L’ILIADE. Il poema dell’ira funesta

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L’ILIADE. Il poema dell’ira funesta

Il mito: dal sogno di Ecuba alla guerra di Troia Il sogno di Ecuba. Paride era uno dei 50 figli di Priamo, re di Troia. Alla sua nascita la madre Ecuba aveva sognato che il bambino si tramutava in un pezzo di legno infuocato che incendiava tutta la città, e per questo egli era stato affidato dal padre ad un pastore al fine di tenerlo lontano da Troia. Divenuto un giovane bellissimo, egli viveva sul monte Ida pascolando il suo gregge, ignaro della sua vera identità. Il pomo della discordia. Durante il banchetto allestito per le nozze tra la ninfa marina Teti e il greco Peleo, re di Ftia (futuri genitori di Achille), la Discordia, unica dea a non essere stata invitata, decide di vendicarsi lasciando cadere sulla tavola imbandita una mela d'oro che reca incisa la scritta: «Alla più bella». Poiché ben tre dee, Era, Atena e Afrodite, si contendono il primato della bellezza, Zeus, per evitare spiacevoli conseguenze, decide di affidare la decisione ad un ignaro pastore, e casualmente è scelto proprio Alessandro. Le tre dee, pur di risultare vincitrici, offrono ciascuna dei doni al giovane per convincerlo nella scelta: Era gli promette la potenza, assicurandogli il dominio dell'Asia; Atena gli offre la saggezza e il va­lore; Afrodite l'amore della donna più bella del mondo.

L’amore che vice tutto. Paride opta per quest'ultima proposta e conse­gna il pomo ad Afrodite, la quale mantiene la sua promessa. A Paride (a cui nel frattempo è stata rivelata la vera identità e a cui è stato concesso di ritornare alla corte di Troia) è data l’occasione di andare a Sparta in missione diplomatica: qui Afrodite fa innamorare di lui Elena, moglie del re Menelao, giudicata da tutti la donna più bella del mondo, e la induce a fuggire a Troia con lui. Una guerra combattuta per l’onore. Menelao, per vendicare l'oltraggio subìto, organizza una spedizione contro Troia a cui partecipano molti principi achei con i loro eserciti di terra e di mare, primo fra tutti Agamennone, fratello di Menelao e re di Micene, capo di tutte le truppe. Secondo alcune varianti del mito, però, non tutti, però, aderiscono spontaneamente all'iniziativa della guerra. Un falso pazzo. Ad esempio, Odisseo, si finge pazzo pur di restare in patria accanto alla moglie Penelope e al neonato figlioletto Telemaco. Davanti ad un gruppo di guerrieri, ve­nuti da lui per convocarlo alla guerra, comincia ad arare la sabbia della spiaggia, seminandovi sopra del sale. Sembra veramente un folle, ma Palamede è più furbo di lui: prende il piccolo Telemaco e lo depone davanti all'aratro da cui rischia di restare schiacciato. Subito Odisseo ferma i cavalli e solleva da terra il figlioletto. Così venuta alla luce la sua falsa pazzia, Odisseo si unisce agli altri comandanti e inizia i preparativi per la partenza.

Una finta fanciulla. Ed ecco, invece, la storia di Achille, figlio della dea del mare Teti e del mortale Peleo, re di Ftia. Al momento della sua nascita - poiché un oracolo aveva previsto per lui una breve vita -, la madre lo aveva reso invulnerabile tuffando il suo piccolo corpo nelle acque del fiume Stige. Ma il tallone, pun­to in cui la madre lo sorreggeva con la mano mentre lo immergeva, era rimasto vulnerabile. Fervono, intanto, i preparativi per la guerra e la dea Teti consiglia al figlio di nascondersi, vesti­to da donna, nella reggia del re Licomede, nell'isola di Sciro, confuso tra le sue dodici figlie. Ma la voce del travestimento si diffonde e Odisseo architetta uno stratagemma per scoprire Achille. Si finge un mercante e si reca dal­le figlie di Licomede alle quali mostra stoffe preziose e graziosi monili. Tutte le fanciulle sono attratte da quelle merci, meno una che se ne sta distratta in disparte. Ad un tratto Odisseo trae fuori dal­le mercanzie una lucente spada e un elmo imponente. Subito Achille si tradisce: indossa l'elmo, impugna la spada e la brandsce con forza. Così scoperto, si spoglia degli abiti femminili, chiama a raccolta i suoi guerrieri, i Mirmidoni, e si prepara alla partenza. Si narra che, sul punto di salire sulla nave, la madre Teti gli riveli una ulteriore possibilità a lui concessa dal Fato: egli può scegliere tra una vita breve ma gloriosa ed una lunga ma oscura. Naturalmente Achille sceglie la gloria.

