LA NARRATIVA DEL PRIMO NOVECENTO

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LA NARRATIVA DEL PRIMO NOVECENTO

All’inizio del Novecento, il modo di concepire il romanzo è mutato All’inizio del Novecento, il modo di concepire il romanzo è mutato. Si supera il romanzo naturalista e si tende a privilegiare questi elementi: piegare la narrativa a strumento per la diffusione di idee; ridurre il personaggio a portavoce dell’autore, della sua concezione del sentimento e del mondo; scolorire i personaggi minori in funzione del protagonista. Il fu Mattia Pascal (1904), ad esempio, fu un romanzo nel quale Pirandello sanciva l’incompatibilità tra i modi narrativi del Naturalismo e la propria concezione relativistica della vita, ribaltando il processo tipico del Naturalismo: non raccontare le modificazioni che i fatti e l’ambiente inducono nell’uomo, bensì raccontare le reazioni dell’uomo di fronte ai fatti, all’ambiente, agli eventi. Caratteristica della narrativa del primo Novecento fu la mescolanza di vecchio e nuovo (incapacità del vecchio romanzo verista ad accogliere i nuovi gusti, incapacità di sostituire di colpo alla poetica naturalistica un’altra poetica coerente ed organica).

LUIGI PIRANDELLO

VITA Luigi Pirandello (Agrigento 1867, Roma 1936) si laurea nel 1891 presso l’Università di Bonn con una tesi sui dialetti greco-siculi. Il cognome Pirandello deriva dall’unione di due parole greche: piur (fuoco) e anghelos (angelo): egli si presenta come colui che deve portare l’annuncio di un cambiamento. Ed infatti, dopo aver iniziato la sua carriera come poeta, sentendosi “fuori di chiave”, si dedica alla prosa. Ed è proprio in queste opere che egli presenta la sua “rivoluzione” (se così possiamo chiamarla): il prendere consapevolezza che la nostra vita non è una vita autentica, ma una vita mascherata. Scopre poi la sua grande vocazione per il teatro: infatti dal 1925 al 1928 percorre trionfante le due Americhe e l’Europa con la sua compagnia teatrale di cui era prima attrice Marta Abba. In seguito al delitto Matteotti (1924), prende la tessera fascista. Due anni prima della morte gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura. Per le esequie volle il carro dei poveri, deludendo Mussolini che gli voleva conferire onori funebri di Stato; le sue ceneri furono portate nella contrada Caos (Agrigento), proprio dove aveva visto la luce.

Novella: La trappola «[…] La vita è il vento, la vita è il mare, la vita è il fuoco; non la terra che si incrosta e assume forma. Ogni forma è la morte. Tutto ciò che si toglie dallo stato di fusione e si rapprende in questo flusso continuo, incandescente e indistinto, è la morte. Noi tutti siamo esseri presi in trappola, staccati dal flusso che non s'arresta mai, e fissati per la morte. Dura ancora per un breve spazio di tempo il movimento di quel flusso in noi, nella nostra forma separata, staccata e fissata; ma ecco, a poco a poco si rallenta; il fuoco si raffredda; la forma si dissecca; finché il movimento non cessa del tutto nella forma irrigidita. Abbiamo finito di morire. E questo abbiamo chiamato vita! Io mi sento preso in questa trappola della morte, che mi ha staccato dal flusso della vita in cui scorrevo senza forma, e mi ha fissato nel tempo, in questo tempo! Perché in questo tempo? Potevo scorrere ancora ed esser fissato più là, almeno, in un'altra forma, più là... Sarebbe stato lo stesso, tu pensi? Eh sì, prima o poi... Ma sarei stato un altro, più là, chi sa chi e chi sa come; intrappolato in un'altra sorte; avrei veduto altre cose, o forse le stesse, ma sotto aspetti diversi, diversamente ordinate. Tu non puoi immaginare l'odio che m'ispirano le cose che vedo, prese con me nella trappola di questo mio tempo; tutte le cose che finiscono di morire con me, a poco a poco! Odio e pietà! Ma più odio, forse, che pietà.

