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WWW.PAEDAGOGUS.IT. www.paedagogus.it I. «Noi ci imponiamo il compito di far rivivere, con tutto lo zelo di cui siamo capaci, lo studio delle.

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7 I. «Noi ci imponiamo il compito di far rivivere, con tutto lo zelo di cui siamo capaci, lo studio delle lettere, abolito dalla negligenza dei nostri predecessori. Invitiamo tutti i nostri sudditi, per quanto ne sono capaci, a coltivare le arti liberali, e noi ne diamo loro l'esempio». Paolo Diacono, introduzione alle Homiliae (attribuita a Carlo Magno)

8 II. «E si formino scuole di ragazzi istruiti. In ogni monastero e vescovado si sottopongano ad accurati emendamenti i Salmi, le note, il canto, i calcoli matematici, la grammatica e i libri cattolici: perché spesso alcuni, pur intendendo pregare Dio come si conviene, pregano male perché i libri non sono corretti. E non permettete che i vostri allievi, leggendo o scrivendo, alterino il testo; se fosse necessario scrivere un vangelo, un salterio un messale, il compito sia affidato ad uomini di età matura che vi si dedichino con ogni diligenza». Carlo Magno, Admonitio generalis (789), par. 72

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13 III. «Egli, il mago, il negromante, è ora divenuto pontefice, a condurre scellerati negozi con il Potere Inquietante, insinuando tenebre spesse nelle nostre deboli menti, blandendole con la sua vana saggezza, la sua falsa sapienza, la sua cupa furbizia. Eccolo, il segno. Sarà dunque un francese, il primo francese sul trono di Pietro, a farci rotolare nell'abisso finale, provocando con i suoi arditi disegni l'ira del padre, un'ira senza rimedio». Burcardo di Worms, Lettera ad Adalperto

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16 IV. «Nell'ultimo anno del suo papato, Meridiana gli apparve e gli predisse che non sarebbe morto prima di aver celebrato la messa a Gerusalemme; poiché egli viveva a Roma, pensò che avrebbe potuto facilmente evitarlo. Ma gli capitò di celebrare una messa in una chiesa dove, si dice, la trave poggiava su quella che recava l'iscrizione fatta mettere da Pilato sulla croce di Cristo, e quella chiesa veniva, perciò, chiamata Gerusalemme. [...] Dopo che fu informato sul nome della chiesa, chiamò a raccolta tutti i cardinali, i preti e la gente, rese pubblica confessione, e non nascose nulla della sua vergognosa e misteriosa carriera». Walter Map, De nugis curialium, IV, 11

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20 V. «Comandiamo che presso la bellissima città di Napoli siano insegnati le arti e gli studi che regolino qualsiasi professione, affinché coloro che sono digiuni e avidi dapprendere nel Regno, trovino colà di che soddisfare la loro brama, né siano costretti a dover peregrinare e andare mendicando in regioni straniere per la ricerca delle scienze [...]. Vogliamo pertanto e ordiniamo, a voi tutti che reggete le province, presiedete alle amministrazioni, che rendiate pubbliche e intimiate che nessuno osi uscire dal regno per motivi di studio, né che entro i confini del Regno osi apprendere o insegnare altrove, e che intimiate [...] ai genitori di coloro che frequentano scuole fuori del Regno, di farli ritornare entro la prossima festa di San Michele». Statuto di fondazione dell'Università di Napoli, 1224

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29 VI. «Teodorico di Verona, dove vai tanto di fretta? Tornerem, sacra corona, a la casa che ci aspetta? Mala bestia è questa mia, mal cavallo mi toccò: sol la Vergine Maria sa quand'io ritonerò. [...] Ecco Lipari, la reggia di Vulcano ardua che fuma e tra i bòmbiti lampeggia de l'ardor che la consuma: quivi giunto il caval nero contro il ciel forte springò annitrendo; e il cavaliero nel cratere inabissò». Giosué Carducci, La leggenda di Teodorico

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31 VII. «D'altra parte il re era orientato a colpire i Romani, anche con mezzi subdoli, e si dava da fare per trovare il modo di sopprimerli. Albino e Boezio, allora, furono condotti in carcere presso il battistero della cattedrale. Il re fece quindi venire a Pavia il prefetto della città, Eusebio, e senza ascoltare Boezio pronunciò la sentenza contro di lui. Subito dopo mandò Eusebio al Borgo Calvenzano dove Boezio era detenuto, con l'ordine di ucciderlo. Gli legarono attorno alla fronte un capestro e glielo strinsero a lungo, fino a fargli scoppiare gli occhi, e poi, dopo averlo torturato, lo uccisero con un bastone». Anonimo Valesiano, II, AA 9

32 VIII. «Ma dal calabro confine che mai sorge in vetta al monte? Non è il sole, è un bianco crine; non è il sole, è un'ampia fronte sanguinosa, in un sorriso di martirio e di splendor: di Boezio è il santo viso, del romano senator». Giosué Carducci, La leggenda di Teodorico

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36 VIII. «Dolcino radunò nella sua setta ereticale molte migliaia di persone di entrambi i sessi, da ogni dove, soprattutto in Italia settentrionale e in Toscana e nelle altre regioni vicine, e a loro trasmise una dottrina pestifera e predisse molti avvenimenti futuri con spirito, non tanto profetico quanto fanatico ed insensato, affermando e fingendo di avere da Dio delle rivelazioni e uno spirito profetico. Ma in tutte queste cose fu trovato falso, ingannatore ed illuso, insieme con Margherita, sua malefica ed eretica compagna nei delitti e nell'errore». Bernardo Gui, De secta illorum qui se dicunt esse de ordine apostolorum, 540C

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38 IX. «Alla fine Dolcino, catturato insieme con sua moglie Margherita, che era trentina, e con alcuni altri, e condotto a Vercelli, e incarcerato, nonostante a lungo e insistentemente dei gran maestri avessero cercato di convincerlo, non volle assolutamente ritrattare il proprio errore. Per la qual cosa, secondo le disposizioni prese in merito, fu condotto in giro per la città e dolorosamente dilaniato con tenaglie roventi che gli strappavano la carne, lacerandola fino alle ossa. E i presenti notarono – ed è cosa davvero mirabile – ch'egli fra tanti e tanto atroci tormenti, non mutò mai l'espressione del volto [...]». Benvenuto da Imola, Commento a Dante, Inferno, XXVIII,

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41 X. «I vescovi romani si sono infatti impadroniti gradualmente di una giurisdizione dopo l'altra, specialmente quand'era vacante la sede imperiale; sicché ora dicono di possedere una giurisdizione temporale coercitiva totale nei riguardi del governatore romano». Marsilio da Padova, Defensor pacis, I, 19, 11

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