Narrazione e autobiografia in psicologia della salute

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Transcript della presentazione:

Narrazione e autobiografia in psicologia della salute

Più che l’espressione tout court delle emozioni è l’espressione emotiva adeguata (o adeguatamente regolata) delle emozioni a far bene alla salute (estrema repressione e estrema espressione correlano con problemi di salute) Più specificamente: sono più importanti, per gli effetti riscontrabili sulla salute, i processi di elaborazione (o costruzione) dell’emozione rispetto alla “espressione”, elaborazione che integri fatti, pensieri ed emozioni all’interno di una narrazione

La capacità, la possibilità di espressione emotiva sembra risiedere essenzialmente in operazioni di elaborazione-costruzione che permettono il formarsi di qualcosa che possiede una sua esistenza a livello mentale e come tale può essere comunicato a se stessi e agli altri come forma essenziale di conoscenza su cui fondare la propria vita in termini di informazione e di spinta all’azione

Un’emozione può diventare “negativa” non per il suo contenuto, ma quando viene negata, dissociata, confinata in un’area isolata dalla mente o, al contrario, emerge in forma violenta perché insufficientemente elaborata (Solano, 2001)

Narrazione e autobiografia Elaborare emozioni, esperienze, eventi di vita: “dare un senso”

Karen Blixen: La storia della cicogna Adriana Cavarero “Tu che mi guardi, tu che mi racconti” (Feltrinelli, 1997)

Narrazione e autobiografia: definizione Il Pensiero Autobiografico è l’insieme dei ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e si è fatto E' una presenza che da un certo momento in poi accompagna il resto della nostra vita E' un guardare alla propria esistenza come spettatori (talvolta impietosi e severi) che favorisce la rappacificazione e la comprensione, sentimenti che, mitigando la nostra soggettività la aprono ad altri orizzonti Per tale motivo il pensiero autobiografico in un certo qual modo ci cura: ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento

L’autobiografia come cura di sé La vera cura di sé, il vero prendersi in carico facendo pace con le proprie memorie inizia probabilmente quando non più il passato bensì il presente, che scorre giorno dopo giorno aggiungendo altre esperienze, entra in scena e diventa luogo fertile per inventare o svelare altri modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo dentro e fuori di noi E' quanto avviene di fronte alla propria vecchiaia, di fronte alla malattia e alla morte E quanto più abbiamo vissuto intensamente, nel dolore o nel piacere, eventi e circostanze, tanto più questi diventeranno ricordi indelebili

Un contesto particolare: le cure di fine vita La fine della vita è quasi sempre caratterizzata da un grave declino fisico e dalla perdita progressiva di autonomia: in questa situazione il tentativo è quello di conservare le possibilità residue del malato (narrazione, conversazione, autobiografia) e di indirizzarle verso gli obiettivi desiderati Il significato di ciò che accade diviene in questo contesto un legame forte che può mantenere una persona ancorata alla propria vita (se no morte psicologica e sociale prima ancora che biologica)

Paola Rossi e la sua storia Paola Rossi “Si fa presto a dire chemio”

Tradurre in parole le esperienze traumatiche J. Pennebaker: Le esperienze traumatiche, anche infantili, in particolare quelle di cui non si riesce a parlare apertamente con altri, espongono a un più alto rischio di malattia Lo sforzo di inibire le emozioni e la loro espressione risulta stressante e porta a cambiamenti accertabili nel corpo (sistema vegetativo, ormonale, immunitario)

Tradurre in parole le esperienze traumatiche Molte ricerche mostrano che riuscire a tradurre in parole le esperienze da cui si è rimasti sconvolti ha un impatto positivo sulla salute Ipotesi: tradurre emozioni e immagini in parole cambia il modo in cui una persona organizza i suoi pensieri intorno al trauma. Esprimendo a parole la propria esperienza la persona “integra” pensieri e sentimenti e può costruire così una storia coerente della propria esperienza, che può essere riassunta, archiviata in memoria e dimenticata

Tradurre in parole le esperienze traumatiche Per i pazienti è un passo decisivo far fronte alle proprie ansie e ai propri problemi costruendo una storia per spiegare e comprendere le difficoltà passate e attuali della loro vita Una storia può avere la forma dell’autobiografia o anche di un racconto in terza persona Una storia strutturata è una forma di conoscenza che aiuta a organizzare le conseguenze di un’esperienza e anche l’esperienza stessa

Giuseppe Montalbano e la sua storia Lisa Galli, Giuseppe Montalbano “Nella vita chi è felice è pazzo”

