Gian Piero Piretto Università di Milano Turpiloquio e gergo giovanile

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Transcript della presentazione:

Gian Piero Piretto Università di Milano Turpiloquio e gergo giovanile Corso di lingua e cultura italiana Gargnano del Garda 16 aprile 2010 Cazzo, prof., che figata! Gian Piero Piretto Università di Milano Turpiloquio e gergo giovanile

Turpiloquio Il turpiloquio fino a qualche tempo fa era esclusivo appannaggio della "società maschile" e si riteneva di pessimo gusto dire "certe parole" in presenza delle "signore". Ma negli ultimi decenni le parolacce sono entrate nel linguaggio parlato un po' a tutti i livelli, non solo fra i giovani, non solo fra uomini e donne, ma per colorire discorsi o espressioni particolari, anche per radio, per televisione o sui giornali non è raro trovare parole che fino a qualche anno fa si ritenevano impronunciabili.

Bestemmia La bestemmia, un'offesa contro dio, è sentita anche da un orecchio italiano come un'espressione estremamente pesante e volgare: di rado viene scritta, quasi mai pronunciata per televisione, e poco anche nel cinema. Tuttavia in alcune regioni la bestemmia ha assunto quasi un valore di imprecazione: in Toscana e in Veneto, specialmente, il suo uso è piuttosto diffuso e ne è prova il fatto che in alcune strade di queste regioni ancora troviamo antichi cartelli che invitano i passanti a "non bestemmiare".

Parolaccia La parolaccia vera e propria ha invece il significato di un insulto contro una persona. Tuttavia il suo uso così frequente (perfino in senso positivo, quasi come complimento!) ha molto sminuito la sua violenza. Valga per tutti l'esempio di una tipica parolaccia diffusa a livello nazionale, ma specialmente a Roma, figlio di mignotta (da figlio di madre ignota), usata contro una persona per darle del "bastardo". Questa, che pure pronunciata con durezza è un'offesa abbastanza grave, ha poi in romanesco una connotazione quasi affettuosa: infatti, per tradizione, i bambini figli di nessuno sono persone particolarmente furbe, abilissime nell'arte di arrangiarsi, dinamiche e scaltre, abituate come sono a lottare con la vita giorno per giorno. Per questo, non di rado, questa espressione viene rivolta a un amico furbo, che ha dimostrato la sua scaltrezza in qualche occasione speciale. Ma attenzione, se questo vale per una regione (il Lazio), non è la stessa cosa per un'altra e per esempio in Sicilia la stessa frase può suscitare giustamente una reazione pesante dell'interlocutore.

Parolaccia II Esistono poi parolacce che, diffuse a livello nazionale e così logorate dall'uso continuo, hanno perso il loro significato originario acquisendone decisamente un altro: casino, per esempio, ha quasi sostituito il termine confusione, caos disordinato, perdendo il suo significato di "casa di tolleranza", "bordello". Ha dato tra l'altro numerosi derivati: fare casino, confondere le cose; incasinato, essere confuso; casinista, disordinato nel pensare o nell'agire. Ma se quest'ultima parola ancora conserva qualche barlume di volgarità e se ne sconsiglia l'uso in occasioni che non siano estremamente colloquiali, diverso è il caso del verbo fregarsene che ormai da tempo ha sostituito il verbo "infischiarsene" perdendo completamente ogni riferimento al suo significato etimologico. Già era usato provocatoriamente dalla propaganda fascista e i bambini appartenenti all'organizzazione dei "Figli della Lupa" portavano scritto sulla camicia nera "Me ne frego della morte". E d'altra parte "me ne infischio" avrebbe dato un significato molto meno virile e deciso all'espressione.

Parolacce e televisione In televisione le parolacce sono tuttora oggetto di censura. Durante il periodo della cosiddetta fascia protetta (fascia oraria che parte generalmente dalle ore del mattino fino alle prime ore della sera, e quindi caratterizzata da numerosi spettatori di età infantile) i conduttori televisivi vengono invitati esplicitamente a non dire parolacce in diretta. Se lo fanno tendono sia a scatenare proteste da parte soprattutto dei genitori (che spesso inviano telefonate o e-mail di protesta) ma anche a subire rimproveri da parte dei direttori televisivi. Nei servizi giornalistici e nei filmati preregistrati, se un personaggio pronuncia una parolaccia, essa viene solitamente coperta da un beep, suono che viene inserito in fase di montaggio al fine probabilmente di non permettere ai telespettatori più giovani (essenzialmente i bambini) di imparare tali parole (evitando quindi che essi le pronuncino liberamente e magari anche nei momenti più inopportuni).

