi le virtù etiche sono disposizioni o abiti virtuosi del carattere delluomo che: 1.permettono la vittoria della ragione sugli impulsi; 2.perseguono la giusta misura tra due eccessi (in medio stat virtus); 3.fissano il fine dellatto morale; 4.la principale virtù etica è la giustizia. In particolare lo Stagirita stabilisce: 1.contro la morale aristocratica tradizionale, secondo cui la virtù è innata, le virtù si manifestano come abitudini e si sviluppano con lesercizio; 2.contro lintellettualismo etico a lui precedente (ad esempio di Socrate e di Platone), la virtù non può derivare soltanto dalla conoscenza teoretica del bene, ma richiede lintervento della volontà umana.

53 LEtica del fine (5): Aristotele All'anima razionale infine Aristotele assegna le virtù dianoetiche, suddivise in calcolative e scientifiche. Le facoltà calcolative hanno una finalità pratica, sono strumenti in vista di qualcos'altro: 1.l'arte ( τέχνη ) ha un fine produttivo; 2.la saggezza ( φρόνησις ) che è la capacità delluomo di agire secondo ragione, fissando i mezzi per realizzare latto morale con riferimento alle cose sensibili, oltre a guidare l'azione politica. La facoltà scientifica è unicamente teorica e studia ciò che non dipende da noi e che non può essere diverso da come è (ciò che è necessario che sia). Essa comprende: 1.la scienza ( έπιστήμη ), cioè la capacità logica di compiere dimostrazioni ed argomentazioni sillogistiche (apodittica); 2.lintelletto ( νούς ), ovvero la capacità di cogliere i principi primi delle scienze da cui scaturiscono per necessità le dimostrazioni.

54 LEtica del fine (6): Aristotele Lunione di scienza e intelligenza viene definita da Aristotele sapienza ( σοφία ) che consiste nella contemplazione delle realtà soprasensibili, che rappresenta il sommo bene per luomo, cioè la massima felicità, che è propria soltanto del filosofo. Le facoltà scientifiche, mirando alla conoscenza disinteressata della verità, non si prefiggono appunto nessun altro obiettivo al di fuori della sapienza in sé. Aristotele introduce così una concezione della sapienza intesa come modalità di vita slegata da ogni finalità pratica e che, pur rappresentando un'inclinazione naturale di tutti gli uomini, solo i filosofi realizzano a pieno, mettendo in atto un sapere che non serve in pratica a nulla, ma proprio per questo non dovrà piegarsi a nessuna servitù: un sapere assolutamente libero.

55 LEtica del fine (7): Aristotele La contemplazione della verità è quindi un'attività fine a se stessa, nella quale consiste propriamente la felicità ed è quella che distingue l'uomo dagli altri animali rendendolo più simile a Dio, definito da Aristotele nella Metafisica come pensiero di pensiero, pura riflessione auto-sufficiente che nulla deve ricercare al di fuori di sé. Diversamente dalle tesi espresse dal suo maestro Platone nella Repubblica (il filosofo deve governare, perché solo chi conosce il Sommo bene e la giustizia può rendere giusto lo Stato), Aristotele pensa che la sapienza, propria di pochi uomini, non si accompagni necessariamente alla saggezza, che è la dote più importante e più richiesta per chi governa.

56 LEtica del fine (8) Le stesse indicazioni date da Aristotele a riguardo delletica si ritrovano per esempio in Hegel, Filosofia del diritto, §§ e § 258 e in Croce, Filosofia della pratica, pag. 310, oltre che in tutti gli autori della tarda Antichità e del Medioevo. Sempre allinterno di questa concezione, seppur modificata rispetto alla lezione aristotelica, occorre ricordare: 1.Bergson con la sua distinzione fra morale aperta e chiusa (Le deux sources de la morale et de la religion); 2.Hartmann con la sua gerarchizzazione dei valori (Ethik); 3.Nietzsche con il suo immoralismo (Wille zur Macht).

