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DEFINIZIONE DI TERRORISMO (Pisano, 1997)

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Presentazione sul tema: "DEFINIZIONE DI TERRORISMO (Pisano, 1997)"— Transcript della presentazione:

1 LE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE: STRUTTURA, OBIETTIVI E MOTIVAZIONI PSICOLOGICHE. (De Luca, 2006)

2 DEFINIZIONE DI TERRORISMO (Pisano, 1997)
Il terrorismo è una forma di violenza criminale a fini politici esercitata attraverso strutture e modalità clandestine. Gli elementi che lo caratterizzano rispetto ad altri fenomeni politici e criminologici sono essenzialmente tre: La violenza criminale → caratterizza il terrorismo rispetto all’esercizio legittimo della forza da parte degli organi di polizia o delle forze armate, dato che i terroristi non rispettano le norme del diritto internazionale di guerra. Il fine politico → differenzia il terrorismo dalla criminalità comune e organizzata i cui obiettivi principali sono di natura economica. Quando si ha a che fare con gli estremisti, il fanatismo religioso diventa parte fondamentale della motivazione politica di un’azione terroristica. La clandestinità → diversifica il terrorismo rispetto alla violenza politica ordinaria che invece si manifesta senza alcun tipo di sotterfugio.

3 TIPOLOGIA DEI GRUPPI TERRORISTICI
Organizzazione. Struttura rigida caratterizzata da regole precise per ciò che riguarda esercizio del comando, componenti funzionali del gruppo e programmi d’azione. Il gruppo-organizzazione può pianificare a lungo termine e progettare operazioni complesse. Formazione. Struttura elastica che gode di ampia autonomia a tutti i livelli, ma non possiede grandi capacità di pianificazione, coordinamento e raffinata operatività. Il lato positivo è che il gruppo-formazione è quello che più facilmente può intraprendere iniziative spontanee e colpi di mano. APPOGGIO E SOSTEGNO: Partiti politici (soprattutto extra-parlamentari). Movimenti radical-rivoluzionari. Reti di estremisti. Governo dello stato in cui il gruppo si origina.

4 STRUTTURA DEI GRUPPI TERRORISTICI
Gruppo unicellulare. Nucleo multifunzionale che difficilmente conta più di 10 membri. Tutti i gruppi terroristici nascono unicellulari e poi si ingrandiscono; in alcuni casi, un gruppo del genere può decidere di non espandersi per motivi di sicurezza – ad es., Organizzazione Rivoluzionaria 17 Novembre (17-N) in Grecia. Gruppo pluricellulare. Struttura rigidamente compartimentata in più cellule in cui a ogni cellula (4-10 membri ca.) sono assegnate funzioni specifiche, in particolare: → compiti di supporto (informazioni e logistica); → compiti operativi (attività terroristiche vere e proprie). Il numero delle cellule dipende dalla consistenza dell’intero gruppo. Il gruppo pluricellulare è strutturato in maniera verticistica: → Capo supremo o direttorio centrale (direzione strategica). → Capi intermedi e aiutanti (sovrintendono le cellule). → Comandante interno (dirige una singola cellula). → Gruppi di fuoco – unità di combattimento (addetti ai compiti operativi).

5 RECLUTAMENTO DEI TERRORISTI
In ambiente specifico → Gruppi ideologici (di destra e di sinistra). Scuole medie, superiori e università. Fabbriche. Sindacati. Luoghi dove si aggregano disoccupati e/o lavoratori precari. Nelle congregazioni religiose → Gruppi politico-confessionali. Nell’ambiente geografico e culturale → Gruppi etnico-nazionalisti. Godono di sostegno elevato per il loro atteggiamento spiccatamente patriottico. Assorbimento gruppi terroristici simili → Gruppi pluricellulari molto organizzati. Forma di reclutamento che si verifica quando un piccolo gruppo entra in crisi operativa o sta per arrivare alla fase di scioglimento. Comunità di immigrati → Gruppi operanti su base transnazionale.