Il sacrificio di Ifigenia Il sacrificio di Ifigenia. La flotta degli Achei si riunisce ad Aulide, in Beozia, ma non può salpare perchè forti venti contrari impediscono la navigazione. Allora l’indovino Calcante vaticina che non c’è nessuna possibilità di salpare se Agamennone non offrirà in sacrificio ad Artemide la più bella delle sue figlie (Artemide è adirata con lui per gli affronti che lui ei padre Atreo le hanno fatto in passato). Ulisse è inviato a Micene a prelevare Ifigenia. Alla madre Clitennestra, moglie di Agamennone, è detto che la fanciulla sarà data in sposa al grande Achille, e la donna acconsente (ma non perdonerà mai il marito, quando sapra dell’inganno e dell’uccisione della figlia). Secondo la versione più antica del mito la ragazza è immolata ad Artemide dalle mani del padre stesso, e i Greci possono salpare alla volta di Troia (così è in Eschilo, nell’Orestea), mentre secondo la versione più recente, che rifiuta il sacrificio umano, Artemide, proprio quando la fanciulla sta per essere sgozzata dal padre, la sostituisce con un cervo, poi la conduce in Tauride (l’attuale Crimea) dove la fa diventare sua sacerdotessa (così è nelle tragedie di Euripide, Ifigenia in Aulide e Ifigenia in Tauride). Dieci anni di guerra. Il possente esercito cinge d'assedio la città di Ilio (secondo nome con cui veniva indicata Troia, in onore di due suoi antichi sovrani, Troilo e Ilo) per dieci anni, pri­ma di riuscire a conquistarla. L'episodio cui fa riferi­mento l'lliade, cioè la contesa fra Agamennone e Achille, appartiene proprio al decimo anno di guerra.

La realtà storica: Troia è davvero esistita La città di Troia, attorno alla quale si snodano gli avvenimenti dell'Iliade, esistette realmente, come possiede certamente un fondamento storico la guerra che vi si combatté. Il sito fu identificato tra il 1871 e il 1873 dal tedesco Heinrich Schliemann, un archeologo dilettante con la passione per l’Iliade, al quale nessuno dava fiducia, nei pressi della località di Hissarlik sulla costa dell' Asia Minore, nell'attuale Turchia. Gli scavi archeologici portarono alla luce nove strati di una città distrutta, appunto, nove volte e poi al­trettante ricostruita; il settimo strato, secondo Schliemann, do­veva appartenere alla Troia cantata da Omero (che secondo la tradizione sarebbe caduta nel 1184 a.C.). Studi successivi, condotti da Whilelm Dorpfeld portarono, invece, a identificare la città omerica nel settimo strato (Troia VIIa) databile tra il 1500 e il 1000 a.C., mentre quella individuata da Schliemann (Troia II) risaliva ad un'epoca molto più antica, databile intor­no al 2500-2000 a.C.

In ogni caso, la città esistette davvero, così come avvenne il conflitto che ne determinò la distruzione, anche se le cause non furono quelle narrate dal mito. Presumibilmente si trattò di una guerra determinata da interessi commerciali ed economici, visto che la città di Troia era posta in una posizione tale da poter ostacolare i traffici dei navigatori micenei con l'Oriente. Troia, infatti, sorgeva sulla costa occidentale dell’Asia Minore, e attraverso l’imposizione di dazi esercitava il controllo dello stretto dei Dardanelli (in antico detto Ellesponto), che attraverso il Mar di Marmara (l’antica Propontide) collega il Mar Mediterraneo con il Mar Nero (il Ponto Eusino, cioè “mare ospitale”). Gli Achei attaccarono Troia poiché erano interessati a commerciare liberamente con i popoli del Mar Nero per acquistare grano, ambra e ossidiana, come testimonia anche il mito degli Argonauti alla ricerca del Vello d’oro.

