Corso di Storia delle Relazioni Internazionali

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Transcript della presentazione:

Corso di Storia delle Relazioni Internazionali A.A. 2013/2014 Giovanni Bernardini giovanni.bernardini2@unibo.it

La Distensione 1966-1975

Schizofrenia nei rapporti USA-URSS Indipendentemente dalle crisi “periferiche”, dalla metà degli anni ‘60 negli Stati Uniti crescono spinte che favoriscono la Distensione con l’Unione Sovietica: Ragioni interne: crisi del ‘Cold War consensus’ Ragioni internazionali: crisi della leadership consensuale esercitata dagli Stati Uniti, e più in generale del prestigio morale di Washington nel mondo (soprattutto in conseguenza della Guerra in Vietnam)

Schizofrenia nei rapporti USA-URSS Europa occidentale: Economia: declino relativo dell’egemonia statunitense Vietnam: l’Europa ha una posizione ormai secondaria nei piani statunitensi Cuba: rischi per l’Europa senza contropartita Esclusione permanente dal ‘club atomico’ in seguito al TNP Timore di un ‘condominio’ delle superpotenze

Schizofrenia nei rapporti USA-URSS Apice della crisi: ritiro della Francia di De Gaulle dalla NATO (non dal Patto Atlantico) De Gaulle è convinto (o sembra esserlo) che l’Unione Sovietica sia cambiata e che si possa perseguire una distensione con l’est (URSS e Cina). Altri lo lo avrebbero seguito a breve Nasce così l’idea di affermare la distensione come obiettivo dell’Alleanza, accanto alla difesa comune (1967). Da parte americana, è il tentativo di ricondurre entro la sede istituzionale esistente le divergenze con gli alleati

Schizofrenia nei rapporti USA-URSS Sullo sfondo, una crisi ben più grande rimane sul punto di esplodere: i mutati rapporti di forza economica tra Europa e USA rispetto alla fine della Seconda Guerra Mondiale Inoltre: crisi sistemica dell’economia capitalista, che si aggraverà negli anni a venire per l’aumento del prezzo delle fonti di energia e la diminuzione della produttività

Schizofrenia nei rapporti USA-URSS Da parte di Washington è sempre più forte il desiderio di una tregua nella Guerra Fredda per ‘mettere ordine in casa’. Non a caso, una delle letture più convincenti della distensione parla più che altro di ricerca di ‘stabilizzazione’ Se si giunge a qualche risultato, è perché dall’altra parte della cortina di ferro si vive una situazione con risvolti del tutto simili

Schizofrenia nei rapporti USA-URSS Unione Sovietica: Dal 1964 c’è un cambio di leadership: dopo l’esito della crisi cubana, Krusciov viene progressivamente allontanato, a vantaggio di Breznev, personaggio ben più incline alla stabilizzazione rispetto a chi lo aveva preceduto Tentativi di riforma economica, sia in URSS che nel COMECON: sostanziale fallimento, ritardo tecnologico (colmabile solo grazie all’ovest), problemi di credito e alimentari

Gravi crisi all’interno della propria ‘sfera d’influenza: Primavera di Praga – Dottrina Breznev della sovranità limitata: segnale di forza o debolezza ? Conseguente perdita di prestigio presso i paesi di recente indipendenza: sempre più Mosca e Washington hanno problemi simili con i ‘non allineati’ e il Terzo Mondo: ne è un esempio la difficoltà sovietica di porre dei limiti alle attività dei comunisti vietnamiti Cina: dalla tensione agli scontri

Necessità di raffreddare almeno alcuni dei fronti ‘caldi’: rapporti con l’Europa, con gli Stati Uniti, corsa agli armamenti nucleari Per questo, nonostante la crisi cecoslovacca e l’impressione che essa provoca in occidente, continuano le trattative per il Trattato di Non Proliferazione L’episodio appare sempre meno come un caso isolato e limitato alla questione atomica, e sempre più come una logica di dialogo tra le Superpotenze, animate da desideri convergenti. Trovare un “codice di condotta” per la Guerra Fredda

Nixon, Kissinger e la nuova politica estera

Chi era Richard Milhous Nixon ? Il “Cold Warrior”… …il Vicepresidente… …l’anti-Kennedy… … il Presidente del “realismo”