57 LEtica del movente (1) La caratteristica della seconda concezione fondamentale delletica è che in essa il bene non viene definito in base alla sua realtà o alla sua perfezione ma solo come oggetto della volontà umana o delle regole che la dirigono. Così mentre nella prima concezione le norme sono derivate dallideale che si assume come proprio delluomo (la perfezione della vita razionale in Aristotele, lo Stato in Hegel, la società aperta o chiusa in Bergson, ecc.), in questa concezione si mira anzitutto a determinare il movente dell'uomo, cioè la regola alla quale egli ubbidisce in linea di fatto; e conseguentemente si definisce come bene ciò a cui si tende in virtù di quel movente o che è conforme alla regola in cui esso si esprime.

58 LEtica del movente (2): i Cirenaici Aristippo e i Cirenaici affermavano che solo il piacere è desiderato per se stesso e vedevano la conferma di questo nel fatto che sin da bambini gli uomini, senza deliberata volontà, cercano il piacere e quando l'hanno raggiunto non cercano altro, mentre fuggono il dolore che ne è l'opposto. I Cirenaici intendevano il piacere come piacere in movimento, negavano che l'assenza di dolore fosse piacere ed infine ritenevano i piaceri del corpo superiori a quelli dell'anima. Quindi il bene è il piacere che l'uomo può godere momento per momento, poiché non vi è nessuna certezza che ne possa godere nel futuro, dove può intervenire il destino che rende vana ogni speranza di vita felice. La ricerca di un bene futuro si accompagna dunque sempre ad un senso di incertezza e inquietudine che rende dolorosa la vita dell'uomo. Meglio quindi il piacere che si può cogliere nel presente badando soltanto non divenirne schiavo.

59 LEtica del movente (3): Epicuro Anche per Epicuro il principio dell'etica è il piacere: Massime capitali, 12. Diversamente da Aristippo, per Epicuro il vero piacere è "assenza di dolore nel corpo" (aponia, dal greco antico πονία – da + πονία ) e "mancanza di turbamento nell'anima" (atarassia, dal greco antico ταραξία - da α + ταραξις: assenza d'agitazione), perché è il solo che non può crescere ulteriormente e quindi non può lasciarci insoddisfatti. Epicuro cercava quindi il piacere stabile e duraturo, quello che si ottiene con la privazione del dolore e che solamente genera la felicità. Inoltre, a differenza dei Cirenaici, Epicuro ritenne i piaceri dell'anima superiori a quelli del corpo: infatti l'anima soffre anche per le esperienze passate e per quelle future, mentre il corpo soffre solo per quelle presenti.

60 LEtica del movente (4): Epicuro Epicuro (341 – 240 a.C.): la vita; le opere superstiti: 1.Lettera a Erodoto (sulla fisica) 2.Lettera a Pitocle (sulla cosmologia e le meteore) 3.Lettera a Menèceno (sull'etica) 4.Massime capitali 5.Sentenze vaticane 6.Frammenti papirologici Caratteri della sua dottrina: il reale è perfettamente conoscibile dall'intelligenza dell'uomo; nelle dimensioni del reale c'è spazio per la felicità dell'uomo; la felicità dell'uomo è mancanza di dolore e turbamento; per raggiungere la felicità l'uomo ha bisogno solo di se stesso; non servono alla felicità dell'uomo la πόλις, le istituzioni, la nobiltà, le ricchezze e gli onori.

61 LEtica del movente (5): Epicuro La canonica: con il termine canone Epicuro intende indicare i criteri necessari e sufficienti per condurre luomo verso la verità. Tali criteri sono tre: 1.le sensazioni (colgono sempre lessere in modo infallibile, quindi sono sempre e tutte vere); 2.le prolessi (sono le rappresentazioni mentali delle cose, anticipano lesperienza ma solo nella misura in cui sono prodotte dallesperienza: ad esempio i nomi delle cose); 3.i sentimenti di piacere e dolore (servono per riconoscere i valori dai non valori - criterio logico-ontologico ed anche assiologico). La fisica di Epicuro è una ontologia, una visione generale della realtà nella sua totalità e nei suoi principi ultimativi; essa è elaborata per dare fondamento alletica. In forza del grande principio parmenideo nulla nasce in assoluto (cioè viene dal non-essere), e nulla muore in assoluto (torna al non-essere), si può parlare unicamente di composizione e scomposizione a partire da elementi originari, che sono gli atomi (Democrito): la totalità del reale è dunque immobile ed infinita.

