LA RETE TERRITORIALE REGIONALE Mariafederica Massobrio

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LA RETE TERRITORIALE REGIONALE Mariafederica Massobrio DEL PRIVATO SOCIALE Mariafederica Massobrio Federazione Italiana Comunità Terapeutiche

La necessità di collaborazione tra gli enti che compongono il variegato mondo dei servizi sociali è ormai da tempo assodata da parte degli operatori del settore, nonché oggetto di attenzione anche da parte del legislatore, che a partire dalla LEGGE 328 DEL 2000, legge di riforma del sistema integrato di interventi e servizi sociali, considera sempre come fondamentale la collaborazione tra gli enti e tra il pubblico e il privato (Maggian 2001) Con l’Atto d’Intesa Stato-Regioni del1999 e con la Legge 328 del 2000 viene introdotto in Italia il concetto politico di interventi sociali concertati, di funzione pubblica e di programmazione sociosanitaria integrata. Grazie ad una spinta dal basso, che ha contribuito a produrre un quadro normativo di indirizzo a livello nazionale e regionale, si è potuto avviare e realizzare, negli ultimi dieci anni, un modello integrato di servizi. Un concetto di integrazione non solo come dimensione pubblico/privato, ma anche sociale/sanitaria. In precedenza erano state istituite, con la legge n°833 del dicembre 1978, le Usl (con il compito di attivare presidi sociosanitari per la somministrazione di farmaci sostitutivi e per accertare lo stato di tossicodipendenza) e, nell’ottobre 1990 col D.P.R. 309, i Ser.T., cui erano state demandate attività di prevenzione, riabilitazione, reinserimento da operare in collaborazione con settori della sanità ed anche con le organizzazioni del privato sociale. Per le CT si è trattato in realtà di un rapporto subalterno rispetto all’ente inviante e ciò ha fatto nascere contrasti tra pubblico e privato, per difficoltà connesse all’oggetto dell’intervento, a differenti percorsi storici, a diversa cultura sulla dipendenza e, più in generale, collegate a differenze di formazione e di linguaggio, ma spesso legate anche a rigidità ideologiche. Questo ha determinato che per anni si assistesse, in larga parte del territorio nazionale (tranne eccezioni localizzate), a una “cultura del conflitto” e che solo negli ultimi 10 anni che si sia potuto intraprendere un corretto rapporto di comunicazione e superare quei “dissidi apparentemente insanabili”.

Il sistema integrato di interventi e servizi sociali L. 328/2000 soggetti coinvolti nella realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali I soggetti pubblici Lo Stato Il Ministero del Welfare (Dip. del Lavoro - Dip. Politiche Sociali e Previdenziali)* Il Ministero della Salute ... La Conferenza Stato-Regioni Gli enti pubblici nazionali Istituto centrale di statistica (ISTAT) Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) Istituto nazionale per gli infortuni sul lavoro (INAIL) Istituto nazionale di previdenza dipendenti amministrazione pubblica (INPDAP) L’Istituto superiore di sanità (ISS) Gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) Le Regioni Le comunità locali Le Province I Comuni Altri enti pubblici presenti a livello locale Le Comunità montane Le Aziende sanitarie locali e le aziende ospedaliere Le Aziende speciali e le istituzioni I consorzi tra enti locali Le unioni di comuni Le Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (IPAB) Gli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) I soggetti del terzo settore Gli organismi della cooperazione sociale Gli Organismi non lucrativi di utilità sociali (ONLUS) Le associazioni e gli enti di promozione sociale Le organizzazioni di volontariato Le fondazioni Gli enti di patronato Gli enti riconosciuti delle confessioni religiose Le organizzazioni internazionali ed europee L’ONU Il Consiglio d’Europa L’Unione Europea Le imprese Le imprese individuali Le società Le cooperative Il sistema integrato di interventi e servizi sociali Le famiglie Singole persone Famiglie nucleari Famiglie estese Tratto da Maggian Il sistema integrato dell’assistenza Carocci – Roma - 2002 Con la Legge 328 del 2000 si sancisce che le Regioni, sulla base di un atto di indirizzo e coordinamento del Governo, adottano specifici indirizzi per regolamentare i rapporti tra enti locali e Terzo Settore, in particolare rispetto ai sistemi di affidamento e di erogazione dei servizi alla persona. Vengono altresì declinate le funzioni dei Comuni che sono titolari delle funzioni amministrative degli interventi sociali svolti a livello locale adottando un piano territoriale e partecipano alla programmazione regionale; delle Province che concorrono alla fase di programmazione del sistema integrato secondo le modalità previste dalla funzione regionale; delle Regioni che esercitano funzioni di programmazione, coordinamento, indirizzo degli interventi sociali e sanitari nonché di verifica della rispettiva attuazione a livello territoriale, promuovendo modalità di collaborazione e azioni coordinate e di concertazione, anche permanenti, tra gli enti locali e gli altri attori del sistema; dello Stato che esercita funzioni di indirizzo, coordinamento e di regolazione delle politiche sociali. Si parla di autorizzazione e accreditamento, di Carta dei Servizi atta a indicare i criteri per l'accesso ai servizi, le modalità di funzionamento, le condizioni per facilitare le valutazioni da parte dell'utenza; viene istituito il Fondo Nazionale per le politiche sociali da erogare per la promozione e il raggiungimento degli obiettivi di politica sociale agli attori del sistema integrato dei servizi sociali e il sistema informativo dei servizi sociali.

