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Manoscritti illuminati. Una delle testimonianze artistiche più importanti del Medioevo è la miniatura, ovvero una pittura di piccole dimensioni eseguita.

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Presentazione sul tema: "Manoscritti illuminati. Una delle testimonianze artistiche più importanti del Medioevo è la miniatura, ovvero una pittura di piccole dimensioni eseguita."— Transcript della presentazione:

1 Manoscritti illuminati

2 Una delle testimonianze artistiche più importanti del Medioevo è la miniatura, ovvero una pittura di piccole dimensioni eseguita su un supporto di pergamena, di carta o d'avorio. L'etimologia deriva da minium, termine che nelletà classica e nei primi secoli del Medioevo indicava il cinabro, pigmento di colore rosso usato già nella pittura antica e adoperato anche per dipingere in rosso iniziali, titoli e rubriche di testi scritti. Quindi miniare o minio describere significò originariamente scrivere con il rosso, analogamente a rubricare

3 Più tardi la parola miniatura si estese a indicare la decorazione e lillustrazione di un testo scritto. Con questo tipo di pittura l'opera era definita manoscritto illuminato

4 I manoscritti illuminati I manoscritti illuminati sono documenti in cui il testo è integrato dallaggiunta di decorazioni o illustrazioni, come iniziali decorate, bordi o miniature Il termine illuminato deriverebbe dal latino lumen o luce, in quanto la miniatura, luminosa nelluso dei colori e della foglia d'oro o di argento, dava preziosità e luce al testo scritto Secondo un'altra interpretazione probabilmente più credibile (F. Brunello - De Arte Illuminandi) il termine illuminato discende invece dall'uso di lacche alluminate, cioè con allume come mordente, una pratica comune in questo tipo di pittura Dante nel canto XI del Purgatorio, quando incontra il miniatore Oderisi da Gubbio, scrive: "'Oh' dissio lui 'non se' tu Oderisi/ Lonor dAgobbio e lonor di quellarte/ Challuminar chiamata è in Parisi?'"

5 Uno dei mordenti più comuni era proprio l'allume o allume di rocca (sx), il solfato doppio di alluminio e potassio avente formula Al 2 (SO 4 ) 3 ·K 2 SO 4 ·24H 2 O. Questo composto, importantissimo nell'industria tintoria sia come mordente sia per la concia delle pelli, era ricavato anticamente dal minerale allumite In effetti nella miniatura, tecnica simile all'acquerello, si impiegavano molti colori ricavati da succhi vegetali, cioè da estratti acquosi di piante come l'arzica, il tornasole, la robbia, ecc.; il colore di questi succhi poteva essere regolato addizionando un mordente, quindi trasformando il colorante in una lacca in cui lo ione metallico è coordinato ai gruppi leganti del colorante

6 Una caratteristica importante che definisce la miniatura consiste nel suo essere condotta a mano con mezzi pittorici. Questa definizione si riferisce al periodo compreso tra letà paleocristiana e gli inizi del XVI secolo; gli eventi che ne delimitano il periodo sono il passaggio dal rotolo al codice, avvenuto gradualmente tra il I e il III secolo d. C., e lavvento della stampa tipografica che, sperimentata per la prima volta da Gutenberg a Magonza alla metà del XV secolo, si diffuse poi in tutta lEuropa Il libro aveva anticamente forma di rotolo; era costituito da fogli di papiro o di pergamena incollati lungo i margini e arrotolati e veniva letto svolgendolo. Ad esso nel III secolo d. C. si sostituì il codice, formato da fogli di pergamena ripiegati. Già nella civiltà egiziana i Libri dei Morti, scritti su papiro e deposti nelle tombe, erano decorati con illustrazioni a colori; in questo senso il più antico esempio di manoscritto illuminato potrebbe essere considerato il Libro dei Morti composto per Ani (sopra), risalente al 1250 a.C. e attualmente conservato presso il British Museum di Londra

7 Anche nelle civiltà greca e romana è probabile che testi scientifici e letterari fossero accompagnati da illustrazioni (es. sotto, rotolo risalente al II secolo d.C.) È però solo con laffermazione del codice che le illustrazioni divengono maggiormente ricche ed elaborate

8 Molti trattati medievali contengono al loro interno sezioni dedicate alla miniatura, (anche se rari sono quelli dedicati esclusivamente a questo tipo di tecnica pittorica). Il primo è probabilmente il Manoscritto di Lucca o Compositiones ad tingenda che contiene numerose ricette per la preparazione e applicazione dei colori, alcune derivanti dal Papiro X di Leida. Importanti sono anche il De coloribus et artibus Romanorum, il Mappae Clavicula, il Libro dei Colori, secreti del XV secolo o Manoscritto Bolognese e naturalmente il più celebre testo di arte medievale, il De diversis artibus dell'abate tedesco Teofilo Infine, per quanto non espressamente rivolto alla tecnica della miniatura, è naturalmente di grande importanza anche il Libro dell'arte di Cennino Cennini

9 Un'altra opera importantissima, che ha la caratteristica unica di trattare esclusivamente di miniatura, è il De Arte Illuminandi (XIV secolo), manoscritto anonimo di area napoletana, molto interessante soprattutto nella versione commentata da F. Brunello Si tratta dell'opera più completa sulla descrizione dei metodi medievali necessari per la realizzazione delle miniature su pergamena La versione di F. Brunello, oltre al testo medievale commentato, contiene un compendio sulla tecnica della miniatura medievale e un dizionario dei colori usati, risultando così opera estremamente preziosa per chi si occupa di miniatura

10 Moltissimi manoscritti sono di ispirazione religiosa, fatto semplice da comprendere se si pensa che nellalto Medioevo larte pittorica era in pratica appannaggio dei soli gruppi ecclesiastici A partire dal XIII secolo, comunque, si registra un numero crescente di testi secolari o laici, di ispirazione profana. Oltre alle scuole claustrali fioriscono le scuole di corte dove pittori laici creano lussuosi codici per esaltare le virtù dei loro signori

11 Codici, rotoli e fogli singoli …o in fogli singoli (Mappamondo di Vercelli, XIII secolo, sx) Molti manoscritti erano creati come codici, quindi sotto forma di libri. Esistono esempi di testi in rotolo (es. l'Exultet della Biblioteca Casanatense di Roma, XI secolo, dx)…

12 Testimonianze del Medioevo I manoscritti illuminati sono il tipo più comune di artefatto che ci è giunto dal Medioevo, nonchè le migliori testimonianze della pittura medievale. Relativamente a certe aree geografiche e certi periodi si tratta dei soli esempi sopravvissuti di pittura Si tratta quindi di manufatti di grande valore storico, artistico e religioso, testimonianza delle capacità tecnico- artistiche degli antichi scribi. Le illustrazioni dei manoscritti illuminati sono ancora adesso in grado di rivaleggiare con i manoscritti a stampa dal punto di vista della precisione di tratto e della fantasia delle forme

13 Scopo dei manoscritti La tecnica di illuminazione era complessa e spesso costosa, dovendo impiegare materiali pregiati come oro, argento, cinabro o lapislazzuli. Per questo motivo era di solito riservata a libri speciali, per esempio bibbie da altare. Le persone facoltose potevano commissionare la decorazione dei testi chiamati Libri delle ore, in cui erano definite le preghiere più appropriate per i vari momenti della giornata liturgica

