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Gli effetti delle guerre puniche sull’Italia meridionale

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Presentazione sul tema: "Gli effetti delle guerre puniche sull’Italia meridionale"— Transcript della presentazione:

1 Gli effetti delle guerre puniche sull’Italia meridionale
Lezione VIII Gli effetti delle guerre puniche sull’Italia meridionale

2 La situazione nel Mezzogiorno alla vigilia della I guerra punica
Un completo controllo, fino allo Stretto, esercitato tuttavia in forma soprattutto indiretta, attraverso trattati di alleanza con le diverse comunità greche e italiche. Il territorio era controllato da una corona di forti colonie latine, poste ai suoi limiti settentrionali: Luceria (314 a.C.) Venusia (291 a.C.) Paestum (273 a.C.) Beneventum (268 a.C.)

3 La situazione nel Mezzogiorno alla vigilia della I guerra punica
Limitato il territorio inglobato direttamente nel territorio romano: Il territorio a nord di Paestum, confiscato ai Lucani, nel quale vennero deportati migliaia di Piceni dopo la campagna del a.C. (Ager Picentinus). Forse parte del territorio silano, confiscato ai Bruzi, se crediamo alla testimonianza di Dionigi di Alicarnasso; ma alcuni studiosi pongono questa confisca dopo la II guerra punica.

4 La colonia latina di Paestum
Un caposaldo posto a controllo dei Lucani, nella fertile pianura del Sele. I fenomeni di impaludamento e la conseguente diffusione della malaria portarono all’abbandono del sito intorno al IX sec., favorendone la conservazione, sino alla riscoperta nel XVIII sec. I monumenti più spettacolari del sito risalgono al periodo greco e lucano: i famosi templi dorici (VI-V sec. a.C.), le necropoli con pitture funerarie (V-IV sec. a.C.) Al periodo romano risalgono i rifacimenti delle imponenti mura (quasi 5 km.), il Foro, l’anfiteatro, il tempio della Triade Capitolina, le strade, alcune abitazioni private.

5 Paestum: la cosiddetta Basilica e il cosiddetto tempio di Nettuno

6 Paestum: la Tomba del Tuffatore
Affresco dalla Tomba del Tuffatore ( a.C.), oggi al Museo Archeologico Nazionale di Paestum.

7 L’anfiteatro di Paestum romana

8 Le mura della Paestum romana

9 Una strada di Paestum romana

10 La monetazione della colonia latina di Paestum
Moneta in bronzo: al dritto testa di Poseidone - Nettuno; al rovescio un ragazzo cavalca un delfino e legenda Paistano(rum). Un segno della formale autonomia della colonia latina.

11 Dionigi di Alicarnasso, XX, 15: la confisca del territorio silano e il suo sfruttamento
I Bruzi si sottomisero spontaneamente ai Romani e cedettero loro metà della selva che si chiama Sila, ricca di alberi adatti all’edificazione di case, ad allestimenti navali e ad ogni altro genere di costruzioni. Vi crescevano abeti che toccavano il cielo, numerosi pioppi, pingui pini marittimi, faggi, pini, ampie querce, frassini fecondati dalle acque che scorrono in mezzo, e ogni altro genere di albero che coi rami densi mantiene ombreggiato il monte per tutto il giorno.

12 Dionigi di Alicarnasso, XX, 15: la confisca del territorio silano e il suo sfruttamento
Gli alberi che crescono più vicini al mare e ai fiumi sono tagliati sino al ceppo in un unico pezzo e vengono spediti ai porti più vicini e forniscono a tutta l’Italia il fabbisogno per costruzioni navali ed edilizie; quelli invece che si trovano lontani dal mare e dai fiumi sono tagliati in diversi pezzi e trasportati a spalla dagli uomini; questi alberi forniscono remi, pertiche e ogni genere di attrezzi e suppellettili domestiche. Ma la parte più abbondante e resinosa viene utilizzata nella fabbricazione della pece, di cui fornisce la qualità più odorosa e soave che si conosca, la cosiddetta pece bruzia, dal cui appalto lo stato romano ricava ogni anno grosse entrate.