COS’È OGGI LA RETE SOCIALE TERRITORIALE ♦ è strumento e metodo di lavoro dell’operatore sociale ♦ è un sistema di nodi e connessioni tra soggetti istituzionali e non, pubblici e privati che operano e si relazionano con pari dignità e responsabilità caratteristiche del lavoro di rete ♦ presuppone una metodologia di presa in carico di un problema da parte di tanti servizi in un continuum di intervento: i diversi servizi avranno un unico progetto per quel problema ed un diverso ruolo da svolgere ♦ presuppone autonomia e autoregolazione dei singoli soggetti di rete ♦ presuppone l’esistenza di una struttura generale di sistema e di un coordinamento che renda possibile la connessione delle parti ♦ presuppone un collegamento tra i diversi soggetti, ma soprattutto un collegamento di tutti con il centro ♦ il collegamento dei servizi è dovuto ad obiettivi su un problema e perciò alla formulazione di un progetto Nell’ambito delle scienze sociali il concetto di “rete sociale” è stato utilizzato a lungo come “metafora” per tradurre o l’idea della società come rete di reticoli sociali, o l’idea dell’azione sociale come esito di vincoli ed opportunità emergenti dalle relazioni tra i soggetti. Le reti sociali si basano su relazioni tra persone e attivare reti significa costruire, nella nostra realtà, il “noi” sociale! Col termine “privato sociale” si riassume la presenza di tre principali soggetti che operano, con diversi ruoli e funzioni, nel territorio come: la Cooperazione Sociale di tipo A, B e C (Consorzi), le Associazioni di Promozione Sociale (ACLI, ARCI, ecc.) e il Volontariato. Tutti questi soggetti svolgono ruoli attivi nei territori e, dall’inizio del processo di pianificazione sociale, nella rete sociale che è stata attivata.

PROGETTAZIONE DI UNA RETE sul singolo caso: ♦ prima analisi conoscitiva del caso dell’utente e della sua rete primaria ♦ si raccolgono dati sui singoli casi per individuare problemi e cause ricorrenti ♦ coinvolgimento, promozione di cambiamenti rappresentano un processo che è in grado di incidere anche sull’ organizzazione dei servizi, politica dei servizi e politica sociale Prima di progettare una rete territoriale occorre riflettere attentamente sul problema, considerando in maniera analitica le risorse, le modalità di presa in carico, il reale bisogno, l’effettiva domanda espressa. La riflessione va condivisa tra gli attori definendo ruoli precisi, competenze di ciascuno e sottoscrivendo protocolli. Tale metodo contribuisce allo sviluppo della cultura della collaborazione finalizzata a individuare risposte efficaci per un certo problema, mettendo in campo professionalità diverse, ma convergenti. In pratica occorre tessere una trama che unisca identità definite (nella mission, nei servizi, nei progetti) e relazioni di fiducia reciproca anche attraverso comunicazioni chiare. Serve poi una valutazione sia in itinere che finale del percorso svolto, per individuare errori, per introdurre cambiamenti, per soppesare costi e benefici.

