I Sommersi e i Salvati Primo Levi Matteo Sforzini

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Transcript della presentazione:

I Sommersi e i Salvati Primo Levi Matteo Sforzini IV B Anno scolastico 2012-2013

La vita Nasce a Torino il 19 luglio 1919 da una famiglia con origini ebraiche; Nel 1937 si diploma al liceo classico Massimo D’Azeglio; Quando entrarono in vigore le leggi razziali, Levi aveva già cominciato gli studi universitari ed ebbe così la possibilità di terminarli; Nel 1941 si laurea con lode in chimica, la sua laurea tuttavia presenta la citazione ‘‘di razza ebraica’’; Nel 1942 si trasferisce a Milano, qui con alcuni amici entrerà nel Partito d’azione. Nel 1943 entra a far parte dei partigiani. Nello stesso anno venne catturato dalla milizia fascista e trasferito nel campo di Fossoli.

La vita Il 22 febbraio 1944, Levi e altri 650 ebrei vennero deportati nel campo di sterminio di Auschwitz. Ad Auschwitz Primo Levi fu subito trasferito nel campo di Buna-Monowitz dove rimase fino al giorno della liberazione il 27 gennaio 1945. Dopo la liberazione in seguito ad un lungo viaggio, ritornò a Torino ed iniziò a scrivere ‘‘Se questo è un uomo’’. Dei 650 uomini partiti con lui il 22 febbraio 1944 solo venti faranno ritorno. Nel 1965 Levi torna ad Auschwitz per una commemorazione sulle vittime dell’olocausto. L’11 aprile 1987 venne trovato morto nella sua casa a Torino non è mai stato chiaro se si è trattato di suicidio o di un incidente.

Bibliografia Se questo e' un uomo (1947) La tregua (1963) Storie naturali (1966) Vizio di forma (1971) Lilìt e altri racconti (1971) Il sistema periodico (1975) La chiave a stella (1978) La ricerca delle radici (1981) Se non ora, quando? (1982) L'altrui mestiere (1985) I sommersi e i salvati (1986) L'ultimo Natale di guerra (2000)

Il romanzo I Sommersi e i Salvati è l’ultimo lavoro di Primo Levi, scritto nel 1986 è un saggio il cui titolo è già presente in un capitolo di Se questo è un uomo, in cui l’autore riflette per l’ultima volta sulla sua esperienza nel lager di Buna-Monowitz. Il libro è diviso in otto capitoli: La memoria dell’offesa La zona grigia La vergogna Comunicare Violenza inutile L’intellettuale ad Auschwitz Stereotipi Lettere di tedeschi

La memoria dell’offesa ‘‘L’oppressore è da punire e da esecrare (ma, se possibile, da capire), l’oppresso è da compiangere e da aiutare.’’ Levi analizza gli apparenti difetti della memoria dell’uomo, infatti quest’ultima, per coloro che hanno vissuto l’olocausto è il fondamento della loro testimonianza. Non è infatti facile per l’autore riportare alla mente episodi che si vogliono dimenticare, spesso colui che racconta preferisce soffermarsi su situazioni di tranquillità piuttosto che su pericoli ed orrori vari. Ma la memoria non intrappola solo gli oppressi ma anche gli oppressori in quanto coloro che hanno compiuto l’oppressione. Il problema nasce quando all’oppressore è posta la domanda ‘‘Perché hai agito così?’’. La risposta è univoca ‘‘L’ho fatto perché mi è stato comandato’’.

La zona grigia ‘‘Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano’’ La zona grigia è un capitolo in cui Levi affronta il problema del confine tra torturatori e torturati. Vi è il ricordo dei ‘‘corvi del crematorio’’ cioè coloro costretti dalle SS a lavorare nei forni. Inoltre compare la figura dei Kapos, prigionieri come gli altri, ma con funzioni amministrative, alcuni si riveleranno Eroi, altri assassini.

‘‘Perché proprio io sono sopravvissuto e non un altro?’’ La vergogna ‘‘Perché proprio io sono sopravvissuto e non un altro?’’ La vergogna è quel sentimento che ha accompagnato i prigionieri per tutta la loro permanenza nel campo, la quale tuttavia si è manifestata solo al momento della liberazione, quando i sopravvissuti hanno iniziato a rendersi conto di come era stato il loro comportamento nei confronti degli altri. Si sentono l’eccezione tra tutti i ‘‘sommersi’’ e inoltre provano vergogna per appartenere ad una specie che è stata capace di una tale distruzione dei propri simili.

Comunicare ‘‘Coloro che potevano in qualche modo comprendere avevano la vita nel Lager assai facilitata: coloro che non ne comprendevano niente spesso morivano nei primi quindici giorni.’’ L’incomunicabilità nei lager era totale, non vi era modo di trovare qualcuno con cui sfogarsi o semplicemente parlare. Vi era inoltre un problema di comunicazione con l’esterno, infatti in molti campi non si seppe nulla sull’andamento della guerra fino alla liberazione questo poiché era vietato introdurre quotidiani e libri all’interno.

Violenza inutile "Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome." Levi utilizza molti esempi di violenza inutile: Il viaggio in treno. La spogliazione all’arrivo e il taglio dei capelli. L’uso dei prigionieri come cavie umane. Il lavoro forzato. Il tatuaggio.

L’intellettuale ad Auschwitz In questo capitolo l'autore analizza l'esperienza dell'uomo colto alle prese con la realtà del Lager. A questo scopo utilizza l’esperienza di un filosofo ebreo morto suicida: Sul lavoro, che era prevalentemente manuale, in generale l'uomo colto stava nel campo molto peggio dell'incolto. Anche la vita in baracca era più penosa, poiché era una guerra continua di tutti contro tutti. La cultura non poteva dunque servire che in qualche rara occasione ciononostante, in quelle poche situazioni poteva dare un forte aiuto.

Stereotipi Lo stereotipo è qui inteso come il non potere capire da parte delle generazioni contemporanee ciò che fu veramente e cosa comportò effettivamente lo sterminio per i deportati. La concezione che ormai si ha del prigioniero è dell’uomo normale, uguale agli altri, solo che è rinchiuso in una cella e non ha libertà. Lì il problema primo a cu si conviveva non era il problema della libertà che era sì negata ma diventava una questione secondaria; il vero problema era la mancanza dei bisogni primari quali cibo, acqua e tutto ciò che concorreva a sopravvivere.

Lettere di tedeschi Quest'ultimo capitolo è riservato dall'autore ad alcune lettere da lui ricevute in seguito alla traduzione tedesca di Se questo è un uomo. Racconta la sua iniziale diffidenza nella proposta di una edizione rivolta ai responsabili delle sue sofferenze, per paura che la sua opera venisse cambiata o ridotta, timore svanito dopo uno scambio epistolare con l’editore.

«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre». Primo Levi