13 La I guerra punica (264-241 a.C.): la questione dei Mamertini
Mercenari di origine campana, assoldati dal re di Siracusa Agatocle, che si erano trovati privi di ingaggio dopo la morte del sovrano; per tutta risposta si impadroniscono di Messina, che diviene la base delle loro scorrerie. Siracusa reagisce alle continue razzie dei Mamertini di Messina con la guerra: il generale siracusano Ierone sconfigge duramente i mercenari campani. Assediati da Ierone, i Mamertini fanno appello a Cartagine, che insedia una guarnigione a Messina. Ierone è costretto a tornare a Siracusa, dove è proclamato re. Stanchi della tutela cartaginese, i Mamertini si rivolgono a Roma.

14 Il dibattito a Roma sull’intervento
Contro Aiutare i Mamertini era incoerente, dopo che Roma aveva punito i loro connazionali a Reggio. Intervenire a Messina significava guerra contro Cartagine. Il “trattato di Filino” (dubbio) assegnava la Sicilia alla sfera di influenza di Cartagine. Pro Non si poteva lasciare una guarnigione cartaginese a Messina, a minaccia dell’Italia (imperialismo difensivo). L’occasione era propizia per mettere piede nella ricchissima Sicilia (imperialismo economico).

15 Il teatro di guerra marino
La necessità di trasportare truppe in Sicilia e di rifornirle, come anche quella di contrastare gli analoghi movimenti cartaginesi, obbliga Roma a dotarsi di una grande flotta. Decisivo l’apporto in navi ed equipaggi dei socii navales, le città greche del Mezzogiorno. Soprattutto il legname silano rifornisce i cantieri dell’Italia meridionale. Gli inaspettati successi della giovane flotta romana nelle battaglie di Milazzo (260 a.C.), di capo Ecnomo (256 a.C.) e delle isole Egadi (241 a.C.). La flotta romana paga però la propria inesperienza con diversi rovinosi naufragi dovuti a cause naturali.

16 Polibio, Storie, I, 20, 5-8: la creazione della prima grande flotta romana
Ma poiché i Cartaginesi dominavano senza fatica il mare, la guerra era per loro in equilibrio. Nel periodo successivo, infatti, quando essi già occupavano Agrigento, molte città dell'interno passarono ai Romani, temendone le forze di terra, ma un numero anche maggiore defezionò fra quelle poste sul mare, intimorite dalla flotta dei Cartaginesi. Perciò, vedendo che sempre di più la guerra pendeva a favore dell'una o dell'altra parte per le suddette ragioni e inoltre che l'Italia era spesso devastata dalle forze navali, mentre la Libia restava del tutto inviolata, si decisero a prendere il mare al pari dei Cartaginesi. E perciò non meno degli altri questo aspetto mi ha spinto a narrare ampiamente la guerra in questione, perché non si ignorasse questo inizio, come, quando e per quali ragioni i Romani entrarono in mare per la prima volta.

17 Il coinvolgimento del Mezzogiorno nel conflitto
L’Italia meridionale, in particolare l’attuale Calabria, era l’immediata retrovia del principale teatro di guerra, la Sicilia. Il notevole sforzo richiesto ai socii navales del Mezzogiorno: nella guerra andarono perdute almeno 700 navi, con i loro equipaggi. Le coste bruzie furono inoltre colpite dai raid condotti in particolare nella seconda fase della guerra da Amilcare Barca. Sanguinose perdite per i contingenti di terra forniti dai Lucani. Pare invece che le truppe ausiliarie romane non comprendessero Bruzi: alcuni di loro militavano piuttosto nelle fila cartaginesi, come mercenari.

18 Polibio, Storie, I, 56, 1-3: incursioni di Amilcare nel Bruzio
I Cartaginesi … elessero loro condottiero Amilcare, chiamato Barca, e gli affidarono la flotta; a capo delle forze navali egli salpò per andare a saccheggiare l’Italia. Era quello il diciottesimo anno della guerra. Dopo aver devastato la Locride e la regione Brettiana, allontanatosi da lì, si volse con tutta la flotta verso la zona di Panormo.

