Quale etica è possibile in un mondo in cui il potere dell’uomo sulla natura viene sopraffatto dal potere della tecnica sullo stesso uomo e sulla natura?

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quale etica è possibile in un mondo in cui il potere dell’uomo sulla natura viene sopraffatto dal potere della tecnica sullo stesso uomo e sulla natura?

di fronte al rischio dell’intero eco-sistema messo in atto dalla tecnica, è possibile un’etica? spaesamento dell’etica: il dovere non riesce a prescrivere il “fare” ma solo ad inseguire gli effetti già prodotti dal “fare tecnico” e dal “fare economico” il posto vuoto lasciato dall’etica è occupato dalla religione che si propone come un’agenzia morale

quale etica in un mondo in cui il potere dell’uomo sulla natura viene sopraffatto dal potere della tecnica sull’uomo e sulla natura? la morale antropocentrica (con le sue limitazioni spazio-temporali) rivela tutti i suoi limiti nell’età della tecnica oggi l’etica deve fare i conti con il potere dell’uomo che usura la natura: bisogna farsi carico del futuro per prevedere gli effetti della tecnica

esiste in Occidente un’etica all’altezza dello sviluppo scientifico e dei suoi imprevedibili effetti? insufficienza: dell’etica cristiana (etica dell’intenzione) dell’etica laica (principio kantiano di trattare solo l’uomo come fine) dell’etica della responsabilità (il nostro potere di fare è maggiore del nostro potere di prevedere)

“ l´imperativo etico non può essere dedotto da una normatività ideale, come è sempre stato dai tempi di Platone alle soglie dell´età della tecnica, ma da quella incessante e sempre rinnovantesi fattualità che sono gli effetti del fare tecnico. Non più il dovere che prescrive il fare, ma il dovere che deve inseguire e fare i conti con gli effetti già prodotti dal fare. Ancora una volta è l´etica a dover rincorrere la tecnica, e a doversi confrontare con la propria impotenza prescrittiva.”

“Gli anni che stiamo vivendo hanno visto la globalizzazione del mondo e insieme hanno accennato a quel processo migratorio che confonderà i confini dei territori sui cui si orientava la nostra geografia. Usi e costumi si contaminano e, se "etica" vuol dire "costume", è possibile ipotizzare la fine delle nostre etiche, fondate sulle nozioni di proprietà, territorio e confine, a favore di un´etica che, dissolvendo recinti e certezze, va configurandosi come etica del viandante che si appella all´esperienza e all´uso il più possibile esteso e condiviso della ragione.” “ La diversità sarà il terreno su cui far crescere le decisioni etiche, mentre le leggi del territorio si attorciglieranno come i rami secchi di un albero inaridito. Fine dell´uomo come lo abbiamo conosciuto sotto il rivestimento della proprietà, del confine e della legge, e nascita dell´uomo più difficile da collocare, perché viandante inarrestabile, in uno spazio che non è garantito neppure dall´aristotelico "cielo delle stelle fisse", perché anche questo cielo è tramontato per noi.”

“Non si legga l´etica del viandante come anarchica erranza. Il nomadismo è la capacità di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo nella casualità della sua innocenza, non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove è l´accadimento stesso, l´accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto, a porgere il suo senso provvisorio, all´interno del quale occorre prendere le nostre decisioni a partire da come le cose si presentano e con i mezzi al momento a nostra disposizione. Questo è il nostro limite e in questo limite occorre decidere. L´etica del viandante avvia questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare. Ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e inconsaputa dimora.”