LA VALUTAZIONE DELLE AZIENDE IN DISEQUILIBRIO ECONOMICO

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Transcript della presentazione:

LA VALUTAZIONE DELLE AZIENDE IN DISEQUILIBRIO ECONOMICO Bernini Matteo Ghidini Pietro Padovani Milo

Si può definire in perdita quell’organizzazione produttiva che non è in grado di presentare, dopo aver operato opportune rettifiche, conti economici con margini positivi, ovvero che non riescono a remunerare congruamente i fattori che partecipano alla gestione aziendale. Le rettifiche da apportare sono necessarie quando la redditività della gestione di una data impresa è falsata per la presenza di elevati tassi di inflazione. La dottrina ritiene opportuno effettuare almeno le seguenti operazioni: 1) verifica degli ammortamenti; 2) Imputazione dei cosiddetti utili o perdite da inflazione; 3) valorizzazione delle rimanenze finali secondo il criterio LIFO.

Operate le opportune rettifiche, si stabilirà se si ha a che fare con un’azienda che versa in condizioni critiche. Si è soliti distinguere, infatti, le aziende la cui situazione di perdita sia irreversibile da quelle che hanno buona possibilità di tornare ad essere remunerative dopo un adeguato processo di risanamento. Per valutare un’azienda che versa in uno stato di difficoltà è necessario analizzare a fondo le cause che lo hanno determinato e riuscire poi a formulare un giudizio sulle probabilità di successo dell’eventuale opera di risanamento. Bisogna rilevare le cause di disequilibrio se esse siano imputabili alla singola azienda, al settore o a livello macroeconomico. Il passo successivo è quello di valutare la probabilità che la perdita possa tornare a ripetersi con una certa frequenza.

Ai fini della valutazione di aziende in perdita occorre distinguere il caso di aziende convenientemente risanabili da quelle non risanabili. Per le aziende non risanabili il criterio di valutazione utilizzato è il valore di liquidazione (viene considerata l’azienda non come unità compatta ma come insieme disaggregato di beni suscettibili di vendita). Per le aziende convenientemente risanabili la dottrina indica i seguenti metodi di valutazione: 1) metodo reddituale puro; 2) metodo patrimoniale semplice; 3) metodo misto. Accanto a questi tre metodi verrà analizzato il metodo patrimoniale complesso fondato sul going concern value, metodo secondo cui l’azienda in perdita può vantare l’esistenza di valori immateriali positivi.

Questa teoria nasce dalla considerazione che per costituire un’azienda ex novo occorre sostenere molti costi che non vengono sostenuti nel caso di acquisto di un’azienda che sebbene in perdita già esiste (avviamento). L’approccio del going concern value tende a far coincidere il valore del capitale economico dell’azienda in perdita con il valore che essa assume per chi vorrebbe acquistare quel complesso aziendale (costo opportunità). Risulta quindi opportuno parlare di «valore incrementale» del patrimonio netto, derivante dalla presenza di molteplici elementi per i quali l’impresa ha sostenuto in passato i relativi oneri (spese di costituzione, grado di efficienza del processo produttivo aziendale, marchi, reputazione sul mercato, ecc.). Fermo restando che vanno tenuti in considerazione tutti gli elementi immateriali del valore incrementale dell’impresa già operante, occorre altresì ricordarsi del costo da sopportare per eliminare i fattori negativi sicuramente presenti, visto che stiamo parlando di aziende in perdita.

Oltre al valore del patrimonio netto rettificato e al valore degli elementi immateriali, occorre prendere in considerazione due ulteriori elementi: Il valore della correzione reddituale (V.C.R.) Il valore dei beni accessori (V.B.A.) Il V.C.R. trova fondamento nel fatto che l’impresa, versando in una situazione di disequilibrio, si vedrà costretta a sopportare delle perdite che si manifesteranno per tutto il periodo di tempo necessario al raggiungimento di condizioni di equilibrio (durata accettabile 2/3 anni). Per quel che riguarda il V.B.A., i beni accessori conservano il loro pieno valore nonostante l’impresa versi in condizioni di squilibrio economico- finanziario.

In definitiva, sintetizzando in una relazione matematica quanto detto fino ad ora sulla valutazione delle aziende non redditizie secondo il metodo patrimoniale complesso, si può scrivere: W = K’+ V.IMM. + V.B.A. + V.C.R. Dove: W è il valore del capitale economico dell’azienda in perdita; K’ è il patrimonio netto rettificato; V.IMM. è il valore complessivo degli elementi immateriali; V.B.A. è il valore dei beni accessori suscettibili di autonoma cessione; V.C.R. è il valore della correzione reddituale, dovuto al fatto che l’azienda da valutare versa in condizioni di disequilibrio.

IL METODO DI RIVALUTAZIONE CONTROLLATA DEI CESPITI PATRIMONIALI NELLE IPOTESI DI AZIENDE CON REDDITI NON CONGRUI In questo paragrafo analizziamo il problema della variazione del capitale economico di quelle aziende che pur non trovandosi in perdita (con C.E. con margini positivi), non riescono a remunerare in maniera congrua il capitale proprio investito; l’attenzione è rivolta alla problematica estimativa di aziende in disequilibrio economico. In questi casi è prassi comune rivalutare i cespiti ammortizzati e, conseguentemente, anche il patrimonio netto dell’impresa. Successivamente, facendo riferimento ad un C.E. che accoglie maggiori componenti negativi conseguenti alle rettifiche, si calcola un valore di badwill che decurta il patrimonio netto precedentemente aumentato. Nella stima del capitale economico di aziende con redditi non congrui si può operare determinando il valore dei cespiti ammortizzati sulla base della capacità di ammortamento dell’impresa, senza procedere alla stima del valore di ricostruzione dei cespiti e all’abbattimento di tale valore per tenere conto delle condizioni di redditività.