14 Scriptoria e centri darte Il laboratorio artistico nel quale si producevano i manoscritti illuminati e, più in generale, i testi medievali, era chiamato scriptorium. Lo scriptorium spesso aveva caratteristiche peculiari e riconoscibili, nel senso che i suoi artisti impiegavano le stesse tecniche e la stessa tavolozza nellilluminazione dei manoscritti A livello geografico, i centri più importanti nellilluminazione erano senzaltro la Francia, con Parigi faro culturale e artistico, nel quale si svilupparono stili vari tra cui il Gotico; poi le Isole Britanniche, le Fiandre e i paesi del Vicino Oriente (Siria, Armenia) In Italia noti scriptoria avevano sede presso le abbazie di Bobbio (Piacenza), Nonantola (Modena) e Montecassino (Frosinone)

15 Lo scriptorium doveva assomigliare più ad un laboratorio di alchimia che allo studio di un pittore. A causa della limitatezza dei commerci e di un certo isolamento cui si sottoponevano gli artisti, tanto religiosi quanto laici, il miniatore (o i suoi collaboratori) non si limitava a realizzare l'opera artistica ma doveva anche preparare tutto ciò che serviva per l'esecuzione: dai fogli del libro ai colori, alle colle fino a penne e pennelli

16 La preparazione dei colori era ovviamente l'aspetto tecnico più importante. Nel Medioevo, come nelle epoche precedenti, i pigmenti dovevano essere preparati appena prima dell'uso; non era prassi conservarli a lungo. Procacciarsi le materie prime e trasformarle in maniera idonea richiedeva un'elevato grado di esperienza. Spesso i miniatori disponevano di aiutanti che assolvevano proprio a questa mansione Ecco quindi l'utilità dei ricettari come i già citati De Arte Illuminandi o Compositiones ad tingenda, che forniscono informazioni su ogni aspetto dell'arte della miniatura, indicando ricette e consigliando il modo migliore per impiegare i vari pigmenti e coloranti

17 Tecnica di composizione del manoscritto illuminato Prima di descrivere i materiali pittorici impiegati nell'illuminazione, vediamo quali sono le diverse fasi attraverso le quali veniva creato il manoscritto illuminato. Nella composizione potevano intervenire altre persone oltre al miniaturista, quali il calligrafo e colui che preparava la pergamena Si parte dal foglio di pergamena opportunamente sagomato e trattato, ovvero lavorato con un appretto a base inorganica per eliminare la naturale untuosità della pelle animale; eventualmente la pergamena poteva essere tinta con porpora o altri coloranti

18 Sui fogli di pergamena così preparati comincia l'opera dello scriptor o librarius, cioè del calligrafo che redige il testo con inchiostri neri e rossi (più raramente con altri colori). Lo scriba pianificava lo schema generale dellopera (es. collocazione delle iniziali, bordi, titoli, ecc.) segnando le varie parti con una punta metallica. Nella figura sono mostrati alcuni attrezzi usati per segnare le linee guida per la calligrafia Quindi si accingeva allopera con calamaio e penna. Egli eseguiva tutte le scritture lasciando scoperti gli spazi per le iniziali più grandi e decorate e per le figure da miniare. Spesso il calligrafo poteva lasciare delle indicazioni per il miniatore, segnando con tratto leggero il contorno dell'iniziale da decorare o lasciando delle note sul soggetto da dipingere. Così talvolta si può leggere a margine frasi come "Hic pingatur papa genuflexus" oppure "Hic ponatur una mulier in habitu viduali"

19 La scrittura dipendeva dai costumi locali e dai gusti. I robusti caratteri Romani tipici dellAlto Medioevo, gradualmente furono sostituiti dai caratteri in corsivo come lonciale e il semionciale, specialmente nelle Isole Britanniche dove si svilupparono stili distintivi noti come insulari Attorno al XIII secolo fu introdotto il carattere gotico o blackletter, molto popolare nel tardo Medioevo

20 La miniatura risalente all'XI secolo raffigura un monaco che scrive e un laico miniatore mentre lavorano fianco a fianco nello scriptorium del monastero di Echternach (Germania)

21 Terminato il lavoro del calligrafo, il miniatore poteva cominciare a disegnare figure e ornamenti con lo stil di piombo. Disegni anche molto complessi erano pianificati in anticipo, probabilmente su tavolette di cera, i bozzetti dellepoca. Il disegno era infine tracciato sulla pergamena. I tratti erano ripassati con inchiostro nero a base di metallo-gallato per avere linee permanenti e resistenti all'acqua Si creava così il campus da coprire poi con i colori

22 Quindi i colori erano stesi all'interno delle sagome con pennelli più o meno fini; i dettagli più minuti erano probabilmente stesi con un solo pelo La sequenza di stesura degli strati era varia e influenzava in certi casi l'aspetto finale della parte colorata. Spesso sui disegni erano stesi strati di coloranti per avere eleganti velature, oppure strati protettivi

23 I colori erano generalmente tempere acquose, miscelati con albume o rosso d'uovo e gomma arabica, una tecnica simile all'acquerello

24 Oltre a figure ed ornamenti, il miniatore doveva realizzare le grandi iniziali decorate, tecnicamente assimilabili alle figure, le dorature e argentature (che richiedevano una tecnica particolare, diversa da quella degli altri pigmenti), le scritte in oro e argento

25 Le iniziali Il termine iniziale si riferisce ad ogni lettera ingrandita all'inizio della sezione di un libro. Nei manoscritti illuminati le iniziali erano spesso decorate in maniera elaborata o almeno rubricate, cioè colorate in rosso Mentre nei primi secoli della miniatura liniziale era evidenziata per motivi essenzialmente pratici, in seguito si sviluppò l'uso di abbellirla con elementi decorativi di vario tipo: zoomorfi o antropomorfi (iniziale decorata)zoomorfi o antropomorfi (iniziale decorata) contenenti figure (iniziale figurata) o vere e proprie storie (iniziale istoriata)contenenti figure (iniziale figurata) o vere e proprie storie (iniziale istoriata) a intreccioa intreccio vegetalivegetali

26 sopra: ritratto di Geoffrey Chaucer (Canterbury tales)

27 I colori dei manoscritti La varietà di colori a disposizione del decoratore di manoscritti medievali era sorprendentemente vasta: la stesura su pergamena e la tecnica a tempera non comportavano alcun limite nella scelta dei composti da utilizzare, cosa che non avviene, per esempio, nella tecnica dell'affresco. Le uniche limitazioni si hanno nei rari casi in cui due colori apposti in zone limitrofe o affacciate potevano reagire chimicamente e dare luogo a prodotti di degradazione indesiderati, come nel caso di pigmenti a base di piombo, es. bianco piombo, 2PbCO 3 ·Pb(OH) 2 e a base di solfuro, es. orpimento, As 2 S 3, la cui interazione può generare precipitati neri Inoltre, la produzione di colori sintetici (quali il vermiglione al posto del cinabro o i pigmenti blu a base di rame) e limportazione di nuovi colori dai paesi extraeuropei (zafferano, cocciniglia) ebbe un significativo incremento proprio mentre l'arte della miniatura si stava sviluppando

