L’ITALIA POST-UNITARIA

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Transcript della presentazione:

L’ITALIA POST-UNITARIA A cura della Prof.ssa Maria Isaura Piredda

I PROBLEMI DELL’ITALIA UNITA: DESTRA E SINISTRA A CONFRONTO

1) LA SCELTA POLITICO-AMMINISTRATIVA Dopo l’Unità, lo Stato italiano era ben lontano dall’essere un’unica realtà. Questo fu proprio il primo problema da affrontare: scegliere di organizzare lo Stato con una struttura decentrata (lasciando, cioè, ampio spazio politico e amministrativo alle regioni) o con una struttura centralizzata (dove tutto era sotto lo stretto controllo del governo centrale). Prevalse la scelta di uno Stato estremamente accentrato (basato sul centralismo burocratico e autoritario) per la paura che il regionalismo mettesse in pericolo l’unità nazionale appena raggiunta.

L’Italia fu divisa in cinquantanove province, amministrate da prefetti di nomina regia e comuni retti da un sindaco, anch’esso di nomina regia. L’indirizzo accentratore risultò particolarmente opprimente soprattutto per il Centro-Sud, in quanto le regioni dell’Italia settentrionale erano abbastanza al passo con i tempi, ma il resto della penisola si trovava in condizioni di grande arretratezza.

2) L’ANALFABETISMO Dopo l’unità d’Italia ben il 78% della popolazione italiana (addirittura il 90% al Sud) era analfabeta. Fu estesa a tutto il territorio italiano la legge Casati che stabiliva l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita per i primi due anni, a spese dei comuni. Vi era anche il problema della lingua: le differenze dialettali erano tali che italiani appartenenti a regioni diverse non si capivano tra di loro.

3) DIVARIO FRA NORD E SUD Nell’Italia centro-meridionale era diffuso il latifondo e i grandi proprietari terrieri non erano interessati ad introdurre nuovi sistemi di coltivazione né ad abbandonare gli antichi rapporti sociali (ancora di stampo quasi feudale). Al Nord, invece, era diffusa la piccola e media azienda agricola ed in Toscana anche la mezzadria.

4) ARRETRATEZZA INDUSTRIALE In Italia l’industrializzazione era in via di sviluppo ma procedeva a rilento perché non vi erano capitali e perché non riusciva a sostenere la concorrenza dei prodotti stranieri.

5) LA SITUAZIONE IGIENICO-SANITARIA L’arretratezza e la povertà facilitavano l’insorgere di malattie: la pellagra (causata da carenze vitaminiche dovute ad un’alimentazione povera e basata sul consumo di pochi e sempre uguali alimenti); la malaria (provocata da una zanzara presente nelle regioni paludose); il colera; il tifo (dovuto alla scarsa igiene e alla mancanza di acquedotti, specie nel Mezzogiorno).

6) IL DISASTRO DELLE FINANZE PUBBLICHE Lo Stato italiano aveva ereditato la disastrosa condizione finanziaria degli Stati annessi e doveva far fronte a pesanti impegni finanziari senza possedere entrate sufficienti.

7) L’ORGANIZZAZIONE DELL’ESERCITO Enormi difficoltà dovette affrontare il nuovo Stato italiano anche per unire e fondere tra loro le forze militari provenienti dagli Stati annessi. Venne introdotto il servizio militare obbligatorio che dalla povera gente veniva considerato come una prepotenza dei piemontesi e suscitava malcontento perché la partenza di una giovane recluta recava un notevole danno economico alla famiglia di appartenenza. La situazione era complicata dal fatto che le varie regioni avevano ancora pesi, misure e monete diversi, oltre che usi e costumi spesso contrastanti tra loro.

Nel Meridione il malcontento popolare si espresse con il brigantaggio. Tra il 1861 e il 1865 questo fenomeno si presentò come una vera e propria guerra civile (che causò numerosissime morti) tra forze governative impegnate a ristabilire l’ordine e il rispetto della legge e le masse contadine che protestavano contro la miseria, le tasse e il servizio militare obbligatorio.

In particolare i contadini poveri protestavano perché le nuove amministrazioni comunali li avevano privati della possibilità che in passato avevano di raccogliere liberamente la legna e praticare il pascolo nelle terre demaniali (= dello stato). Il brigantaggio contro il governo piemontese fu politicamente alimentato dai Borboni e dai nobili rimasti a essi fedeli, nella speranza di ritornare al potere.

LA CLASSE DIRIGENTE

Gli uomini cui spettava il compito di affrontare questi problemi tanto gravi si suddivisero in due grandi gruppi che presero il nome di Destra e Sinistra (in base al settore occupato in Parlamento).