Critica superficiale…

“Signor Presidente…”

Le dimissioni di Nixon Il caso “Watergate”: il termine diverrà proverbiale, assieme ad altri scandali dell’amministrazione Nixon Shock per l’opinione pubblica americana Il prestigio dell’istituzione presidenziale stessa è scossa all’interno come a livello internazionale: una questione di credibilità. Questo minerà il corso della distensione. La difficile successione di Ford Il potere del Congresso e di alcuni gruppi di pressione uscirà accresciuto dalla vicenda

… critiche più profonde Nixon rappresenta (almeno inizialmente) l’ultimo esponente di un repubblicanesimo da Guerra Fredda che aveva fatto propri i precetti economici del welfare state (“Siamo tutti keynesiani”) e la dottrina del containment. Prima di lui, la sfida di Barry Goldwater; dopo di lui, la “valanga” di Reagan Fu un traghettatore, consapevole o meno ?

… critiche più profonde O tentò un’operazione “gattopardesca” (perché tutto rimanga com’è, che tutto cambi) ? Di certo, il suo pensiero e la sua opera aveva molto a che vedere con la ridefinizione dell’ “egemonia consensuale” statunitense

Certamente, Nixon era cosciente di: Declino (quantomeno) relativo della potenza statunitense Necessità di concludere la guerra del Vietnam: questo gli fa guadagnare l’elezione alla Presidenza. “Vietnamizzazione del conflitto”. Esigenze di ridimensionamento dell’impegno diretto americano all’estero (discorso di Guam; dottrina Nixon) Imprescindibile dialogo con l’Unione Sovietica e tattica “del bastone e della carota” per limitare gli effetti destabilizzanti della sua politica estera (“era di negoziato”)

Henry Kissinger “mente europea della politica americana” Critica dei limiti concettuali della politica estera statunitense dalle origini Messianesimo e crociata morale Il compito dell’amministrazione Nixon: “educare il popolo americano alle necessità dell’equilibrio di potenza”. Coscienza dei limiti di azione

Henry Kissinger MA: non si distacca dall’ “ossessione per la credibilità” E soprattutto: la sua visione strategica bipolare finisce per azzerare le specificità nazionali e regionali, come altri “cold warrior” prima di lui Obiettivo: ricerca della stabilità e della legittimità del sistema di relazioni internazionali

Da un sistema bipolare a uno multipolare Da un sistema bipolare a uno multipolare. Equivoco: si tratta di una definizione descrittiva, prima ancora che prescrittiva. Rimane una differenza tra le due Superpotenze, che hanno responsabilità e raggio d’influenza globale, e le altre medie potenze (Cina, Europa) regionali Il dialogo bipolare è dunque esclusivo per sua stessa natura

Il problema NON E’ la natura interna del regime sovietico, ma l’aggressività della sua politica estera Quindi, l’obiettivo NON E’ trasformare l’Unione Sovietica, ma indurla (‘stick and carrot’) ad abbandonare i suoi progetti di destabilizzazione del sistema internazionale Per questo, essa deve accettare la legittimità del sistema stesso e cooperare a costruire l’equilibrio e la stabilità

Trattare con Mosca: Diplomazia strettamente personale, sin dal febbraio 1969 Massima segretezza

“La distensione non può essere perseguita selettivamente (…), è indivisibile”: teoria e pratica del linkage, la capacità di legare gli eventi tra di loro Esempio: senza progressi in Vietnam, stallo delle trattative SALT. Il 1970 verrà ricordato come un “anno perso” per le relazioni tra le due superpotenze, mentre altri facevano progressi nel dialogo con Mosca

Inoltre, la riconduzione della politica estera al bipolarismo rende piatto il mondo della diplomazia statunitense ed impoverisce di contenuti il dialogo con gli altri paesi Esempio: la Cina e i magri risultati oltre il breve termine Altro esempio: Cile di Allende

Esigenza imprescindibile: ottenere la collaborazione sovietica per risolvere la guerra in Vietnam Il linkage si trasforma in una ‘prigione’ Già alla fine di gennaio c’era un accordo sostanziale tra Nixon e Breznev sull’accettazione della parità strategica e sulla necessità di limitare gli armamenti strategici