28 Pigmenti e coloranti I miniatori erano probabilmente consci del fatto che i colori a base inorganica erano più stabili nel tempo rispetto a quelli a base organica, che sono facilmente soggetti a processi di fotodegradazione; d'altra parte va considerato che l'esposizione dei colori alla luce era ridotta per il fatto che i manoscritti erano generalmente mantenuti chiusi. Da qui il largo uso di coloranti di origine vegetale o animale, conservati in pezzuole e poi addizionati di mordente Perciò nelle miniature è spesso ancora possibile, per quanto in maniera non semplice, identificare la presenza di alcuni coloranti, come lindaco, la porpora di Tiro, la robbia e il kermes

29 Succhi e pezzuole Molto importanti per la tavolozza dei miniatori erano i succhi vegetali (succus o jotta) con cui si indicavano genericamente gli estratti vegetali colorati, ricavati direttamente dalle piante senza particolari trattamenti, es. per spremitura. I succhi erano impiegati per preparare le pezzuole per dipingere all'acquarello: veli di questi coloranti rilasciati in soluzione acquosa erano usati per migliorare altri colori, in quanto davano alle miniature un aspetto di trasparenza brillante Ricette per la preparazione di succhi e pezzuole e per il corretto uso dei colori così ottenuti sono presenti in molti trattati di arte medievale: il Cennini ne parla diffusamente sotto il titolo "Dei colori che si adoperano in lavorare su carta" (cap. CLXI) citando come pezzuole non già i pezzetti di tessuto imbevuti, bensì gli stessi colori. Lo stesso Teofilo consigliava di ombreggiare le miniature dipinte in verdigris con succhi vegetali verdi

30 Come dice il Cennini, con le pezzuole "si fa d'ogni colore" ed effettivamente i succhi sfruttati dai miniatori medievali erano moltissimi: i gialli: jotte luze, dalla Reseda luteola, ovvero l'arzica; crocus dallo zafferanoi gialli: jotte luze, dalla Reseda luteola, ovvero l'arzica; crocus dallo zafferano i bruni: jotte concina, estratto di galle di quercia, ricco di tanninii bruni: jotte concina, estratto di galle di quercia, ricco di tannini i verdi: succus gladioli o viride de liliis azurinis dai fiori di ireos (Iris germanica e Iris fiorentina); succus caulae dal cavolo (Brassica oleracea); succus porri dal comune porro coltivato (Allium porrum); succo di prugnameroli dai frutti del Rhamnus catharticus, noti come grani d'Avignone; succus rute o ruvite dalla Ruta graveolens, pianta tossica come la precedente; gatetriu dal succo di caprifoglioi verdi: succus gladioli o viride de liliis azurinis dai fiori di ireos (Iris germanica e Iris fiorentina); succus caulae dal cavolo (Brassica oleracea); succus porri dal comune porro coltivato (Allium porrum); succo di prugnameroli dai frutti del Rhamnus catharticus, noti come grani d'Avignone; succus rute o ruvite dalla Ruta graveolens, pianta tossica come la precedente; gatetriu dal succo di caprifoglio i rossi: un succo rosso sangue estratto dal tronco dell'edera, non meglio identificatoi rossi: un succo rosso sangue estratto dal tronco dell'edera, non meglio identificato i blu: torna-ad-solem dalla Crozophora tinctoria a pH basico; succus sambuci dai frutti di Sambucus nigrai blu: torna-ad-solem dalla Crozophora tinctoria a pH basico; succus sambuci dai frutti di Sambucus nigra i violetto-porpora: folium sempre dalla Crozophora tinctoria a pH neutro; bisetus, sottoprodotto del foliumi violetto-porpora: folium sempre dalla Crozophora tinctoria a pH neutro; bisetus, sottoprodotto del folium

31 In base alle indicazioni dei testi medievali possiamo capire quali pigmenti e coloranti erano impiegati nell'illuminazione. Secondo l'anonimo autore del De Arte Illuminandi, i colori necessari a miniare sono otto: il nero, il bianco, il rosso, il giallo, l'azzurrino, il violaceo, il rosaceo e il verde Sempre in base alle indicazioni dell'autore, sappiamo che si usavano sostanze naturali e artificiali: naturalinaturali azzurro d'oltremare (blu oltremare), azzurro d'Alemagna (azzurrite), azzurro d'argento (poco noto, si tratta di argento contenente impurezze di rame)azzurro d'oltremare (blu oltremare), azzurro d'Alemagna (azzurrite), azzurro d'argento (poco noto, si tratta di argento contenente impurezze di rame) terra nera (grafite)terra nera (grafite) terra rossa (ocra rossa)terra rossa (ocra rossa) terra verde (argilla contenente silicato ferroso), verde azzurro o chrysocolla (termine genericamente riferito a pigmenti verdi contenenti rame, tra cui la malachite)terra verde (argilla contenente silicato ferroso), verde azzurro o chrysocolla (termine genericamente riferito a pigmenti verdi contenenti rame, tra cui la malachite) terra gialla (ocra gialla), orpimento, oro e zafferanoterra gialla (ocra gialla), orpimento, oro e zafferano

32 artificialiartificiali azzurro e violaceo dall'erba nota come tornasoleazzurro e violaceo dall'erba nota come tornasole nero da legna bruciata, da nerofumo o dalla seppianero da legna bruciata, da nerofumo o dalla seppia cinabro (in realtà vermiglione) e miniocinabro (in realtà vermiglione) e minio verde dal rame, dai prugnameroli e dal succo dell'irisverde dal rame, dai prugnameroli e dal succo dell'iris bianco dalla cerussa o da ossa inceneritebianco dalla cerussa o da ossa incenerite giallo dalla radice di curcuma, dalla robbia o erba dei tintori, dalla porporina o oro musivo e dal giallollino o giallorino (nome che indica alcuni pigmenti a base di piombo)giallo dalla radice di curcuma, dalla robbia o erba dei tintori, dalla porporina o oro musivo e dal giallollino o giallorino (nome che indica alcuni pigmenti a base di piombo) rosaceo dal legno del brasile o verzinorosaceo dal legno del brasile o verzino

33 Il rosso dal Brasile Un colorante rosso-rosa molto usato nel Medioevo fu il brasiletto o verzino o legno del Brasile, ricavato da varie piante leguminose del genere Caesalpinia e alcune del genere Haematoxylum. Si tratta di piante indigene delle Indie Orientali (Caesalpinia sappan) e del Sudamerica (Caesalpinia echinata, sx, Caesalpinia crista) Il brasiletto fu importato in Europa dal X secolo d.C., prima quindi della scoperta dell'America. Il termine bresil viene forse dall'arabo, da cui passò al portoghese; oppure potrebbe essere legato all'aspetto del colorante, che ricorda quello della brace, braise in inglese e francese antico. In ogni caso, il suo nome non deriva, come si potrebbe pensare, dal Brasile, ma viceversa: quando Pedro Alvares de Cabral nel 1500 sbarcò sulle coste dell'odierno Brasile, scoprì la presenza di numerose piante simili a quelle già note in Europa per l'estrazione del brasiletto, e da qui chiamò Brasile la terra appena conquistata

