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La sfida della decrescita. Presso i popoli indigeni non ci sono ricchi e non ci sono neanche poveri, perché i beni sono collettivi. Nelle società dei.

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Presentazione sul tema: "La sfida della decrescita. Presso i popoli indigeni non ci sono ricchi e non ci sono neanche poveri, perché i beni sono collettivi. Nelle società dei."— Transcript della presentazione:

1 La sfida della decrescita

2 Presso i popoli indigeni non ci sono ricchi e non ci sono neanche poveri, perché i beni sono collettivi. Nelle società dei bianchi, al contrario, i beni sono suddivisi in tal modo che – per forza di cose – si creano i ricchi e i poveri. Tra le popolazioni indigene leconomia di sussistenza produce quello che è necessario per vivere; nella società dei bianchi invece non ci si accontenta di produrre quello di cui si ha bisogno, ma si produce sempre di più per accumulare i beni. Tra le popolazioni indigene cè labitudine di cedere allaltro, mentre nella società dei bianchi vige la legge della concorrenza: il ricco non sa aiutare.

3 Nelle popolazioni indigene il tempo libero è un momento comune: si crea e si gioca insieme. Nella società dei bianchi il tempo libero viene commercia- lizzato: per divertirsi bisogna pagare altre persone. Tra le popolazioni indigene il lavoro può anche essere un piacere o uno scambio; invece nella società dei bianchi, ogni cosa è isolata, settorializzata. (Dionito de Souza, Consiglio degli indigeni di Roraima – Brasile)

4 Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle; comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.

5 Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.

6 Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani. (Robert Kennedy, 18.03.1968)

7 Uscire dalla logica della crescita infinita chi crede in una crescita infinita in un pianeta finito è un pazzo è un pazzo o un economista!

8 Dobbiamo guarire da 3 sindromi: la sindrome della torta

9 la sindrome T.I.N.A. (there is no alternative)

10 Perché bisogna uscire dalla società della crescita? è insostenibile (impronta ecologica): la megatorta non può più crescere (limiti del Pianeta) la terza sindrome: sindrome del figliol prodigo

11 non è auspicabile: la megatorta è tossica leconomia senza felicità (paradosso di Easterlin) Pubblicità = un sistema studiato per convincerci che la felicità consiste nellavere, per poi renderci contempo- raneamente infelici di ciò che abbiamo e farci desi-derare ciò che non abbiamo.

12 è ingiusta: la megatorta a danno delle piccole torte

13 Una via duscita: la decrescita Cosa significa? 1.Un progetto di costruzione – al Nord come al Sud – di società conviviali, autonome, econome 2.Un re-incorporare leconomia nel sociale e nel politico

14 Cosa presuppone? decrescita = dieta recessione = fame cambiamento di paradigma culturale > decrescita felice > decrescita felice decrescita delle merci che non sono beni

15 Non implica tornare indietro ma applicare le tecnologie della decrescita: minor consumo di energia minor impiego di materie prime minor produzione di rifiuti ….. … per unità di prodotto

16 i 2 cerchi della decrescita > autoproduzione > elementi relazionali negli scambi mercantili > elementi relazionali negli scambi mercantili

17 Il circolo virtuoso della decrescita: le 8 R 1.Rivalutare 2.Riconcettualizzare 3.Ristrutturare 4.Rilocalizzare 5.Ridistribuire 6.Ridurre 7.Riutilizzare 8.Riciclare

18 I 4 principi del consumo sostenibile Parsimonia Vicinanza Durevolezza Lutilizzo

19 Concetti e Parole da riscoprire parlareparlare mangiaremangiare camminarecamminare respirarerespirare riposareriposare

20 Lobiettivo è proprio di rifare il mondo e il mezzo consiste nellopporsi alla manipolazione e al lavaggio del cervello ai quali siamo sottoposti. E ora di cominciare la decolonizzazione del nostro immaginario, di prendere coscienza del fatto che i nostri desideri di consumo non si basano su una vera necessità, che la nostra visione del mondo dominata dallimprescindibilità delleconomia è il risultato della manipolazione insidiosa di un sistema.Lobiettivo è proprio di rifare il mondo e il mezzo consiste nellopporsi alla manipolazione e al lavaggio del cervello ai quali siamo sottoposti. E ora di cominciare la decolonizzazione del nostro immaginario, di prendere coscienza del fatto che i nostri desideri di consumo non si basano su una vera necessità, che la nostra visione del mondo dominata dallimprescindibilità delleconomia è il risultato della manipolazione insidiosa di un sistema. Le cose sono state diverse, potrebbero essere diverse, dovrebbero essere diverse. Bisogna sempre avere come orizzonte lideale di uno scambio giusto, cioè di economie e di mercati mediati dal sociale e dal politico. (Serge Latouche: Giustizia senza limiti)


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