Eppure: l’inizio ufficiale dei negoziati sarà soltanto a novembre Delegazioni sovietiche e americane con esperti di massimo livello si incontrano alternativamente a Vienna ed Helsinki Tre questioni in discussione: Missili statunitensi collocati in Europa: da considerare strategici ? Si concluse con un rinvio MIRV. Stessa conclusione ABM. Compromesso Firma dell’accordo il 26 maggio 1972, durante la visita di Nixon a Mosca: la prima di un presidente statunitense in URSS dai tempi della conferenza di Yalta

Una valutazione: risultati commisurati alle aspettative Una valutazione: risultati commisurati alle aspettative ? Di certo non si interruppe la corsa agli armamenti nucleari Sicuramente l’apertura alla Cina rese i sovietici inclini a raggiungere un compromesso

Reazioni divergenti negli Stati Uniti e in Europa Soprattutto: i progressi, se questi vi furono, coinvolsero quasi esclusivamente la componente militare della rivalità est-ovest. In una certa misura, la strategia kissingeriana non raggiunge lo scopo, e non sopravvivrà alla sua esperienza diretta di governo

Ulteriori incontri al vertice: nel 1973 negli Stati Uniti e nel 1974 in Unione Sovietica Risultati: Convenzioni sulle armi biologiche Trattato sui sistemi ABM “Principi basilari delle relazioni” “Accordo per la prevenzione della guerra nucleare” Altri accordi di cooperazione bilaterale Premesse per il SALT II

MA: poteri ormai limitati di Nixon a causa dell’incedere dello scandalo Watergate In più: il clima è cambiato, distensione diventa in breve tempo una “parolaccia” che Ford cercherà di evitare in ogni modo durante la campagna elettorale Critiche da destra e da sinistra

Non c’è stato un cambiamento di mentalità e di sensibilità popolare, proprio l’elemento che Kissinger sottostimava Riemerge il tema dei diritti umani e della moralità della politica estera. “Détente=appeasement” Il vero o apparente “nuovo espansionismo sovietico” sembra darne prova L’Afghanistan è la “tomba” definitiva della distensione

L’apertura alla Cina

L’apertura alla Cina Nixon e Kissinger ne valutano l’opportunità da prima di entrare in carica Che senso ha fossilizzarsi in Vietnam in onore alla “dottrina del domino” quando si può raggiungere un accordo in funzione antisovietica col più grande paese del mondo? L’elemento definitivo che li persuade all’azione è lo scontro armato tra Cina e URSS nel marzo del 1969 lungo il fiume Ussuri: è ormai impossibile non vedere che il campo comunista è diviso in due

L’apertura alla Cina Da parte cinese: necessità economiche e di stabilizzazione durante e dopo la Grande Rivoluzione culturale “Assicurazione” contro i tentativi di Mosca di avere il predominio sull’Asia e di recuperare la centralità nella galassia comunista USA e Cina condividono quindi un interesse strategico per bilanciare lo strapotere sovietico (anche se per gli Stati Uniti l’urgenza è sempre l’uscita dal Vietnam)

L’apertura alla Cina Nel luglio del 1971 Kissinger compie un viaggio a sorpresa in Cina per tre giorni Un anno dopo Nixon è a Pechino: finiscono 25 anni di ostilità e non riconoscimento Sui sovietici l’impatto della notizia è fortissimo In realtà, gli incontri servono soprattutto a chiarire le fonti di disaccordo, che pure rimangono Taiwan: la RPC si impegna a soluzioni pacifiche, ma gli Stati Uniti riconoscono che esiste UNA Cina

L’apertura alla Cina Impegno a lavorare per la normalizzazione delle relazioni reciproche Accordo che né i due contraenti né “nessun altro paese” devono cercare l’egemonia sull’area Asia-Pacifico Ufficiosamente, ai sovietici sarà fatto sapere che, in caso di attacco contro la Cina, gli Stati Uniti non sarebbero rimasti neutrali

L’apertura alla Cina Perché non si arrivarono a risultati più importanti? Persino il riconoscimento ufficiale arriverà soltanto nel 1979 Di nuovo, la logica della Guerra Fredda: in quel momento tutte le trattative erano orientate in chiave anti-sovietica, e questo impedisce di cogliere ulteriori opportunità