LE TENDENZE MODERATE DELLA DESTRA Gli uomini della Destra erano i moderati e rappresentavano le classi più elevate. Tra di loro si distinguevano: Quintino Sella (esperto industriale biellese), Alfonso La Marmora (valoroso generale piemontese), Bettino Ricasoli (politico toscano), Marco Minghetti (abile diplomatico ed economista), Massimo D’Azeglio (famoso scrittore).

LE TENDENZE PROGRESSISTE E DEMOCRATICHE DELLA SINISTRA Gli uomini della Sinistra, tutti di tendenze progressiste e democratiche, appartenevano in gran parte al Partito d’Azione. Ne facevano parte: Francesco Crispi (che era stato protagonista della rivolta siciliana e aveva preparato il terreno alla spedizione dei Mille); i fratelli Cairoli (che contribuiranno al completamento dell’unità); Giuseppe Garibaldi (ormai simbolo dell’unità d’Italia); Urbano Rattazzi.

Il sistema elettorale allora in vigore era fortemente censitario, tanto che nel 1861 per votare il primo Parlamento italiano votarono solo l’1,9% dell’intera popolazione. I rappresentanti politici del nuovo regno d’Italia era pertanto costituita esclusivamente dall’aristocrazia e dall’alta borghesia terriera e industriale.

LA POLITICA DELLA DESTRA

Lo schieramento politico che assunse la direzione del governo dopo l’unificazione fu quello della Destra che rimase al potere dal 1861 al 1876. Il primo impegno della Destra storica fu quello di pareggiare il bilancio dello Stato. Venne pertanto preparato un programma basato su una severa limitazione delle spese e sull’imposizione di nuove imposte, come la tanto odiata tassa sul macinato (1868), che colpiva soprattutto le classi più povere, la cui alimentazione era costituita quasi esclusivamente sulla polente e sul pane.

Molta attenzione riservò la Destra all’agricoltura: abolì i vincoli feudali ancora presenti nel Meridione; fondò scuole agrarie per divulgare aggiornati sistemi di coltivazione e innovazioni tecniche; realizzò strade, canali, argini fluviali; instaurò il libero commercio dei cereali, secondo i criteri del liberismo economico.

Le popolazioni delle campagne, tuttavia, non migliorarono le proprie condizioni di vita, a causa delle pesanti imposizioni fiscali. E nei primi anni del regno il prodotto agricolo diminuì, soprattutto nel Sud. La politica della Destra non si adoperò in favore dell’industria che per i primi vent’anni del regno risultò molto penalizzata limitandosi a produrre materie prime che venivano poi esportate, con scarsi guadagni, come materiale grezzo (come la seta e il ferro).

Gli uomini della Destra fecero, invece, un enorme sforzo per costruire una serie di opere pubbliche (strade, ferrovie, ponti, porti, poste e telegrafi). Fu rafforzato il settore del commercio grazie all’afflusso nei mercati italiani di merci inglesi e francesi ad ottimi prezzi. La politica del liberismo economico favoriva l’esportazione dei prodotti agricoli italiani verso i mercati più lontani, ma nello stesso tempo impediva all’industria nascente di svilupparsi perché, a sua volta, condizionata da un massiccio afflusso di prodotti stranieri.

Si assistette, quindi, ad una grave inflazione, con l’aumento dei prezzi e la perdita di valore del denaro. Dopo l’unificazione, restava il problema dell’annessione di Roma. Nel marzo 1861 il Parlamento, in una delle sue prime sedute, aveva proclamato Roma futura capitale d’Italia, mettendo in allarme gli ambienti ecclesiastici e Napoleone III (sovrano francese) e rendendo insostenibili i rapporti tra il regno d’Italia e la Chiesa. Anche perché l’Italia soppresse oltre 28.000 enti religiosi impadronendosi delle loro numerose proprietà terriere ed immobiliari. Venne, inoltre, riconosciuto valido dallo Stato solo il matrimonio civile.

Nel 1861 divenne capo del governo Bettino Ricasoli, che: attuò il tanto contestato accentramento statale condusse la lotta contro il brigantaggio con l’esercito.

Nel 1862 (dopo nove mesi di governo Ricasoli), divenne capo del governo Urbano Rattazzi che lasciò una certa libertà d’azione ai liberali che preparavano una spedizione contro Roma agli ordini di Garibaldi. A causa della pressione francese, però, Rattazzi ordinò a un reparto di truppe regie di sbarrare il passo alle schiere garibaldine sbarcate in Calabria. Si giunse a uno scontro a fuoco in Aspromonte, dove lo stesso Garibaldi fu ferito ad un piede. Rattazzi fu costretto a dimettersi.

Il nuovo presidente del Consiglio, Marco Minghetti, firmò un accordo con Napoleone III che accettava di ritirare le sue truppe da Roma entro due anni, mentre l’Italia si impegnava a non invadere lo Stato pontificio. L’accordo suscitò numerose proteste e Minghetti fu invitato a dimettersi.

