Elementi di linguistica sarda

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Elementi di linguistica sarda Giovanni Lupinu Facoltà di Lettere e Filosofia Università degli Studi di Sassari Lezione n. 10

Altri testi antichi dal giudicato di Torres Suppergiù agli stessi anni del Privilegio logudorese risalgono anche le schede più antiche del condaghe di San Pietro di Silki (convento femminile al quale s’erano aggregati gli altri di Santa Giulia di Kitarone, di San Quirico di Sauren, di Santa Maria di Codrongianus, oltre alle case di Teclata e di Olmedo). Tale condaghe contiene registrazioni che si spingono sino alla metà del sec. XIII.

Altri condaghes logudoresi Fra gli altri condaghes logudoresi, pure di datazione antica, non è pervenuto per via diretta sino ai nostri giorni quello di Sant’Antioco di Bisarcio: di esso, però, Pasquale Tola ricopiò qualche brano nel Codex Diplomaticus Sardiniae (opera ottocentesca nella quale trova pubblicazione una mole ingente di documenti sardi antichi, sfortunatamente senza un adeguato rigore filologico). Così pure è accaduto per il condaghe di San Michele di Salvennor, che ci è giunto quasi esclusivamente in una traduzione spagnola del Cinquecento.

Si è invece conservato il condaghe di San Nicola di Trullas: in esso sono presenti registrazioni di atti che dal 1113, anno della fondazione del convento, arrivano sino alla prima metà del sec. XIII. Pochi anni fa è stato scoperto anche un condaghe della fine del 1100: vi sono riuniti alcuni provvedimenti relativi a dei beni donati da Barisone II, giudice di Torres, allo Spedale di San Leonardo di Bosove. In questo rapido panorama si possono poi ricordare gli Statuti di Sassari e di Castelsardo, i primi promulgati in sardo nel 1316 (dopo una precedente redazione in latino), i secondi tra la metà del XIV e quella del XV sec.

Più antichi testi dal giudicato di Gallura Per quanto riguarda la Gallura, infine, disponiamo di pochissimi documenti: si può ricordare una carta del 1172, epoca nella quale in questa regione della Sardegna si parlava ancora il logudorese. (Per inciso: il gallurese è un dialetto italiano, non sardo, che si venne formando – secondo l’opinione tradizionale – soprattutto dall’inizio del 1700, quando la Gallura fu ripopolata in larga misura da individui provenienti dalla Corsica e parlanti, pertanto, una varietà di toscano. Occorre però aggiungere, a integrazione di ciò, che una presenza còrsa nella Sardegna settentrionale è rilevabile anche in epoca precedente)

Il contesto storico dei primi documenti I più antichi documenti in sardo si inquadrano nel periodo in cui la Sardegna, sfilatasi dal dominio di Bisanzio e divisa in quattro giudicati (Torres o Logudoro, Gallura, Arborea e Cagliari), subiva la progressiva penetrazione commerciale e politica di Genova e di Pisa. Oltre alla loro rilevanza linguistica, questi documenti sono anche, in modo più ampio, delle fonti che permettono di conoscere la storia politica, economica, sociale e culturale dell’epoca e dell’ambiente dei quali sono espressione.

La società sarda La società sarda appare ai nostri occhi come una piramide: al suo vertice stava il sovrano, designato col termine caratteristico di iudike “giudice” (dal latino iudex). Al giudice e ai membri più anziani della sua famiglia spettava il titolo di donnu, donna, vale a dire “signore, signora” (dal lat. dominus, domina), mentre ai suoi figli e fratelli andava quello di donnikellu. Intorno al giudice e alla sua famiglia ruotavano poi i cosiddetti maiorales, ossia i personaggi più influenti del regno, ricchi proprietari terrieri e membri dell’alto clero, cui era riservato l’accesso a importanti cariche pubbliche.

I liberos Più in basso nella gerarchia sociale stavano i liberos, ossia i liberi, che costituivano una porzione minoritaria della popolazione (molto più numerosi, infatti, erano i servi: si è calcolato nella proporzione di circa tre a uno). La categoria dei liberos, in ogni caso, era molto eterogenea e comprendeva, a partire dal giudice e dai maiorales, tutta una serie di figure che godevano nella società del tempo di fisionomia ben individuata.

I liberos de cavallu Giusto per fare un esempio, nei documenti medioevali abbiamo testimonianza dei liberos de cavallu: erano «dei li(b)eros che, in cambio d’immunità ed esenzioni fiscali, avevano l’obbligo di servire la Corte con un cavallo maschio di un determinato valore e con le armi proprie della cavalleria sarda» (G. Paulis). Fra i loro doveri principali, nell’Arborea vi era anche quello di formare periodicamente un particolare tribunale, la corona de chida de berruda, così chiamato per via dell’arma da getto, il verruto, che ne era l’emblema.