Il Vietnam di Nixon

Jeffrey Kimball, “Nixon’s Vietnam War” Keith L. Nelson, “The Making of Détente: soviet-american relations in the shadow of Vietnam”

Fallimento dei primi negoziati diretti nel 1968: lo zampino di Nixon ? Promessa elettorale di concludere la guerra (la parola ‘vittoria’ di fatto scompare) Nei primi sei mesi si chiarisce la strategia di Nixon e Kissinger: Ricerca di collaborazione sovietica Vietnamizzazione del conflitto (incontro delle Midway, Dottrina Nixon). È un’idea del Segretario della Difesa Laird, a Kissinger non piace perché limita il margine di manovra della diplomazia. Trattative dirette con il Vietnam del Nord a Parigi

Il “piano per il Vietnam” promesso da Nixon, in realtà non esisteva Viene comunque mantenuto l’impegno a diminuire il numero di militari statunitensi impiegati: 540.000 all’ingresso alla Casa Bianca 139.000 alla fine del 1971 25.000 alla fine del 1972 Nel 1973 abolita la leva obbligatoria Le critiche di Kissinger: intaccata la “credibilità”

Al contempo: gli sforzi diplomatici erano dedicati ad evitare l’umiliazione di una vittoria militare nord-vietnamita: neanche Nixon vuole essere “il primo presidente americano a perdere una guerra” Prendono forma i termini del “patto con il diavolo”: ritiro delle forze statunitensi solo in cambio della solenne promessa di Hanoi di cessare la sua aggressione militare contro il sud e di accordare al governo di Saigon un’adeguata opportunità di sopravvivenza

Contemporaneamente, ricerca del sostegno di Mosca (e poi Pechino) per tenere a freno il governo di Ho Chi Minh e spingerlo ad un atteggiamento più conciliante durante le trattative di Parigi. In realtà, la fine del monolitismo comunista rende le cose più complesse (concorrenza URSS-Cina) Molto più ambigue sono le richieste statunitensi in merito al sostegno economico e militare che Mosca fornisce al Vietnam: atteggiamento “cinico”, si esprime “comprensione” perché non si può condannare il supporto di una superpotenza ad un alleato

Per il momento, nessuna flessibilità da parte di Hanoi: le operazioni belliche continuano, e si chiede il ritiro incondizionato delle truppe statunitensi Si realizza uno dei peggiori incubi di Kissinger: i nord vietnamiti hanno pochi incentivi al compromesso poiché sono coscienti che Nixon non avrebbe osato invertire il disimpegno statunitense già intrapreso, contro l’opinione pubblica e il Congresso.

Di fronte allo stallo della diplomazia, Kissinger è favorevole ad innalzare il livello dello scontro militare. Necessità di una “mossa a sorpresa” che dimostri la risolutezza della Casa Bianca nel perseguire i propri piani: la vittima designata è la Cambogia. Il paradosso: per terminare il conflitto si finirà per estenderne i confini.

Nixon non era convinto fino in fondo, per ragioni di opinione pubblica. La Cambogia era neutrale da anni, ma ormai il suo regime fondava la propria politica sulla convinzione che la vittoria dei comunisti in Vietnam fosse solo una questione di tempo

Tacita approvazione della costruzione di “santuari” nord-vietnamiti, e soprattutto dell’utilizzo del proprio territorio per condurre operazioni militari (“sentiero di Ho Chi Minh”) Il Presidente Johnson aveva espressamente rifiutato l’ipotesi che i suoi generali gli avevano prospettato: colpire le unità vietnamite in Cambogia Nixon al contrario ordina nell’aprile del 1969 una campagna segreta di bombardamenti

Il regime di Phnom Penh non reagisce, ma rifiuta categoricamente l’ingresso alle truppe statunitensi e sud vietnamite Colpo di stato del generale Lon Nol, incoraggiato dall’intelligence statunitense Il 30 aprile Nixon annuncia che forze di terra sono entrate in Cambogia con l’approvazione del nuovo regime. Dal punto di vista militare l’intera operazione è un disastro senza appello. Ritiro in tempi brevi. Cosa più grave: se si cercava una prova che la vietnamizzazione stava funzionando, il risultato è del tutto controproducente.