19 Le clausole della pace del 241 a.C.
Il pagamento di un pesante indennizzo di guerra. La proibizione di reclutare mercenari in Italia. La cessione dei possedimenti cartaginesi in Sicilia, che formano la prima provincia romana, le cui comunità: Versano un tributo annuale (una decima sul raccolto di cereali). Sono sottoposte all’autorità giudiziaria e militare di un governatore inviato da Roma. La Sicilia diviene la provincia (=“sfera di competenza”) di questo magistrato. Il regno di Siracusa e la mamertina Messina, che nella guerra si erano schierate al fianco di Roma, mantengono la loro indipendenza, come alleati.

20 Sentimenti di rivincita a Cartagine
Un desiderio di rivincita alimentato dalla sconfitta del 241 a.C. e soprattutto dall’umiliazione del 237 a.C., quando Cartagine era stata costretta a cedere la Sardegna (che con la Corsica formò la seconda provincia romana). Un sentimento interpretato soprattutto dalla famiglia Barca: Amilcare e il figlio Annibale. La ricostruzione delle basi della potenza cartaginese: la conquista della Spagna sotto la direzione dei Barca.

21 Annibale, il grande nemico di Roma
Busto di Annibale, rinvenuto a Capua. Forse eretto in onore del coman-dante cartaginese quando egli era ancora in vita. Oggi al Museo Archeologico Na-zionale di Napoli.

22 La II guerra punica (218-201 a.C.): il piano di Annibale
Il punto di forza di Roma: il suo immenso potenziale demografico e militare, in particolare assicurato dai suoi alleati italici. L’unica possibilità di vittoria: invadere l’Italia e staccare da Roma i suoi alleati. L’inferiorità delle forze navali cartaginesi obbliga ad un’invasione via terra, dalle Alpi, fidando nell’appoggio delle tribù galliche dell’Italia settentrionale, da poco sottomesse a Roma e ancora riottose.

23 Le prime fasi della guerra
Attaccando la città iberica di Sagunto, alleata di Roma, Annibale apre la guerra nel momento a lui più favorevole. L’esercito di Annibale attraversa i Pirenei, la Gallia meridionale e le Alpi, evitando gli eserciti romani inviati ad intercettarlo. Un’azione diversiva cartaginese su Vibo Valentia, dove sarebbe stata fondata una colonia romana nel 239 a.C., secondo una discussa notizia di Velleio Patercolo. Arrivato nella pianura padana, Annibale incassa l’immediato sostegno delle tribù galliche degli Insubri e dei Boi, che si ribellano a Roma. Grazie alla sua superiorità tattica, in particolare grazie alla cavalleria numida, Annibale batte i Romani ai fiumi Ticino e Trebbia (218 a.C.) e poi sul lago Trasimeno (217 a.C.), marciando verso la Puglia.

24 Polibio, Storie, III, 77, 3-7: la propaganda filoitalica di Annibale
Annibale, svernando in Gallia, teneva sotto severa sorveglianza i Romani fatti prigionieri in battaglia, facendo loro somministrare solo i viveri strettamente necessari, trattava invece con grande mitezza i loro alleati; infine riunì tutti insieme questi ultimi, per rivolgere loro un'allocuzione e dichiarare che non era venuto per combatterli, ma per combattere in loro difesa contro i Romani. Se conoscevano il loro interesse, egli disse, dovevano assolutamente abbracciare la sua causa. Egli era lì infatti prima di tutto per ristabilire l'indipendenza degli Italici e insieme per recuperare le città e il territorio di cui ognuno era stato privato ad opera dei Romani. Detto questo, lasciò che tutti ritornassero senza riscatto alle proprie case, volendo così da una parte accattivarsi gli abitanti dell'Italia, dall'altra alienare gli animi dai Romani e incitare alla ribellione quanti stimavano che le loro città o i loro porti avessero subito qualche danno a causa del dominio romano.