34 Il principio colorante del brasiletto è la brasilina (sx) che, per autoossidazione o per esposizione all'aria, genera la brasileina (dx) nel legno raschiato. Nella pianta è contenuto il precursore, un glucoside della brasilina L'estrazione del colorante si ottiene raschiando il legno e lisciviando con cenere o con urina animale. L'impiego principale era in campo tessile, mordenzato con allume o sali di ferro. Oltre che come colorante tessile, il brasiletto era impiegato in area mediterranea per preparare un inchiostro rosso e, in arte pittorica, come lacca, soprattutto nella miniatura e nella decorazione delle icone. L'autore del De arte illuminandi ne indica, per la preparazione del colore rosaceo o rosetta, due tipi diversi di lacca alluminata: una più densa e coprente, per gli ornamenti e le stoffe, e una più fluida e trasparente per ripassare le ombre e per le velature

35 La tavolozza rosso: cinabro o vermiglione per i dettagli più importanti, poi minio, ocra rossa, e lacche organiche (cocciniglia, verzino)rosso: cinabro o vermiglione per i dettagli più importanti, poi minio, ocra rossa, e lacche organiche (cocciniglia, verzino) giallo: ocra gialla, orpimento o lacche gialle vegetali (zafferano)giallo: ocra gialla, orpimento o lacche gialle vegetali (zafferano) verde: malachite e verdigris, terra verdeverde: malachite e verdigris, terra verde blu: oltremare naturale, azzurrite, smaltino, indacoblu: oltremare naturale, azzurrite, smaltino, indaco porpora: porpora di Tiroporpora: porpora di Tiro bianco: bianco piombo, gessobianco: bianco piombo, gesso nero: a base di carbone (nero dossa, nerofumo), seppia, metallo- gallatonero: a base di carbone (nero dossa, nerofumo), seppia, metallo- gallato oro: in foglia o polverizzato; oro mosaico come surrogatooro: in foglia o polverizzato; oro mosaico come surrogato argento: in foglia o polverizzatoargento: in foglia o polverizzato

36 Significato dei pigmenti Nei manoscritti medievali, come in altre espressioni pittoriche, era prassi utilizzare i pigmenti più pregiati per colorare i soggetti più sacri, come le figure dei santi o le vesti della Madonna o di cristo. La gerarchia dei pigmenti blu, ad esempio, era in questo senso lapislazzuli > azzurrite > guado NellUltima Scena a sx, immagine tratta dal manoscritto noto come Liber Evangeliorum (Biblioteca Capitolare di Vercelli), le coppe rosse e le aureole degli apostoli sono dipinte con il cinabro, mentre le vesti (evidentemente meno importanti) sono in minio

37 Dettagli tecnici Nella lettera O istoriata, tratta da un testo di cori italiano del XIII secolo, è possibile vedere un esempio della tecnica degli strati successivi di pigmento o layering. Le zone blu sono costituite da lapislazzuli su azzurrite; ciò crea un effetto cromatico interessante, dà maggiore stabilità al colore in quanto la superficie esposta è costituita dal pigmento più stabile, il lapislazzuli, e infine ha il vantaggio economico di minimizzare l'uso del minerale più pregiato

38 Un aspetto tecnico molto importante nella miniatura, forse più che in altre tecniche pittoriche, era l'utilizzo di pigmenti a base di metallo puro, Doratura come oro, argento e leghe, oppure di succedanei che ne imitassero l'aspetto nobile. L'oro, in particolare, era utilizzato per la doratura Fin dall'antichità l'arricchire con metalli preziosi le pitture era tecnica conosciuta in tutto l'Oriente, da cui poi l'uso passò in Egitto e nel mondo greco- romano. In seguito, con la produzione di libri miniati presso i Bizantini, gli ornamenti in oro e argento diventarono pratica comune, sia per decorare figure ed iniziali, sia per eseguire scritture secondo la tecnica nota come crisografia

39 Prima di citare le tecniche e i materiali impiegati nella doratura, è opportuno dare un'occhiata alle ricette riportate nei vari manuali di tecnica pittorica medievale. Infatti in molti testi la definizione della parola oro può indurre qualche incertezza a causa dell'influenza su di essi del lessico alchimistico greco, nel quale il termine chrysos indicava sia l'oro vero e proprio, in frammenti, lamine o polvere, sia alcune sostanze che presentano un aspetto dorato, come la pirite, alcune leghe metalliche o lo zafferano. Nel Papiro X di Leida sono riportate alcune ricette per eseguire scritture dorate, nelle quali non figura affatto l'oro autentico. Alcuni esempi: Ricetta 34 - Scrittura in lettere d'oro. Zafferano; bile di tartaruga fluviale Ricetta 40 - Scrittura in lettere d'oro. Polverizza l'arsenico (n.b. in realtà orpimento, cioè solfuro di arsenico giallo) con la gomma, poi con acqua di pozzo, poi scrivi" Queste ricette sono arrivate quasi intatte fino al Medioevo inoltrato, potendosi ritrovare per esempio nelle Compositiones ad tingenda

40 Tecniche di doratura Le tecniche di doratura erano numerosissime, basti pensare che nel solo Manoscritto Bolognese sono citate ben 37 ricette diverse per la doratura e argentatura. Per cominciare si può grossolanamente suddividere le tecniche tra quelle rivolte alla decorazioni di superfici con la cosiddetta foglia d'oro o d'argento, e quelle rivolte alla produzione di un inchiostro per la crisografia, di cui si parlerà nel capitolo dedicato agli inchiostri Si utilizzavano principalmente tre tipi di tecnica: nel primo caso, nella tecnica a guazzo, la superficie da decorare era coperta con una colla umida o con il bolo rosso, sui quali si applicava una sottile lamina ottenuta da monete, a formare il pigmento noto come foglia d'oro; ciò era possibile grazie all'enorme malleabilità dell'oro, che può essere lavorato fino a ottenere lamine dello spessore di pochi µm. Questa tecnica era usata in particolare nei primi manoscritti nel primo caso, nella tecnica a guazzo, la superficie da decorare era coperta con una colla umida o con il bolo rosso, sui quali si applicava una sottile lamina ottenuta da monete, a formare il pigmento noto come foglia d'oro; ciò era possibile grazie all'enorme malleabilità dell'oro, che può essere lavorato fino a ottenere lamine dello spessore di pochi µm. Questa tecnica era usata in particolare nei primi manoscritti nel secondo caso, si preparava un fondo di intonaco costituito da gesso amalgamato con una colla in modo da ottenere un risultato tridimensionale; sul fondo era applicata la lamina d'oro. Questa era la tecnica preferita nel Nord Europa, soprattutto per le iniziali nel secondo caso, si preparava un fondo di intonaco costituito da gesso amalgamato con una colla in modo da ottenere un risultato tridimensionale; sul fondo era applicata la lamina d'oro. Questa era la tecnica preferita nel Nord Europa, soprattutto per le iniziali la terza tecnica prevedeva l'applicazione dell'oro sotto forma di polvere dispersa in gomma arabica, a formare una specie di inchiostro dorato, chiamato shell gold, impiegato soprattutto per le decorazioni a margine la terza tecnica prevedeva l'applicazione dell'oro sotto forma di polvere dispersa in gomma arabica, a formare una specie di inchiostro dorato, chiamato shell gold, impiegato soprattutto per le decorazioni a margine