È vero, sì, caduto più là nella trappola, avrei allora odiato quell'altra forma, come ora odio questa; avrei odiato quell'altro tempo, come ora questo, e tutte le illusioni di vita, che noi morti d'ogni tempo ci fabbrichiamo con quel po' di movimento e di calore che resta chiuso in noi, del flusso continuo che è la vera vita e non s'arresta mai. Siamo tanti morti affaccendati, che c'illudiamo di fabbricarci la vita. Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte... Un altro essere in trappola! - Qua, caro, qua; comincia a morire, caro, comincia a morire... Piangi, eh? Piangi e sguizzi... Avresti voluto scorrere ancora? Sta' bonino, caro! Che vuoi farci? Preso, co-a-gu-la-to, fissato... Durerà un pezzetto! Sta' bonino... Ah, finché siamo piccini, finché il nostro corpo è tenero e cresce e non pesa, non avvertiamo bene d'esser presi in trappola! Ma poi il corpo fa il groppo; cominciamo a sentirne il peso; cominciamo a sentire che non possiamo più muoverci come prima […].»

IL PENSIERO Dalla novella La trappola si evince il pensiero di Pirandello. Esso si fonda sul rapporto dialettico tra vita e forma. La vita tende a calarsi un una forma in cui resta prigioniera e dalla quale cerca di uscire per assumere forme nuove, senza mai trovare pace. Da questo rapporto dialettico deriva il relativismo psicologico: - relativismo psicologico orizzontale (riguarda il rapporto dell’individuo con gli altri); relativismo psicologico verticale (riguarda il rapporto dell’individuo con se stesso). Per Pirandello gli uomini non sono più persone ma personaggi, in quanto costretti a recitare una parte all’interno della commedia sociale.

RELATIVISMO PSICOLOGICO ORIZZONTALE Secondo Pirandello, gli uomini non sono liberi, ma sono come pupi nelle mani di un burattino invisibile e capriccioso: il caso. Quando nasciamo, infatti, ci troviamo inseriti, per caso, in una società precostituita, regolata da leggi, convenzioni, abitudini. In questo modo la società ci impone di vivere in un determinato modo e noi lo accettiamo senza opporci. Tuttavia la sostanza, il nostro essere, non coincide con la nostra forma. Talvolta capita che la maschera si spezza e noi siamo come un violino fuori di chiave, stonato. Ma anche in questo caso non abbiamo motivo di rallegrarci, perché, una volta tolta la vecchia maschera, il senso di liberà che proviamo è di breve durata, poiché il nuovo modo di vivere ci imprigiona in un’altra forma.

IL FU MATTIA PASCAL Il contrasto tra la maschera e la realtà interiore dell’essere costituisce il motivo di fondo del romanzo pirandelliano più famoso, Il fu Mattia Pascal (1904). Mattia Pascal è un bibliotecario. Un giorno, dopo aver litigato con la moglie Romilda e la suocera Marianna Dondi, si allontana da casa, diretto a Marsiglia, per imbarcarsi per l’America. A Montecarlo vince una grossa cifra alla roulette. Mentre è in treno per ritornare a casa, legge sul giornale che a Miragno è stato rinvenuto un cadavere identificato con Mattia Pascal. Si sente libero di poter cambiare vita: diventa Adriano Meis. A Roma, dove si è trasferito, si accorge di non poter vivere nella società senza rispettarne le leggi, senza una forma ufficialmente riconosciuta attraverso lo stato anagrafico, l’identità civile, l’attività lavorativa. E infatti quando si innamora di Adriana, figlia del proprietario della pensione presso la quale alloggia, non può sposarla perché non esiste; viene derubato ma non può denunziare l’accaduto. Decide, allora, di riprendere la sua prima forma: organizza la messinscena del suicidio di Adriano Meis e ritorna a Miragno. Nel frattempo la moglie Romilda si è risposata ed ha avuto una bambina. Se lo volesse, Mattia potrebbe ricostruire la propria famiglia e vendicarsi della moglie, ma si sente un intruso e così decide di vivere in solitudine. Di tanto in tanto si reca al cimitero per visitare la sua tomba e, se incontra qualcuno che gli chiede chi sia, risponde: Io sono il fu Mattia Pascal.