La struttura dell’Iliade Il poema racconta in più di 15.000 versi esametri, raccolti dai grammatici alessandrini nel III secolo a.C. in 24 libri, gli avvenimenti accaduti durante 51 giorni del decimo e ultimo anno dell'as­sedio della città di Troia o Ilio (da cui il nome llia­de al poema). Non vengono narrati né l'inizio della guerra né gli anni seguenti e l'opera termina prima della conquista della città da parte degli Achei. Gli avvenimenti descritti nell'lIiade si svolgono nell’arco di 51 giorni, sono raccontati secondo l’ordine cronologico (l’intreccio coincide con la fabula), anche se la narrazione fa largo uso di sommari, ellissi, digressioni, e il ritmo della narrazione risulta estremamente vario: ad esempio il primo e l’ultimo libro coprono ciascuno 20 giorni, mentre dal II al VII, come anche dall’XI al XVIII, si narrano eventi accaduti in un solo giorno. Gli avvenimenti sono organizzati attorno a tre nuclei tematici: 1)  La contesa fra Achille e Agamennone e il ritiro di Achille dai combattimenti (libri I-X); 2)   La morte di Patroclo per mano di Ettore (libri XI-XVIII); 3)   Il ritorno in battaglia di Achille e la morte Ettore (libri XIX-XXIV).

1) La contesa e il ritiro di Achille (libri I-X) Libro I: giorni 1°- 21°. - giorni dal 1° a 9° - Apollo manda la pestilenza nel campo greco per vendicare l’oltraggio di Agamaennone al suo sacerdote Crise; - giorno 10° - Consiglio dei Greci: Calcante speiga le ragioni dell’ira di Apollo; contesa fra Achille e Agamennone; Achille si allontana dal campo di battaglia. - giorni dall’11°al 20° - Teti sale all’Olimpo e attende Giove che si trova presso gli Etiopi. - giorno 21° - Giove promette a Teti di vendicare l’orgoglio ferito di Achille: i Greci avranno bisogno presto di lui. Libri II, 67 - VII, 514: giorno 22° - giorno 22° - Sogno di Agamennone: l’inganno di Giove. Assemblea dei Greci: Tersite. Rassegna delle forze greche e troiane. Elena. - Il duello fra Paride e Menelao. Violazione della tregua: prima battaglia. Eroismo di Diomede; mancato duello fra Diomede e Glauco. In­contro di Ettore ed Andròmaca alle porte Scee. Duello fra Ettore e Aiace. Libro VII, 515 – fine : giorno 23° e 24° - giorni 23°e 24° - Tregua per seppellire i caduti. I Greci costruiscono un muro a difesa delle navi. Libri VIII - X: giorno 25° - giorno 25° - Seconda battaglia: vittoria troiana. - nella notte - I capi greci a consiglio nella tenda di Agamennone. Ambasceria ad Achille e orazione di Ulisse; rifiuto di Achille e intervento di Aiace. Ulisse e Diomede verso il campo nemico. Dolone

2) La morte di Patroclo (LIBRI XI-XVIII) Libri XI - XVIII: giorno 26° - giorno 26° - Terza battaglia: l’eroismo di Aiace; i Troiani arrivano sino alle navi greche; l’aiuto di Giunone e Nettuno ai Greci e l’inflessibilità di Giove; in­tervento e morte di Pàtroclo; salvataggio della salma di Patroclo; il dolore di Achille; Teti e la promessa di nuove armi. - nella notte - Vulcano fabbrica le armi di Achille; 3) Il ritorno di Achille (libri XIX-XXIV) Libri XIX - XXIII: giorno 27° - 29° - giorno 27° - Teti consegna le armi ad Achille. Rappacificazione fra Achille e Agamennone. Quarta battaglia. Duello fra Enea ed Achille; Achille contro i Troiani e contro il fiume Xanto; duello fra Ettore e Achille; morte di Ettore; il dolore d Priamo, Ecuba e Andromaca. - giorni 28° e 29° - gli onori funebri per Patroclo; Libro XXXIV: giorni 30° - 51° - giorni 30° - 39° - Achille lascia insepolto il cadavere di Ettore; - notte del g. 39° - Priamo guidato da Mercurio si reca da Achille che gli concede il corpo di Ettore e una tregua di 11 giorni; - giorni 40° -51° - Onori funebri per Ettore.

I personaggi dell’Iliade La società raffigurata è di tipo aristocratico, in cui il ruolo di primo piano spetta agli aristoi, i migliori (i nobili, ossia gli eroi). Gli dei greci sono antropomorfi e hanno gli stessi vizi e le stesse virtù degli uomini. Al di sopra di tutti c’è il Fato, il destino, che costituisce una forza ineluttabile, contro cui non si può combattere, e contro la quale neppure Zeus e gli altri dei possono fare nulla. Assistenti del Fato sono le Moire o Parche (Làchesi, che fila, Cloto, che regge il filo, ed Atropo, che taglia: sono coloro che assegnano la parte, meros, di vita ad ogni individuo). E’ interessante osservare che nell’Iliade ogni persona diviene profeta al momento della morte.