41 Colle per indorare L'adesione delle foglie metalliche era ottenuta in vari modi, come si è visto. Le colle impiegate per fissare le lamine erano chiamate genericamente bitumina ma non erano a base di bitume, il prodotto solido naturale derivato dal petrolio noto anche come pix judaicum: qui il termine va inteso nel senso di sostanze appiccicanti. Si trattava infatti di materiali di natura proteica, in prevalenza collagene: la colla cervona o di caravella, composta da ritagli di pelle; la colla cartarum o di cartapecora, ricavata da frammenti di pergamena e quindi più pura; la colla piscium o ittiocolla, cioè la comune colla di pesce

42 I supporti Per quanto riguarda i supporti, l'immagine classica del manoscritto medievale, illuminato o no, è legata alla pergamena; esistono pochi resti di manoscritto su papiro (se vogliamo, anche i papiri egizi possono essere considerati illuminati nel senso artistico dell'aggettivo) mentre a partire dal tardo Medioevo si consolida l'uso della carta

43 La pergamena La pergamena si ricavava da pelli animali opportunamente trattate. La stesura delle pelli non era opera banale, considerando la naturale asimmetria dei corpi animali, e quindi tutte le operazioni di depilazione, essiccamento e tensionatura su telaio e levigazione richiedevano un'elevata specializzazione. Esse erano eseguite dal pergamenarius

44 Siccome nel Medioevo la pergamena comune era ricavate dalle pelli ovine, essa aveva il nome di cartapecora o semplicemente carta, da non confondere con la comune carta di cellulosa che era invece nota come pergamena graeca o carta bambagina. Per i grandi libri liturgici si usava spesso la pelle suina, mentre impiegando pelle di ovini o bovini giovani o nati morti si ricavava una pergamena più pregiata chiamata vellum o pergamenum vituli (velin in francese, da cui l'italiano velina), composta da fogli molto fini e delicati Il trattamento della pelle prevedeva l'impiego di acqua di calce per eliminare i peli e per prevenire l'azione di organismi potenzialmente corrosivi, e di gesso per riempire i pori e le irregolarità della superficie

45 La pergamena, dopo essere stata depilata e tensionata, subiva alcuni trattamenti prima dell'uso, per migliorare l'applicazione degli inchiostri e dei colori Innanzitutto, per eliminare la naturale untuosità del supporto si spargeva una specie di appretto fatto con creta o altra polvere bianca (Cennini consigliava polvere di ossa di gallina calcinate e macinate) mescolata con un collante, come gomma arabica o colla di pesce Innanzitutto, per eliminare la naturale untuosità del supporto si spargeva una specie di appretto fatto con creta o altra polvere bianca (Cennini consigliava polvere di ossa di gallina calcinate e macinate) mescolata con un collante, come gomma arabica o colla di pesce In secondo luogo si usava talvolta, specialmente nell'alto Medioevo, tingere la pergamena con colori vari. Questo procedimento, in uso almeno dal III secolo d.C., aveva probabilmente lo scopo di impreziosire il documento ed esaltare cromaticamente il testo e le miniature. La tintura più comune nei primi secoli era senza dubbio quella di color porpora, ottenuta mediante la preziosissima porpora di Tiro a comporre i cosiddetti Codici purpurei, documenti di valore simbolico elevatissimo

46 Tra i Codici purpurei più noti vi sono il Codex Argenteus del IV secolo, conservato presso la biblioteca universitaria di Uppsala, in Svezia. Esso contiene la traduzione gotica della Bibbiail Codex Argenteus del IV secolo, conservato presso la biblioteca universitaria di Uppsala, in Svezia. Esso contiene la traduzione gotica della Bibbia il già citato Codex Purpureus di Rossano Calabro (provincia di Cosenza), conservato presso il locale Museo Diocesano e risalente al VI secoloil già citato Codex Purpureus di Rossano Calabro (provincia di Cosenza), conservato presso il locale Museo Diocesano e risalente al VI secolo

47 In seguito, a causa del costo troppo elevato della porpora di Tiro, altre sostanze vennero impiegate nella tintura delle pergamene, tra cui: I coloranti citati hanno scarsa stabilità alla luce e quindi la tintura delle pergamene con essi era più scadente rispetto a quella con porpora di Tiro; d'altra parte l'esposizione dei fogli alla luce era limitata, essendo i volumi per lo più mantenuti chiusi il folium, estratto violaceo dalla Crozophora tinctoriail folium, estratto violaceo dalla Crozophora tinctoria l'oricello, colorante rosso ricavato dal lichene Roccella tinctorial'oricello, colorante rosso ricavato dal lichene Roccella tinctoria lo zafferano, colorante giallo dal Crocus sativuslo zafferano, colorante giallo dal Crocus sativus altri coloranti noti da tempo come il kermes e la robbia per tingere in rosso, l'arzica per tingere in gialloaltri coloranti noti da tempo come il kermes e la robbia per tingere in rosso, l'arzica per tingere in giallo

48 La carta Altro supporto usato, anche se meno della pergamena, fu la carta, nota come pergamena graeca o carta bambagina. Il suo utilizzo come supporto per manoscritti illuminati è tardo, essendo la carta stata introdotta in Europa non prima del XII secolo d.C.; intorno al 1400 divenne un mezzo comune per piccoli volumi di sermoni, libri di testo economici, opuscoli popolari e così via, fino a sostituire la pergamena in tutti gli usi (a parte le produzioni più lussuose) dopo l'introduzione della stampa nel XV secolo La carta medievale era fatta da cenci di lino e aveva notevole resistenza e durabilità, anche se minore rispetto alla pergamena; per questo i manoscritti più belli, elaborati o destinati ad una lunga vita, erano prodotti con la pergamena. La carta era però più leggera ed economica e inoltre aveva il vantaggio di venire fornita già nellesatto formato necessario

49 Il papiro Molto usato in antichità, il papiro ebbe ancora un certo utilizzo nel Medioevo fino al VII-VIII secolo per documenti miniati. Esso era impiegato prevalentemente per la produzione di documenti in forma di rotoli; non in forma di libri in quanto, per la sua natura fragile, le pagine in papiro tenderebbero a deteriorarsi se ripetutamente girate e piegate. I rotoli in papiro potevano raggiungere lunghezze notevoli La produzione di papiro era naturalmente monopolio egiziano; anche nel Medioevo continuò ad esservi prodotto fino al X secolo, oltre che in Sicilia dove le piantagioni di papiro sopravvissero sino al XIII secolo

