Ricordi di guerra.

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Transcript della presentazione:

Ricordi di guerra

Martina Chitarrini Patrizio Mannino Lara Spaziani Stefan Rotaru

 Ricordare la guerra e i suoi momenti è importante per non ripetere gli stessi errori. Noi li abbiamo ricordati attraverso due anziani.

Durante la guerra … I soldati venivano nascosti e protetti nelle case della gente comune, la quale dava loro vestiti civili in cambio di coperte che prendevano nelle caserme. C’era un solo vestito per l’inverno e uno per l’estate di solito di seconda mano, rivoltati o a volte fatti con le coperte, scarpe senza suola, bucate o sostituite da zoccoli. Era imposta una tassa anche per gli scapoli.

Settimia Spizzichino racconta... Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l’inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore. Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero. Ho una buona memoria. E poi quei due anni li ho raccontati tante volte: ai giornalisti, alla televisione, ai politici, ai ragazzi delle scuole durante i molti viaggi che ho fatto per accompagnarli ad Auschwitz... anche se non sempre sono entrata nei particolari. Ad Auschwitz si desidera tornare - anche molti di quei ragazzi lo desiderano - e a qualcuno sembra strano. Ma perché? È come andare al cimitero a portare un fiore e una preghiera. - Raccontavo sul pullman che ci portava in Polonia. È sul pullman che si parla, quando si arriva ad Auschwitz parla la guida e parlano le cose. Le poche che sono rimaste. C’è un museo, ma i forni crematori, le camere a gas, le costruzioni in muratura sono state distrutte. La prima volta che ci sono tornata ho provato più delusione che emozione, non riconoscevo il posto.

In questi cinquant’anni trascorsi da allora sono stata spesso sollecitata a scrivere questo libro.  E io lo volevo fare; ma c’erano ancora i parenti di quelle che sono rimaste là, i genitori, i fratelli, i mariti, i figli delle mie compagne del gruppo di lavoro. Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti. Di quel gruppo faceva parte anche mia sorella Giuditta. Giuditta, così bella, così fragile, deportata assieme a me il 16 ottobre 1943. Giuditta, causa involontaria della cattura mia e della mia famiglia.                                     

I bambini venivano iper-responsabilizzati

Nei pomeriggi d’inverno c’era il coprifuoco e non bisognava dare segni di vita perché altrimenti bombardavano la città.

Molti erano orgogliosi di essere italiani

Per la fame c’erano persone che rubavano ortaggi e galline.

I bambini, nonostante ci fosse la guerra, giocavano per le strade a diversi giochi come corda, moscacieca, campana, calcio con palla di stracci, biglie, palla prigioniera, i quattro cantoni, gioco dei paesi, ruba bandiera, cavallina, nascondino.

Per comprare da mangiare tutti avevano una tessera dove ogni volta che compravano il cibo attaccavano un bollino che indicava che per quel giorno non potevano più comprare niente.

Il mercato nero Il mercato nero era un mercato clandestino di generi di prima necessità, soprattutto, ma non solo alimentari. L'Italia lo sperimentò in forma drammatica e duratura in occasione della Seconda guerra mondiale, con particolare riferimento alla situazione alimentare. Il regime fascista non riuscì ad assicurare le tre condizioni che altrove (Germania, Gran Bretagna) consentirono una drastica limitazione del fenomeno: una manodopera agricola sufficiente, una gestione oculata degli ammassi, un efficace sistema di razionamento. Il razionamento tardivo del pane (introdotto soltanto sedici mesi dopo lo scoppio delle ostilità), causato dalla necessità politica di dare un messaggio di normalità alla popolazione, spiega a sufficienza questa incapacità. Dalla fine del 1941 le quantità dei generi razionati non arrivarono a soddisfare che la metà del fabbisogno fisiologico. Questa situazione comportò una legalizzazione di fatto del mercato nero, che si diffuse ulteriormente a partire dal 1942 a causa dello sconvolgimento della rete dei trasporti provocato dai bombardamenti aerei. La progressiva dissoluzione del regime fascista, allentando ancor più i controlli e la repressione del fenomeno, ne segnò la definitiva affermazione. Un mercato nero endemico si sviluppò almeno dagli anni sessanta nelle economie dei paesi socialisti dell'Europa orientale e in Urss. Esso integrava quello ufficiale fornendo a prezzi maggiorati le merci di scarsa reperibilità. Ufficialmente condannato dalle autorità, venne sempre tollerato, sviluppandosi in particolare nei momenti di crisi degli approvvigionamenti ed estendendosi anche a beni non alimentari grazie anche al doppio mercato instaurato in questo campo con i prezzi in valuta forte per i turisti occidentali, a sua volta causa di un diffuso mercato nero del denaro (cambio nero). Chi vendeva decideva sia il prezzo che le porzioni.

Ai bambini veniva dato un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo come ricostituente, per dargli energia e per non farli ammalare.

C’era una radio che diffondeva informazioni di nome “Radio Londra” C’era una radio che diffondeva informazioni di nome “Radio Londra”.Una parte della trasmissione era dedicata alle informazioni in codice per i partigiani.

Tutti andavano in giro con le camionette, che erano i mezzi pubblici di quel tempo.

Ringraziamo particolarmente la signora Paola e il signor Alberto per aver dedicato parte del loro tempo a raccontarci come si viveva durante la guerra e grazie a questo abbiamo appreso cose che non conoscevamo.