6 BERSAGLI E CRITERI DI SELEZIONE
Bersagli simbolici → persone e beni che simboleggiano le istituzioni nemiche,collegati in particolare al potere statale. Bersagli pragmatici → sono considerati personalmente nocivi agli interessi del gruppo terroristico o responsabili di danni al gruppo stesso. Scopo funzionale dell’azione terroristica: Rapina in banca. Sequestro di persona per ottenere un riscatto (autofinanziamento). Irruzione in armeria per autoapprovvigionamento. Azione finalizzata al rilascio di “compagni” detenuti. Bersagli selettivi → vengono selezionati sia i bersagli simbolici che quelli pragmatici, anche se, soprattutto in caso di attacco con esplosivi, è possibile ci siano vittime casuali. Bersagli indiscriminati → i cosiddetti attentati di “terrorismo cieco” colpiscono bersagli totalmente casuali (ad es., gli attentati in Italia sui treni o in altri luoghi pubblici, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70). Bersagli misti → il bersaglio principale è selettivo, ma quelli collegati lo sono parzialmente o per niente. E’ il caso degli attentati contro aerei di specifiche compagnie di bandiera nei quali solo alcuni dei passeggeri sono della stessa nazionalità dello stato di appartenenza dell’aereo.

7 MODUS OPERANDI DEI GRUPPI TERRORISTICI
Deposito di un congegno esplosivo o incendiario. Tipo più facile di attacco, richiede una preparazione minima dato che sono efficaci anche ordigni esplosivi molto semplici posizionati da poche persone. Dal punto di vista psicologico, è un’azione che non comporta nessun trauma per il terrorista, perché non c’è contatto fisico con eventuali vittime. Il deposito manuale dell’esplosivo può essere sostituito da altre tecniche: → Posteggio di un mezzo di trasporto carico di esplosivo in prossimità dell’obiettivo (autobomba). → Attentatore-suicida che trasporta addosso l’ordigno e si fa esplodere insieme all’obiettivo. → Invio di lettere o plichi esplosivi (ad es., Unabomber). → Lancio manuale dell’esplosivo o con l’ausilio di un mortaio (tecnica preferita da Hezbollah). Agguato. In questa azione è indispensabile un contatto diretto o almeno visivo con il bersaglio. Sono usate armi da fuoco, esplosivi a comando o armi da taglio (soprattutto dal GIA algerino). Il “gruppo di fuoco” è suddiviso in “gruppo esecutivo” e “addetti alla copertura e/o al trasporto” e il numero degli operativi varia a seconda della quantità dei bersagli e della loro staticità o mobilità. Irruzione. Un gruppo operativo si infiltra clandestinamente o con violenza in un immobile per impossessarsene allo scopo di uccidere o sequestrare delle persone, sottrarre documenti o distruggere l’immobile stesso o cose contenute in esso. Il “commando” viene formato in base al tipo di obiettivo e ai compiti specifici richiesti.

8 MODUS OPERANDI DEI GRUPPI TERRORISTICI (2° parte)
Sequestro di persona. Operazione effettuata da un gruppo-organizzazione multicellulare: Molti componenti. Lunga e accurata pianificazione. Complessa esecuzione logistica e operativa. Per operazioni così complesse sono necessari almeno 20 operativi che svolgano ruoli diversi: Il “commando” che si occupa dell’effettivo sequestro. Carcerieri e soggetti in grado di interrogare il sequestrato per ottenere il massimo delle informazioni. I redattori dei comunicati. I “postini” che si occupano di recapitare i comunicati alle forze dell’ordine e/o ai mezzi d’informazione (con l’uso di Internet queste figure sono praticamente scomparse). Un gruppo che si occupa del supporto logistico e del servizio di sicurezza durante tutta la durata del sequestro. Presa di ostaggi. Di solito, è una conseguenza dell’irruzione e segue l’intrusione in un immobile (scuole, sedi diplomatiche e di organizzazioni internazionali) o il sequestro di un grosso mezzo di trasporto (soprattutto aerei). Per effettuare il dirottamento di un aereo è necessario un appoggio in un luogo di atterraggio e questa azione viene eseguita da gruppi molto organizzati, spesso con collegamenti transnazionali, e richiede pianificazione e preparazione scrupolosa, acquisendo tutte le informazioni necessarie. Fondamentale l’elemento sorpresa, per evitare o ridurre al minimo la possibilità di uno scontro a fuoco.