PROGETTAZIONE DI UNA RETE sul territorio: ♦ riflessione sul fenomeno ♦ socializzazione ♦ creazione di protocolli d’intesa ♦ operatività integrata ♦ verifica Per l’attivazione della rete sulla singola persona vanno coinvolti l’utente stesso e la sua rete primaria, gli operatori del servizio, altri servizi pubblici o privati e la rete sociale. I dati raccolti vengono trasmessi e discussi all’interno del servizio, agli altri servizi, alla rete sociale e comunitaria.

PROGETTAZIONE DI UNA RETE Questo particolare processo di integrazione si realizza nell’ottica della partecipazione declinata nei diversi aspetti, con attività di: Consultazione Concertazione Co-progettazione Co-gestione Il processo di integrazione si realizza nell’ottica della partecipazione con attività di “consultazione” ossia una fase strategica, dedicata all’ascolto di un territorio, per rilevare domande, individuare bisogni e risorse, sviluppare e consolidare la rete sociale; di “concertazione” cioè se un ente pubblico concerta finalità, obiettivi e linee di indirizzo, di qualsiasi genere, con un soggetto diverso, queste finalità e obiettivi si considerano partecipate, condivise e quindi da mantenere integre fino alla conseguente azione. Con la “co-progettazione” l’azione di rete entra finalmente nella fase operativa e le cose funzionano quando si supera la visione che confonde la co-progettazione con la quota di convenienza che deriva dal “mio stare con te”. E’ questione di tempo e crescita della reciproca fiducia. Oggi si progetta insieme consapevoli che si lavora per realizzare servizi integrati nei quali ogni partner deve mettere la sua quota di risorsa (professionale, strutturale o finanziaria che sia). La “co-gestione” è il conseguente frutto del percorso per cui si va a gestire insieme, in forma integrata, un servizio o un intervento progettato insieme.

♦ sussidiarietà orizzontale ♦ sussidiarietà verticale RETE E SUSSIDIARIETÀ Sussidiarietà è un parola chiave per le politiche di welfare il termine significa “portare aiuto” e si declina in due tipologie: ♦ sussidiarietà orizzontale ♦ sussidiarietà verticale Con sussidiarietà orizzontale si intende la legittimazione e il riconoscimento del ruolo delle formazioni sociali della comunità locale, nonché il coinvolgimento diretto della popolazione alla progettazione, gestione e monitoraggio. Con sussidiarietà verticale invece si intende l’integrazione nella gestione tra enti pubblici diversi a livello politico, a livello amministrativo e a livello operativo, come pure un utilizzo equilibrato e mirato del fondo per l’assistenza e il cofinanziamento.

LE FINALITÀ DEL LAVORO DI RETE Guardarsi attorno e avviare relazioni interpersonali significative che: ♦ aggiungono valore all’esistente ♦ danno all’operatore una maggiore capacità di mettersi in gioco ♦ permettono di partecipare ♦ permettono di agire nei confronti della realtà di tutti i giorni Nella rete vanno coinvolte istituzioni pubbliche e associazioni private ben organizzate; l’impegno richiesto va formalizzato e non lasciato alla sola buona volontà del singolo. I referenti del pubblico e del privato sociale partecipano, con formale delega, agli Uffici di Piano/Zona e ai gruppi/tavoli di lavoro; vanno firmate intese tra enti che prevedano prassi operative condivise ed équipe integrate. In presenza di iniziative dove sia necessario mettere in azione una rete tra diversi protagonisti, il soggetto promotore deve evidenziare sempre un ruolo centrale nella gestione delle risorse messe in campo. Nella rete non devono prevalere di interessi di ruolo o di parte. Occorre investire molto nella formazione degli operatori del pubblico e del privato, del sociale della sanità; è importante condividere linguaggi riconoscibili nel contesto della rete, che non significa essere tutti omogenei, tutti della stessa scuola di pensiero, ma significa utilizzare linguaggi compatibili, particolarmente nell’uso di metodologie, modelli e teorie professionali.