I liberos de paniliu Più in basso nella scala sociale stavano invece i liberos de paniliu, semiliberi chiamati così in quanto tenuti a una corvée (detta paniliu) che consisteva nell’obbligo di effettuare lavori agricoli e soprattutto artigianali a favore dell’autorità politica o ecclesiastica. Simili attività passavano di padre in figlio: in questo modo una famiglia era come “etichettata” e soprannominata in base alla specializzazione in un certo mestiere. Non sorprende dunque che in alcune zone della Sardegna la parola per “soprannome” sia derivata, appunto, dal vocabolo medioevale paniliu (in Ogliastra abbiamo forme come panídzu, paníğğu etc.).

I servos Nel gradino più basso della società giudicale stavano i servos “servi” (potevano appartenere al fisco, a enti ecclesiastici o anche a privati). La capacità lavorativa di un servo era di quattro giornate settimanali: se le giornate erano prestate presso un unico padrone, il servo era integru, cioè “intero, in piena proprietà”; chi invece operava presso due padroni era lateratu, ossia posseduto per un latus, per la metà; chi operava presso quattro padroni era pedatu, cioè posseduto per un pede, per un quarto. Era possibile inoltre un ulteriore frazionamento dell’attività del servo in dies, ossia in giornate. La condizione di servo prevedeva, in sostanza, la perdita della propria capacità lavorativa a vantaggio di altri; restava però a disposizione del servo una porzione della settimana in cui provvedere ai propri bisogni.

La kita Nei testi antichi incontriamo talora informazioni preziose che ci permettono di ricostruire la storia di alcuni vocaboli ancora oggi in uso. Molto interessante, ad es., è il caso di un termine assai caratteristico del sardo medioevale, kita (scritto anche chita, cita, chida, quida etc.). Questo vocabolo, presente inizialmente in documenti che provengono dai giudicati di Torres e di Arborea, trova oggi continuazione in sardo col significato di “settimana”: in alcuni dialetti centrali kíta, in logudorese kíđa e in campidanese číđa.

La storia della parola kita è complicata, perché nei testi più antichi il suo significato non è chiaro: in ogni caso non è quello di “settimana” presente nel sardo moderno. Il termine, infatti, ricorre in tutta una serie di espressioni in cui indica un gruppo di persone unite fra loro da un particolare legame: tale legame nasceva dall’obbligo comune di prestare uno stesso servizio, fosse esso di natura militare oppure giudiziaria (consistente, quest’ultimo, nella partecipazione alle sedute dei tribunali o coronas in qualità di giudici popolari).

La chida de buiachesos Per es., ricordiamo la chida de buiachesos: i buiachesos erano un corpo di guardie palatine addette alla protezione del giudice, comandate da un ufficiale che nei documenti è designato come maiore de ianna (cioè comandante, maiore, degli armati, buiachesos, che sorvegliano le porte, iannas, del palazzo giudicale) o anche maiore de buiachesos. Il vocabolo kita, dunque, indicava in origine sia un servizio pubblico obbligatorio, sia gli individui, considerati come associazione, come gruppo, che lo dovevano assicurare.

Alla luce di quanto si diceva, non è difficile individuare l’etimo della parola: kita deriva dal latino citare, nel suo significato giuridico che fa riferimento all’ordine impartito dall’autorità pubblica di prestare un certo servizio, ordine che si notificava agli interessati tramite un messo (un significato non distante da quello dell’italiano citare, specie nel linguaggio del processo). Ma come si è giunti al significato di “settimana”, presente nel sardo moderno?

Alcuni dei servizi obbligatori che rientravano nella sfera della kita erano svolti dagli interessati secondo turni ben precisi: in pratica, la prestazione non era continua, bensì periodica, a cadenze regolari. A Sassari, per es., i cittadini fra i 14 e i 70 anni dovevano svolgere il servizio di guardia delle mura e delle porte della città una volta al mese. Nell’Arborea, invece, nel corso del sec. XIV, all’epoca della guerra contro i Catalano‑Aragonesi, i soldati si alternavano nel loro servizio secondo turni settimanali; pure con frequenza settimanale finì con lo svolgersi la partecipazione all’attività delle varie coronas o assisi giudiziali. Niente di strano, dunque, che il vocabolo kita, dal significato originario di “servizio pubblico obbligatorio”, “gruppo di persone sottoposte a un certo servizio”, sia andato evolvendosi verso quello di “settimana”, presente oggi in sardo.

Breve bibliografia G. Paulis, Studi sul sardo medioevale, Nuoro 1997. G. Paulis, G. Lupinu, Tra Logudoro e Campidani. I volgari sardi e le espressioni della cultura, in M. Brigaglia, A. Mastino, G. G. Ortu, Storia della Sardegna, Roma-Bari 2002, vol. II, pp. 83-99.