50 Accessori Talvolta il valore artistico o spirituale del manoscritto era talmente elevato da giustificare la sua conservazione all'interno di una preziosa legatura in legno o metallo, che aveva funzione protettiva e insieme decorativa. Una delle copertine della legatura, o, a volte, entrambe, potevano essere in metallo nobile (oro, argento, rame) impreziosito con pietre preziose e semipreziose, paste vitree e smalti Due esempi sono mostrati in queste figure: la legatura del Codex Aureus di St. Emmeram, conservata presso la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco (IX secolo, sx), e la legatura del Liber Evangeliorum o Codice C, conservata presso il Museo del Tesoro del Duomo di Vercelli (XI secolo, dx)

51 Gli additivi Il manoscritto noto come Vergilius Vaticanus contiene frammenti dallEneide e le Georgiche di essere 440 fogli e 280 illustrazioni. Il testo appare scritto

52 Gli strumenti Gli strumenti più importanti per il miniatore erano le penne (calamus) e i pennelli (pinzellum o pincellum), questi ultimi di varia forma, grandezza e qualità Il pennello migliore era quello fatto con peli di scoiattolo innestati in un cannello di penna d'avvoltoio, oca o altri volatili; tale pennello, dice il Cennini, "vuole essere piccinin piccinin, per certi lavorii e figurette ben piccole". Con esso era possibile disegnare particolari estremamente piccoli Per scrivere o per disegnare contorni si utilizzava la classica penna d'oca, con la punta ben temperata (dx)

53 L'abbozzo del disegno si faceva invece con lo stil di piombo o piombino, formato da un'asticciola di legno con una punta metallica in lega di piombo e stagno Altri strumenti meno nobili erano coltelli, lame e raschietti, impiegati per vari scopi tra cui il cancellare scritture e segni errati sulla pergamena; inoltre squadra, riga, compasso e i calamai per contenere gli inchiostri

54 Per la preparazione dei colori il miniatore doveva disporre di vari strumenti. Molto importanti erano mortai e pestelli per macinare i pigmenti di natura minerale o per comporre miscele particolari. Questi potevano essere di marmo o di serpentino per i materiali più morbidi; di porfido per le sostanze più dure; di bronzo per i pigmenti durissimi come lapislazzuli, diaspro o giallolino e infine d'oro (mortariolus aureus) per i metalli preziosi Contenitori vari avevano lo scopo di conservare i colori: si usavano corni di bue, gusci di conchiglia o di tartaruga, sacchetti di cuoio e vasi o ampolle di vetro, terracotta o altri materiali. Alla stregua di contenitori possono essere considerate le pezzuole o cimature usate per preparare i colori ad acquerello Altre suppellettili potevano essere i filtri di tessuto impiegati per chiarificare liquidi o per separare i colori da soluzioni depuranti Infine sono da citare i brunitoi (sx), strumenti impiegati per lucidare le dorature e per lisciare i fogli di pergamena. Essi erano costituiti da ghiere metalliche su cui erano inseriti denti di vari animali, specialmente carnivori (cane, lupo, leopardo, cinghiale) oppure pietre molto dure come il diaspro rosso o l'agata

55 Un po' di storia Come si è detto in precedenza, l'arte dell'illuminazione fiorì nei primi secoli dell'Era Cristiana in concomitanza del passaggio dal rotolo al codice, per poi diventare una delle tecniche pittoriche più importanti. Durante il Medioevo e successivamente nel Rinascimento si distinsero numerose scuole di miniatura su codice, tra le quali le più importanti sono le seguenti: Scuola insulare (VII-VIII secolo): l'area cristiana delle Isole Britannniche è uno dei fondamenti della miniatura nell'Europa Occidentale (es. dx). Nell'Irlanda del VII secolo si sviluppò la tecnica di ingrandire l'iniziale di un testo fino ad un'intera pagina, decorata con motivi astratti. Questa tradizione fiorì poi nei periodi Ottoniano e Romanico Scuola bizantina (VI-XV secolo): un'altra scuola di grande tradizione fu quello dell'Impero Bizantino (es. sx). La caratteristica principale della miniatura bizantina è l'uso abbondante di metalli preziosi nell'illuminazione, anche come sfondi per riempire spazi vuoti. I colori sono spesso vivaci. I soggetti principali delle miniature sono storie bibliche

56 Scuola romanica (XI-XII secolo, es. dx da Winchester Bible): l'arte romanica fu d'ispirazione internazionale, attingendo sia da quella insulare sia da quella bizantina Scuola carolingia (VIII-IX secolo, es. dx): sotto la spinta dell'Imperatore Carlo Magno, gli artisti emulavano il naturalismo degli antichi Greci e Romani Scuola ottoniana (X-XI secolo, es. sx): i re tedeschi Ottone I, II e III commissionarono agli artisti numerosi manoscritti che rappresentavano, come per i Carolingi, una manifestazione di potere imperiale. I motivi artistici sono ispirati all'arte bizantina

57 Scuola gotica (XIII-XV secolo, es. dx): alla fine del XII secolo gli artisti Parigini avevano sviluppato un nuovo stile di illuminazione caratterizzato da figure sinuose, vivida narrativa e uso smodato di foglia d'oro. Lo stile gotico si diffuse poi in Inghilterra e Germania. Gli illuminatori Francesi si ispirarono ad altre forme artistiche, come la decorazione delle vetrate Scuola in stile internazionale (XV secolo, es. sx): raggiunse il suo apice nelle corti ducali dell'Europa all'inizio del '400. Famoso è il manoscritto Très Riches Heures commissionato da Jean, duca di Berry, ai fratelli Limbourg. Lo stile è caratterizzato da colori vivaci e contorni delicati Scuola rinascimentale (XV- XVI secolo, es. dx): l'ultima grande era del libro miniato a mano in Europa prima dell'avvento della stampa. Si producono testi di tutti i tipi, anche secolari

58 Dopo l'introduzione della stampa da parte di Gutenberg nel 1452, l'arte della miniatura su libro continuò ancora per qualche decennio, in cui i miniatori operavano sui testi stampati. Nei cento anni successivi l'uso di engravings metallici o di legno per riprodurre le decorazioni condusse al declino della miniatura e al suo abbandono. Attualmente l'arte della miniatura rivive presso circoli di entusiasti (es. SCA) che riprongono ricette e metodi antichi

59 Il Vergilius Vaticanus Il manoscritto noto come Vergilius Vaticanus contiene frammenti dallEneide e le Georgiche di Virgilio; è stato composto a Roma attorno al 400 d.C. e si tratta quindi del più antico e meglio conservato manoscritto illuminato esistente della letteratura classica, oltre ad essere una delle fonti più antichi del testo dellEneide. Si trova attualmente nella Biblioteca Apostolica del Vaticano Il manoscritto è composto da 76 fogli con 50 illustrazioni, ma in origine dovevano essere 440 fogli e 280 illustrazioni. Il testo appare scritto da un singolo scriba in carattere capitales rusticae. Come era pratica comune allepoca, non cè separazione tra le parole. Negli spazi lasciati dallo scriba, tre diversi illuminatori hanno decorato il codice. Lo stile delle miniature ricorda molto quello degli affreschi di Pompei Il committente del manoscritto era probabilmente un nobile pagano Nella figura è mostrata la fuga di Enea da Troia

