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Il Pane che Gesù ci dona. Dal Vangelo di Matteo (Cp 26,20-3) Quando fu sera, si mise a tavola con i dodici discepoli. Mentre mangiavano, disse: "In.

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Presentazione sul tema: "Il Pane che Gesù ci dona. Dal Vangelo di Matteo (Cp 26,20-3) Quando fu sera, si mise a tavola con i dodici discepoli. Mentre mangiavano, disse: "In."— Transcript della presentazione:

1 Il Pane che Gesù ci dona

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3 Dal Vangelo di Matteo (Cp 26,20-3) Quando fu sera, si mise a tavola con i dodici discepoli. Mentre mangiavano, disse: "In verità vi dico: Uno di voi mi tradirà". Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono a dirgli uno dopo l'altro: "Sono forse io, Signore?" Ma egli rispose: "Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Certo, il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell'uomo se non fosse mai nato". E Giuda, il traditore, prese a dire: "Sono forse io, Maestro?" E Gesù a lui: "Lo hai detto". Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo ruppe e lo diede ai suoi discepoli dicendo: "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo". Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati. Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio". Dopo che ebbero cantato l'inno, uscirono per andare al monte degli Ulivi.

4 Questa che qui vediamo è l’Ultima Cena di Philippe de Champaigne, un grande maestro del ‘600 francese realizzata nel 1652 per l’altar maggiore del celebre convento cittadino di Port Royal a Parigi Philippe de Champaigne è noto per la sua devozione e per la fine sensibilità religiosa che coltivava proprio a Port Royal, dove una sua figlia si era fatta monaca. L’opera era stata realizzata per la Comunità ed intesseva in una trama sottile, un contrappunto melodico tra il testo del Vangelo e la celebrazione eucaristica: averlo visto nella sua sede originale, sopra l’altar maggiore, doveva rappresentare qualcosa di davvero unico! Questa Ultima Cena dunque, non aveva una funzione meramente decorativa, era invece pensata come un “servizio” alla liturgia, come un aiuto per gli occhi, per aiutare l’assemblea a collocare la messa sullo sfondo dell’Ultima Cena di Gesù. L’ULTIMA CENA di Philippe de Champaigne, 1652, Parigi – Louvre.

5 Port-Royal era un centro spirituale di grande importanza in quel periodo: la comunità monastica, pur sbilanciandosi verso posizioni rigoriste, proclamava la sua fede nel mistero eucaristico, esibendo sull’altar maggiore della propria chiesa questa superba rappresentazione dell’Ultima Cena. Sullo sfondo di un drappo oscuro, che crea un clima serio e cupo (il contesto di tradimento per Gesù) Philippe de Champaigne realizza una composizione caratterizzata da colori chiari, vivi, assai gradevoli alla vista. Egli sa mostrare al mondo la fonte ed il culmine della vita cristiana, il dono d’amore di Cristo celebrato nell’eucaristia.

6 L’ULTIMA CENA di Philippe de Champaigne, 1652, Parigi – Louvre. - GENERALE - L’ispirazione di Philippe de Champaigne risulta evidente: l’opera è il risultato di una profonda meditazione sui testi evangelici della Cena. E’ un Gesù molto consapevole di ciò che sta facendo di fronte ai suoi amici; Lui, venuto a realizzare il Regno, ora assume e dona significato alla sua prossima morte, vivendola come atto di gratitudine, di dono, di benedizione. I suoi occhi sono rivolti al cielo, al Padre: c’è fiducia, c’è speranza in questo sguardo. La morte non sarà la fine… ma il fine della sua vita. Ciò risalta ancor di più nel contrasto del fondale scuro, ottima interpretazione dell’artista della realtà pasquale: da un lato la luminosità dell’amore, dall’altro l’oscurità del rifiuto, dell’ingiusta condanna, della violenza omicida, cui Gesù non si sottrae, ma si consegna, restando così fedele a se stesso, al Padre, ai fratelli.

7 - GESU’ BENEDICENTE –-Port-Royal era un centro spirituale di grande importanza che in quel periodo: la comunità monastica, pur sbilanciandosi verso posizioni rigoriste, proclamava la sua fede nel mistero eucaristico, esibendo sull’altar maggiore della propria chiesa questa superba rappresentazione dell’Ultima Cena, in cui Cristo, al centro, sta riproponendo il gesto consacratorio del celebrante. Sullo sfondo di un drappo oscuro, che crea un clima serio e cupo (il contesto di tradimento per