LE POSSIBILI REAZIONI PIRANDELLIANE REAZIONE PASSIVA: i deboli si rassegnano alla maschera o alla forma che li imprigiona, perché incapaci di ribellarsi o delusi dall’esperienza di una nuova maschera. È la reazione di Mattia Pascal nell’ultima parte del romanzo. Chi si rassegna, sente la pena di vedersi vivere e vive con il senso doloroso di una frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che è invece costretto a vivere. REAZIONE IRONICO-UMORISTICA: chi non si rassegna alla maschera e sa che non se ne può liberare, sta al gioco delle parti con un atteggiamento ironico, polemico, aggressivo. Questo tipo di reazione la troviamo ne La patente. REAZIONE DRAMMATICA: è tipica di chi non si rassegna né riesce a sorridere umoristicamente, allora si chiude in una solitudine disperata, che lo porta al dramma, al suicidio o alla pazzia. Ritroviamo questo tipo di reazione in Uno, nessuno e centomila.

RELATIVISMO PSICOLOGICO VERTICALE L’individuo si accorge di essere visto dagli altri in tanti modi diversi per cui la sua identità appare frantumata. L’uomo è nello stesso tempo uno, nessuno e centomila: è UNO, perché è quello che di volta in volta lui crede di essere; è NESSUNO, perché, dato il suo continuo mutare, è incapace di fissarsi in una personalità definita; è CENTOMILA, perché chi lo avvicina lo vede a modo suo.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA La disgregazione della persona umana costituisce il tema di fondo del romanzo Uno, nessuno e centomila (1927). Un giorno a Vitangelo Moscarda la moglie Dida, che chiama il marito Gengè, fa osservare che il naso pende verso destra e che, come uomo, ha molti difetti. Da questa rivelazione casuale inizia la meditazione sulla vita che porterà Vitangelo alla follia. Ciò che lo colpisce non è la rivelazione dei difetti, ma il fatto che lui per 28 anni non è stato per la moglie e per gli altri, quello che lui credeva di essere. Allora prende una serie di iniziative che gettano lo scompiglio nel suo ambiente, fino ad alienare le proprie ricchezze per la costruzione di un ospizio per mendicanti, dove finisce ospite anche lui. Vitangelo rifiuta le centomila forme che gli altri gli attribuiscono, preferisce annullarsi come persona e vivere senza alcuna coscienza di esistere, come una pianta o una pietra, non più tormentato dal tarlo roditore del pensiero.

LA POETICA DELL’UMORISMO Nel 1908 Pirandello pubblica il saggio L’umorismo. L’umorismo è il sentimento del contrario, il comico è l’avvertimento del contrario. Il comico nasce dal vedere oggettivamente una situazione goffa, anormale, opposta a quella che dovrebbe essere nella realtà; l’umorismo, invece, nasce dalla riflessione che si fa di quella situazione anormale e goffa, riflessione che fa capire e meditare sulle ragioni che l’hanno condizionata. Pirandello porta l’esempio di una vecchia signora che si unge i capelli, si trucca goffamente e si agghinda come una giovinetta. La prima reazione, nel vederla conciata così, è quella di ridere, avvertendo il lato comico della situazione, perché la vecchia è il contrario di ciò che dovrebbe essere una donna seria alla sua età. Questo è il momento comico, dell’«avvertimento del contrario». Poi interviene la ragione, che con la riflessione vuole rendersi conto del perché di quel comportamento goffo, e scopre che quel modo di truccarsi è una forma di autoinganno: la vecchia signora spera che, nascondendo col trucco le rughe, riesca ad ottenere l’amore del marito più giovane di lei. Questo è il momento del «sentimento del contrario», perché alla comicità subentra la pietà per il dramma penoso della povera donna.