9 I “PILASTRI DELLA FEDE” PER L’ISLAM E IL CONCETTO DI JIHAD
I CINQUE “PILASTRI DELLA FEDE” DELL’ISLAM. La professione di fede. La preghiera rituale ripetuta cinque volte al giorno. L’elemosina (zakat). Il digiuno nel mese di Ramadan. Il pellegrinaggio alla Mecca da compiere obbligatoriamente almeno una volta nella vita. LE QUATTRO VIE PER PRATICARE IL JIHAD (LO “SFORZO”). Combattere con il cuore → è necessario compiere una purificazione del proprio cuore contro il peccato. Combattere con la lingua → è necessario diffondere la legge islamica tramite la predicazione del giusto. Combattere con la mano → ogni buon musulmano deve impegnarsi nella correzione e nella punizione del peccato attraverso le azioni giuste. Combattere con la spada → nel caso in cui si venga attaccati e il proprio territorio sia minacciato, è necessario usare la violenza contro gli “infedeli”.

10 BISOGNI PSICHICI SODDISFATTI DAL FONDAMENTALISMO (De Luca, 2002)
BISOGNO DI SICUREZZA. L’essere umano ha bisogno di eliminare tutte le possibilità fuorvianti di scelta e qualsiasi incertezza. Il musulmano devoto segue scrupolosamente i precetti della propria fede ed è sicuro di fare la cosa giusta che lo porterà in Paradiso. BISOGNO DI UN ANCORAMENTO. Ogni individuo ha bisogno di avere una base solida in un fondamento affidabile nel quale trovare sempre un sostegno. I membri di un gruppo terroristico possono sempre contare sull’appoggio da parte dell’organizzazione in ogni circostanza, dall’aiuto psicologico a quello finanziario. Anche la famiglia di un “martire” potrà godere per sempre del sostegno del gruppo e ogni suo bisogno economico sarà risolto. BISOGNO DI AUTORITA’. E’ il bisogno di sottomissione a contenuti imposti da una persona o da una “scrittura” la cui competenza e prestigio siano indiscutibili e soddisfa l’esigenza di essere guidato. BISOGNO DI IDENTIFICAZIONE. E’ il bisogno di essere personalmente d’accordo su ogni argomento e ogni idea espressa dal gruppo di appartenenza per sentirsi fusi con esso. Il militante estremista si identifica così tanto con il gruppo di cui fa parte da essere pronto a sacrificare la vita “in nome della causa”. BISOGNO DI PERFEZIONE. Il desiderio di ogni individuo è che il proprio atteggiamento sia perfetto e non necessiti di ulteriori complementi e correzioni. L’ascesa al Paradiso permette di raggiungere lo stato di perfezione. BISOGNO DI SEMPLICITA’. E’ proprio della natura umana il bisogno di ridurre realtà complesse e multiformi a pochi principi chiari e formulati in modo che non diano adito a contraddizioni. La vita del militante estremista è estremamente semplice: sa che deve obbedire agli ordini e non c’è posto per nessuna discussione.

11 MECCANISMI DI DISIMPEGNO MORALE DEI TERRORISTI SUICIDI (A. Bandura)
GIUSTIFICAZIONE MORALE. La violenza del comportamento è giustificata dalla moralità della causa che sottende la lotta. Un’azione colpevolizzabile diventa onorabile attraverso un procedimento di ricostruzione cognitiva molto intenso che libera il valore morale dell’uccisione dai vincoli dell’autocensura. I terroristi suicidi vedono loro stessi come “combattenti per la libertà” che devono combattere il Male con ogni mezzo per difendere i valori della loro cultura e il loro modo di vivere. SPOSTAMENTO DELLA RESPONSABILITA’. Le azioni compiute, per quanto terribili possano essere, non sono colpa del terrorista ma del “nemico satanico” che ha costretto il terrorista a eseguire azioni disperate. Se il governo nemico non risponde positivamente alle rivendicazioni dei terroristi, allora le conseguenze distruttive sono soltanto colpa sua. DIFFUSIONE DELLA RESPONSABILITA’. In un’organizzazione terroristica, la responsabilità per un’azione operativa è suddivisa fra diversi soggetti in una catena ininterrotta che va dal capo assoluto all’ultimo dei membri di supporto. Il singolo terrorista non si sente responsabile delle proprie azioni perché fa parte di un gruppo organizzato che decide ciò che è bene, ha una strategia e pianifica ogni evento nell’interesse supremo del gruppo stesso. DEUMANIZZAZIONE. Se le vittime sono spogliate delle loro connotazioni umane, non c’è alcuna restrizione morale o reazione di autocensura per eliminarle: il nemico è “Satana” e va trattato senza pietà.