8 - TRE AL CENTRO, CON BROCCA - In questo caso potremmo parlare proprio di un’opera “sacramentale”, che va ben al di là di una funzione decorativa. Philippe de Champagne offre una tela per una comunità religiosa che può così ascoltare il Vangelo con gli occhi, perché scenda nei cuori, ne alimenti la fede, quella fede che poi viene celebrata nella messa e vissuta nel tessuto delle relazioni fraterne improntate al comandamento dell’amore. Per questo, l’artista, discostandosi dalla tradizione iconografica precedente che aveva privilegiato nella raffigurazione il momento dell’annuncio del tradimento (cfr. Leonardo) qui preferisce concentrarsi, come abbiamo già notato, sul momento culminante della istituzione del sacramento (così come avevano voluto evidenziare i canoni del Concilio di Trento). Così, vediamo raffigurata sotto la tavola anche la brocca, con cui, nello stesso contesto della cena, Gesù lava i piedi agli apostoli, per riassumere la sua vita nel segno del servizio, secondo il racconto di Giovanni 13. Dunque un programma di vita completo. Un tocco di alta qualità è poi questa raffigurazione della tovaglia, pulita e ben stirata: un richiamo molto femminile, a quella tovaglia che certamente le monache disponevano con cura sull’altare della loro chiesa. Notevole è il motivo insistito delle pieghe a forma di croce, una chiara allusione al mistero pasquale riassunto nell’Ultima Cena.

9 - Philippe de Champaigne ha voluto lasciare per questo uno spazio libero sul davanti: per ricordarci che c’è posto anche per noi. Possiamo tornare allora all’essenzialità di quei soli due segni, pane e vino che sono su questa mensa. Solo un pane ed un calice ha voluto dipingere l’artista: sono ciò che basta a dare impronta alla vita del cristiano, nel ‘600 come ei nostri giorni. Così come questi segni hanno assunto un significato riassuntivo della vita di Gesù, così possono far scaturire un modo nuovo di vivere le relazioni, nelle nostre comunità e nel mondo in cui viviamo, a Port- Royal, come a casa nostra. Sta a noi riconoscere con gratitudine l’amore di Dio nella nostra vita così come ce lo ha rivelato l’Ultima Cena, perché anche noi, con Cristo, per Cristo ed in Cristo diventiamo “buoni come il pane”, capaci di spezzarci per far crescere la vita dei fratelli e sorelle.

10 A SINISTRA - Dall’altra parte del tavolo, seduto lui pure con noi al di qua della tavola, si impone sugli altri la figura di Giuda in primo piano (don Mazzolari lo chiamava “il nostro fratello Giuda!”). Il sacchetto con i soldi del tradimento, la gamba protesa in avanti come in gesto di sfida (quasi una mossa di scherma!) la mano fieramente posata sul fianco, stanno a dirci la distanza abissale, la radicale opposizione della sua logica rispetto a quella di Gesù. E’ l’unico che sciupa con il braccio l’armonia della tovaglia, creando delle pieghe. Eppure il Signore è seduto a mensa anche con lui… come sempre aveva fatto durante la sua vita, senza la paura di condividere le ambiguità dei peccatori. A questa mensa, con Giuda, con Pietro che poi lo rinnegherà, con gli altri che sotto la croce lo abbandoneranno… possiamo sedere anche noi, santi e peccatori, sani o malati, uniti o divisi anche come fratelli cristiani! Gesù è il servo di JHWH che si carica le nostre colpe, riconciliandoci con Dio. La cena è allora il raduno messianico di riconciliazione, il banchetto dell’unità della comunità nuova, perdonata sempre rimessa in piedi dopo ogni caduta. Qui, possiamo prendere posto davvero tutti… prendendo coscienza ancora più fortemente delle divisioni tra di noi.

11 A DESTRA - Il gruppo dei dodici reagisce: li vediamo sorpresi, dubbiosi, meravigliati per le parole di Gesù e per la portata dei gesti che sta compiendo: non capiscono il perché di questa oblazione fino alla fine. Ce lo dicono i dialoghi degli sguardi, le torsioni dei corpi, il gesticolare delle mani. Gesù sta dicendo e facendo questa cena per loro, per far comprendere che questo atto d’amore per tutti, per ogni uomo. Ecco la diversità delle reazioni: ciascuno con la sua personalità, il suo stile è chiamato a partecipare all’evento. Certo, non è facile da capire, ma è molto bello vedere Gesù che offre gratuitamente il suo pane come proposta di vita per chi si dispone ad accoglierla. Il discepolo a destra, girato di spalle, è posto come noi al di qua della mensa per indicarci il gesto di Gesù, per indirizzarci a lui. E’ normale che anche noi restiamo sorpresi e facciamo fatica; l’amore ci risulta impegnativo, difficile. Tuttavia è altrettanto normale che restiamo affascinati ed irresistibilmente attratti da questo dono di Cristo.

12 - Congediamoci allora da questo capolavoro di arte e di fede, disponendoci a celebrare l’eucaristia in modo sempre più autentico e sincero per saper fare questo in memoria di Lui. In ogni nostro atto d’amore oblativo, si fa presente il Signore: “Egli faccia di noi un sacrificio perenne a Dio gradito”.


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