LE OPERE Novelle per un anno. Le novelle dovevano essere 365, quanti sono i giorno dell’anno, ma Pirandello ne scrisse solo 246. Esse risentono dell’esperienza verista, rivissuta in modo originale, con una sensibilità ed un’inquietudine decadente. “Verista” è la maniera pirandelliana di ritrarre la realtà umana e sociale, la descrizione minuziosa dei personaggi e degli ambienti, la prosa essenziale senza abbandono lirico. Tuttavia del Verismo rifiuta il principio dell’impersonalità: la rappresentazione della realtà deve essere appassionata, accompagnata dagli interventi personali dello scrittore, che giudica, accusa, condanna. Mentre i “vinti” di Verga sono contadini e pescatori, i personaggi pirandelliani appartengono alla piccola borghesia e spesso da “vinti” diventano ribelli, protestano contro la società, non accettano la pena di vivere così. L’esclusa: è il primo romanzo, composto nel 1893 e pubblicato nel 1901. Marta Alaia è sorpresa dal marito mentre legge la lettera di un ammiratore da lei più volte respinto. Invano ella proclama la propria innocenza: il marito la «esclude» dalla famiglia, pur sapendola in attesa di un bimbo. Marta ritorna nella casa paterna, accolta dalla madre e dalla sorella ma non dal padre. Dopo il dolore per la perdita del figlio, Marta si rimette a studiare e diventa maestra, ma agli occhi di tutti è l’adultera, perciò esclusa dal rapporto con gli altri. Con l’appoggio del suo ex spasimante, Marta ottiene il trasferimento in una scuola di Palermo e finalmente ritrova un po’ di pace. Il marito riconosce l’innocenza della moglie proprio ora che ha una relazione con l’ex spasimante e le chiede perdono. Marta ritorna dal marito al quale confessa la sua colpa e rivela di essere incinta, ma egli, che l’aveva cacciata quando era innocente, sente che non può fare a meno di lei e la perdona.

- Il turno (1902) è un racconto-romanzo - Il turno (1902) è un racconto-romanzo. Centro della trama è un vecchio riccone che ha già seppellito quattro mogli ed ora ne prende una quinta, la figlia unica e giovanissima di un astuto sensale, per sentirsi meno solo ed avere in casa un po’ di allegria. Alla morte del vecchio, la giovane avrebbe ereditato tutto ed avrebbe potuto sposare il suo spasimante (che sta aspettando il suo “turno”). Il fu Mattia Pascal. Suo marito (1911): si narrano le vicende di un modesto impiegato, sposato con una scrittrice. Quando la fortuna della moglie aumenta, lui diventa il suo agente pubblicitario ma viene deriso in quanto vive alle spalle della notorietà della moglie. La moglie, vedendo il ridicolo della situazione, si distacca sempre più dal marito e si separa da lui. In questo romanza Pirandello svolge il tema dell’incomunicabilità e della solitudine dell’uomo moderno, che vive in una società ipocrita e maligna. I vecchi e i giovani (1913): è un romanzo storico, politico e sociale in cui Pirandello ricerca le ragioni storiche del malessere della società. Egli le ritrova nel fallimento degli ideali risorgimentali di libertà, giustizia e progresso, che specie nel Sud non si sono realizzati. I vecchi sono coloro che hanno vissuto il Risorgimento, combattendo per l’unità nazionale ed ora, compiuta l’unità ed invecchiando, si chiudono in se stessi nella nostalgia dei tempi borbonici o si adattano alla nuova situazione, sfruttandola con i compromessi. I giovani sono coloro che assistono sgomenti agli scandali e ai meschini comportamenti dei vecchi e mostrano di avere fede nella nuova realtà nazionale, nel socialismo e nelle sue lotte per abbattere le vecchie strutture e riscattare le plebi meridionali.

Quaderni di Serafino Gubbio operatore: fu pubblicato nel 1916 col titolo di Si gira e poi ristampato con il nuovo titolo Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Con questo romanzo Pirandello voleva sottolineare quella forma di alienazione che prende l’uomo moderno quando diventa il servitore di una macchina: l’uomo si riduce ad un automa. Serafino Gubbio gira la manovella della macchina da presa di una casa cinematografica ed annota in un diario tutti gli avvenimenti che riguardano quelli che lavorano nel suo ambiente, e soprattutto la storia di un’attrice russa. Nello girare una scena, l’attrice si trova in una gabbia con una tigre ed un cacciatore: quest’ultimo spara l’attrice, anziché la bestia, e viene poi sbranato dalla tigre. Serafino, pur terrorizzato, continua a girare la scena. Uno, nessuno e centomila.