I Greci Agamènnone: figlio di Atrèo (e quindi Atride), re di Micene, coman­dante supremo, partecipa alla spedizione contro Troia con 100 navi. Menelao: fratello di Agamennone, re di Sparta, partecipa alla spedizione con 60 navi. Achille: figlio di Peleo (Pelide) e della Nerèide Teti, proviene dalla Tessaglia (Ftia) e partecipa alla spedizione a capo dei Mirmidoni con 50 navi. Pàtroclo: figlio di Menezio, più vecchio di Achille, è il suo inseparabile amico. Fenìce: è l’affezionato pedagogo di Achille. Aiace: figlio di Telamone (Telamònio), re di Salamina, guerriero imponente; partecipa alla spedizione con 12 navi; si scontra in duello con Ettore. Aiace: figlio di Oilèo (Oilèo), re della Locride, partecipa alla spedizione con 40 navi. Diomède: figlio di Tidèo (Tidide), re di Argo; guerriero forte e spregiudicato; partecipa alla spedizione con 80 navi. Ulisse: figlio di Laèrte (Laerziade), re di Itaca; astuto e diplomatico; partecipa alla spedizione con 12 navi. Nèstore: il più vecchio, re di Pilo, testimone della generazione eroica precedente; partecipa alla spedizione con 90 navi.

I Troiani Priamo: figlio di Laomedonte, ultimo re di Troia, padre di 50 figli e 50 figlie, una ventina dei quali avuti dalla moglie Ecuba. Ecuba: moglie di Priamo, regina di Troia. Paride: figlio di Priamo, il rapitore di Elena. Ettore: figlio di Priamo, marito di Andròmaca e padre di Astianatte. Andromaca: moglie di Ettore Cassandra: figlia di Priamo, sacerdotessa, in grado di prevedere il futuro. Polidamante: interprete di prodigi e saggio consigliere di Ettore. Enea: figlio di Anchise e di Venere, re dei Dàrdani, altra popola­zione della Tròade. Sarpedonte: figlio di Giove e di Laodamìa, principe dei Lici, alleati dei Troiani; muore in battaglia. Glauco: figlio di Ippòloco, cugino di Sarpedonte, è un altro principe dei Lici.

Gli dei Dalla parte dei Greci sono schierati: Atena ed Era, perché offese dalla scelta di Paride. Poseidone, perché aveva contribuito alla fondazione di Troia, ma non aveva ricevuto la ricompensa pattuita da Laomedonte, padre di Priamo. Efesto, marito di Afrodite; fabbrica le armi di Achille. Teti, perchè madre di Achille. Dalla parte dei Troiani sono schierati: Afrodite, perché scelta da Paride come la più bella fra le dee. Ares, parteggia per i Troiani ma con scarso successo; verrà addirittura ferito da Diomede. Latona con i figli Artemide e Apollo, perché i Greci hanno rapito Criseide, figlia del suo sacerdote Crise. Scamandro, dio-fiume protettore di Troia; sarà domato da Achille. Zeus, perché i Troiani discendono da suo figlio Dardano, ma deve sottostare al Fato che ha decretato la fine della città.

Le traduzioni La prima celeberrima traduzione dell'Iliade è quella pubblicata nel 1810 da Vincenzo Monti (1754-1828) in versi endecasillabi sciolti, magniloquente e molto sugge­stiva nelle scelte formali e lessicali, secondo i canoni del neoclassicismo allora in voga, ma assai libera rispetto all’originale (Monti non conosceva il greco, ed egli stesso si definì il “traduttor dei traduttor d’Omero”). Altrettanto famose le traduzioni parziali di Ugo Foscolo (1778-1827), Giovanni Pascoli (1855-1912) e Salvatore Quasimodo (1901­1968), quest'ultima in versi liberi e più vicina a noi per la maggior semplicità di metro e struttura. Nel corso del Novecento sono state redatte molte traduzioni del poema: alcune conservano un livello stilistico elevato, come quelle in prosa di Nicola Festa (Sandron, 1919) e di Ettore Romagnoli (Zanichelli, 1924); altre, invece, in versi liberi, sono più legate alla lingua quotidiana, come quelle di Rosa Calzecchi Onesti (Einaudi, 1950) e Guido Vitali (Paravia, 1952). Le traduzioni più recenti sono quella in prosa di Giuseppe Tonna (Garzanti, 1974) e Maria Grazia Ciani (Marsilio, 1990), e quelle in versi liberi di Giovanni Cerri (BUR, 1996), Guido Paduano (Einaudi, 1997) e Mario Giammarco (Newton, 1997). Della traduzione di M.G. Ciani si è servito Alessandro Baricco per una riduzione del poema che ha suscitato molto scalpore (Omero, Iliade, Feltrinelli, 2004).