Per dimostrare quanto sostenuto faremo ricorso ad una esemplificazione. Sia data la seguente situazione patrimoniale ed economica di partenza: STATO PATRIMONIALE

CONTO ECONOMICO Sia, inoltre, fissato il tasso di remunerazione congrua del capitale nella misura del 10%. È agevole perciò constatare che l’azienda, anche se non in perdita (utile=100), non remunera il capitale proprio investito in maniera congrua (10% 1500=150>100 ).

STATO PATRIMONIALE RETTIFICATO Si supponga ora che il costo di ricostruzione netto dell’immobilizzazione sia pari a 4000 contro un valore contabile di 2000 (costo storico di 4000 meno fondo ammortamento di 2000). STATO PATRIMONIALE RETTIFICATO

CONTO ECONOMICO RETTIFICATO Effettuata la rivalutazione dei cespiti a valore di ricostruzione, l’azienda denuncia una situazione di disequilibrio ancora maggiore, imputabile ai maggiori ammortamenti. Ora, più che prima, non remuneriamo il capitale investito (10% di 3500 = 350 > -300). In definitiva, se non si rivalutano i cespiti ammortizzabili, l’azienda non è in perdita ma non produce reddito sufficiente a remunerare il capitale investito. D’altro canto, se si procede ad accogliere il pieno valore di mercato dei cespiti, l’azienda ha una perdita netta rilevante, dovuta ai maggiori costi d’ammortamento da recuperare negli esercizi futuri.

Ora procediamo alla stima del capitale economico dell’azienda con la seguente formula: W = K’ + (R - K’i) a n┐ i’ Dove : W = Capitale Economico; K’= Patrimonio netto rettificato; R = Reddito medio normale atteso; iK’= Remunerazione normale del capitale proprio investito; N= Periodo di attualizzazione (supponiamo 5 anni); I’= Tasso di congrua remunerazione. Sostituendo i valori di bilancio nella formula otteniamo: W = 3500 + (-300 - 0,1 × 3500) a 5 ┐0,10 ---> W = 1030 che rappresenta il capitale economico dell’azienda considerando la rivalutazione totale dei cespiti ammortizzabili. In sintesi, si dice che l’azienda che presenta risultati positivi ma insufficienti a garantire una congrua remunerazione dei mezzi propri investiti, versa in condizioni di disequilibrio economico. Occorre quindi ricomporre l’equilibrio tra dimensione del capitale, redditività e remunerazione del capitale investito. Risulta perciò utile a questo fine il metodo di rivalutazione controllata dei cespiti.

I fautori di questo metodo mirano a garantire che il reddito sia adeguato a coprire gli ammortamenti ed a garantire la remunerazione congrua del capitale investito. -Applichiamo il metodo di rivalutazione controllata dei cespiti: Ricavi = 6000x5anni = 30000 Costi = 5500x5anni = 27500 La capacità di reddito globale è pari a 2500 (30000-27500), che suddivisa in 5 anni denota un reddito di 500 euro per esercizio (2500/5=500). -Ora sottraiamo dal reddito globale gli ammortamenti: 2500-4000 = -1500 che rappresenta la capacità di reddito netta nei 5 anni (ogni anno perdiamo 300 euro dati da 1500/5). Rievidenziamo come non si riesca a remunerare il capitale investito congruamente. In sostanza, accade che se si assicura la remunerazione congrua, non si ha capacità di ammortamento sufficiente per ammortizzare completamente le immobilizzazioni, e viceversa.

Sostituendo i valori del sistema otteniamo: Capitale proprio = 1334 Adottiamo perciò i provvedimenti di risanamento dell’impresa, abbattendo il valore dei cespiti e conseguentemente quello del capitale netto secondo il seguente sistema: Capacità di reddito = capacità di ammortamento + remunerazione congrua del capitale proprio; Valore dell’immobilizzazione = capitale proprio + (valore contabile rivalutato integralmente dei cespiti ammortizzabili – capitale netto rivalutato integralmente). 2500 = capacità di ammortamento + 10% × 5 × capitale proprio Valore delle immobilizzazioni = capitale proprio + (4000 – 3500) Sostituendo i valori del sistema otteniamo: Capitale proprio = 1334 Immobilizzazioni = 1834

La nuova situazione patrimoniale post provvedimenti di risanamento può essere così descritta: STATO PATRIMONIALE

Il passo successivo è verificare se è stato raggiunto il duplice obiettivo: 1° Garantire congrua remunerazione del capitale proprio investito 2° Coprire gli ammortamenti Capacità di reddito = 2500 Ammortamento cespiti = -1834 Remunerazione congrua = 666 (2500 -1834 ), che suddivisa in 5 anni risulta 133,2 per ogni esercizio. Al tasso del 10%, il reddito che ci permette la remunerazione congrua è: 10% di 1334 = 133,4 ≡ 133,2. Così operando, abbiamo assicurato una remunerazione congrua al capitale proprio investito, congiunto all’obiettivo di coprire gli ammortamenti: tutto ciò grazie all’applicazione dei provvedimenti di risanamento.