IL TEATRO Pirandello non considerò il teatro come realistica riproduzione di una pagina di vita, con le sue quotidiane storie di amori, tradimenti, interessi, ecc., ma come il luogo dove affrontare problemi filosofici e morali. Le situazioni proposte sulla scena evidenziano la relatività dei giudizi umani, l’impossibilità di giungere ad una verità univoca, l’alienazione e la solitudine. Pirandello chiamò il suo teatro «teatro dello specchio», perché in esso si rappresenta la vita nuda, cioè senza maschera, con le sue reali verità e amarezze. Pirandello ha composto 43 opere teatrali (tra drammi e commedie) inserite in una raccolta dal titolo Maschere nude, una metafora costruita come ossimoro: se la maschera ha la funzione di mascherare, nascondere qualcosa che si cela dietro di essa, la sua nudità sembra contraddire quella stessa funzione. È proprio in quella definizione che Pirandello ha voluto concentrare il senso della sua produzione teatrale: l’ambiguità, la doppiezza dei suoi personaggi che tentano di gridare la loro verità ad altri che non li ascoltano o li considerano pazzi, perché non sanno vedere, oltre la maschera, l’angoscia che nascondono.

IL LINGUAGGIO E LO STILE Pirandello ha sentito l’esigenza di utilizzare una lingua che fosse chiara e a misura dei personaggi, che esprimesse con efficacia la realtà delle cose. Ha spaziato dal dialetto vero e proprio, adottato in alcuni testi teatrali, all’espressione italiana corretta. CONSIDERAZIONI SULL’OPERA PIRANDELLIANA Pirandello ebbe il merito di aver richiamato gli uomini ai problemi seri della vita, alla loro tragica condizione in una società corrotta ed alienante, al rispetto della persona umana, alle motivazioni profonde, psicologiche e sociali del suo agire.

ITALO SVEVO

SVEVO E LA NASCITA DEL ROMANZO D’AVANGUARDIA D’Annunzio e Svevo sono quasi coetanei: il primo nasce nel 1863, il secondo nel 1861. Eppure sono lontanissimi: D’Annunzio chiude un vecchio mondo, Svevo ne apre uno nuovo; D’Annunzio fa della letteratura un’esibizione, per Svevo la letteratura è scrittura, è una pratica privata di tipo igienico e terapeutico. Svevo rinnova il romanzo: con La coscienza di Zeno dà inizio al romanzo d’avanguardia: sostituisce al tempo oggettivo il tempo della coscienza e del monologo interiore (una forma di riproduzione del pensiero di un personaggio che non viene introdotta da verbi specifici dell’atto di pensare, come "pensare", "immaginare", né tanto meno da segni grafici come le virgolette), distrugge la trama tradizionale e struttura la narrazione sulla successione di una serie di temi (il matrimonio, il fumo, ecc.), inizia dalla fine. Egli pagò la sua novità con l’insuccesso di pubblico e l’incomprensione di buona parte della critica italiana: scrisse che i suoi romanzi erano «come un pezzo d’aglio nella cucina di persone che non possono soffrirlo». Negli ultimi anni della sua vita fu scoperto e rivelato all’estero da James Joyce, che lo aveva conosciuto a Trieste quando vi insegnava inglese. In Italia venne fatto conoscere da Eugenio Montale.

VITA L’appartenenza di Svevo a Trieste (città che fece parte fino al 1918 dell’Impero austroungarico) è di fondamentale importanza per questo autore che fu condizionato dalla cultura europea. Lo pseudonimo di Italo Svevo (il vero nome è Ettore Schmitz) rivela la duplicità culturale dello scrittore, per metà italiano e per metà svevo (tedesco). Compiuti gli studi commerciali, fu dapprima impiegato di banca, poi, dopo il matrimonio con Livia Veneziani, appartenente a una ricca famiglia ebrea triestina proprietaria di un’azienda di vernici sottomarine, entrò come socio nell’azienda del suocero. Morì a Motta di Livenza (Treviso) nel 1928, in seguito ad un incidente automobilistico.