Da quello mediatico, il risultato se possibile è anche peggiore In patria: accuse di bypassare il controllo del Congresso Rinnovate proteste contro l’attacco ad un paese neutrale. Quattro studenti uccisi all’università di Kent, Ohio, il 4 maggio 1970 Dimissioni di membri minori dell’amministrazione “disgustati” dal comportamento della Casa Bianca. Kissinger li definirà in modo sprezzante “bleeding hearts” In Cambogia: dopo il ritiro delle truppe statunitensi, quelle sud vietnamite uccidono e saccheggiano, infiammando in senso antiamericano l’opinione pubblica locale

Si scatena una guerra civile che finirà soltanto con l’affermazione del regime dei Khmer Rossi di Pol Pot e con una tragedia che ha pochi paragoni nella storia

Nonostante questo, la Casa Bianca sembrava non imparare dai propri errori. Nel febbraio 1971 viene lanciata l’operazione Lam Son 719: 36.000 unità sud vietnamite invadono il Laos, con supporto di forze aeree USA. Ulteriore disastro militare. Dimostrazione di debolezza delle truppe sud vietnamite; ritiro.

Dopo una fase di calma relativa, Hanoi progetta una nuova offensiva nel maggio del 1971, di fronte al peggioramento della posizione statunitense Eppure, a Washington si diffonde la convinzione, supportata da Kissinger, che l’apertura alla Cina farà crollare Hanoi “entro l’anno”. Il giudizio degli storici non è univoco: dopo l’apertura alla Cina, Hanoi ha giocato maggiormente che in passato sulla rivalità Pechino-Mosca.

Ulteriore mossa di Washington: dal dicembre del 1971 bombardamenti “preventivi” sul Vietnam del nord Altro fallimento: nel marzo del 1972 le truppe del nord irrompono nella zona demilitarizzata lungo il confine

Misure estreme di Nixon: minato il porto di Haiphong per arrestare il flusso di armi proveniente dall’Unione Sovietica. Paradosso: Pechino invia immediatamente una squadra di sminatori… La diplomazia tra le due superpotenze non si interrompe: nonostante i timori di Washington, e nonostante i danni arrecati ad alcune navi sovietiche, Mosca non protesta e non cancella il meeting ”

Condizionato dallo stallo dell’offensiva militare e dalla diplomazia triangolare, il regime di Hanoi torna al tavolo negoziale con spirito più conciliante Da settembre le prospettive di accordo sono migliori: cade la richiesta pregiudiziale di un governo di coalizione (che includa il FLN) a sud

Da parte sua, Kissinger promette a Le Duc Tho il ritiro totale delle forze statunitensi (ormai ridotte a 39.000 unità) entro due mesi, e concede un cessate il fuoco senza chiedere il ritiro delle truppe dalla parte di Vietnam del sud che era stata occupata. Soprattutto, promette che il regime di Saigon entrerà in trattative dirette con Hanoi L’accordo, insieme alle visite a Pechino e Mosca, portano Nixon al risultato sperato…

Una volta rieletto, Nixon passa alle “maniere forti” : Bombardamenti di Hanoi ed Haiphong a dicembre per rafforzare la posizione di Saigon (feroci critiche di Le Duc Tho) Impegno segreto di Kissinger per la reintroduzione di truppe statunitensi in caso di violazione degli accordi da parte di Hanoi D’altra parte, minaccia di cancellazione di qualunque aiuto statunitense e firma di una pace separata con Hanoi, nel caso in cui Thieu avesse rifiutato gli accordi di Parigi.

L’accordo per il cessate il fuoco viene infine stipulato a Parigi il 27 gennaio 1973. Washington si impegnava a rimuovere le proprie forze armate entro sessanta giorni, e le parti si accordavano sullo scambio di prigionieri di guerra Tuttavia: ambigui i termini dell’accordo relativi ai negoziati tra le due fazioni per l’organizzazione di elezioni democratiche

Alla partenza da Saigon, la “vietnamizzazione” era avvenuta in una certa misura: l’esercito del Vietnam del Sud era la quinta maggiore forza militare del mondo, sulla carta Disponeva dell’arsenale lasciato sul campo dagli statunitensi

MA: sfuma ben presto, anche dal punto di vista formale, la promessa di un ritorno delle truppe statunitensi. Nel novembre del 1973 il Congresso ignora il veto di Nixon e promulga il War Powers Act: in assenza di esplicita disposizione del Congresso, il personale militare statunitense inviato in combattimento all’estero deve essere rimpatriato entro due mesi. È la fine della “presidenza imperiale”, e l’inizio della “sindrome del Vietnam”, ovvero la riluttanza ad utilizzare la forza militare statunitense all’estero.