Gli succedette il generale Alfonso La Marmora che nel maggio del 1865 effettuò il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. A sua volta Napoleone III iniziò il ritiro delle truppe da Roma.

Nel frattempo si presentò l’occasione propizia per risolvere la questione Veneta. L’Italia firmò un accordo con la Prussia che prevedeva, in caso di vittoria della Prussia contro l’Austria, la cessione del Veneto all’Italia.

La guerra (terza guerra d’indipendenza) iniziò il 16 giugno 1866. L’esercito italiano subì le sconfitte di Custoza e di Lissa ma, per decisione del governo prussiano che ebbe la meglio sull’Austria, la guerra ebbe fine. Con la pace di Vienna l’Italia, nonostante l’esito umiliante della sua partecipazione al conflitto, ricevette il Veneto.

Nel 1870 l’accendersi del conflitto franco-prussiano e il rapido precipitare della situazione militare e politica in Francia offrirono all’Italia l’occasione di risolvere drasticamente la questione romana con l’invasione dello Stato pontificio.

Il ritiro dei Francesi da Roma indusse il governo italiano ad ordinare al generale Raffaele Cadorna di entrare nel territorio pontificio. Così il 20 settembre 1870 le truppe italiane entrarono nella città attraverso la breccia di Porta Pia. Pochi giorni dopo un plebiscito decideva l’annessione di Roma al regno d’Italia.

Per regolare i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa furono emanate le “leggi delle guarentigie” che accoravano al papa il pieno e assoluto possesso dei palazzi del Vaticano, del Laterano e della villa di Castel Gandolfo. Inoltre alla chiesa veniva concessa piena libertà di azione su tutto il territorio nazionale e assegnato un appannaggio annuo per il mantenimento della corte papale.

Pio IX rifiutò tutte le offerte e si ritenne prigioniero in Vaticano. Emanò il “Non expedit” (= non conviene, non è bene”) vietando ai cattolici di prendere parte alle elezioni politiche come eletti e come elettori. Completata l’unificazione italiana, fu trasferita la capitale a Roma.

Il malcontento nel paese, però, permaneva per lo stagnare dell’economia e anche in Parlamento i deputati protestavano, tanto che il re invitò un esponente della Sinistra a formare un nuovo ministero. Agostino Depretis nel 1876 (dopo quindici anni di governo della Destra) divenne capo del Governo. Il suo programma prevedeva: la riforma elettorale, la riforma fiscale, la riforma scolastica, la questione meridionale.

Con Depretis ebbe inizio il “trasformismo”, con il quale ogni deputato poteva trasformarsi da sostenitore del governo in oppositore di esso e viceversa. Depretis, infatti, volle che il suo governo fosse rappresentato da politici rappresentativi di tutte le regioni italiane, perciò chiese l’appoggio dei singoli deputati (non solo della Sinistra ma anche della Destra), promettendo in cambio favori personali.

Giunto al governo cercò di tener fede agli impegni assunti, perciò: abolì la tassa sul macinato, ma aumentò le imposte di consumo; realizzò la riforma elettorale, ma venne soltanto abbassato il limite di età degli elettori (da 25 a 21 anni) e quello del censo (da 40 a 19 lire), ma restò l’obbligo di possedere la licenza elementare. Perciò gli aventi diritto al voto passarono dal 2,2% al 7,4% (donne e proletariato erano sempre esclusi);

rese obbligatoria e gratuita l’istruzione elementare e furono previste sanzioni per i genitori che avessero sottratto i figli all’istruzione; istituì una Cassa nazionale per aiutare i lavoratori che avessero avuto incidenti sul lavoro e approvò leggi protettive del lavoro delle donne e dei fanciulli nelle industrie;

in campo economico introdusse la politica protezionistica, istituendo una tariffa doganale protettiva per impedire ai prodotti stranieri di fare concorrenza a quelli italiani. Ne trassero vantaggio le industrie del Nord che imponevano i loro prodotti su scala nazionale, soffocando sul nascere ogni tentativo di industrializzazione del Mezzogiorno.

Ebbe inizio la guerra delle tariffe con la Francia (gioco al rialzo: la Francia imponeva sui prodotti italiani una tariffa più alta del doppio rispetto a quella prevista per gli stessi prodotti provenienti da altri paesi e l’Italia faceva lo stesso con i prodotti francesi).

Le masse contadine espressero il loro malcontento con agitazioni e scioperi. La miseria contribuì ad aumentare l’emigrazione, specie verso le Americhe. La politica economica protezionistica, comunque, permise all’Italia di avviarsi sulla strada dell’industrializzazione. A partire dagli ultimi anni del secolo si svilupparono, soprattutto al Nord, le industrie tessili, siderurgiche e meccaniche (Edison, Fiat).