12 CONCETTO DI “GUERRA COSMICA” (Juergensmeyer, 2000)
La lotta è percepita come una difesa dell’identità di base e della dignità. Se il conflitto è pensato con un significato trascendentale – la difesa non solo delle vite degli uomini, ma soprattutto di una cultura intera (ad es., la difesa dell’Islam) – aumenta la possibilità che la lotta venga considerata una guerra culturale con implicazioni spirituali. L’evenienza di perdere la lotta è qualcosa di impensabile, perché “noi siamo il Bene” e il nemico rappresenta “il Male”. Se un esito negativo del conflitto viene percepito come qualcosa di inconcepibile, sarà molto facile che la lotta assuma una configurazione simbolica molto forte. Più gli obiettivi di una lotta sono inflessibili, maggiore è il rischio che la lotta venga santificata e si trasformi in una “guerra cosmica”. I credenti si identificano personalmente nella lotta. Il conflitto raggiunge una posizione di stallo e non può essere vinto in breve tempo o con modalità convenzionali. Se la lotta viene considerata senza speranza in termini pratici, è molto facile che il conflitto assuma una dimensione sacrale, trasferendo le possibilità di vittoria “nelle mani di Dio”. La fede nella religione e il ricorso alla concezione della “guerra cosmica” diventano indispensabili nei momenti di disperazione, quando il ricorso al trascendente sembra l’unica risorsa disponibile. L’azione individuale può fare la differenza ultima.

13 LE MOTIVAZIONI DI CHI UCCIDE “IN NOME DI DIO” (Stern, 2003)
Alienazione. Creazione di un “gruppo di iniziati” e isolamento dal mondo percepito come “nemico de-umanizzato”. Sviluppo di una “personalità omicida” nei membri del gruppo con l’abbassamento graduale della soglia di “repulsione morale”. Ogni azione viene “spiritualizzata” e quindi giustificata perché fa parte della lotta contro “il Male”. Umiliazione. L’umiliazione (reale o percepita) provoca disperazione e bisogno di reagire attraverso la violenza. Esasperazione della percezione di “non avere via di scampo e/o di realizzazione personale”. Gli attentati sono etichettati come “atti sacri” che permettono al soggetto umiliato di riscattarsi: l’unica salvezza è considerata la fede. Demografia. La concentrazione elevata di una popolazione in un unico territorio fa aumentare a dismisura la pressione psicologica e sociale. La percezione di essere una maggioranza governata da una minoranza accresce la rabbia e un diffuso senso di ingiustizia e di esasperazione. Storia. Ci si riferisce a torti (reali o presunti) subiti nel passato per effettuare una rivendicazione. La motivazione di azioni attuali è il tentativo di ripristinare una condizione del passato (spesso remoto) connotata da “sacralità”. Territorio. Rivendicazione della proprietà di un territorio.

14 PROFILO TIPICO DEL “MARTIRE” PALESTINESE DELLA PRIMA INTIFADA, 1994-1999 (Merari, 2000; Stern, 2003)
Giovane, spesso un adolescente. Psicologicamente immaturo. Su di lui c’è pressione perché lavori e non riesce a trovare un’occupazione. Non ha alternative e non c’è nessun sistema di previdenza sociale ad aiutarlo. Non ha una ragazza né una fidanzata e non ha mezzi per potersi godere la vita. La vita non ha altro significato che dolore e lui sente di aver perso tutto. Il matrimonio non è possibile: è costoso e lui non può neanche prendersi cura della sua famiglia. L’unica via d’uscita è trovare rifugio in Dio e frequenta la moschea locale. I membri di Hamas notano il giovane nella moschea, vedono che appare ansioso, preoccupato e depresso e che va alla moschea ogni giorno. Gradualmente iniziano a reclutarlo: gli parlano della vita ultraterrena e gli dicono che il paradiso lo aspetta se muore nel jihad. Gli spiegano che il nome della sua famiglia verrà tenuto in massimo rispetto, lui sarà ricordato come un “martire”, un “eroe”. Lo portano via di casa 48 ore prima dell’operazione per non dargli tempo di ripensarci: scriverà le sue ultime lettere e firmerà il testamento, così sarà ancora più difficile tornare indietro. Nonostante provengano soprattutto dai campi profughi, i “martiri” tendono ad appartenere a uno status economico medio. Più della metà è stata,in qualche momento della vita, nelle prigioni israeliane. Quasi nessuno compie le azioni individualmente; c’è sempre un’organizzazione che lo sostiene. Appena il giovane viene reclutato, è indicato come un “martire vivente”. Spesso, vengono fatte registrazioni audio e video come “ultimo addio”, scattate foto in pose eroiche utilizzate per poster e calendari di propaganda da diffondere dopo la morte: sono tutti “punti di non ritorno”.