25 La battaglia di Canne e i suoi effetti
Nel 216 a.C. i Romani cercano di schiacciare con la loro superiorità numerica l’esercito cartaginese, ma Annibale li annienta nella battaglia di Canne, capolavoro dell’arte militare. Numerose comunità dell’Italia meridionale, tra le quali Capua, i Sanniti, parte dei Lucani e quasi tutti i Bruzi, impressionati da Canne, si schierano con Annibale; l’Italia centrale rimane tuttavia fedele a Roma.

26 Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, XXII, 61, 10-13: defezioni da Roma dopo Canne
Quanto poi quella disfatta sia stata più grande delle precedenti, lo prova almeno questo fatto, che la fedeltà degli alleati, che fino a quel giorno era rimasta salda, allora cominciò a vacillare, certamente per nessun altra ragione, se non perché gli alleati avevano disperato che Roma potesse conservare la sua supremazia. Passarono quindi ai Cartaginesi queste popolazioni: Campani, Atellani, Calatini, Irpini, parte dell'Apulia, i Sanniti tranne i Pentri, tutti i Bruzi, i Lucani e, oltre a questi, gli Uzentini, quasi tutto il litorale greco, i Tarentini, quelli di Metaponto, i Crotoniati, i Locresi e tutti i Galli cisalpini.

27 Un duro colpo all’egemonia romana nel Mezzogiorno
Livio accentua la drammaticità del quadro: alcune comunità della Lucania e del Bruzio restarono fedeli a Roma. Dovettero peraltro fronteggiare praticamente da sole gli attacchi cartaginesi, poiché Roma era impotente dopo la disfatta di Canne. Così Petelia (Strongoli), città bruzia fortemente grecizzata, che dovette arrendersi dopo un durissimo assedio di molti mesi. Nelle città greche si accesero guerre civili tra le fazioni aristocratiche, filoromane, e quelle popolari, filopuniche (e in alcune città connesse agli Italici): queste ultime prevalgono a Locri, Crotone, Taranto (tranne il porto), Turii, Eraclea, Metaponto. Conservarono invece la loro fedeltà a Roma Napoli, Velia, Vibo e Reggio.

28 Polibio, Storie, VII, 1: l’eroica resistenza di Petelia
I Petelini, fedeli ai Romani, quando furono assediati da Annibale, giunsero a tal punto di fortezza d’animo che mangiarono tutte le pelli che vi erano nella città e tutte le cortecce e i rami più teneri degi alberi, resistendo all’assedio undici mesi: si arresero solo più tardi, poiché non ricevevano nessun aiuto e dopo aver avuto il consenso dei Romani.

29 Livio, XIV, 2: discordie civili a Crotone
A Crotone non vi era tra i cittadini unità di pensiero né di propositi. Come un unico morbo aveva invaso tutte le città dell’Italia nelle quali la plebe dissentiva dagli ottimati: il senato favoriva i Romani, la plebe propendeva per i Cartaginesi. Un disertore diede notizia ai Bruzi di quel dissenso all’interno della città, che Aristomaco era capo della plebe e consigliava la resa e che nella città spopolata e sulle mura, che si estendevano per lungo tratto, erano rari i picchetti e i posti di guardia dei senatori; ovunque vi fossero come custodi uomini della plebe, là vi era un varco aperto. Per iniziativa e con la guida del disertore, i Bruzi circondarono la città con un cordone di soldati e, fatti entrare dalla plebe al primo assalto, la occuparono tutta, tranne la rocca. Gli ottimati controllavano la rocca, già predisposta in precedenza come rifugio per una simile eventualità.

30 Il fallimento della strategia di Annibale
Le devastazioni e i saccheggi di cui si macchia l’esercito cartaginese (in parte motivate dalle necessità di approvvigionamento) portano al fallimento il piano di Annibale di isolare Roma. La nuova strategia romana: evitare lo scontro diretto con Annibale, impedire che gli giungano rinforzi, attaccare i suoi alleati italici. 211 a.C.: approfittando dell’assenza di Annibale, i Romani riprendono Capua. 209 a.C.: Roma riprende anche il totale controllo di Taranto. 207 a.C.: Asdrubale, che cercava di portare aiuti al fratello Annibale, è battuto e ucciso al fiume Metauro.