Il 9 marzo 1975 le truppe vietnamite del nord invadono il sud, spezzandone di fatto la continuità territoriale In Laos, gli alleati del Viet Minh conquistano il potere negli stessi giorni In Cambogia i Khmer rossi conquistano la capitale e danno vita all’operazione “anno zero” Il 30 aprile cade Saigon; il corpo diplomatico statunitense fugge e porta con se 70.000 cittadini vietnamiti

Cosa lascia la guerra del Vietnam: Vittime vietnamite oltre il milione di unità militari (se la definizione ha un senso) Vittime civili nello stesso ordine di grandezza Decine di migliaia durante le operazioni belliche e soprattutto i bombardamenti dell’era Nixon 59.000 vittime statunitensi; 22.000 (stima per difetto) tra il 1969 e il 1975 153.000 feriti (gravi) Costi che, negli anni 69-75, erano nell’ordine di 50 miliardi di dollari all’anno Soprattutto: la perdita di supporto nazionale per la guerra e la diffidenza nei confronti del governo federale

Born down in a dead man's town The first kick I took was when I hit the ground End up like a dog that's been beat too much Till you spend half your life just covering up Got in a little hometown jam So they put a rifle in my hand Sent me off to a foreign land To go and kill the yellow man Come back home to the refinery Hiring man said "son if it was up to me“ Went down to see my V.A. man He said "son, don't you understand“

I had a brother at Khe Sahn Fighting off the Viet Cong They're still there, he's all gone He had a woman he loved in Saigon I got a picture of him in her arms now Down in the shadow of the penitentiary Out by the gas fires of the refinery I'm ten years burning down the road Nowhere to run ain't got nowhere to go

Come ha sottolineato uno storico: Nixon era preoccupato dalle conseguenze della guerra sull’immagine del paese e della presidenza; Kissinger delle “ramificazioni geopolitiche” e dell’ossessione della credibilità. Entrambi sottovalutano le ragioni dell’altro, e soprattutto le considerazioni di carattere militare Ogni volta che le ragioni di politica interna si fanno pressanti, Nixon e Kissinger si allontanano a causa di sensibilità ed esigenze diverse Un “ritiro onorevole” è uno dei tanti principi che Kissinger non riesce a spiegare

Di certo, la lente del bipolarismo aveva deformato la realtà: i sovietici non erano in grado di fornire l’aiuto che Washington attendeva L’ossessione per la “credibilità” finisce per svolgere lo stesso, tragico ruolo della dottrina del domino

La distensione europea La Distensione tra le due Superpotenze è essenzialmente un tentativo di stabilizzazione dell’ordine bipolare: ridimensionare i costi e i rischi Strategia intrinsecamente conservatrice di Nixon e Kissinger: congelare lo status quo, soprattutto in Europa Tuttavia, in Europa occidentale crescono le voci di dissenso rispetto alla stabilizzazione sin dagli anni ‘70

La distensione europea La prima manifestazione è la Détente condotta dal Presidente francese De Gaulle Sin dal 1964 tenta un dialogo con Mosca: è un tentativo di riprendere i tradizionali rapporti franco-russi Il fondamento di questa politica è che l’Unione Sovietica stia cambiando, e che sia un paese sempre meno comunista e rivoluzionario e sempre più simile alla vecchia Russia zarista

La distensione europea A fronte di questa evoluzione, era giusto che gli europei si sottraessero alle logiche di Guerra Fredda statunitensi e ricercassero una loro politica indipendente per iniziare a mutare la condizione di divisione del continente: “Un’Europa dall’Atlantico agli Urali”

La distensione europea Questa politica si scontra con due limiti: Ciò che la Francia ha da offrire all’URSS in termini economici è limitato Soprattutto: la crisi cecoslovacca dimostra che la trasformazione dell’URSS ipotizzata da De Gaulle in realtà non è ancora compiuta A raccogliere il testimone della distensione europea a partire dalla fine degli anni ‘60 sarà la Repubblica Federale Tedesca con il Cancelliere Willy Brandt: la “Ostpolitik” o “politica orientale”