I TRE GRANDI ROMANZI Le opere di Svevo sono costituite, sostanzialmente, da tre romanzi. I primi due, Una vita (1892) e Senilità (1989), pubblicati a spese dell’autore, furono ignorati dal pubblico che preferiva le opere dannunziane. Dopo 25 anni di silenzio, nel 1923, pubblicò, sempre a sue spese, il terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che gli procurò un’improvvisa notorietà. I tre romanzi sviluppano una tematica comune: l’analisi del subcosciente dei rispettivi protagonisti (Alfonso Nitti, Emilio Brentani, Zeno Cosini), analisi che altro non è che un’autoanalisi, in quanto ciascuno di essi è la controfigura romanzesca dell’autore. SVEVO E LA PSICANALISI Svevo si servì della psicanalisi di Sigmud Freud, per il quale molte nostre azioni solo apparentemente nascono da libere scelte; in realtà esse sono condizionate da complessi psichici formatisi in passato, specialmente durante l’infanzia. Soltanto frugando in profondità possiamo cogliere le ragioni delle nostre azioni. Lo scrittore triestino fu il primo a servirsi della psicanalisi come strumento di conoscenza scientifica della nostra più profonda realtà interiore.

UNA VITA Il primo romanzo, Una vita (1892), narra la biografia di un inetto (una persona incapace di adattarsi alla realtà e di affrontarla). Protagonista è un impiegato, Alfonso Nitti, che si sente diverso e vorrebbe apparire superiore, lui che sa il latino e ama leggere poesie, rispetto all’umanità meschina che lo circonda. La sua frustrazione lo induce a tentare il salto di classe seducendo Annetta Maller, la figlia del padrone della banca presso cui lavora, anche lei appassionata lettrice. Preso da una inspiegabile paura, Alfonso fugge al paese per andare dalla madre, che trova morente. Si ammala egli stesso, e non scrive ad Annetta, pur sapendo che la fuga e il silenzio saranno interpretati come segno di viltà e gli costeranno la perdita della ragazza. Morta la madre e venduti i suoi beni, torna alla banca. Ma ormai tutti lo evitano e viene anche declassato in ufficio, Annetta si è fidanzata con il suo rivale. Alfonso, preso dallo sconforto per la sua inettitudine, si uccide col gas.

SENILITÀ Senilità (1898) è il secondo romanzo. Il titolo indica l’incapacità di agire che caratterizza non un vecchio, bensì il giovane protagonista del romanzo, il trentacinquenne Emilio Brentani. Emilio è un impiegato che ha scritto un romanzo. Come la sorella Amalia, Emilio trascorre un’esistenza senile; tuttavia sogna un’avventura facile e breve, come quelle di cui è esperto l’amico Stefano Balli, scultore fallito, ma dongiovanni fortunato. Quando Emilio conosce Angiolina, sembra che la vita gli conceda tale possibilità. Dopo aver tentato di lasciarla (perché la ragazza gli appare rozza e volgare), si accorge di non poter vivere senza la giovinezza di lei e perciò riallaccia la relazione. A questo punto, però, la ragazza si innamora di Stefano, per cui fa da modella. La vicenda si complica perché anche Amalia, in segreto, ama lo scultore. Quando Emilio se ne accorge, chiede all’amico di non frequentare più casa sua. Amalia, travolta dalla passione, ricorre all’etere per dimenticare e si indebolisce al punto tale che si ammala di polmonite. Emilio lascia la sorella morente per un ultimo appuntamento con Angiolina. Rimasto solo si chiude in quella senilità da cui non è mai uscito davvero.

L’impianto narrativo poggia sulla contrapposizione di due coppie opposte e analoghe fra loro: Emilio-Amalia (coppia di inetti) e Stefano-Angiolina (coppia di forti e decisi). Anche in questo romanzo Svevo rappresenta il dramma della solitudine dell’uomo contemporaneo, la sua incomunicabilità e incapacità di agire o di modificare la realtà che lo circonda, il senso di frustrazione che gli deriva dalla totale coscienza del fallimento della propria esistenza.