62 LEtica del movente (6): Epicuro Nella fisica di Epicuro esistono perciò solo due tipi di corpi: i corpi indivisibili (gli atomi) e i corpi divisibili (le cose concrete e visibili, composte da aggregati di atomi). La presenza del movimento dimostra inoltre lesistenza del vuoto che consente appunto ai corpi di spostarsi. Le caratteristiche degli atomi sono le seguenti: forme (intese non come massa, ma come forma ontologica): sono molte ma non infinite; peso; grandezza; movimento perpendicolare dallalto in basso; clinàmen (inclinazione): talvolta, in maniera casuale, gli atomi deviano dal loro moto perpendicolare, scontrandosi così con gli altri atomi che in quel momento si trovano attorno (non si spiegherebbe altrimenti lorigine dei corpi). Ma la teoria del clinàmen è introdotta non solo per ragioni fisiche, ma anche e soprattutto per ragioni etiche. Infatti, nel sistema dellantico atomismo tutto avviene per necessità: il Fato e il Destino sono sovrani assoluti; ma in un mondo in cui predomini il Destino, non ci sarebbe posto per la libertà umana e dunque nemmeno per una vita morale quale Epicuro la concepisce.

63 LEtica del movente (7): Epicuro Per Epicuro la suprema virtù è la phrònesis – φρόνησις - (e non lasophia – σοφία - come per Aristotele), intesa non come capacità politica, ma come ragione calcolante applicata al piacere. Secondo il filosofo del Giardino i piaceri possono essere: 1.piaceri naturali e necessari che sono quei piaceri strettamente legati alla conservazione della vita dell'individuo, come ad esempio il mangiare, il bere e il riposare. Questi sono gli unici piaceri che vanno sempre e comunque soddisfatti perché sono i soli che trovano in loro stessi un limite preciso; 2.piaceri naturali ma non necessari che sono, invece, tutti quei piaceri che costituiscono variazioni superflue dei piaceri naturali: mangiare bene, bere bevande raffinate, ecc. Questi non hanno già più quel limite perché non sottraggono il dolore corporeo, ma variano solo il piacere e possono provocare un notevole danno; 3.piaceri non naturali e non necessari che sono quei desideri vani come tutti i piaceri legati alla ricchezza, alla potenza e allonore. Questi non tolgono il dolore corporeo e arrecano sempre turbamento all'anima rendendoci insaziabili.

64 LEtica del movente (8): Epicuro Linsegnamento etico epicureo è stato sintetizzato dal maestro per i suoi discepoli in quattro brevi proposizioni, il celeberrimo qadrifarmaco : MaliTerapia Il male che deriva dalla paura degli dei e della vita dopo la morte Gli dei sono perfetti e quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi. La divinità o vuol togliere i mali e non può, oppure può e non vuole o anche non vuole né può o infine vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; se può e non vuole, è invidiosa; se non vuole e non può, è invidiosa e impotente; se vuole e può, donde viene lesistenza dei mali e perché non li toglie? (Frammenti, 374). Il male che deriva dalla paura della morte La morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è lei, e quando c'è lei non ci siamo più noi (Lettera a Menèceo, 125). Il male che deriva dalla mancanza del piacere ovvero dai desideri insoddisfatti Esso è facilmente evitabile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare; dunque il solo piacere da perseguire sempre è il cosiddetto piacere catastematico, cioè quello duraturo e non transeunte, legato ai soli beni naturali e necessari, capaci di mantenersi inalterati nel tempo. Il male che deriva dal dolore fisico o morale Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. I mali dell'anima sono invece prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali ci sono i rimedi della filosofia e della saggezza.