CONDIZIONI PER ATTIVARE LE RETI ♦ Le premesse per la costruzione della rete sociale locale si fondano su di un forte interesse per il perseguimento di specifici obiettivi, almeno per uno dei protagonisti della rete (spesso l’ente pubblico) ♦ L’obiettivo deve essere sufficientemente articolato e complesso per permettere il coinvolgimento di più soggetti (ad esempio l’attività di pianificazione sociale) ♦ Gli enti pubblici e privati coinvolti nella rete devono formalizzare l’impegno richiesto, non si può contare solo sulla buona volontà del singolo ♦ Tutti i protagonisti della rete devono poter mettere in campo competenze ♦ Devono essere presenti linguaggi riconoscibili, non omogenei,ma compatibili, come metodologie, modelli, teorie professionali ♦ Il modello di comunicazione, attivato nella rete, deve essere dialogico e quindi interattivo Per fare un buon lavoro di rete, paradossalmente, occorre evitare l’illusione che il nostro lavoro di rete sia la ricetta giusta per la soluzione di tutti i problemi; capita di incontrare altri operatori sociali che mettono in atto un loro modello di rete; è necessario rispetto e capacità di ascolto perché a nessun modello è concesso, a priori, di essere prevaricante nei confronti di quello che già esiste nel territorio. E’ necessario essere consapevoli che non esiste oggettività, ma solo punti di vista; i diversi ruoli, le diverse culture politiche o professionali, sono modi di vedere la realtà che caratterizzano, ma non ostacolano il lavoro di rete.

IN CONCLUSIONE … ♦ “Relazioni significative” permettono di agire concretamente nei confronti della realtà di tutti i giorni ♦ Con un po’ di ottimismo, si può dire che sembra terminata l’epoca dei vari e paradossali centralismi ♦ Il welfare fai-da-te non funziona, quindi non funziona più il protagonismo auto-referenziale dell’Ente Pubblico o della realtà del privato-sociale; sembra concluso il braccio di ferro “conta più la sanità o conta più il sociale!” ♦ Preso atto dunque che non esiste oggettività, ma solo punti di vista, è necessario adesso completare un percorso culturale ancora incompiuto nel processo di pianificazione sociale. I protagonisti della rete devono tenere conto che i loro diversi ruoli, le diverse culture politiche o professionali, sono modi di vedere la realtà che caratterizzano, ma non ostacolano il lavoro di rete Si può dire che gran parte del lavoro di rete è il prodotto di un “guardarsi attorno” finalizzato ad avviare “relazioni interpersonali significative” che “aggiungono valore”. Significa integrare risorse, permettere uno scambio di competenze e informazioni che arricchisce le singole professionalità; vuol dire che si sono realizzati servizi nuovi, integrando risorse e concretizzando risultati. Le relazioni interpersonali significative “danno una maggiore capacità di mettersi in gioco” che significa progettare confrontandosi tra diverse professionalità e sensibilità; questo facilita la valutazione della tradizionale offerta dei servizi territoriali e sviluppa la capacità di ripensare e cambiare; esse offrono anche occasioni reali per partecipare, significa cioè che la nuova organizzazione progetta e pianifica gli interventi sociali e sanitari; che i dirigenti del “sociale” partecipano alle scelte della “sanità” e viceversa, utilizzando gli strumenti a disposizione; che le associazioni del privato sociale entrano nei meccanismi decisionali della pianificazione di progetti e interventi, partecipando ai gruppi di lavoro multidisciplinari e integrati.

LA RETE FICT Varese Mantova Bolzano Trento Cremona Sanremo La Spezia Genova Chiavari Torino (2) Vercelli Ivrea Varese Mantova Cremona Bolzano Trento Modena Piacenza Reggio Emilia Bologna Parma Ravenna Iesi Spoleto Pescara Catanzaro Cosenza Reggio Calabria Arezzo Prato Firenze Pistoia Viterbo Anguillara Civitavecchia Avellino Caserta Benevento Cagliari Belluno Venezia Verona Vicenza Treviso La FICT opera sul territorio nazionale dal 1981. Attualmente è presieduta da don Mimmo Battaglia; è presente in 17 Regioni, con 49 Centri. Sono attivi oltre 600 Servizi con una partecipazione di 2.744 giovani, 1.702 familiari, 1.384 operatori, 1.987 volontari. Circa 15.000 persone frequentano quotidianamente i Centri della FICT.