LA COSCIENZA DI ZENO La coscienza di Zeno (1923) è l’opera più matura di Svevo, il suo capolavoro, un romanzo incentrato sull’autoanalisi del protagonista. La narrazione si riduce ad un lungo monologo interiore, un discorso che il protagonista fa con se stesso, rievocando, quando è ormai vecchio, le fasi salienti della propria vita e registrando tutto, anche le cose più insignificanti. A scrivere l’autobiografia Zeno Cosini, un ricco commerciante triestino a riposo, è stato indotto dal suo medico, il dottor S., al quale si è rivolto per un trattamento psicanalitico, con lo scopo di comprendere meglio se stesso e di guarire da quella forma di accidia (disinteresse verso ogni forma di azione) e abulia (mancanza di volontà) che lo rende incapace di agire. Quando Zeno decide di interrompere la cura, il dottor S. pubblica, per dispetto, le sue memorie. Esse sono costituite da sei blocchi narrativi, ciascuno dei quali prende il nome da un argomento caratterizzante: il fumo, il vizio contratto nell’adolescenza dal quale Zeno non riesce mai a liberarsi, nonostante i suoi proponimenti; la morte del padre; la storia del matrimonio; la moglie (Augusta) e l’amante (Carla); storia di un’associazione commerciale; psicoanalisi.

La malattia di cui soffre Zeno Cosini è analoga a quella di Alfonso Nitti ed Emilio Brentani: è l’inettitudine a vivere, ad adattarsi al mondo esterno. Mentre Alfonso ed Emilio sono dei piccoli-borghesi che vengono schiacciati dalla società, Zeno appartiene alla ricca borghesia, egli si arricchisce con la Grande guerra. Il successo gli dà un senso di euforia e l’impressione di essere guarito dalla sua malattia, per cui interrompe la sua inchiesta psicanalitica. La nevrosi è un segno positivo di non rassegnazione e di non adattamento ai meccanismi alienanti della civiltà, la quale impone lavoro, disciplina, obbedienza alle leggi morali. L’ammalato è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio, la terapia lo renderebbe più “normale”, ma a prezzo di spegnere in lui le pulsioni vitali. Ma dal lavoro analitico condotto su di sé e sulla società, egli ha ricavato la conclusione che la vita attuale è inquinata alle radici dalla corruzione, dall’ipocrisia, dall’egoismo, dalla frenesia produttivistica della società capitalistica, spinta fino alla fabbricazione di ordigni esplosivi capaci di provocare la catastrofe cosmica. I temi del romanzo sono: la coscienza della precarietà della condizione umana, della solitudine, dell’angoscia esistenziale conseguente alla crisi di valori, l’inquinamento generale e la catastrofe cosmica. Con Zeno, Svevo dà una risposta al NESSUNO di Pirandello: Zeno è l’unico davvero vivo e sano nel mondo malato ed assume di fronte alla realtà un atteggiamento divertito ed ironico: la vita non è né bella né brutta, è soltanto originale.

IL QUARTO ROMANZO Negli ultimi due anni di vita Svevo lavorò ad un quarto romanzo, il cui titolo era Il vegliardo o Il vecchione, senza riuscire a completarlo. Esso si pone come continuazione della Coscienza di Zeno, ed infatti il protagonista è Zeno che, dopo la guerra, torna alla sua inerzia, alle vecchie carte e al desiderio di scrivere ancora. La famiglia è un luogo di tensioni: solo il rapporto con il nipote Umbertino gli offre la possibilità di una nuova esperienza conoscitiva. La relazione con la giovane amante Felicita è vissuta da Zeno come un’ultima medicina contro la vecchiaia, tuttavia comprende che, di fronte alla ragazza, vale soltanto per quello che paga. Così cerca la salvezza nella scrittura, concepita come terapia e forma di igiene, capace di far rivivere il passato, le trasgressioni vissute ed il fascino del desiderio. LA PROSA DI SVEVO La prosa è arida e antiletteraria. Svevo ricorre al linguaggio parlato, a volte anche del gergo tecnico-industriale, a locuzioni dialettali e idiotismi tedeschi. La semplicità dell’espressione attraverso una frase breve, disadorna, non ha ben disposto la critica, la quale non ha esitato a parlare di uno «scrivere male» di Svevo.