15 LE “VEDOVE NERE” DELLA CECENIA (Juzik, 2003)
La “sfortunata”. E’ una vedova di anni o semplicemente una donna con una vita disgraziata e un destino difficile. Può non avere avuto figli (per motivi personali, di salute, ecc.) oppure averli persi in guerra. Nella sua vita è sempre presente un forte trauma o un’insoddisfazione generica e i reclutatori iniziano ad aiutarla, a darle conforto e a convertirla al radicalismo. La donna inizia a stare meglio. I reclutatori la trattano con rispetto, la chiamano “sorella” e magari qualcuno di loro la sposa. Dopo un po’ di tempo (da due mesi a un anno), la donna viene presa in carico da persone scelte della sua cerchia più intima: cominciano a leggerle testi religiosi, le fanno ascoltare canzoni religiose che propagandano il jihad e il martirio. Il nuovo marito o l’amica più cara le ricordano le persone care che sono state uccise. La “fidanzata”. E’ una ragazza di anni, cresciuta in una famiglia molto rigida in cui le viene inculcato il culto dell’uomo, oppure è cresciuta senza il padre e non ha un consanguineo maschio che possa vendicare il suo disonore o la morte. E’ simpatica, docile e abituata a sottomettersi all’uomo. Se proviene da famiglia wahhabita, prima dei 20 anni ha già avuto una serie di matrimoni non ufficiali (in questa società, è costume dividersi la donna, usare la moglie dell’amico e dargli la propria). In un certo momento, alcuni uomini rapiscono la ragazza come se volessero sposarla, ci fanno sesso e riprendono delle scene di gruppo con una videocamera e il materiale compromettente è pronto. Le ragazze “con un passato” non hanno più nessuna possibilità di sposarsi, di tornare in famiglia o farsene una propria: il sesso prematrimoniale è considerato un disonore e un peccato mortale.

16 FASI DELLA FORMAZIONE DI UNA “VEDOVA NERA” (Juzik, 2003)
PRIMA FASE: Reclutamento e rapimento. La “sfortunata” viene gradualmente allontanata dalla famiglia d’origine e il suo isolamento è una condizione fondamentale per il suo addestramento. La “fidanzata” viene rapita con modalità sempre uguali: a casa della ragazza, si presenta unadonna sui anni, dell’età giusta per poterle essere madre e che ha il compito di darle sostegno e infonderle coraggio; in macchina, c’è un aiutante maschio che deve essere conosciuto dalla ragazza per farle capire che si è disposti all’uso della forza; la donna effettua una contrattazione con i genitori e la ragazza viene prelevata. SECONDA FASE: Isolamento e addestramento. Le future bombe-viventi sono portate in un “campo d’addestramento” dove sono indottrinate con la religiosità estremista i cui ingredienti sono isolamento, silenzio, lettura del Corano e una musica ben precisa. Continuamente, le vengono ricordate le persone care uccise (se ce ne sono), vengono sottoposte a forte pressione emotiva parlando della lotta, del paradiso, del dovere. La “missione sacra” è offrirsi in sacrificio per conquistare l’accesso al paradiso e cancellare la propria condizione di “svergognata”. Se la candidata è particolarmente refrattaria, le sono somministrate sostanze psicotrope. TERZA FASE: Esecuzione dell’attentato suicida. Viene legato l’esplosivo alla cintura della “vedova nera” e l’istruttore rimane a poca distanza dal luogo dell’attentato, mantenendo il contatto visivo. Al minimo segno di incertezza, fa scoppiare lui l‘ordigno con un telecomando. Quasi tutte le “vedove nere” vengono fatte esplodere e non si uccidono loro stesse.


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