31 Annibale si trincera nel Bruzio
Incapace di prendere d’assalto Roma, ben difesa dalle sue mura, e impossibilitato a ricevere rinforzi, Annibale è costretto alla difensiva nel territorio dei suoi più fedeli alleati, i Bruzi. Gli stessi elementi filopunici delle città lucane sono trasferiti nel Bruzio. La base cartaginese: i castra Hannibalis, probabilmente nei pressi di Catanzaro Lido. Al tempio di Era Lacinia Annibale lascia il ricordo delle sue imprese in un’iscrizione bilingue, greco-punica, che ancora Polibio poté vedere. L’arroccamento di Annibale provoca devastazioni e saccheggi del territorio bruzio (episodio di Q. Pleminio a Locri contro il santuario di Persefone) fino alla sua partenza, nell’autunno del 203 a.C.

32 La fine della guerra I Romani rafforzano le loro posizioni nei teatri “secondari” della guerra: in Sicilia, in Macedonia e soprattutto in Spagna. 204 a.C.: un esercito romano, al comando di P. Cornelio Scipione, sbarca in Africa, ottenendo l’appoggio del numida Massinissa e della sua eccellente cavalleria, e sconfiggendo i Cartaginesi ai Campi Magni. 202 a.C.: la battaglia risolutiva della guerra si combatte a Zama tra Scipione e Annibale, richiamato in Africa: la vittoria è dei Romani. 201 a.C.: viene siglata una pace che prevede condizioni durissime per Cartagine.

33 La punizione dei ribelli italici
Scioglimento degli organismi federali dei Lucani e dei Bruzi. Forti confische di terreni, trasformate in Ager publicus populi Romani Nelle aree più favorevoli dal punto di vista agricolo saranno impiantate colonie, le altre saranno sfruttate a pascolo e per il legname. I Bruzi (ma anche i Lucani e i Picentini) sono umiliati escludendoli dal servizio militare e impiegandoli solo come attendenti.

34 Aulo Gellio, Notti Attiche, X, 3, 18-19: umiliante punizione dei Bruzi
Quando il cartaginese Annibale si trovava con l’esercito in Italia e il popolo romano aveva combattuto alcune battaglie sfavorevoli, primi in tutta l’Italia i Bruzi passarono dalla parte di Annibale. I Romani sopportarono ciò di malanimo e quando Annibale abbandonò l’Italia ed i Cartaginesi furono sconfitti, a causa di tale infamia non arruolarono più i Bruzi come soldati, né li consideravano alleati, ma li assegnarono al posto dei servi ai magistrati che si recavano nelle province per assisterli e servirli.

35 Gli effetti della guerra annibalica
Si apre una grave crisi per i piccoli e medi proprietari terrieri: Durissime perdite umane tra i contadini-soldati: decine di migliaia di caduti nelle battaglie contro Annibale. Gravi perdite materiali, dovute alle distruzioni operate dagli eserciti contrapposti in 16 anni di guerra. Gli effetti disastrosi della prolungata incuria dei campi. Le confische operate da Roma nei territori degli alleati ribelli, con la riduzione di molti terreni ad ager publicus. Una crisi che pare colpire particolarmente l’Italia meridionale, che più a lungo era stata interessata dal conflitto.

36 Per saperne di più E. Gabba, La prima guerra punica e gli inizi dell’espansione transmarina, «Storia di Roma, II, L’impero mediterraneo, 1, La repubblica imperiale», a cura di G. Clemente – F. Coarelli – E. Gabba, Torino 1990, pp [BAU STO/D 937 STO II]. G. Clemente, La guerra annibalica, «Storia di Roma, II, L’impero mediterraneo, 1, La repubblica imperiale», a cura di G. Clemente – F. Coarelli – E. Gabba, Torino 1990, pp [BAU STO/D 937 STO II]. A.J. Toynbee, L’eredità di Annibale, Torino 1981 [BAU STO/D 937 TOY I].


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