I temi dell’Iliade 1) Gli ideali guerreschi e aristocratici. Nell’Iliade abbiamo l’assoluta prevalenza di ideali guerreschi, in un quadro socio-culturale di tipo aristocratico. Il popolo non compare nell’Iliade: meritano attenzione solo gli eroi. Gli “aòristoi” (i migliori) sono uomini eccezionali le cui qualità, sia fisiche che spirituali, hanno qual­cosa di gigantesco, di sovrumano: portano armi pesantissime, lanciano massi enormi, resistono in lunghissime battaglie, hanno terribili ire, sdegni paurosi, bramosie di vendetta portate all'eccesso, al punto da sembrare addirittura disumane. Tutti sono così, ma l'eroe in cui maggiormente visibile ciò è Achille, in cui ogni atteggiamento fisico e spirituale è di gran lunga superiore alla normale misura umana. “Quando egli, dopo la morte di Pàtroclo, inerme, si mostra ai Troiani e lancia l’urlo di guerra, quel­l’urlo basta ad atterrire i Troiani e a farli fuggire; (...) A Ettore morente, che gli domanda di rendere il suo corpo al padre per la sepoltura, risponde che egli vorrebbe che la rabbia e il furore lo spingessero a mangiar crude le sue carni” (G. Perrotta).

2) Il desiderio di gloria. Perché i personaggi omerici sono così 2) Il desiderio di gloria. Perché i personaggi omerici sono così? Che cosa li spinge a queste pas­sioni gigantesche ? Essi conoscono una sola aspirazione: la gloria; e temono una sola sciagura: il disonore. Alla gloria aspirano tutti gli eroi e da questo sentimento offeso deriva l'ira di Achille, sulla quale tutto il poema è imperniato. E proprio per amore di gloria Achille accetta una vita breve e rinuncia ad una vita lunga e serena, ma ingloriosa. Appunto qui sta la grandezza della sua figura: attraverso la ricerca della gloria egli cerca di sconfiggere la morte che proietta la sua ombra sulle sue azioni. I personaggi omerici sono eroi per questo, perchè, prima di ogni cosa, aspirano alla gloria per perpetuare la loro memoria fra gli uomini e per questo combattono e muoiono. È questo il caso di Achille, questo il caso di Aiace nella battaglia attorno alle navi, è que­sto il caso di Pàtroclo che, vissuto sempre all'ombra della fama di Achille, approfitta di una circostanza favorevole e tenta anche lui di conquistare la sua gloria.

3) Il senso del dovere. Ma accanto agli eroi come Achille ed Aiace, campioni di una società guerresca che considera il valore militare come la maggiore virtù dell'uomo, ecco che troviamo Ettore, un tipo d'eroe molto diverso dagli altri. Ettore non ama la guerra, né brama la gloria; combatte per necessità, difende la città assediata, e facendo ciò, difende i vecchi genitori, il figlio e la moglie - e compie un dovere che è gra­voso, ma egli sa che deve essere compiuto. Questo è importante: egli sente già che Troia sarà vinta, ma, ciò malgrado, farà il suo dovere fino all'ultimo e affronterà la morte con la coscienza di compiere un sacrificio che non gioverà alla città. Con la raffigurazione di Ettore, dunque, Omero ha creato un personaggio, i cui ideali sono superiori a quelli degli altri eroi, un eroe “moderno”, come e stato detto, cioè un eroe di una società che non ammira come massima virtù il valore militare, ma il senso dei dovere e l’amore per la patria.