Ruolo degli operatori Chi cura e assiste l’ammalato ha una parte importante nella costruzione delle storie: gli operatori provano a inserire il paziente e la sua famiglia all’interno di certe trame che possano essere d’aiuto e terapeutiche Medici e infermieri contribuiscono a costruire i percorsi narrativi attraverso i quali ad esempio condurre il malato verso una particolare strategia terapeutica o allontanarlo da risultati indesiderati L’ascolto e la comprensione di queste narrazioni ci dà la possibilità di comprendere una realtà complessa spesso non definibile solo nella prospettiva biomedica tradizionale

Perché e come funziona la narrazione di storie e l’autobiografia Perché consente di resistere all’oblio della memoria raccontando quanto si è vissuto Perché si ridà senso alla vita stessa: attraverso il ricordo e il racconto è possibile “sentire che abbiamo vissuto e che stiamo ancora vivendo” Perché mentre ci rappresentiamo ci ricostruiamo, ci riprendiamo tra le mani, ci prendiamo in carico (in cura) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto e, a questo punto, non possiamo che accettare Duccio Demetrio “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé”

Perché e come funziona la narrazione di storie e l’autobiografia Perché favorisce un ripatteggiamento con quanto si è stati. Tale riconciliazione – un'assoluzione talvolta difficile – procura all'autore del racconto emozione di grande quiete Perché ci trasforma in artefici e artigiani anziché lasciarci soggetti passivi delle nostre vicende, ci rende ricucitori dei frammenti di vita dimenticati, delle tessere disordinate e obliate o rimosse. Grazie al ricordo e al racconto rammendiamo, ridiamo forma a noi stessi Duccio Demetrio “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé”

Lo stato di benessere che prende chi si dedica al racconto sistematico di sé è dovuto: 1) Alle emozioni rappacificatrici proprie di tutto ciò che ha a che fare con la lontananza e la memoria 2) All'accorgersi che le biografie hanno nella loro singolarità innumerevoli punti di contatto 3) Al potere che ha il racconto di dar quasi forma alla vita di un'altra persona

“Condizioni lenitive” ovvero i poteri analgesici e ricostituenti del narrare e del lavoro autobiografico: 1) Potere della dissolvenza: il provare piacere nel ricordare perché le immagini ricompaiono sbiadite, crepuscolari, sfumate nei contorni, attutite (trasfigurazione del ricordo). Lo stato d'animo che si prova nel ricordare è di malinconica gioia, assenza di conflitti, nessun fastidio. Il potere curativo della dissolvenza alimenta un sentimento di distacco mentale ed emozionale che aiuta il benessere.

“Condizioni lenitive” ovvero i poteri analgesici e ricostituenti del narrare e del lavoro autobiografico: 2) Convivenze, condivisione: fa bene condividere e comunicare ad altri e non tenere dentro di sé tutte le proprie storie: c'è il gusto di raccontare, di avvincere gli altri con le proprie storie

“Condizioni lenitive” ovvero i poteri analgesici e ricostituenti del narrare e del lavoro autobiografico: 3) Potere ricompositivo: ne avvertiamo il beneficio quando il ricordare o il raccontare ci trasmettono la sensazionedi “tenerci insieme”. Non ricordiamo frammentariamente un ricordo alla volta, i ricordi sono connessi, conversano tra loro: raccontare connette e mette in rete gli eventi e le persone del passato (coesione del sé)

“Condizioni lenitive” ovvero i poteri analgesici e ricostituenti del narrare e del lavoro autobiografico: 4) Potere dell'invenzione: l'avvertirsi artefici di se stessi, lo stesso raccontare, ci mette in contatto con la nostra creatività: se resta l'oggettività dei fatti, delle rotte seguite, degli incontri fondamentali, muta invece la loro rappresentazione

“Condizioni lenitive” ovvero i poteri analgesici e ricostituenti del narrare e del lavoro autobiografico: 5) Potere spersonalizzante derivante dalla presa di distanza, dal tentativo di non restare intrappolati nei nostri pensieri e compiacimenti evitando di cercare qualcosa che trascenda il nostro particolare

Narrazione e autobiografia Un po’ di clinica: il caso di Lisetta

Bibliografia Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli Editore, Milano 1997. Duccio Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995. Lisa Galli, Giuseppe Montalbano, Nella vita chi è felice è pazzo, Emily Foster Publishing, Londra 2006. James Pennebaker, “Tradurre in parole le esperienze traumatiche; implicazioni per la salute” in Luigi Solano, Tra mente e corpo. Come si costruisce la salute, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001. Paola Rossi, Si fa presto a dire chemio. Cronaca di un’esperienza vissuta (e di altro ancora), Società Editrice Fiorentina, Firenze 2009.