La distensione europea L’idea fondamentale è che, per indurre un mutamento nei paesi dell’est e anche in URSS, sia necessario: Far crescere la fiducia sulle reciproche intenzioni non aggressive (“firma di trattati di rinuncia all’uso della forza”) Nel caso della Germania, dimostrare che il paese è realmente cambiato e che non esiste più alcun rischio di rinascita aggressiva. Riconoscere la realtà emersa dalla Seconda Guerra Mondiale

La distensione europea Intensificare i contatti economici, secondo il principio per cui dove si fanno “affari” c’è meno rischio di escalation militari Intensificare i contatti est-ovest tra individui e società, in modo da “instillare” il cambiamento a est: dagli scambi tra studenti, agli incontri religiosi, ai meeting sportivi, alla riscrittura condivisa della storia per i libri di testo

La distensione europea In concreto, il governo Brandt normalizzava le relazioni tra la Repubblica Federale Tedesca e l’Unione Sovietica, poi con tutti i vicini orientali. Questo passa attraverso il definitivo riconoscimento dei crimini commessi dal nazismo e delle responsabilità del popolo tedesco

La distensione europea L’ultimo passaggio è il riconoscimento che ormai esistono due stati tedeschi e che essi devono avere rapporti per il bene del popolo tedesco (che rimane uno) Questo non chiude la porta alla riunificazione (cosa di cui all’epoca molti accusarono Brandt), ma lascia aperta la possibilità che questo avvenga esclusivamente con mezzi pacifici Nel 1973 i due stati tedeschi entrano all’ONU

La distensione europea Diffidenza da parte degli Stati Uniti: Rischio di una neutralizzazione della Germania e quindi di un crollo della NATO? Rischio di una destabilizzazione dell’Europa perché la Distensione sta creando troppe aspettative? Questo non avviene e anzi negli anni successivi la distensione europea (secondo le linee tracciate da Brandt) raccoglie frutti ben più duraturi di quella promossa dalle superpotenze

La distensione europea Dal 1972 al 1975 si lavora per dare vita a una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) L’Atto Finale verrà firmato a Helsinki nell’agosto 1975 e costituirà una pietra miliare della distensione in Europa Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra mondiale, praticamente tutti i paesi europei cercarono di scrivere insieme le regole che avrebbero determinato i loro rapporti successivi

Il “decalogo”: Sovereign equality, respect for the rights inherent in sovereignty Refraining from the threat or use of force Inviolability of frontiers Territorial integrity of States Peaceful settlement of disputes Non-intervention in internal affairs Respect for human rights and fundamental freedoms, including the freedom of thought, conscience, religion or belief Equal rights and self-determination of peoples Co-operation among States Fulfillment in good faith of obligations under international law

La distensione europea Si capisce l’importanza del “decalogo” se si pensa che quei principi avrebbero costituito la base legale a cui si sarebbero appellati negli anni successivi tutti i movimenti di dissidenti nei paesi dell’est Di fatto, anche se ben presto il clima di Distensione arriverà a conclusione e torneranno a emergere tensioni, in Europa queste non giungeranno mai ai livelli precedenti (es. Berlino)

La distensione europea Rimarranno aperti sempre canali di dialogo, anche quelli che faciliteranno nella quasi totalità dei casi una fine non violenta dei regimi comunisti Legami economici che consentiranno dopo l’89 un rapido avvicinamento all’Unione Europea Ma soprattutto: indurranno un mutamento silenzioso ma progressivo e costante delle società dell’est verso il pluralismo, minando alle basi i regimi che li governavano

La distensione europea La CSCE si è scontrata a lungo con lo scetticismo statunitense. Soltanto in anni successivi, molti politici dell’epoca (compreso Kissinger) ammetteranno di averne sottovalutato la portata: “The Soviets desperately wanted CSCE, they got it, and it laid the foundations for the end of their empire. We resisted it for years, went grudgingly, Ford paid a terrible political price for going (…) only to discover years later that CSCE had yielded benefits to us beyond our wildest imagination. Go figure” R. Gates