60 Il Codice di Torino Il manoscritto noto come Le ore di Torino-Milano è conservato presso il Museo Civico di Arte Antica di Torino (Palazzo Madama) ed è considerato un monumento della storia dellarte europea. In questo lavoro sono rappresentati elementi di due dei più avanzati movimenti artistici del periodo, quello francese e quello fiammingo. Alcune delle miniature sono tra le più belle dello stile gotico. La bellezza di questo codice sta nella modernità delle scene miniate Lautore è il noto pittore fiammingo Jan van Eyck, inventore insieme al fratello Hubert (o comunque divulgatore) della tecnica pittorica ad olio Il manoscritto ha una storia affascinante che si sviluppa lungo un periodo di 70 anni, iniziata intorno al 1380 per volere di Jean de France, Duca di Berry, uno dei più celebri committenti e collezionisti del tardo medioevo. Il manoscritto originariamente era di notevoli dimensioni, 400 fogli in pergamena e allincirca 280 miniature, ed era organizzato in tre parti: il libro delle ore, con le preghiere della Vergine, dello Spirito Santo, della Passione più lOfficio dei Morti, una raccolta di preghiere e un messale

61 Ad un certo punto il Duca decise dinterrompere lesecuzione del codice e il manoscritto fu ripartito in due parti: la prima, quasi del tutto completa, rimase in Francia e dopo una serie di vicende travagliate giunse nel 1956 alla Bibliothèque National di Parigi. La seconda parte, invece, fu portata nei Paesi Bassi dove venne completata nel corso della prima metà del XV secolo, probabilmente per opera di Jan Van Eyck e la sua scuola; peraltro il pittore fiammingo non riuscì a completarlo personalmente prima della sua morte nel Misteriosamente parte di questa seconda sezione del codice, dopo secoli di silenzio in cui non se ne aveva più traccia, comparve nel 700 tra i beni della biblioteca di Vittorio Amedeo II di Savoia. Questo frammento fu chiamato nel 1884 Heures de Turin. Nel 1904 le Heures de Turin andarono distrutte nellincendio della Biblioteca Nazionale Un noto ricercatore, Georges Hulin de Loo, negli stessi anni dellincendio della Biblioteca Nazionale, scoprì nella Biblioteca dei Principi Trivulzio di Milano un secondo frammento, ora noto come Heures de Turin-Milan, che fu ceduto al Museo Civico di Torino nel 1935

62 Analisi dei manoscritti L'analisi dei manoscritti, dato l'enorme valore delle opere, va ovviamente effettuata con tecniche non distruttive e che possibilmente non prevedano il prelievo di un campione. In passato una tecnica che dava buoni risultati era la microscopia in luce polarizzata (PLM), che permette di riconoscere le fasi minerali in base alla forma, dimensione e tessitura delle particelle che compongono i pigmenti. Questa tecnica non richiede campionamento e si può effettuare in maniera semplice direttamente sul manoscritto; non permette però di riconoscere tutti i pigmenti Con lo sviluppo degli strumenti portatili sono diventate disponibili tecniche molto più efficienti nell'identificazione di pigmenti e coloranti. In particolare la spettrometria Raman e la spettrometria XRF sono state applicate all'analisi dei manoscritti. I primi studi analitici sui pigmenti mediante Raman risalgono alla metà degli anni '80 da parte di Bernard Guineau, ricercatore francese

63 smaltino azzurriteindaco blu oltremare

64 In seguito numerosi studi sono stati pubblicati sull'analisi di manoscritti, in cui si impiegavano tecniche molecolari come Raman e IR o tecniche atomiche come XRF e PIXE, impiegate in situ o in ogni caso senza prelievo In alternativa l'analisi è eseguita su frammenti di pigmento staccatisi naturalmente dai fogli e intrappolati nella cavità tra due pagine

65 Mentre in Italia il campionamento di pigmenti dai manoscritti è fuori discussione per questioni antropologiche, allestero è pratica accettata da alcuni enti museali, tra cui il Louvre, una tecnica di campionamento nota come Q-tip: essa consiste nell'impiego di un tampone, il Q-tip appunto (sx), la cui punta è in grado di asportare per sfregamento quantità irrisorie (meno di 100 ng) di pigmento dal manoscritto, a cui il campionamento non comporta alcun danno visibile Dopo il campionamento, il Q-tip è stoccato in un contenitore di plastica e portato allanalisi con tecniche microscopiche quali Raman o microXRF

66 Bible laid open". In questo lavoro è stata definita la tavolozza utilizzata per illustrare la cosiddetta Paris Bible o Lucka Bible, una Bibbia risalente al 1270 creata a Parigi, poi passata nelle mani di una Santa Maria Vergine presso l'abbazia di Lucka in Znojmo, attuale Repubblica Ceca, il cui nome è leggibile in luce ultravioletta. Il testo del manoscritto è in latino, i caratteri sono in stile gotico A Bible laid open Uno dei primi studi di caratterizzazione di manoscritti illuminati è stato pubblicato da R. Clark (University College London) nel 1993 sulla rivista Chemistry in Britain, con il titolo "A

67 Utilizzando la spettroscopia Raman direttamente sul manoscritto, quindi con uno strumento portatile, Clark ha identificato i pigmenti impiegati nella decorazione dell'opera Nella figura a sinistra è mostrata la lettera I iniziale del Libro della Genesi (In principio...). La lettera è alta 83 mm e mostra ben sette scene rappresentanti i sette giorni della creazione

68 In questa lettera i pigmenti identificati sono otto: azzurrite, lapislazzuli (per gli sfondi di quattro scene), bianco piombo, cinabro, orpimento e rosso piombo (per le cornici gialle e arancioni e per la tunica di Dio nella quarta e settima scena), realgar, malachite, questi ultimi due probabilmente presenti come impurezze o prodotti di degradazione di orpimento e azzurrite Gli spettri Raman sono mostrati nella figura a destra

69 Book of Kells Il più famoso tra i manoscritti illuminati è senza dubbio il Book of Kells. Si tratta di un'edizione del testo latino dei quattro Vangeli, attualmente in possesso del Trinity College di Dublino. Le sue origini si perdono tra il VI e l'VIII secolo d.C., mentre il luogo in cui è stato creato è dibattuto tra l'isola di Iona (al largo dell'isola di Mull, Scozia Occidentale) e Kells, nella contea di Meath (Irlanda) Le decorazioni del Book of Kells sono incredibilmente ricche e fantasiose: Umberto Eco ha definito l'opera "il prodotto di un'allucinazione a sangue freddo