4) “Civiltà di vergogna” 4) “Civiltà di vergogna”. È stato tuttavia osservato che il parametro dell’agire da parte degli eroi è sempre l’opinione degli altri. Gli antropologi chiamano questo tipo di civiltà “civiltà della vergogna”, perché il comportamento umano viene regolato in base al senso dell’onore di fronte al giudizio degli altri. La nostra civiltà, invece, è una “civiltà della colpa”, poiché il nostro comportamento viene regolato in base al senso di colpa di fronte ad una legge superiore. Gli eroi omerici non conoscono il sentimento soggettivo di colpa, ma solo il fallimento nel raggiungere il loro obiettivo che determina il giudizio negativo da parte degli altri. Anche Ettore non sfugge a questa legge: il suo senso del dovere è dettato dal disonore che colpirà lui e i suoi cari se si sottrarrà al suo destino. Egli sa che Troia cadrà, ma l’unica possibilità di salvezza per sé, per la città e per i propri cari è garantita dalla grandezza e dalla nobiltà della proprie azioni di chi combatte per lei. Ciò non lo salverà dalla morte, non salverà Troia dalla distruzione, non salverà i suoi cari dalla schiavitù, ma garantirà loro quella gloria che li renderà immortali.

5) Una concezione laica della vita 5) Una concezione laica della vita. Gli dei stessi che intervengono spesso nella vicenda non sono altro che la personificazione di forze naturali che limitano e condizionano l’agire degli uomini, ma non possono garantire loro la salvezza. Per questo è stato detto che i poemi omerici sono l’espressione di una visione sostanzialmente laica, nella quale la vita è l’unico orizzonte degli uomini (le anime dei morti sono unicamente rivolte al tempo in cui vedevano la luce del sole, in cui è stata data loro la possibilità di realizzare compiutamente la loro esistenza. 6) I sentimenti. Nel poema si apre così anche la gamma vastissima di sentimenti che caratterizza la vita dell’uomo: l'affetto paterno, la dolcezza del legame coniugale, l’amicizia, il dolore. E così l'Omero che ha creato Achille ed Aiace, crea anche Andromaca, tenera sposa che supplica il marito di fuggire e salvarsi, crea Teti, la dea che piange come una comune madre mortale, crea Priamo, anziano re stroncato dal dolore che bacia la mani dell'uccisore del figlio.

7) La tragicità della condizione umana 7) La tragicità della condizione umana. E quell’Achille che brama la gloria ed è feroce con Ettore morto, alla fine del poema è improvvisamente aperto al sentimento del­l’amicizia e della pietà e di fronte al vecchio Prìamo piange - lui il vincitore! - quando s'accorge che una sola legge, quella del dolore, sovrasta vincitori e vinti. Neanche la gloria ottenuta per le grandi imprese compiute riuscirà a sconfiggere la morte e il dolore. Accanto al motivo epico, ecco comparire il motivo tragico della scoperta della morte e dell’ineluttabilità di un destino (il Fato) che neppure gli dei sono in grado di controllare. Ed Ettore, che ha capito ed accettato tutto questo, è degno della massima venerazione. “Omero, narrando di un conflitto immane, fra le stragi orrende e le rovine non parteggia né per i vincitori né per i vinti, né per i Greci né per i Troiani, ma soltanto vede innanzi a sé uomini travolti dalle passioni e dall'ineluttabile Fato (...) e contempla dall’alto con pietoso sguardo i casi e lieti e tristi della vita, ben sapendo che come le foglie, così sono le stirpi degli uomini (...), l'una nasce e l'altra dilegua” (A. Rostagni).

La struttura dell’Iliade Una trama relativamente organica. In evidenza “caratteri” dei protagonisti. La prospettiva interna (51 giorni del nono o decimo anno di guerra). “Ring-composition”: la supplica di Crise ad Agamennone e quella di Priamo ad Achille (con esiti diversi…)

I contenuti dell’Iliade Il superamento dell’ira è solo nella consapevolezza del dolore dell’esistenza. La timh@ come “onore”: - prezzo che qualifica il valore del guerriero; - un umanesimo esistenziale basato sulla consapevolezza dei limiti dell’uomo e dei legami fra gli individui. Le aristìe non sono mai fini a se stesse. Achille respinge i doni di Agamennone (libro IX, vv. 308-429): la disillusione dell’eroe (Adam Parry). Ma non è pacifismo (Achille riprende a combattere).

Letture in traduzione I, 1 e ss.: Proemio. I, 225-244: L’ira di Achille. II, 182-277: Tersite, l’antieroe. VI, 392-493: Ettore e Andromaca. IX, 308-429: Achille respinge l’invito di Odisseo ad accettare i doni di Agamennone. XXII, 296-363: La morte di Ettore. XXIV, 477-551: Priamo alla tenda di Achille.