883 (Max Pezzali) , Rotta per casa di Dio Si era detto otto e mezzo puntuali al bar però lo sapevamo già che tra una cazzata e l'altra c'è Cisco che passa in bagno un'eternità tutti in macchina la festa è lontana e poi là le tipe ci aspettano oh ragazzi, "tranqui", questa è una botta sicura basta che non ci perdiamo Rotta per casa di Dio stiamo volando alla festa Rotta per casa di Dio e siamo già là con la testa E le troveremo già sulla porta e poi con il tacco alto e la gonna corta e noi con il groppo in gola e il cuore che batte le faremo ballare per tutta la notte Cisco addocchia la cartina poi dice "No! Stiamo andando fanculo!" Te l'ho detto dovevamo girare là guarda sono sicuro lo sapevo che sarebbe finita così siamo teste di cazzo noi! Basta uscire più di dieci chilometri che noi stronzi ci perdiamo Rotta per casa di Dio ci stiam perdendo la festa Rotta per casa di Dio e stiamo uscendo di testa non le troveremo più sulla porta e poi niente tacco alto né gonna corta e noi con il groppo in gola e il cuore che batte ci faremo menate per tutta la notte. Con le facce tese tutti incazzati neri e con le pive nel sacco persi in queste strade che sembrano sentieri stanotte niente di fatto avvistiamo da lontano un cavalcavia ci sarà un'autostrada là appena entrati dal casello come per magia ecco appare un autogrill. Rotta per casa di Dio ci siam fottuti la festa Rotta per casa di Dio però che notte diversa tutti con in mano birra e Camogli noi senza fidanzate troie né mogli quattro deficienti a fare cazzate come non succedeva da un pacco di tempo. Rotta per casa di Dio ma chi la caga la festa Rotta per casa di Dio stanotte non l'abbiam persa tutti con in mano birra e camogli noi senza fidanzate troie né mogli quattro deficienti a fare cazzate come non succedeva da un pacco di tempo

Imprecazione L'imprecazione, ovvero la parolaccia usata solo per esprimere il proprio disappunto, o anche impiegata come intercalare, senza voler offendere nessuno e senza più nessun vero significato letterale, se non quello di esprimere rabbia, sorpresa, gioia, dolore e comunque un'emozione forte. Di questo tipo di parolaccia abbiamo esempi perfino in tedesco, in cui la parola Scheisse! non ha alcun valore semantico se non quello di mostrare la propria rabbia, corrispondente al francese merde! e all'italiano cazzo!, privo di qualunque riferimento sessuale e esclusivamente usato a mo' di imprecazione o di intercalare.

Epiteti “affettuosi” In proposito, ci soccorre il ricordo dell' "ovatio", con cui il popolo dell'antica Roma, accogliendo il Condottiero vittorioso che rientrava nell'Urbe con  il suo carico di oro, lo apostrofava con affettuosi - quanto irripetibili -  epiteti: si trattava  di una consuetudine il cui retaggio  si ritrova nell'odierno uso amichevole di espressioni, di per sè  ingiuriose, che tale significato, tuttavia, perdono se  rivolte  a persona amica,  senza alcun intento offensivo,  ma addirittura per sottolineare connotati positivi ("Ti trovo  in grande forma, pezzo di  figa” - "Il mio  collaboratore è un giovane intraprendente : è un  gran figlio di puttana").  

Cazzo che faccia di cazzo!: a seconda del tono in cui viene detto, può avere diversi significati: una persona sgradita, soprattutto perché antipatica di primo acchito; oppure una persona dai lineamenti somatici non particolarmente belli; o anche una persona sfacciata (quindi una variante di "faccia di bronzo"). testa di cazzo (ma anche cazzone): persona stupida, ignorante o stolta, priva di raziocinio, totalmente refrattaria a qualsiasi tentativo di migliorarla o farla ragionare (può essere riferito anche ad una donna); è talvolta enfatizzato con un aggettivo rafforzativo, p.es. è un'emerita testa di cazzo. cazzone: persona stupida, non intelligente o incompetente (nonostante si arroghi, invece, autorevolezza). cazzaro, cazzarone, cazzataro: persona che dice cazzate (vedi più sotto) anche detto sparacazzate (spesso usato in tono familiare o ironico, soprattutto nel senso di "persona divertente, che ama fare chiasso" e corrispondente al romano "caciarone" - foneticamente correlato a "cazzarone" - dal sostantivo "caciara" = "chiasso"). fancazzista: colui che non fa un cazzo, ossia un lavativo o un perdigiorno, chi è solito perdere tempo o fare poco o nulla (e si dedica quindi al fancazzismo). cazzonaro: come fancazzista (vedi sopra), ossia persona particolarmente svogliata e demotivata. cacacazzo o cagacazzo o cacacazzi: vien detto di persona che dà fastidio o crea problemi (dall’espressione "cagare il cazzo", vedi più sotto). rompicazzo: sinonimo di "cagacazzo" (vedi più sotto "rompere il cazzo"). sei un cazzo di stronzo o sei uno stronzo del cazzo: rafforzativo che sta per "proprio" (sei proprio uno stronzo!)

