Corso Writing Theatre U2.3 - Il gioco e la terapia del gioco TEATRO E DISAGIO Modulo 2.

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Corso Writing Theatre U2.3 - Il gioco e la terapia del gioco TEATRO E DISAGIO Modulo 2

 OBIETTIVI DI APPRENDIMENTO Il teatro, inteso come esperienza creativa e ricreativa, può costituire una via di fuga dalla quotidianità dell’individuo, in quanto possiede una forte componente ludica che non può e non deve essere trascurata. L’universo del gioco appare governato da una serie di regole che, se trasferite nell’universo teatrale, possono interagire con i suoi codici e le sue strutture. Allo stesso modo la narrazione, che ristruttura l’esperienza riorganizzandola e attribuendole una serie di nessi causali, prevede una sequenza temporale che è propria della rappresentazione scenica.

Il teatro provoca cambiamento nelle persone. Utilizzando tale strumento come mezzo ludico- espressivo si possono generare situazioni di gratificazione e di emozione positiva, promuovendo la qualità della vita soprattutto in quei ragazzi che, nel periodo dell’adolescenza, vivono molti fallimenti (uno di questi può essere, per esempio, l’abbandono scolastico) come conferma di un’immagine di sé svalorizzata, inadeguata e senza speranze.  OBIETTIVI DI APPRENDIMENTO

ARGOMENTI SPECIFICI  Da Freud a Piaget  Facciamo finta che io ero  Creatività, immaginazione e teatralità

Da Freud a Piaget Analizzando le ricerche realizzate sul tema del gioco, emerge il prevalere di un modello teorico che vede in questa attività: uno strumento in grado di creare un passaggio spontaneo dal piano della realtà al piano della rappresentazione, in grado di rendere manifesti desideri e tensioni e di creare un senso di sicurezza interiore rispetto alle dinamiche della crescita.

Tra i primi scienziati ad aver analizzato le forme creative del gioco dobbiamo necessariamente citare Sigmund Freud, secondo il quale: il bambino che gioca si sposta tra i livelli di realtà e di fantasia, simbolizzando il suo inconscio nelle attività di gioco. Freud ha cercato di illustrare le connessioni esistenti tra attività ludica e sviluppo affettivo ed emotivo: il gioco ha origine nell’inconscio e ha la funzione di mediare un ripetuto acting out di energie rimosse, in modo da consentire al soggetto di padroneggiare la realtà. Da Freud a Piaget

Lo studio sul gioco iniziato da Freud, trova il suo sviluppo decisivo quando Melanie Klein inizia ad osservare direttamente il gioco dei bambini da un punto di vista psicoanalitico, modificandone radicalmente la tecnica e rivisitandone i concetti teorici. Klein infatti inizia ad interpretare non solo le parole, ma soprattutto le attività dei bambini, intuendo che il modo naturale di esprimersi per un bambino è il gioco, ed è quindi l'adulto che deve mettersi in comunicazione tramite questo linguaggio. Da Freud a Piaget

Klein, nell’analizzare i bambini piccoli si accorse che per l'analisi infantile, come per quella dell'adulto, occorre uno scenario particolare, diverso dalla casa e lontano dalla famiglia del paziente. Pertanto, non solo iniziò ad elaborare particolari tecniche di gioco utili all’analisi dei suoi pazienti, ma creò anche un particolare setting: la stanza del gioco, pensata specificamente in funzione del bambino. Essa doveva contenere mobili semplici, un tavolino, una seggiolina per il bimbo, una sedia per l'analista, pareti e pavimenti lavabili. Ogni bambino doveva disporre di una scatola di giocattoli che spaziavano da casette, figure maschili e femminili di varie forme e misure, animali domestici e selvatici, accessori per costruire e materiali per manipolare. Da Freud a Piaget

La concezione del gioco come attività caratterizzata dal movimento e dall’interpretazione di un ruolo e, quindi, vicina alle arti terapie, inizia a svilupparsi grazie allo studio di ricercatori come Donald Winnicott, secondo il quale il gioco è il principale atto creativo. Alberga tra la realtà e la fantasia e opera per aiutare le persone a negoziare i paradossali confini tra la vita quotidiana e l’immaginazione, tra “ciò che sono io” e “ciò che non sono io”. Da Freud a Piaget

Nel 1970, Jean Piaget tracciò tre fasi del gioco rispetto all’età evolutiva del bambino, stabilendo i tre stadi seguenti: 1.Il gioco percettivo – motorio: nei primi anni di vita il bambino gioca per sviluppare un certo piacere funzionale legato al movimento e alla ricezione sensoriale. 2.Il gioco simbolico: gli oggetti diventano simboli di altri oggetti non presenti (per esempio una stoffa diventa il cuscino per dormire). In questi giochi simbolici, il bimbo è di volta in volta l’attore che finge di fare l’azione (dormire), o il regista che fa compiere l’azione (mette a letto la bambola), o ancora un’altra persona (per esempio, interpreta il papà che dorme, si alza e va a lavorare). Da Freud a Piaget

3. Il gioco di gruppo con regole: da individuale il gioco diventa collettivo e implica il rispetto delle regole oggettive. Questo gioco di relazione, tra l’altro, riveste la funzione di ridurre l’egocentrismo dei precedenti stadi e permette un maggior controllo sul proprio corpo. Da Freud a Piaget

Facciamo finta che io ero … Quando si mette in atto il gioco del “far finta di” entrano in campo l’iniziativa e la capacità di far fronte a determinate situazioni che si vengono a creare attraverso l’esperienza del gioco. Si ha la possibilità di scavare tra cose e vissuti, tra fatti e schemi mentali, fra il piano della realtà e quello dell’immaginazione. Si “crea” la possibilità di apprendere.

Il gioco di far finta di essere qualcun altro e improvvisare un ruolo, offre a chi lo “gioca” l’opportunità: di scoprire se stesso; acquisire fiducia in se stesso e nel gruppo; sentirsi parte di uno spazio speciale, vivo, organico, ricco di stimoli; liberarsi dalla riproduzione di comportamenti prestabiliti e codificati che inibiscono la spontaneità; acquisire la capacità di affrontare le diverse situazioni, sentendosi liberi di sperimentare, sperimentarsi ed essere creativi; sviluppare abilità utili e funzionali a risolvere conflitti e tensioni. Facciamo finta che io ero …

Creatività, Immaginazione e Teatralità Utilizzando il gioco del teatro come strumento per accrescere l’inventiva e la libera espressione, non si fa altro che alimentare quell’attività creativa interiore che permette all’individuo di lavorare su se stesso, di farlo entrare nell’immaginario, in una dimensione inconscia personale che lo aiuti ad attivare un processo di ridefinizione, in termini positivi, della propria identità e a ricostruire un livello accettabile di autostima.

Creatività, Immaginazione e Teatralità L’immaginazione e la creatività, non sono strumenti impenetrabili ma, se utilizzati e alimentati nella pratica quotidiana, sono in grado di: supportare modalità espressive diversificate, codici di comunicazioni alterni in grado di dare un senso a se stessi, ai propri comportamenti e alle proprie relazioni, mettere in atto strategie di volta in volta più elaborate per affrontare problemi nuovi.

Creatività, Immaginazione e Teatralità Le finalità pedagogiche del fare teatro, dunque, sono: imparare a esprimersi, a comunicare, ad usare la fantasia e l’immaginazione, stare insieme agli altri, con-dividere. La risposta al bisogno di creatività che è in ogni persona, la ricerca del propria personalità in rapporto con gli altri, sono momenti fondamentali che si possono ri-scoprire divertendosi “al gioco del teatro”.