65 LEtica del movente (9): Hume Questa concezione delletica rimase latente per tutto il Medioevo, salvo riemergere nel Rinascimento e nelletà moderna: Hobbes, De homine, XI, 6; Spinoza, Ethica, IV, 18, Scolio; Locke, An Essay Concerning Human Understanding, I, 2, 6. Nel 1700 il contrasto fra etica del movente ed etica del fine viene descritto come contrasto fra ragione e sentimento, (Hume, An Enquiry Concerning the Principles of Morals, I). David Hume chiama il fondamento della morale utilità: lazione buona è quella che procura felicità e soddisfazione alla società; e lutilità piace perché risponde ad un bisogno o tendenza naturale:quello che inclina luomo a promuovere la felicità dei suoi simili (An Enquiry, V, 2). La ragione e il sentimento entrano perciò egualmente nella morale (An Enquiry, Appendice, 1): il sentimento di umanità, cioè la tendenza a godere della felicità del prossimo, è la base della morale cioè il movente fondamentale della condotta umana.

66 LEtica del movente (10): lutilitarismo Letica utilitaristica (fine 1700 – metà 1800) ha il suo caposcuola in Jeremy Bentham per il quale i soli fatti su cui si passa far leva nel dominio morale sono i piaceri e i dolori (Introduction to the Principles of Morals, pag. 4). Lunico motivo che guida lazione umana è la ricerca del piacere e la fuga dal dolore, per cui qualsiasi motivazione umana può ricondursi ad un solo principio: il desiderio di massimizzare lutilità, dove per utilità si intende quella proprietà di un oggetto qualsiasi di produrre beneficio, vantaggio, piacere, bene o felicità [...] o impedire laccadimento di pene, male o infelicità a colui del cui interesse si tratta. Su tale principio (il desiderio di massimizzare lutilità) si fonda la morale: il giusto o lingiusto non dipendono dalle intenzioni ma dalle conseguenze delle azioni; è giusta quellazione che promuove la felicità, è ingiusta quella che promuove pena o dolore.

67 LEtica del movente (11): calcolo dellutilità Da questo punto di vista coscienza, senso morale, obbligazione morale sono concetti fittizi o non entità. La realtà che tali concetti celano è il calcolo dei piaceri e dei dolori sul quale riposa il comportamento morale delluomo: calcolo di cui Bentham stabilisce i principi, fornendo la tavola completa dei moventi di azione, tavola che doveva servire per unattività riformatrice in ambito legislativo (liberalismo politico soprattutto anglosassone). Il calcolo edonistico dei piaceri e delle pene è una sorta di algebra morale in grado di: a) misurare i piaceri e le pene in base a criteri quali lintensità, la durata, la certezza, il rischio, lestensione ecc.; b) scegliere, tra tutte quelle possibili, quelle azioni che massimizzano il piacere o minimizzano le pene. Il calcolo edonistico applicato alle scelte pubbliche fa sì che esse si inseriscano in un progetto organico di riforma sociale.

68 LEtica del movente (12): utilità sociale Lutilità sociale è la somma delle utilità individuali. Le scelte pubbliche: se le autorità pubbliche assumessero come principio guida delle loro azioni (in materia istituzionale, legislativa, politica e sociale) quello di massimizzare lutilità sociale, adotterebbero quelle leggi e quelle misure di politica economica e sociale che massimizzano la felicità collettiva (o minimizzano le pene) e in tal modo promuoverebbero il benessere collettivo: la maggiore felicità per il maggior numero di uomini. Lutilitarismo di James e John Stuart Mill, di Ricardo, dei marginalisti, di Comte, di Spencer, dei neopositivisti, di Russell, dei neoutilitaristi non fa altro che spiegare le intuizioni di Bentham, arricchendolo molto spesso di strumenti matematici raffinati.


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