Accezioni ed espressioni negative (situazioni): eccheccazzo Accezioni ed espressioni negative (situazioni): eccheccazzo!: esclamazione di una persona in collera e spazientita; incazzarsi: arrabbiarsi, perdere il controllo di sé (usato indifferentemente da uomini e donne), da cui incazzato ed il sostantivo incazzatura. scazziarsi: in napoletano significa "litigare verbalmente" o "venire alle mani". cazziare: in napoletano significa sgridare, rimproverare (da cui il sostantivo cazziata[ o cazziatone, che indica una furiosa sgridata o un pesante rimprovero); rompere il cazzo: sinonimo più volgare di "rompere le scatole" (Mi hai rotto il cazzo = mi hai veramente scocciato); in senso passivo significa invece "mi sono stufato, seccato, annoiato". cagare il cazzo (sinonimo di "rompere il cazzo"): dare fastidio in maniera insopportabile a qualcuno (vedi più sopra "cacacazzo"). stare sul cazzo opp. darmi sul cazzo: essere di fastidio a qualcuno, rompere le "scatole", essere una persona insopportabile e decisamente non gradita. scazzarsi (riflessivo) o scazzare (intransitivo): indicano una situazione di tedio, fastidio, indisponenza, poca voglia di affrontare un problema o continuare un lavoro (da cui sentirsi scazzato ed il relativo stato d'animo, lo scazzo). non saperne un cazzo, non capirci un cazzo, non valer un cazzo, non vedere un cazzo, non me ne frega un cazzo: in tali locuzioni (e molte altre simili, costruite sempre con l'avverbio di negazione + un verbo) il termine viene utilizzato come sinonimo di "nulla", "niente". Cazzata: una affermazione oppure un’azione qualsiasi che sia stupida, sciocca, o priva di senso ("dice / spara / fa cazzate": vedi più sopra cazzaro); oppure un’azione decisamente sconsiderata, pericolosa, dannosa ("Ha fatto veramente una grande cazzata!"). Nelle versioni edulcorate il termine viene talora reso con cassata. cazzi amari, cazzi acidi, cazzi da cagare, cazzi per il culo: queste espressioni - sinonimiche fra loro - indicano gravi problemi previsti in futuro, o conseguenze nefaste. del cazzo: di nessun valore, importanza o interesse: "questo è proprio un romanzo del cazzo" "siamo giunti in un paese del cazzo"; opp. da niente, stupido, assurdo: "ha un atteggiamento del cazzo", "è un divertimento del cazzo"; opp. spiacevole, pessimo, bruttissimo: "è una situazione del cazzo" "è stata una giornata del cazzo"; in locuzioni esclamative esprime forte disappunto o irritazione: "spegni quella radio del cazzo!" alla / a cazzo di cane: si dice di azione o attività eseguita malamente, a casaccio, con imperizia, maldestramente, in modo sconclusionato, senza criterio. col cazzo che…: espressione di risoluto diniego, con valore rafforzativo in sostituzione di una negazione ("col cazzo che vengo al cinema!"), col senso di "neanche per idea; non se ne parla proprio; non pensarlo neppure; figùrati se".

Figa (fica) Usato per secoli questo sostantivo per indicare la vulva, da qualche tempo è diventato una sineddoche per indicare una donna molto appetibile dal punto di vista sessuale come abbreviazione dell'apprezzamento riferito a quel tipo di donna che viene qualificata come un pezzo di fica che abbreviato diventa fica, indicando la parte per il tutto. Quindi fica non è altro che un'abbreviazione che ha un preciso riferimento all'organo genitale femminile.

Soprattutto nel gergo giovanile, il termine figa e il suo accrescitivo strafiga o figona sono spesso usati come sineddoche per indicare una donna sessualmente attraente. Con analogo significato è usata anche la forma maschile, figo o fico, ovvero ragazzo/uomo attraente. Da notare anche l'uso del diminutivo fighetto o addirittura fighetta (con articolo maschile) con significato di damerino, ragazzo dai modi e dall'abbigliamento marcatamente curati allo scopo di piacere, con connotazione ironica o spregiativa.

La tua moto è fighissima La tua moto è fighissima! (qui il parlante intende rivolgere all'interlocutore un forte apprezzamento per la sua moto); Figo! (dove la i è spesso prolungata a piacere del parlante; qui si intende apprezzare un fatto appena accaduto o sentito o un oggetto appena visto o di cui si è appena sentito parlare). Se ne registra inoltre l'utilizzo come intercalare in varie parti d'Italia, tra cui le zone di Milano, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Pavia, Piacenza e Parma. Esistono inoltre diverse forme derivate, sia comuni sia artistiche: figata (cosa figa o bella trovata); figoso (che rende fighi o che è figo);

Sfiga Altro termine derivato che, avendo ormai perso quasi tutta la carica originaria di volgarità, è entrato nel gergo comune, tanto da essere usato da persone di tutte le età, è sfiga, col significato di sfortuna. È interessante notare come in questo caso la s privativa iniziale (sfiga significa letteralmente mancanza di figa) mentre da un lato ribadisce l'accezione positiva del termine base, assimilato ai concetti di fortuna, abbondanza, fertilità, con l'implicita deduzione che chi non ha un partner femminile è una persona sfortunata, sfigata, dall'altro, poiché, almeno in teoria, si potrebbe attribuire solo a maschi, sottintende una visione culturale maschilista dei rapporti fra i due sessi.