70 La tavolozza del Book of Kells non è mai stata caratterizzata se non con tecniche tradizionali (PLM, analisi visuale). Secondo questi studi, risalenti agli anni '60-'70, essa comprenderebbe numerosi pigmenti (orpimento, minio, verdigris, indaco, blu oltremare) e coloranti (kermes), oltre che oro e argento. In particolare sarebbe sorprendente l'uso del blu oltremare, a quei tempi accessibile solo a caro prezzo importandolo da Oriente. Il legante utilizzato sarebbe bianco d'uovo Nel 2005 i conservatori della biblioteca del Trinity College, Susie Biolan e Bernard Meehan, in collaborazione con il Dipartimento di Fisica, hanno intrapreso un progetto di ricerca comprendente analisi strumentali sul Book of Kells, per caratterizzarne la tavolozza, se possibile l'origine delle materie prime, gli eventuali fenomeni di degrado. Dato l'inestimabile valore del manoscritto, il progetto prevede esclusivamente l'impiego di tecniche in situ I risultati preliminari ottenuti mediante l'analisi Raman, inevitabilmente non conclusivi data la difficoltà di operare con tecniche portatili, hanno mostrato una tavolozza tipica dell'Alto Medioevo, comprendente orpimento, minio, indaco (da solo o in miscela con l'orpimento per formare un verde chiamato vergaut), mentre è smentita la presenza di blu oltremare, un risultato in accordo con studi analoghi su manoscritti europei di epoca precedente all'XII secolo Insieme alle tecniche di analisi molecolare, i ricercatori impiegheranno anche un sistema di imaging digitale multispettrale per catturare immagini con luce variabile tra l'ultravioletto e il vicino infrarosso, in modo da differenziare pigmenti che appaiono simili a occhio nudo, come gli inchiostri neri. Inoltre sono previste analisi FT-Raman e XRF

71 Lindisfarne Gospels Una caratteristica tecnica rilevante di questo manoscritto è il fatto che il testo è estremamente scuro e consistente: l'inchiostro impiegato dallo scriba, probabilmente del tipo metallo-gallato, doveva essere stato prodotto con una ricetta eccezionalmente stabile e in quantità copiose Un altro importantissimo manoscritto di area britannica è il Lindisfarne Gospels, attribuito alla fine del VIII secolo d.C. e al monastero di Lindisfarne, nell'Inghilterra del Nord; attualmente appartiene alla British Library di Londra

72 Spettri Raman dai Lindisfarne Gospels L'analisi Raman, effettuata su questo manoscritto dal Prof. R. Clark, ha evidenziato l'utilizzo di indaco come unico prodotto blu; questo colorante era disponibile nell'Inghilterra dell'VIII secolo in quanto estratto dalla pianta Isatis tinctoria o guado Nonostante l'evidente valore simbolico del manoscritto, che fa pensare alla necessità di utilizzare pigmenti nobili, non si rileva la presenza di blu oltremare, il cui impiego è effettivamente noto in Inghilterra a partire dal X secolo

73 Liber Evangeliorum Evangeliorum o Codice C, conservato a Vercelli presso l'Archivio Capitolare Questo documento, databile fra il 1190 e il 1200, è una raccolta di letture evangeliche per le feste solenni dell'anno liturgico. Si tratta di un manoscritto pergamenaceo composto da circa 50 fogli, contenente non meno di quindici tavole miniate a tutta pagina lussuosamente decorate con materiali nobili quali oro e argento Dato l'enorme valore artistico e simbolico dell'opera, è interessante verificare quali materiali siano stati usati e in che modo In questo esempio è mostrato lo studio di caratterizzazione effettuato dall'Università del Piemonte Orientale sul manoscritto noto come Liber

74 obiettivi più magnificanti (80x, 100x) per studiare a fondo le caratteristiche cromatiche delle miniature L'identificazione dei pigmenti è stata effettuata mediante l'impiego combinato della spettrometria Raman (sx) e della spettrometria XRF (dx) I fogli che compongono il Codice C sono separati e ciò rende agevole lanalisi; inoltre, la superficie piana della pergamena permette di sfruttare al massimo le potenzialità del microscopio Raman e impiegare gli

75 Precauzioni nellanalisi Nellesecuzione dellanalisi Raman sul manoscritto va presa ogni precauzione nel dosare la potenza dei laser, per evitare un riscaldamento locale che sarebbe fatale per il manoscritto (nonchè per loperatore...) Lanalisi XRF non comporta precauzioni particolari

76 Dai risultati ottenuti con l'analisi Raman ed XRF, la tavolozza del Codice C risulta essere quella riportata in tabella ColorePigmentoRamanXRF Blulapislazzuli spettro caratteristico - azzurrite Cu Rossocinabro Hg Minio Pb rosso di Marte spettro caratteristico Fe colorante organico non identificato - Rosa minio + bianco piombo spettri caratteristici Pb Verde malachite o verdigris -Cu Marrone ossidi di ferro spettro caratteristico Fe Bianco bianco piombo spettro caratteristico Pb Nerocarbone - carbone + lapislazzuli spettri caratteristici - Orooro non attivo al Raman Au Argentoargento Ag

77 Alcuni esempi - blu Il blu oltremare, pigmento molto pregiato, è diffusamente impiegato come unico colore blu, tranne che in alcune iniziali che sono dipinte in azzurrite, pigmento meno pregiato; essendo queste iniziali evidentemente postume (dx), esse sono frutto di un ritocco per riprodurre la tinta originale con un pigmento meno costoso

78 Alcuni esempi - rosso Il cinabro è utilizzato come pigmento rosso per colorare i particolari di maggior pregio o significato (aureole, coppe) mentre il minio, meno pregiato, è utilizzato per particolari meno importanti (cornici, visi) L'uso dei vari pigmenti rossi è esemplificato nella figura C Mi C C C C C C C C C C RM Mi RM Mi C = cinabro Mi = minio RM = rosso di Marte

79 Un ritocco moderno In alcune aureole rosse è stato identificato il pigmento rosso di Marte, un pigmento sintetico a base di ossido di ferro il cui impiego è noto a partire dal XIX secolo: si tratta evidentemente di un ritocco in epoca moderna, effettuato nel tentativo di ripristinare aree di colore degradate

80 Alcuni esempi – rosso sangue Tra i rossi è presente un quarto composto, impiegato dal miniatore solamente per decorare alcune aureole e iniziali color sangue; in esso è evidente la presenza di mercurio, ma l'analisi Raman non evidenzia la presenza del cinabro Si tratta probabilmente di una lacca, non identificata dalle analisi, stesa forse sopra uno strato di cinabro, che diventa così invisibile al Raman ma non all'analisi XRF L'utilizzo esclusivo di questo composto potrebbe avere un significato particolare, forse mistico

81 Alcuni esempi – oro e argento Sono presenti vaste aree pigmentate con oro e argento puri, identificati mediante la spettrometria XRF. Notare la presenza di ferro, proveniente dal bolo armeno usato come adesivo per il metallo nobile) Au Fe AgFe

82 Pb Hg Pb Au Pb pigmento blu lapislazzuli, Na 8-10 Al 6 Si 6 O 24 S 2-4 pigmento rosso cinabro, HgS pigmento dorato oro, Au Lo strato preparatorio Il bianco e le tonalità chiare sono ottenuti con il pigmento bianco piombo che è presente probabilmente anche sotto tutte le miniature come strato preparatorio: ciò si deduce dal fatto che il segnale del piombo si trova in tutti i pigmenti analizzati, compresi quelli non contenenti piombo

83 Uniniziale preziosa In definitiva, il Codice C fu decorato con ricchezza di mezzi, scegliendo i pigmenti più costosi tra quelli disponibili all'epoca. Un esempio di questa ricchezza è mostrato nell nell'iniziale riportata in figura che è stata dipinta con oro, lapislazzuli e cinabro lapislazzuli (Raman) oro (XRF) cinabro (Raman)


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